sabato 19 agosto 2017

Un indizio è un indizio...

       Nel marzo 1978, un nucleo terroristico armato delle Brigate Rosse (o devo scrivere ancora "sedicenti Brigate Rosse"?) rapì il presidente della Democrazia cristiana Aldo Moro, dopo aver ucciso i cinque membri della sua scorta. L'azione, condotta con estrema efficacia e certamente supportata da sostegni esterni, sui quali è inutile stare adesso a formulare ipotesi, dimostrò che il terrorismo vero è quello che alza progressivamente il tiro verso obiettivi che siano decisamente più elevati e "paganti" di gente normale che passeggia per le vie centrali di una grande città europea.
       Quello che è strano - ma ovviamente potrei essere smentito da un momento all'altro - è il livello per il momento molto basso dell'insidia e la sua assoluta ripetitività, certamente mortifera ma incapace di produrre un'escalation di condotte operative che sarebbe la prima cosa da aspettarsi nel caso di un'offensiva terroristica realmente definibile come tale.
       Certo - si dirà - il terrorismo si prefigge di diffondere terrore, ma - e questo è l'interrogativo fondamentale - per colpire chi, per giovare a chi, con quali obiettivi? Per il momento, pare soltanto che esso intenda innescare risposte securitarie da parte dei governi europei, atte soltanto a ridurre i già ristrettissimi limiti di libertà all'interno dei quali riescono oggi a muoversi le nostre società. Nessun obiettivo di maggiore portata, nel mentre i governi europei ribadiscono la loro piena fiducia nelle politiche di accoglienza, supportati dai mezzi di comunicazione di massa e anche dalla totale passività delle masse. Ma davvero si può credere che atti sempre più uguali e ripetitivi, compiuti con modalità spesso alquanto affini, da manovalanza che riesce sempre a farsi impallinare non da forze o corpi speciali, ma da normali poliziotti di strada, rappresentino un'offensiva terroristica e, nel caso fosse realmente così, a quali obiettivi mirerebbero?
       "L'offensiva si esaurisce progredendo" - scrive Carl von Clausewitz nella sua fondamentale opera "Della guerra" - ma qui come fa ad esaurirsi, visto che è sempre uguale a se stessa e tanto meno progredisce, ma semmai si limita a ripetersi?

                     Piero Visani



giovedì 17 agosto 2017

"Mente capti"

       A Chancellorsville, in Virginia, nelle vicinanze dell'inizio del Jackson's Trail, vale a dire di quell'insieme di stradette che il corpo d'armata confederato al comando del generale "Stonewall" Jackson imboccò nella drammatica notte dell'1-2 maggio 1863, per compiere una fantastica manovra di aggiramento tattico - rimasta negli annali della storia militare - alle spalle delle forze unioniste, c'è un piccolo monumento che ricorda il luogo del conciliabolo tra Jackson e il suo superiore, Robert Edward Lee, comandante dell'Armata confederata della Virginia Settentrionale, dove i due decisero di intraprendere quella brillantissima manovra.
       Ho visitato quei luoghi una dozzina di anni fa, ne ho percepito l'atmosfera da "sacred ground", rispettata tanto dai filo-unionisti quanto dai filo-confederati, e poi ho percorso in auto, molto lentamente, le piccole strade che condussero le truppe di Jackson a sboccare sul fianco dello schieramento unionista, ed a travolgerlo.
       Era una giornata di agosto molto calda e la Wilderness virginiana faceva sentire il peso della sua abituale umidità. Con mio figlio Umberto, seguimmo ogni singolo passo, contenti di rivivere la Storia e, con noi, alcuni "Civil War buffs", lieti come noi di quel fantastico privilegio, ciascuno con i propri identificativi di schieramento, unionista o confederato. Nel massimo rispetto, nel più totale silenzio. Si era compiuta in quei luoghi una delle più brillanti manovre della storia militare americana, e non solo, e occorreva tenere un comportamento rispettoso.
        Vedo ora fotografato su vari giornali un gruppo di giovinetti afro-americani seduti con aria tra l'imbarazzato e lo strafottente su luoghi e simboli di cui non conoscono minimamente il significato. Sono probabilmente una scolaresca nera affine a quella che, nel cimitero militare di Arlington, ho visto redarguire e minacciare a mano armata, da alcuni soldati del 3° Reggimento di Fanteria, quella Old Guard ritratta favolosamente bene da Francis Ford Coppola nel suo film "Giardini di pietra". Ma lì il chiasso disturbava il riposo eterno dei vincitori, mentre quello dei vinti - come sempre - vale parecchio meno. I poveretti ignorano che li stanno prendendo clamorosamente per i fondelli e che per loro è pronta una nuova schiavitù, la schiavitù della libertà condizionata e del pensiero unico, senza alcuna possibilità di dissenso, compreso ovviamente il loro...
       Buona fortuna!!

                        Piero Visani



domenica 13 agosto 2017

Dietro i fatti di Charlottesville

       Situata alla base del magnifico Parco Nazionale dello Shenandoah, Charlottesville è una bella città della Vecchia Virginia, sede della prestigiosa università dello Stato, ricca di un'atmosfera giovanilistica e al tempo stesso coloniale (non per nulla la Virginia è nota come "The Old Dominion State"). Ci si può stare molto bene e sentirsi in un "Nuovo Mondo" che assomiglia molto al Vecchio, poiché le tracce del dominio coloniale britannico certo non mancano.
       Alla stessa stregua, non mancano le memorie della Confederazione (che proprio in Virginia, nella non lontana Richmond, ebbe la sua capitale), a cominciare dal magnifico monumento equestre a Robert Edward Lee, il figlio più illustre dello Stato e certamente uno dei più grandi generali della Storia, non solo americana. Un uomo che non riuscì a comprendere il peso che l'avvento delle armi moderne stava avendo sulla tattica, ma che dopo la terribile lezione subita a Gettysburg (1-3 luglio 1863), seppe combattere un conflitto impari fino a quando gli fu possibile, gestendo sapientemente le scarse forze a sua disposizione, con una sagacia tattica raramente eguagliata.
       Per chi - come me - a Charlottesville c'è stato, riesce difficile pensare che quella dolce città sia stata frutto in questi giorni di scontri sanguinosi. Meno difficile, per contro, gli riesce comprendere che cosa stia avvenendo negli USA in merito alla questione dell'improvvisa e furibonda crescita d'odio contro qualsiasi cosa ricordi o possa ricordare la breve vita (1861-1865) degli Stati Confederati d'America.
      Dopo la pesante sconfitta subita nella Guerra Civile, il Sud fu oggetto di una pesante occupazione militare che ridusse molti suoi Stati alla fame. Al tempo stesso, l'abolizione della schiavitù non rappresentò - per la popolazione afro-americana - quel toccasana che avrebbe dovuto rappresentare, visto che i neri andarono a svolgere, nelle grandi fabbriche del Nord, quel ruolo servile che avevano sempre svolto nelle piantagioni del Sud, formalmente assimilati ai bianchi nei diritti civili, in realtà emarginati e discriminati in forma solo più scaltramente ipocrita della precedente.
       A partire dalla fine dell'Ottocento e poi sempre più solidamente nel Novecento, il Sud riuscì a compiere, a livello metapolitico, un miracolo di cui nessuno si sarebbe minimamente attesa la realizzazione: riuscì cioè a creare una memoria dei vinti che non solo conferì legittimità alle loro scelte e ai loro comportamenti, ma che costruì progressivamente una metapolitica positiva che conferì onore e prestigio al sacrificio e agli sforzi compiuti da centinaia di migliaia di uomini sui campi di battaglia, e non solo (cfr., al riguardo, l'eccellente saggio di Wolfgang Schivelbusch, La cultura dei vinti, il Mulino, Bologna 2006, 370 pp., 25 euro).
       Questa evoluzione positiva ebbe una drammatica battuta d'arresto tra la fine degli anni Cinquanta e la fine degli anni Sessanta del Novecento, quando lo sciocco radicalismo del Ku Klux Klan e dei suprematisti bianchi - talmente stupido da appare una perfetta filiazione di tutto ciò che i suoi avversari si aspettavano da lui (una deriva, questa, che in politica è sempre molto sospetta, poiché configurarsi come ti vuole il tuo nemico è un'idiozia troppo grande per essere vera e non frutto di manovre sotterranee, spesso neppure percepite da chi ne è vittima, a causa della sua assoluta insipienza) - incorse giustamente nelle ire del governo federale, che pose fine d'autorità a pratiche inaccettabili come la discriminazione razziale e il rifiuto dell'iscrizione dei neri in determinate università, per non citarne che alcune.
       A partire da quella data, tuttavia, e con particolare accentuazione dalla fine degli anni Ottanta, si fa strada nel Sud una visione politica e metapolitica decisamente più intelligente, che rivaluta accortamente il ruolo della Guerra Civile come guerra sostenuta dai poteri locali contro un potere centrale, quello di Washington e del governo federale, brutalmente autoritario, centralista, interessato solo all'esazione fiscale e alla privazione delle libertà civili garantite dalla Costituzione.
       Questa visione - accuratamente depurata da tesi insostenibili, come quella della legittimità della schiavitù, vista ormai come un fenomeno connesso ad una situazione economica in rapida evoluzione, dove gli Stati del Sud più avanzati, a cominciare dalla Virginia, stavano rapidamente liquidando le piantagioni, affrancando gli schiavi e aprendosi a forme economiche più moderne, come l'industrializzazione - ha cominciato a raccogliere seguaci in varie aree del Paese, anche in quegli Stati del Midwest e dell'Ovest che non avevano fatto parte della Confederazione, ma dove la gente sentiva sempre più come intollerabile il peso del potere centrale (e pure in non pochi Stati del Nord).
       Il culmine di tale ascesa politica e metapolitica è stato raggiunto quando sono stati pubblicati i primi libri sul fatto che il Sud avesse ragione (di cui una delle più brillanti espressioni è il libro di James Ronald e Walter Donald Kennedy, The South was right!, Pelican Publishing, Gretna (Louisiana), 1991, 431 pp.)  e che la sua fosse una più che legittima ribellione contro il potere centrale dello Stato federale che, con Lincoln, aveva reagito manu militari a quello che in realtà era il pieno diritto di qualsiasi Stato dell'Unione, quello di secedere e andarsene per la propria strada, se riteneva che i suoi diritti fossero conculcati e i suoi interessi fossero danneggiati da Washington.
       Nel momento cruciale di questa crescita metapolitica, scatta l'offensiva di chi la ritiene pericolosissima: fanno la loro ricomparsa, uscendo dal nulla in cui vegetavano, gruppi di suprematisti bianchi una volta di più inclini a comportarsi esattamente come atteso e voluto dai loro avversari: suprematisti che riscoprono le patetiche parafernalia del Klan, che si abbandonano a violenze contro i neri, che arrivano addirittura ad ammazzarne qualcuno, soddisfacendo in tal modo le più rosee aspettative dei loro avversari.
       A quel punto, parte la reazione: il semplice riferimento a simboli della Confederazione diventa un atto da reprimere immediatamente, anzi quei simboli vanno abbattuti come esternazione di "razzismo", e la Storia, ormai diventata Memoria, si rivitalizza nella politica e soprattutto nella cronaca, e scatta la più totale DEMONIZZAZIONE di tutto ciò che può riguardare la Confederazione, con la richiesta di vietarne i vessilli, di abbatterne i monumenti e presto anche di scrivere libri sulla medesima che non siano di piena e assoluta condanna della stessa.
       Non so assolutamente come andrà a finire questa fase, so però che - anche se momentaneamente conculcato - il fiume carsico della teoria che vede nella Confederazione la migliore e più fedele interprete dei diritti degli Stati contro il potere federale tornerà prima o poi a galla, non solo perché è l'unica e vera causa della Guerra Civile americana, ma anche perché è un problema di enorme attualità, che prima o poi dovrà essere risolto: i diritti degli Stati (e, con essi, i diritti dei cittadini che di tali Stati sono parte attiva) contro il ferreo e occulto controllo del potere centrale, di quello Stato federale e delle sue burocrazie su cui il cittadino medio non ha alcuna possibilità di contrasto e di cui deve sopportare tutte le prepotenze, anche quelle - e non sono poche - palesemente illegali.
      Lo scontro è aperto. In una certa misura, la stessa elezione di Trump alla presidenza ne ha costituito un segno. Poi Trump è stato in larga misura fagocitato dal potere centrale e dalle forze neppure troppo occulte che gli stanno dietro, ma fate un lungo giro per gli "Stati Uniti profondi", invece che andare nelle solite mete da turisti da selfie, e incontrerete realtà e voci estremamente interessanti. Lontani da Gotham City, vicini al "Paese reale". Quello è viaggio, non turismo, e tanto meno per caso...

                                         Piero Visani



sabato 12 agosto 2017

Consigli di lettura: "L'imperatrice creola"

      Sebbene scritto in forma talvolta immaginifica, ma sempre letterariamente molto convincente, L'imperatrice creola. Amori e destino di Giuseppina di Beauharnais, la prima moglie di Napoleone, accurata biografia opera di Carolly Erickson (Mondadori, Milano 2003, 370 pp.), è un libro molto godibile e ricco di particolari, che mi sono casualmente riguardato in questi giorni.
        Mi ha sempre affascinato il personaggio di Joséphine, non tanto perché sposò Napoleone Buonaparte per evidenti ragioni di interesse, ma per comprendere come mai lui - soggetto poco o nulla fedele e parecchio affamato di sesso - abbia potuto amarla teneramente per tutta la vita, al punto da rimanere molto scosso quando ne apprese l'improvvisa scomparsa (1814).
       Da tutte le fonti - e anche dal libro della Erickson - emerge la personalità di una donna fascinosa ma al tempo stesso profittatrice, lucidamente consapevole del fatto che, per sopravvivere come vedova e madre di due figli ancora relativamente piccoli in un'epoca di sconvolgenti cambiamenti come quella della Rivoluzione francese, dove era stato ghigliottinato anche il suo primo marito, il visconte Alessandro di Beauharnais, ed ella aveva conosciuto il carcere, la cosa migliore per lei era fare riferimento costante al suo notevolissimo fascino, alle sue non minori capacità seduttive, in una parola al suo riconosciuto "pussy power", che fece cadere ai suoi piedi decine di uomini, incapaci di resisterle.
      Il giovane generale Buonaparte fu tra questi e nessuna biografia è davvero in grado di stabilire in via definitiva come lei riuscì a fare innamorare così profondamente di sé un uomo tanto complicato, duro, difficile. Da biografa, dunque da donna, la Erickson dedica pagine molto interessanti al clima di totale rilassatezza sessuale che si instaurò in Francia dopo la fine del tragico periodo del Terrore e come un'ansia di vita e una bramosia di sesso avessero finito per coinvolgere in un abbraccio fatale (e l'immagine non è necessariamente metaforica...) tutti coloro che, per un motivo o per l'altro, per almeno un anno avevano vissuto nel timore di cadere sotto le grinfie del furore giacobino dei Robespierre e dei Saint-Just.
       Il passaggio ad una fase politica nuova - nota acutamente la Erickson - venne salutato anche con una molteplicità di accoppiamenti, talvolta pure orgiastici, che fecero sentire a tutti, molto nitidamente, che dopo aver sfiorato la morte era possibile "vivere di più", per ripagarsi delle troppe paure provate. Il timido e rozzo generale Buonaparte non fu certo partecipe di quegli eccessi, ma fu facile preda delle eccellenti e più che sperimentate arti seduttive di Madame de Beauharnais. Nessuna biografia ci dice quale vantaggio personalmente ne trasse il futuro imperatore, né ci spiega se la sua consorte fu la causa dell'aumento esponenziale degli appetiti sessuali di lui, ma certo Napoleone le serbò sempre la massima affezione. Non propriamente quella che si riserva ad una "nave scuola", ma quella che un soggetto meno esperto riserva alla propria maitresse, a colei che gli ha fatto scoprire mondi nuovi, senza peraltro garantirgli (come del resto lui non garantì a lei) una qualche forma di stucchevole fedeltà fisica. Le fu fedele in termini di passione, di riconoscimento di un primato su tutte le altre donne della sua vita e Joséphine, in svariate occasioni, diede prova di averlo pienamente compreso. Gli amori veri superano agevolmente le stracche convenzioni borghesi.

                        Piero Visani



giovedì 10 agosto 2017

Alle radici della "bontà"

       Scrivendo dal Quartier Generale del Distretto della Frontiera, situato a Fort Smith, Arkansas, in data 17 novembre 1863, il generale Jos. T. Tatum, dell'Esercito dell'Unione, spiegava a chiare lettere che i guerriglieri confederati che agivano alle spalle delle linee unioniste, infliggendo pesanti danni alle loro linee di comunicazione e ai loro rifornimenti, non avevano alcun diritto al riconoscimento di uno status di combattenti regolari e dovevano essere impiccati sul posto se catturati, in quanto:

"common foe of mankind"

vale a dire "nemici del genere umano".
       La bellezza di studiare la Storia consiste proprio in questo: che essa consente di scoprire radici e sedimenti di visioni del mondo che esistono ancora oggi. Ecco, la teoria del nemico come "nemico del genere umano", dunque non un combattente di un altro esercito, ma un soggetto addirittura al di fuori del consorzio civile.
       Questa frase, letta in un'illustrazione relativa a un manifesto dell'epoca, pubblicata a pagina 16 del libro di Sean McLachlan, "American Civil War Guerrilla Tactics", Osprey Publishing, Oxford 2009, mi ha molto colpito e mi ha fatto altresì molto riflettere. Tutto ha le sue radici ed esse affondano proprio là dove ancora oggi prosperano, in quella stessa visione del mondo manichea.

                     Piero Visani




                       


lunedì 7 agosto 2017

Pranzo...editoriale

       Il valore degli amici - si sa - lo si verifica nelle difficoltà. Un mio caro amico, dopo avermi invitato a pranzo, mi illustra le iniziative che intende prendere non appena sarà pronto e in vendita il mio primo romanzo.
       Devo ammettere che il suo entusiasmo e la sua voglia di fare mi impressionano molto positivamente, per cui passiamo un'oretta e mezza a discutere di come e dove promuoveremo il libro qui in zona, traendo vantaggio dal suo ottimale inserimento in una certa "buona società" torinese. Io adoro "épater les bourgeois", per cui non solo lo assecondo, ma finiamo per ridacchiare e divertirci come due liceali nettamente "fuori corso". Con il comprensibile auspicio di riuscire a venderne molte copie.
       La pubblicazione del mio primo romanzo sarà sicuramente un momento di vitalità, per non dire di vitalismo. Ho l'impressione che ci divertiremo. 

                            Piero Visani





domenica 6 agosto 2017

Periodi facili e periodi difficili

       Se ne attraversano sempre, nella vita, e magari il difficile arriva proprio quando non te lo aspetti. Tuttavia, credo di averli gestiti al meglio e ora sono tranquillo, ansioso di vedere pubblicato il mio primo romanzo e poi il secondo, e di scriverne un terzo.
       Sono anche contento di aver fatto ciò che ritenevo giusto e di non essere diventato un'altra persona, ma di aver preservato la mia identità. Senza più polemiche, senza dare disturbo, semplicemente sparendo, in immersione rapida, da bravo sommergibilista dell'esistenza.

                      Piero Visani