sabato 16 dicembre 2017

Storia della guerra nel XX secolo

       E' un lavoraccio, scrivere questo secondo volume di "Storia della guerra", mentre si prepara la pubblicazione del primo. Ma è pure una bella impresa, una di quelle che si affrontano per lasciarsi dietro qualcosa di sé. Una sorta di filiazione intellettuale, uno sforzo per cercare di diventare memoria. Meglio farlo prima che sia anagraficamente troppo tardi. Probabilmente, è un qualcosa che devo a me stesso e alla mia visione del mondo, ergo devo scriverlo.

                 Piero Visani



venerdì 15 dicembre 2017

La giovane arpista

       Centro di Torino. Primo pomeriggio. Non c'è nulla di meglio che compiere una passeggiata a piedi tra via Roma, piazza San Carlo e piazza Castello per trovare le tante similitudini tra questa città e quelle dei Paesi dell'Est al momento della crisi finale del comunismo o di città come Detroit nei momenti di svolta della produzione capitalistica: molti negozi chiusi, un'aria da mean streets, torme di homeless accampati alla bell'e meglio lungo la direttrice che dovrebbe essere quella del "salotto buono" della città. Rari "Vopos" che la percorrono impegnati a sorvegliarla digitando sui telefonini... e un'aria complessiva da "decrescita (in)felice" che la nuova amministrazione grillina non ha fatto che accentuare, dopo decenni di disastri di Pci-Ds-Pd. Per fortuna del capoluogo subalpino, in Comune non è mai riuscito ad insediarsi un sindaco di Centrodestra, altrimenti in centro non ci sarebbero nemmeno più le statue...
       Si respira una "bellissima" aria da "fine dei tempi": l'età media delle persone che si muovono (a fatica) in mezzo a questo concentrato di miserie è sui 115 anni. "Giovani" coppie nate ai tempi di Giolitti e ora ancora qui, a godersi la meritata pensione. Intorno a loro ruotano molti stranieri: un discreto numero di turisti e una abbondante quantità di cinesi, spesso dall'aria agiata. Il modo con cui i cinesi stanno conquistando il mondo è degno di ammirazione: in silenzio, da dentro e da sotto, muovendosi con discrezione, secondo un piano strategico ben concepito e meglio applicato. Lo sguardo che riservano ai non cinesi è marcatamente razzista, ma occorre saperlo cogliere. Se credi all'eguaglianza, non ci riuscirai e sarà molto peggio per te...
       Risiedo in questa città dal 1955, all'interno di essa o nei pressi. Molte cose sono cambiate, da allora, alcune anche in meglio, ma sempre più forte si è fatta l'aria da Berlino Est. Certo, i monumenti sono belli; la storia locale ricca, ma il senso che ti accompagna resta sempre quello di chi sta vivendo "le vite degli altri", guardandole da fuori, come un bambino povero con il nasino schiacciato contro la vetrina di un negozio di balocchi che non potrà mai comprare o farsi comprare, e che al tempo stesso sente che qualcuno lo sta osservando, perché è grazie al rubarti la tua - di vita - che quegli "altri" riescono a vivere e a prosperare alle tue spalle. Un "Goodbye Lenin" non è mai stato pronunciato davvero, almeno non per quanto concerne il trasferimento di ricchezze dai produttori ai percettori.
       Completo il mio giro, abbeverandomi di questo senso di morte che non è di morte imminente, ma di agonia protratta oltre ogni accettabile limite, di accanimento "terapeutico" intento a fare sì che tu e le persone senza potere come te vengano progressivamente strangolate, con studiata lentezza, di modo che i "beati possidentes" possano vivere nell'agiatezza qualche anno in più, grazie al sangue che ti avranno continuato a succhiare.
       Come è tipico di una città intimamente monarchica (dai Savoia, agli Agnelli, al Pci - mai più reazionario e codino che qui), forte è il senso di disciplina e di subordinazione gerarchica ai capi, tanto più forte quanto più i capi sono dediti alla sodomia, pratica che alle masse piace molto e dà soddisfazione. Dunque nessuno o quasi nota che i negozi più ricchi e scintillanti di luci spesso dispongono di più ingressi, alcuni riservati a coloro che girano in Cinquecento e con un giubbottone da mercato periferico, ma che poi vi entrano di soppiatto per svuotarli, salvo ovviamente reindossare il giubbottone prima di uscire. Meglio tenere un profilo basso, non sia mai che gli schiavi si rendano contro delle prese per i fondelli a loro carico... Ci saranno molte occasioni, lontano dalla Mole, per fare sfoggio di reale ricchezza.
       Nel bel mezzo di questa "Morte a Torino", di questo concentrato di "gioventù" affine a certe scene di "Youth", di Paolo Sorrentino, nemmeno interrotte dall'improvvisa comparsa di un fulgore giovanilmente fisico à la Madalina Ghenea, sotto le volte della Galleria San Federico mi colpisce il suono senza tempo di un'arpa. Per qualche minuto non mi preoccupo nemmeno di stabilirne la provenienza, lasciandomi cullare da un pezzo classico e da varie melodie celtiche. Poi il suono si interrompe e, nel farlo, mi richiama nel mondo. Constato così che, proprio nel centro della Galleria, davanti al cinema Lux e ai piedi di un albero di Natale, una giovanissima arpista sta accordando il suo strumento. Si è interrotta proprio per sistemarlo, ma le sono bastati pochi tocchi sapienti per rimetterlo a posto e riprende a suonare, ancora un'aria celtica.
       E' un'artista di strada e, davanti a sé, ha sistemato un contenitore per chi volesse gratificarla di un obolo. Il contenitore è disposto con cura e grazia, esattamente come molta grazia emana da quella donna molto giovane, i cui gesti più semplici sono ispirati a un'estrema armonia estetica.
       Mi avvicino e deposito nel contenitore, piuttosto vuoto, una banconota. Non deve esserci granché abituata, ad un obolo del genere, perché smette di suonare e mi ringrazia con grande partecipazione. Mi chiede se sono anch'io un musicista e vorrei dirle che sono "un musico fallito, un teorete", uso soprattutto a "sparare cazzate", ma temo che prenderebbe questa citazione gucciniana come una provocazione, per cui le rispondo di aver suonato qualche strumento, in passato, ma mai nessuno bene come lei suona l'arpa.
       Mi sorride, stringe a sé il suo strumento e confessa di amarlo molto, come una parte di sé. "L'ho notato" - le dico - "e mi ha colpito, così come mi hanno colpito le arie che suonava".
       "E' tutto frutto di un percorso interiore" - mi risponde lei - "Seguo la mia strada, guidata da ciò che mi suggerisce il cuore".
       "Continui così!" - la esorto - "mi ha offerto per un attimo l'immagine e l'atmosfera di un mondo che amo".
       E' colpita dalle mie parole e mi ringrazia nuovamente. "Per arrivare dove si vuole" - aggiungo - "la guida migliore è il proprio percorso interiore. Il resto è roba da economisti, o da capitalisti...".
       Si illumina di una risata argentina, mi ringrazia nuovamente e riprende a suonare, non prima di avermi fatto gli auguri, che ricambio.
       "In interiore homine habitat veritas". E dove, se no?

                       Piero Visani





mercoledì 13 dicembre 2017

Louis Antoine de Saint-Just

       Ci sono personaggi storici che esercitano un fascino a volte incomprensibile sul nostro animo. Sul mio, in particolare, tali personaggi sono molti, ma una delle figure che mi ha colpito di più, per la sua complessità e le sue innumerevoli sfaccettature, è quella di Louis Antoine de Saint-Just de Richebourg.
      Nato nell'agosto 1767 a Decize, in Borgogna, figlio primogenito di Louis Jean, capitano di cavalleria ed esponente della piccola nobiltà di provincia, ebbe una gioventù relativamente turbolenta, nel corso della quale si distinse per la sua capacità di piantare grane e di mostrarsi ribelle a qualsiasi forma di restrizione. 
       Spirito fortemente trasgressivo, libertino, consapevole del suo personale carisma, dopo una delusione amorosa nell'estate del 1786 si recò improvvisamente a Parigi, non prima di aver sottratto alla madre, rimasta vedova, una non indifferente quantità di argenteria. La madre reagì facendolo arrestare e chiudere in un riformatorio, dove rimase dal settembre 1786 al marzo 1787.
       Nell'ottobre 1787 si iscrisse alla Facoltà di Diritto dell'Università di Reims, dove si laureò in meno di un anno, dando prova di voler almeno parzialmente modificare la propria condotta. Dopo avere personalmente assistito agli inizi della Rivoluzione francese, si convinse che la nobiltà non avrebbe potuto essere facilmente convertita ai nuovi orientamenti politici e sviluppò quindi una visione molto radicale, che lo portò a conoscere Robespierre e a diventare una delle persone a lui più vicine. Eletto all'Assemblea legislativa il 5 settembre 1792, di cui divenne il membro più giovane, si unì al gruppo dei Montagnardi, dei quali condivideva la visione politica assai radicale. Eccellente oratore, ideologicamente molto estremista, Saint-Just divenne in breve una figura di spicco dei Montagnardi stessi.
       L'insurrezione parigina del 10 agosto 1792, che abbatté la monarchia, pose il problema del processo a Luigi XVI, che i Girondini (rivoluzionari moderati) non volevano assolutamente, temendo che un atto del genere non avrebbe fatto altro che rinforzare il radicalismo dei loro avversari Giacobini. Proprio sul tema del processo al sovrano, il 13 novembre di quell'anno Saint-Just pronunciò il suo primo discorso alla Convenzione, dove assunse subito un atteggiamento fortemente radicale: "Gli uomini che stanno per giudicare Luigi hanno una repubblica da fondare: ma coloro che attribuiscono una qualche importanza alla giusta punizione di un re, non fonderanno mai una repubblica [...]. Cosa non temeranno da noi i buoni cittadini, vedendo la scure tremare nelle nostre mani, e vedendo un popolo che fin dal primo giorno della sua libertà rispetta il ricordo delle sue catene?" Di conseguenza, la sua richiesta fu quella di mettere immediatamente il re a morte e il suo discorso suscitò una notevole impressione tanto tra i suoi sodali politici quanto tra gli avversari, i quali furono costretti ad ammettere il suo notevolissimo talento oratorio. La sua richiesta fu di fatto approvata, visto che Luigi XVI venne ghigliottinato il 21 gennaio 1793.
       Dopo l'approvazione della Costituzione del 1793, Saint-Just appoggiò incondizionatamente Robespierre nel suo tentativo di non "ammorbidire" lo spirito rivoluzionario, che culminò nell'approvazione della "Legge dei Sospetti" (17 settembre 1793), la quale conferì al Comitato di Salute Pubblica ampi poteri di repressione di ogni forma di opposizione.
       A quel punto, Giacobini e Montagnardi assunsero il controllo della Convenzione e lo stesso Saint-Just venne eletto presidente della medesima (19 febbraio 1794). Egli si batté subito in favore della redistribuzione delle ricchezze degli aristocratici al popolo, ma senza che le sue idee venissero mai messe concretamente in atto.
       Nel corso della primavera del 1794, il Comitato di Salute Pubblica controllava di fatto la politica francese e diede avvio alla fase del Terrore, scatenata contro tutti i suoi nemici, di destra e di sinistra. In tale azione, Saint-Just svolse un ruolo di assoluta preminenza, distinguendosi per il suo estremo radicalismo, che tuttavia cominciò ad allarmare i molti nemici che si stava facendo a tutti i livelli.
       Inviato in missione a fine aprile 1794 presso l'Armata del Nord, onde esercitare una sorta di ruolo di commissario politico, ebbe subito modo di manifestare la sua fiducia incondizionata nell'offensiva ad oltranza, oltre ad imporre una dura disciplina all'esercito rivoluzionario, cui non mancava certo lo slancio ma difettava la capacità di gestirlo in maniera militarmente efficace. Pur incontrando l'opposizione di molti generali, egli riuscì ad assumere di fatto il comando delle operazioni, a riscuotere molta simpatia fra la truppa (che era solito guidare con l'esempio personale) ed ebbe un ruolo di rilievo nella vittoria di Fleurus (26 giugno 1794).
       Ritornato a Parigi alla fine di quello stesso mese, a causa della dura lotta che si era aperta tra fazioni rivoluzionarie rivali, si batté per mantenere una certa armonia all'interno del Comitato di Salute Pubblica, sempre più ostile alla politica di Robespierre e ai suoi sanguinosi eccessi. Il suo intervento, tuttavia, venne duramente contrastato da Tallien ed egli, invece che reagire, si chiuse in uno sdegnoso silenzio. Arrestato insieme ai principali sostenitori di Robespierre, venne con costoro ghigliottinato nel pomeriggio del 28 luglio 1794, all'età di soli 26 anni.
       La leggenda vuole che un suo insegnante abbia detto, di Saint-Just: "Questo ragazzo diventerà un grande uomo o uno scellerato". Ammesso e per nulla concesso che tra le due figure testé citate esista una qualche possibile differenza, quello che mi ha sempre affascinato - di lui - è la sua fame di vita abbinata a una non meno ardente bramosia di morte, e anche la capacità di intendere alla perfezione il suo ruolo di politico, che - quando rettamente inteso - gli consentì di salire alla ghigliottina in perfetto silenzio, come se l'intera vicenda riguardasse un altro, mentre già prima, nei suoi Frammenti sulle istituzioni repubblicane, aveva scritto alcune parole che letteralmente adoro: "Io disprezzo la polvere di cui sono fatto e che vi parla; si potrà perseguitare e far morire questa polvere, ma sfido a strapparmi la libertà e la vita indipendente che mi sono dato nei secoli e nei cieli". Quando ho letto queste parole, mi ha fatto piacere sapere di aver condiviso con lui una specifica concezione dell'esistenza.

                   Piero Visani





martedì 12 dicembre 2017

Destra e cultura (minima animalia...)

       I riferimenti dell'amico Amerino Griffini ai difficili (uso un eufemismo...) rapporti tra Destra politica e cultura, e il susseguente mini-dibattito che si è acceso, mi hanno richiamato alla mente un gustoso episodio avvenuto intorno alla metà degli anni Novanta. Ero consulente del Ministero della Difesa per la comunicazione e l'informazione in materia militare; avevo da poco chiuso il mio biennio (l'ultimo della presidenza Cossiga) di consulenza comunicativa presso il Segretariato Generale della Presidenza della Repubblica ed ero editorialista del "Secolo d'Italia", quotidiano nel Msi ormai in procinto di trasformarsi in Alleanza Nazionale. I miei editoriali venivano regolarmente citati nelle rassegne stampa radiofoniche e televisive dell'epoca, e - per quanto ne so - all'interno del partito nessuno li aveva mai criticati.
       Abitavo all'epoca in un complesso di palazzine sulla collina di Torino, in un Comune di cui era consigliere per il Msi un signore che - a quanto ne sapevo io - faceva di professione il vivaista, non l'intellettuale, il giornalista, lo scrittore, il linguista o - più semplicemente - il correttore di bozze. Costui pare fosse in buoni rapporti con la portinaia del mio complesso, per cui, un bel giorno, arrivò da lei con una serie di fotocopie di miei editoriali, con ben evidenziate le cose (poche o pochissime) che condivideva e quelle (molte o moltissime) che gli davano fastidio.
       Da disciplinata costode di un complesso residenziale, la portinaia me li consegnò e io, non sapendo di che si trattasse, li lessi e mi resi rapidamente conto che avevo a che fare con una "maestrina dalla penna rossa". Non mi sorpresi più di tanto. Non ero ben visto dalla dirigenza regionale del partito, penso per una semplicissima questione di Q.I., e dunque mi resi subito conto che i "Leporelli" (ovvero i servi sciocchi) della medesima, forse ipotizzavano - con tali "pensate" - di operare qualche captatio benevolentiae a loro favore.
       La cosa andò avanti per tre-quattro settimane, poi - siccome la pazienza è una virtù che non mi interessa - mi recai in portineria e dissi alla custode di non ritirare le "correzioni" del singolare consigliere comunale. La solerte custode mi chiese che cosa dovesse dirgli per giustificare il mancato ritiro di quei "parti di sapienza" e io - sebbene ostilissimo a qualsiasi forma di giustificazione (è una pratica democratica, io la detesto) - la pregai di dirgli che, siccome io non andavo al di lui vivaio a insegnargli il suo mestiere, lui cortesemente non venisse a casa mia ad insegnarmi il mio.
       L'aneddoto è modesto, ma spiega molto su una certa attitudine mentale: "hai fatto attacchinaggio? No. E allora non sei nessuno!". E infatti io ero e sono nessuno, e non pretendo di insegnare alcunché ad alcuno, tanto meno dalle iperboree altezze di un vivaio, che tra l'altro dovrebbe essere pure professione prettamente tellurica...
       La cosa comunque mi servì a capire che la politica italiana non faceva per me e quindi cominciai ad interessarmi di tutt'altro. Da allora, ho avuto molti maestri di scrittura e di politica, ma vivaisti - ahimè - più nessuno...

                            Piero Visani



lunedì 11 dicembre 2017

"Sympathy for the Devil" compie cinque anni

       Quando creai questo blog, l'11 dicembre 2012, speravo che sarebbe stato un piacevole compagno nel mio lungo "viaggio al termine della notte". Pia illusione! Quella notte non è mai finita, è ben lontana dal finire e mi ha fatto capire - anche se in realtà lo sapevo già... - che non è vero che "più buio che a mezzanotte non viene". Viene, viene...
       Non faccio bilanci, non ne ho mai fatti. Che senso ha fare il curatore fallimentare? Posso solo dire che il blog mi ha aiutato a scrivere un'opera cui tengo parecchio - una Storia della guerra in due volumi, all'uscita del primo dei quali non manca più molto - e ad abbozzare due romanzi che ho deciso di fondere insieme, lavorandoci ancora parecchio su, per illustrare al meglio "la tragedia di un uomo ridicolo" all'interno di una democrazia totalitaria.
       A parte questo, il blog mi è servito a conoscere o a ritrovare molti amici. E anche quello è un merito che gli devo riconoscere, amici che gli hanno fatto cumulare quasi 161.000 visualizzazioni, ad oggi, e che ringrazio sentitamente. Non ho fatto miracoli, non mi sono spiegato meglio, non mi sono fatto capire. Il più delle volte, anzi, ho raccontato solo una piccola parte di quelle che reputo verità. Ma, in definitiva, ho fatto bene, perché per me - ma questo l'ho inteso tardi - è utile soprattutto tacere. Non interessano ad alcuno le verità ineffabili, non creano solidarietà, comportano solo dolore, più ancora di quello che già abitualmente si prova nel "migliore dei mondi possibili".

                        Piero Visani



domenica 10 dicembre 2017

Storia della guerra, voll. I e II

       Il primo volume di quest'opera si intitolerà Storia della guerra dall'Antichità al Novecento e si articolerà in 27 capitoli, che copriranno il periodo che va dall'antica Grecia fino agli anni immediatamente precedenti alla Prima Guerra Mondiale. Esso è attualmente in lavorazione presso Oaks Editrice, Milano, e la sua pubblicazione è prevista per la primavera 2018.
       Il secondo volume sarà invece intitolato Storia della guerra nel XX secolo e si articolerà in 16 capitoli, che copriranno il periodo che va dalla Prima Guerra Mondiale ai conflitti attuali, con alcune "incursioni" nelle possibili forme dei conflitti futuri. Questo volume è in fase di scrittura e di predisposizione della bibliografia di supporto. Il capitolo sulla Grande Guerra è già stato scritto e gli altri sono in fase di preparazione.

                  Piero Visani






sabato 9 dicembre 2017

Piccoli trucchi...

       Per poter usufruire dell'altissimo privilegio di entrare a far parte del 1° Reggimento dei Granatieri della Guardia Imperiale napoleonica, Jean-Roch Coignet, valoroso soldato della 96a demi-brigade di fanteria di linea, dovette sottoporsi ad una visita che certificasse che la sua statura era davvero di 1 metro e 80 centimetri, altezza minima richiesta - a parte tutte le attestazioni di valore raccolte in combattimento - per entrare a far parte di quel reparto di assoluta élite.
       Ben consapevole di essere relativamente lontato da quel dato minimo, Coignet si recò al controllo dopo aver adottato uno stratagemma assai diffuso all'epoca: infilarsi nelle calze, sotto i piedi, due mazzi di carte ben bilanciati, sufficienti a donargli i centimetri che gli mancavano. Gli ufficiali medici del 1° Granatieri della Guardia non se ne accorsero, o fecero finta di non accorgersene, e Coignet fu ammesso a quel prestigiosissimo reparto, dove trascorse gran parte della sua carriera, come racconta nei suoi celebri Cahiers.

                                Piero Visani