giovedì 18 gennaio 2018

Presentazione del libro di Piero Visani, "Storia della guerra dall'Antichità al Novecento"

Il 5 aprile prossimo - per i tipi di Oaks Editrice, Milano – uscirà il primo volume del libro di Piero Visani, Storia della guerra dall’Antichità ad oggi, che è intitolato Storia della guerra dall’Antichità al Novecento. Successivamente uscirà il secondo volume, intitolato Storia della guerra nel XX secolo.
Qui di seguito l’indice del volume primo e la copertina del medesimo. Il libro è già prenotabile sui principali siti librari “on line”.



INDICE

Premessa

Introduzione

Capitolo 1: Il mondo greco

Capitolo 2: Il mondo romano – La repubblica

Capitolo 3: Il mondo romano – L’impero

Capitolo 4: L’impero bizantino

Capitolo 5: Gli arabi

Capitolo 6: L’Alto Medioevo

Capitolo 7: Dal Medioevo all’età moderna

Capitolo 8: I condottieri

Capitolo 9: L’avvento del tercio

Capitolo 10: La Guerra dei Trent’Anni (1618-1648)

Capitolo 11: La guerra a cavallo fra Seicento e Settecento

Capitolo 12: La guerra navale

Capitolo 13: L’esercito di Federico il Grande

Capitolo 14: La Guerra dei Sette Anni (1756-1763)

Capitolo 15: La Guerra Franco-Indiana (1754-1763)

Capitolo 16: La Rivoluzione Americana (1776-1783)

Capitolo 17: La Rivoluzione Francese

Capitolo 18: L’ascesa di Napoleone (1796-1808)

Capitolo 19: Declino e caduta dell’impero napoleonico (1809-1815)

Capitolo 20: La Prima Guerra d’Indipendenza (1848-1849)

Capitolo 21: La Guerra di Crimea (1854-1856)

Capitolo 22: La Seconda Guerra d’Indipendenza e la spedizione dei Mille
                       (1859-1860)

Capitolo 23: La Guerra Civile americana (1861-1865)

Capitolo 24: La Terza Guerra d’Indipendenza (1866)

Capitolo 25: La guerra franco-prussiana (1870-71)

Capitolo 26: Le guerre coloniali

Capitolo 27: La guerra navale dalla fine del Settecento agli albori del
                      Novecento

Bibliografia









lunedì 15 gennaio 2018

Prima che il gallo canti...

       Una delle più consolidate specialità del centrodestra italiano è la ritrattazione. Si parte da Faurisson e si arriva ad indossare la kippah; si fa l'affermazione pseudo-reboante e poi o si sostiene di essere stati fraintesi o si ritratta e ci si scusa...
        Come si diceva un tempo: "un bel tacer non fu mai scritto"... e si evitano pure le ritrattazioni penose, quelle in cui il taccone è (molto) peggiore del buco...

                      Piero Visani




Cecità... selettive

       Anni fa ebbi la pessima idea di protestare contro una corte dei miracoli di soggetti di colore che, nel parcheggio del supermercato abitualmente frequentato da mia moglie, la importunava con richieste di denaro e talvolta anche con velate minacce.
       Ne investii la stazione dei carabinieri della mia città e, oltre a solidi sguardi di compatimento e a ventate di aria scocciata, ne ottenni la "soddisfacente" risposta che i soggetti in questione stavano esercitando il loro "diritto alla sopravvivenza" nell'importunare la mia consorte e dunque, in ultima analisi, erano legittimati a farlo. Mi appuntai la risposta, visto che proveniva da elementi qualificati delle forze dell'ordine e mi ripromisi di utilizzarla ogni volta che dovessi essere molestato da appartenenti all'universo della perversione fiscale. Dopo tutto, anche io - credo - dovrei poter esercitare il mio "diritto alla sopravvivenza"...
       Ora leggo della iniqua sorte toccata a un gatto caracal ibrido a Milano, che - a stare alle descrizioni dei giornali - pare aver minacciato le vite di molti ignari cittadini. Non ho mai compreso lo zelo dei zeloti. Quello stesso zelo che porta a trasformarsi in "volonterosi carnefici" quando il livello di pericolosità del "nemico" è basso, molto basso, prossimo allo zero o addirittura allo zero assoluto.
       Risiedo in una città dove la legge è applicata a geometria variabile, a seconda che uno appartenga a determinate etnie o meno. Vivo in un Paese dove la legge è "uguale per tutti", a condizione - ovviamente - che uno sia orwellianamente molto più "uguale" dei propri simili. Vivo in uno Stato dove è possibile commettere - spesso impunemente - varie tipologie di reati, anche molto gravi, ma ora ho infine appreso qual è il "nemico pubblico numero uno": una specie un po' particolare di gatto, uno che non sbrana la gente ma in teoria forse potrebbe. In pratica, un indebito concorrente di coloro che sicuramente la sbranano quotidianamente, ma forse non potrebbero e neppure dovrebbero. Così, tout se tient: in un'economia falsamente di mercato, le concorrenze indebite debbono essere subito eliminate, altimenti creano alterazione di situazioni sicuramente consolidate...

                            Piero Visani




domenica 14 gennaio 2018

Un agguato... galeotto

       Nel giugno 1796, a seguito delle insistenti pressioni del suo fresco sposo, il generale Buonaparte, la sua consorte, Giuseppina de Beauharnais, si decise a malincuore di raggiungerlo in Italia, dove il marito stava conducendo la sua prima e brillantissima campagna contro gli austriaci.
       Il matrimonio era stato celebrato con solo rito civile la sera del 9 marzo 1796 e soltanto due giorni dopo Napoleone era partito per assumere il comando dell'Armata d'Italia. Nei mesi successivi, nonostante le lettere infuocate che il novello sposo le scriveva, la sensuale Giuseppina aveva continuato la sua relazione amorosa con Paul Barras, l'uomo forte del Direttorio al potere in Francia, ma ne aveva pure intrecciata una con tale Hippolyte Charles, capitano degli ussari e uomo ben addentro ai traffici per la vendita di vari tipi di forniture all'esercito, attività notoriamente assai lucrosa.
       Si comprende quindi come Giuseppina non avesse grande voglia di raggiungere il marito in Italia, visto che riusciva a distrarsi benissimo nella sua amata Parigi. Tuttavia, la volontà di un marito, e per di più di un generale della Rivoluzione che stava riportando vittorie su vittorie, non poteva essere contrastata più di tanto, all'epoca, per cui il 24 giugno 1796 Giuseppina si mise in viaggio per l'Italia, accompagnata dalla sua cameriera, Louise Compoint, dallo stesso capitano Charles e dal superiore diretto di lui, il colonnello Jean-Andoche Junot, amico personale di Napoleone e suo aiutante di campo fin dai tempi dell'assedio di Tolone del 1793. La comitiva era completata da Giuseppe Buonaparte, fratello maggiore di Napoleone e - secondo l'usanza corsa - capofamiglia dopo la morte del padre.
       Il viaggio fu relativamente tranquillo, passando per Chambery e il colle del Moncenisio, e ogni notte, nelle soste alle locande di posta, Giuseppe era costretto a tollerare il fatto che Giuseppina dividesse la camera con il capitano Charles, mentre la sua cameriera faceva altrettanto con il colonnello Junot.
       Arrivata a Milano e fagocitata dalle pressanti attenzioni di Buonaparte, ella si convinse a seguirlo in campagna, ma ben presto sia il marito sia lei si resero conto che una guerra condotta con operazioni così rapide poteva costituire un grave pericolo per una donna e, ancor più, per la moglie del generale Buonaparte, la quale, se catturata, avrebbe potuto costituire per gli austriaci una preziosissima merce di scambio.
       Sul finire del mese di luglio, Giuseppina giunse a Verona, ma Buonaparte venne prontamente informato che dense colonne di soldati austriaci stavano marciando sulla città veneta, per cui ordinò che Giuseppina e la sua cameriera fossero immediatamente scortate a Peschiera. Anche colà, tuttavia, ella non poté essere considerata al sicuro e passò una notte molto agitata, costretta a dormire vestita e pronta ad abbandonare la cittadina al primo allarme.
       Il mattino seguente, a Peschiera giunse il colonnello Junot, con una buona scorta di dragoni, con l'incarico di mettere in salvo Madame Bonaparte. La situazione, tuttavia, stava precipitando, per cui egli fu costretto - per sottrarsi agli austriaci - a far seguire alla carrozza di Giuseppina la strada che correva lungo le rive del lago di Garda. Non fu una decisione felice, in quanto nelle acque del lago incrociava una cannoniera austriaca, la quale individuò subito il piccolo corteo e, dalla presenza di una carrozza e di una scorta, intuì che era stato intercettato qualche personaggio importante. La cannonierà manovrò allora  in modo da navigare parallela alla riva del lago, il più vicino possibile alla strada, e da lì cominciò a sparare contro il corteo francese con il cannoncino di bordo e i moschetti dei suoi fucilieri.
       Per Giuseppina e la sua cameriera la situazione si fece in breve pesantissima: Junot e i dragoni, infatti, erano soldati, abituati ad operare sotto il fuoco nemico, mentre Madame Buonaparte era soprattutto una navigatrice di salotti e alcove, per cui perse rapidamente la testa e cominciò ad urlare come un'ossessa. Le sue urla, poi, divennero isteriche, quando uno dei cavalli che trainavano la carrozza venne colpito a morte e ne causò l'immediato arresto, nel mentre anche un dragone della scorta veniva ucciso.
       Il colonnello Junot non era uomo da perdersi d'animo per così poco. Si precipitò all'interno della carrozza e fece scendere rapidamente le due donne, mentre intorno a loro fioccavano fucilate e cannonate. Poiché Giuseppina continuava a strillare, egli la spinse bruscamente in un fossato che correva a fianco della strada e le fece scudo con il proprio corpo. Alcuni storici maliziosi (e maschilisti) sostengono che la risposta di Madame Bonaparte a quel gesto cavalleresco e galante del colonnello Junot sia stata tale, a livello fisico, da renderla indimenticabile per lui, come se il loro contatto non fugace l'avesse - per così dire - fortemente placata e ammorbidita...
       A differenza del suo collega Gioacchino Murat, divenuto maresciallo dell'Impero e re di Napoli, il colonnello Junot - divenuto successivamente generale e duca d'Abrantés - da autentico gentiluomo non si vantò mai di aver sedotto, in circostanze successive, madame Buonaparte, partendo da così promettenti premesse, ma commise l'ingenuità di raccontare questo piccolo aneddoto ad un solo collega, forse anche per discolparsi di fronte a Napoleone di non avergli rivelato la relazione di sua moglie con il tenente Charles, alcuni anni prima. E - come sempre accade in questi casi  - il piccolo aneddoto fece il giro dell'Armata, accrescendosi di particolari piccanti ad ogni tornata, quando in realtà non si trattò altro che di un gesto coraggioso e galante. E tuttavia Giuseppina de Beauharnais, nonostante la sua statura non superiore agli 1,52-1,53 metri, pare che avesse colpito l'immaginario collettivo dell'intero esercito francese. Non a caso, qualche anno dopo, quando un reggimento di Dragoni venne inserito nella Guardia Imperiale, quel reparto venne immediatamente ribattezzato "i Dragoni dell'Imperatrice".

                 Piero Visani




Il secondo apartheid

       Titolo di prima pagina del quotidiano torinese "La Stampa" di oggi: "Fuga dei cinesi dal Sudafrica: Ci discriminano!".
       Costernazione: uno pensava che con l'arrivo al potere dei neri e l'ascesa in cielo di San Nelson Mandela la verminosa discriminazione razziale di cui si erano resi protagonisti soprattutto i boeri e il regime bianco fosse finita una volta per tutte e che la pace, l'ordine e soprattutto la beatitudine regnassero incontrastate da Città del Capo a Johannesburg, da Pretoria a Port Elizabeth.
       Niente di tutto questo. Pare che la mala pianta del razzismo abbia attecchito pure nel più meridionale degli Stati africani e - se quelle a carico dei bianchi sono discriminazioni e violenze (molte violenze...) assolutamente meritate, per la nota legge del contrappasso (con la "p" - mi raccomando - non con la "b"!) - quelle a carico della comunità cinese, così profondamente inserita nella struttura commerciale del Paese, sono assolutamente incomprensibili. Vuoi vedere che il razzismo non è solo una peculiarità dei bianchi, ma investe anche tutte le altre etnie, comprese quelle che sono ascese a santità per il troppo soffrire patito nel corso dei secoli? Oggi, a soffrirne - in Sudafrica - non sono solo più i bianchi, ma anche i cinesi. Si sta formando un nuovo Herrenvolk locale, di pelle rigorosamente nera e di pratiche assolutamente razzistiche. Ma vuoi vedere che il razzismo non è un'esclusiva peculiarità bianca ed è un orientamento ideologico che piace a tutti coloro che sono in grado di praticarlo? Pare che, una volta fatta bollire, l'acqua diventi calda... Ma siamo ancora in attesa che le "anime belle" scoprano questa piccola quanto logica verità, così tanto al di sopra delle loro capacità intellettuali...

                      Piero Visani



lunedì 8 gennaio 2018

La tavolozza

       C'era furore, autentico furore nello sguardo di quella giovane donna, studentessa universitaria dall'aria ancora da giovanissima liceale. Furore per un torto che le era stato fatto in famiglia e che lei reputava intollerabile. Senza particolare talento, ma con grande passione, ella si dedicava alla pittura, pittura ad olio, e usava una tavolozza sempre piena di colori, perché la tecnica che le era cara prevedeva un impiego quasi smodato del colore.
       Un giorno, tornata a casa dalle lezioni universitarie, cercò invano la sua amata tavolozza e scoprì - con assoluta costernazione - che la stessa, insieme alla valigetta dei colori, aveva fatto una bruttissima fine. I genitori, irritati per quell'hobby che a loro dire la distraeva dagli studi, le avevano buttato via tutto, con un gesto decisamente inaudito, nonché carico di un'ostilità che a lei era ben nota, ma della quale non amava parlare con alcuno, probabilmente per pudore.
       Mi parlò della cosa nei primissimi tempi della nostra relazione e ciò che mi colpì nel profondo fu il susseguirsi e al tempo stesso l'alternarsi di sensazioni nel suo animo: dalla collera allo scoramento, dall'ira funesta a una sensazione di sgomento per essere immersa in una realtà che a lei (e non solo a lei, invero...) a volte appariva del tutto priva di connotazioni innegabilmente ascrivibili ad un universo familiare.
       Rimasi stupito e al tempo stesso rattristato da tali sensazioni. Il mio ambiente familiare era profondamente diverso, ma non intendevo fare comparazioni. Quello che mi colpì, semmai, fu come alla collera facesse seguito una tristezza profonda, una sorta di distacco dal mondo. Non una vera e propria richiesta di aiuto, ma un autentico interrogarsi sulle proprie radici e sulle norme che regolavano la vita di quell'albero chiamato famiglia.
       Fui invaso da un sentimento di trasporto, per lei. Sapevo di poterla aiutare, volevo farlo, e lo feci. Nel centro di Torino esisteva all'epoca - primi anni Settanta - un negozio specializzato in tutto ciò che poteva servire ai pittori ed aspiranti tali. Mi ci recai, fermamente deciso a comprarle una tavolozza e una valigetta di colori nuova. La mia scarsissima dimestichezza con le arti figurative non mi fece presupporre che quegli strumenti potessero costare cari, anche molto cari, ma all'epoca la società italiana era abbastanza diversa dall'attuale e il costo economico della classe politica, dello Stato e della burocrazia era infinitamente inferiore a quello attuale, tant'è vero che la mia vita - tutt'altro che priva di problematiche politiche - era invece del tutto priva di problematiche economiche, soprattutto grazie alla straordinaria generosità di mio padre nei miei riguardi.
       Così comprai a quella dolce e atipica studentessa una valigetta ricca di tantissimi colori e una tavolozza forse ancora più lussuosa, e gliene feci dono, la prima volta che uscimmo insieme. Ricordo ancora il suo sorriso e i baci che mi diede. Capii che non ci vuole davvero molto per fare felici le persone, se solo le si asseconda e si è loro vicini, e capii che tutte le forme di repressione, di autoritarismo e di disciplina ex cathedra Petri sono solo generatrici di profonda infelicità. Ero già un animo profondamente ribelle, ma la gioia che produssi nell'animo di quella giovane studentessa fu per me un grande ammaestramento di vita. Da allora - benché considerato anaffettivo, algido, distante, distaccato e altezzoso - mi sono sempre e solo ispirato a quel principio: difendere le persone a me care dai "gelidi mostri" che le circondano, che ci circondano con la loro abominevole brama di decidere delle e sulle "vite degli altri" in base a principi e morali costruiti solo a loro uso e consumo; o, per rimanere nella nota metafora nietzscheana, difenderle dal "gelido Mostro", dal mostro che odio più di tutti... Ne sono uscito perdente, ma almeno posso dire che ho combattuto, che ci ho provato a contrastarlo. Lo farò anche nella mia prossima vita, se mai dovessi averne una.

                       Piero Visani






mercoledì 3 gennaio 2018

Piero Visani, "Storia della guerra dall'Antichità al Novecento", Oaks Editrice, Milano 2018

       Uscirà ai primi di aprile, per i tipi di Oaks Editrice, Milano, il volume I del mio saggio Storia della guerra dall'Antichità ad oggi, il cui titolo è "Storia della guerra dall'Antichità ad oggi". Ad esso farà seguito il volume II, il cui titolo sarà "Storia della guerra nel XX secolo". Questo secondo volume è attualmente in fase di stesura.
       Il libro sarà una storia sintetica ma non superficiale del fenomeno "guerra" dall'antichità ai giorni nostri. Qui di seguito viene riportata la copertina del vol. I.

                        Piero Visani