lunedì 31 dicembre 2012

La notte della narcosi

       Ottima notte di Capodanno, nel segno della continuità e della tradizione, la mia.
       Silenzio assoluto.
       Lavoro.
       Pensieri.
       Nessun bisogno di ricorrere a narcotici (alcol, feste, cenoni, pseudo-amici, conoscenti e minchiate varie) per segnare il passaggio da un anno all'altro. Di cui peraltro non mi potrebbe importare di meno.
       Quiete, rotta soltanto dalla "compagnia del botto".
       Né proponimenti, né bilanci. Solo lavoro, come tutti gli altri giorni. E grande sforzo di guardare dentro me stesso, di capire meglio chi sono, dove sono, cosa devo fare, dove devo andare. Tutte cose che so già, ma con un deliberato tentativo di guardare in faccia l'abisso che ci circonda, senza cercare di distrarmi, per far finta di non vederlo.
       E' un'operazione che compio regolarmente tutti gli anni, da parecchi decenni, e cui sono assai affezionato. Non ho paura della solitudine, o del vuoto. Non ho bisogno di qualcuno che mi aiuti a riempirla. Sono qui, in piedi in mezzo alle rovine di un mondo, di un'epoca, di una condizione, quella umana.
       Non provo paura. E' il mio modo di vivere. Quando vado dal dentista - lo scrivo per rendere l'idea del mio modo di essere - rifiuto programmaticamente l'anestesia, a meno che non mi venga imposta e, in quel caso, contratto su dose e durata.
       Detesto le anestesie e le narcosi. Forse è per questo che non riesco a capirmi bene con la maggior parte dei miei simili (simili...?).
      E' possibile che ad alcuni il mio appaia un Capodanno triste. Vi lascio a quello allegro, con spumante (o champagne), panettone e magari... trenino di mezzanotte...!!
      Tra tutte le forme di teatranza, la pochade è quella che mi piace di meno, è da guitti. E' vero che di guitti è pieno il mondo, ma, almeno per il momento, non c'è ancora obbligo di esserlo, nemmeno nelle ricorrenze comandate... Domani tutto andrà meglio, o forse no...?

                                                           Piero Visani
      

Through the past, darkly

       Ultima rassegna mattutina allo specchio del 2012: fisico asciutto e allenato, abbigliamento adeguato, aspetto gradevole (a me, gradevole...). Nel completare la disamina, i miei occhi si incrociano con quelli dello specchio (come tutti i narcisisti patologici, penso che gli specchi vivano di vita autonoma...). E' un attimo: due sguardi maliziosi si incrociano. Colgo nel suo (dello specchio) un riflesso (è il caso di dirlo...) luciferino, una via di mezzo tra un'occhiata malandrina, complice, d'intesa.
       Era da tempo che non ci guardavamo così, il caro specchio e io. Vedo che gli piaccio nuovamente, che mi apprezza, che capisce che sono ritornato pienamente me stesso.
       Ho avuto un anno difficile, in cui mi sono sentito giudicato come forse mai prima in vita mia e in cui molti, forse troppi, mi hanno chiesto di cambiare. Non ero abituato a un approccio di quel tipo. Non ho mai chiesto a nessuno di cambiare. Se lo apprezzo, lo prendo così com'è, e ci tengo che rimanga tale, perché apprezzo la di lui identità. Se non lo apprezzo, non ho con questo soggetto un interscambio tale da volermi permettere di chiedergli di cambiare. Al massimo, non lo frequento...
      Non so perché, ma il 2012 è stato l'anno in cui molti, troppi, mi hanno chiesto di essere diverso. Facendo evidentemente parecchio schifo nella versione originale, qualcuno mi ha proposto di diventare una copia, una versione "riveduta e corretta", forse per venire incontro alle esigenze del grande pubblico, oppure per soddisfare dei desiderata personali.
       Il fatto grave è che tali richieste mi sono state presentate in forma talora suadente e che io, apprezzando anche molto coloro che le avanzavano, vi ho prestato colpevolmente orecchio, cercando di compiere qualcosa di profondamente errato, di diventare ciò che non sono.
      Per fortuna, mi sono fermato in tempo. Non sono e non volevo diventare un personaggio da "Alto Gradimento". No, io preferisco essere una sputacchiera, l'oggetto delle più varie forme di ludibrio, colui che, se del caso, viene fatto volare per primo verso il più vicino cassonetto.
       Mi va bene così. Perché "dovrei vestire abiti che non sono solito indossare"? In verità, se vogliamo abbozzare una metaforina, di norma vesto piuttosto bene, ma non posso impedire ad alcuno di amare gli sciatti, i trasandati, gli ineleganti, i volgari. Uomini apprezzabilissimi, non privi del pregio (sempre graditissimo, diciamocelo...) di non fare ombra alle loro dame.
       Alla stessa stregua, di norma sono piuttosto intelligente, brillante, speculativo, cerebrale, colto, informato. Ma non posso impedire ad alcuno di amare gli uomini mono-neuronici, quelli di cui va detto che hanno il brillantissimo pregio di presentarsi sempre in versione ridotta, alle loro care compagne, di modo che queste ultime abbiano, magari con un certo sforzo, la possibilità di intelligere... Ognuno, è chiaro, in genere cerca i propri simili; più raro - e difficile - è affacciarsi fuori dal proprio orticello.
       Inoltre - che ci volete fare? - sono pervicacemente eterosessuale in un mondo di omosessuali impauriti, di quelli che, "fuori dal loro sesso, niente". Non ho niente contro gli omosessuali, ma non vorrei sentirmi colpevole a mia volta, anche perché la constatazione non mi induce né a cambiamenti, né a rinunce...
       Così, pervicacemente fedele a me stesso, saluto il 2012 e mi accingo ad affrontare il 2013. Ho fatto quello che dovevo fare, in piena coscienza, e ho difeso la mia identità. Non sono diventato quello che altri avrebbero voluto che fossi, una sorta di "versione al bromuro" di me stesso. Perché avrei dovuto? Se faccio così schifo, buttatemi via (invito peraltro prontamente raccolto, relativamente al quale, a mia volta, non ho obiezioni. Giusto sbarazzarsi di chi non serve, e sottolineo serve...).
       Ho troppo rispetto per il mio prossimo, anche se talvolta può non sembrare così, per chiedere a qualcuno di cambiare. E ho troppo rispetto e apprezzamento per me stesso per pensare di cambiare. Palesemente, mi piaccio. Se non piaccio perché mi piaccio, saludos.
        Sono un soggetto con forti tratti identitari, che possono essere graditi o meno, ma nessuno mi incasellerà mai nella banalità, nella prevedibilità, nella ragionevolezza, nella serenità, nel far le cose perché si è sempre fatto così, nel tempo di lavoro alternato a quello libero, nelle ferie estive e nelle vacanze (intese come assenze...) perenni da ogni forma di pensiero, passione, partecipazione, vita. In cambio di rinunce e perbenismi. Se non vado bene come sono, giusto buttarmi via: meglio un rifiuto organico che un clone inorganico pseudo-umano.
        Io indico percorsi, e so farli anche da solo. Si può rimpiangere o meno di non averli fatti con me. Però io continuo a farli, perché in una casella pre-confezionata e pre-intestata del contesto sociale non entrerò mai. Spiacente. Ognuno farà a meno dell'altro e, stanti le premesse, direi che non ci saranno grandi sofferenze...
       Buon 2013!
                           
                                      Piero Visani

domenica 30 dicembre 2012

Partnership, Atto III

      Benché io sia freddo e distaccato dalle cose che non mi interessano, sono un poco in tensione per il passo che andremo a fare tra qualche giorno, che segnerà la nostra transizione da una dimensione puramente nazionale, per quanto assai internazionalizzata, a una internazionale a tutti gli effetti. Ne sono fiero, ovviamente, perché la nostra piccola nave, ora un po' meno piccola, "arma la prora e salpa verso il mondo". E ne sono lieto, per gli enormi progressi fatti da fine agosto ad oggi. E' il "trionfo della volontà" che ci ha portati fin qui, ad onta di mille problemi. E che ci porterà molto oltre. Dopo tutto, devo anche dimostrare che non sono quell'incapace che si è voluto che fossi. E a me piace raccogliere, e vincere, tutte le sfide.

                                              Piero Visani

Personalità

     Essendo provvisto di numerose personalità, non posso certo rimproverare al mio prossimo di averne a propria volta. Anche qualche mese fa, nel momento di uno scontro violentissimo, che ha segnato la fine di un'amicizia, non ho mancato comunque di tendere una mano, perché trovo incomprensibile, prima ancora che brutto, rassegnarsi senza combattere a diventare nulla, se si è stati qualcosa. Purtroppo il mio tentativo non ha trovato riscontro, ma non me ne pento, non mi sento sminuito se, nel momento della massima difficoltà e degli addii, ho cercato comunque un dialogo, una forma di saluto, di commiato.
       Anche oggi, a distanza di mesi, non mi sento sminuito per questo: sapevo bene che era necessario troncare un rapporto che non aveva più alcun senso di esistere, a nessun livello, per mancanza di definizione e identità, ma avrei preferito farlo diversamente, con un minimo di dialogo. Non è stato possibile, non ho trovato rispondenza. Ma non mi sono mai sentito nemico. Solo estraneo, smarrito, tradito. Per me, un saluto era possibile, e l'ho anche dato. Poi ovviamente ho guardato avanti. Ma per me, come sempre, quello che ho fatto era tutto vero, mentre, per i modi e i tempi che sono stati utilizzati a mio carico, quello che ho vissuto è parso - e pare più che mai, giorno dopo giorno - tutto falso. O forse mi sono interfacciato, per un certo periodo, con un certo aspetto di un'altra personalità multiforme, e poi sono stato trasferito a un aspetto diverso, con conseguenze devastanti.
      La vita è strana, ma talvolta anche interessante. Sotto il profilo psicologico, questa esperienza è stata davvero significativa, e mi ha insegnato molto. In particolare, mi ha insegnato tantissimo, e tuttora m'insegna, sui disastri che scaturiscono dalla mancanza di comunicazione. Proprio aver cercato il dialogo, sempre e comunque, fino all'ultimo, mi mantiene la coscienza serena. Ho fatto di tutto e di più. Questo non mi ha evitato di finire in un cassonetto, ma non posso dire di averlo cercato e tanto meno pensare di essermelo meritato. Ho fatto quello che ho potuto e dovuto, per quanto era in mio potere, e lo rifarei. Tutto il resto non dipendeva, e non è dipeso, da me.

                                                                           Piero Visani

sabato 29 dicembre 2012

Non, je ne regrette rien

      Ho trascorso la prima parte di questa terzultima notte del 2012 immerso nella lettura di un vecchio libro di Pierre Sergent, Je ne regrette rien, che è la storia del 1° Reggimento Paracadutisti della Legione Straniera (1er REP) nella guerra d'Algeria. Questa unità d'élite rimase coinvolta nel tentativo di colpo di Stato del 23 aprile 1961 ad Algeri, quando, chiamata a scegliere tra l'onore e l'obbedienza alla direttive del governo gollista, che prima aveva solennemente giurato che l'Algeria sarebbe rimasta francese, e poi aveva deciso di concederle l'indipendenza, una parte dell'esercito - con in testa appunto il 1er REP - scelse la via dell'onore e si ribellò contro il potere costituito.
      Costretto rapidamente a cedere dalla sproporzione di forze, il 1er REP venne sciolto, i suoi ufficiali processati, la bassa forza trasferita. Al momento di lasciare per l'ultima volta la loro caserma, i paracadutisti ne uscirono perfettamente allineati, a testa alta e cantando in coro, con voce vibrante, un famoso successo di quegli anni di Edith Piaf, Non, je ne regrette rien. Il perfetto parallelismo tra situazione del momento e testo della canzone fece scalpore, destò emozione all'interno di una Francia divisa tra fautori e detrattori dell'Algérie française e, da allora, divenne uno dei canti più celebri della Legione.



       Il testo non lascia spazio a equivoci:

Non! Rien de rien ...
Non ! Je ne regrette rien
Ni le bien qu'on m'a fait
Ni le mal tout ça m'est bien égal !

Non ! Rien de rien ...
Non ! Je ne regrette rien...
C'est payé, balayé, oublié
Je me fous du passé!

Avec mes souvenirs
J'ai allumé le feu
Mes chagrins, mes plaisirs
Je n'ai plus besoin d'eux !

Balayés les amours
Et tous leurs trémolos
Balayés pour toujours
Je repars à zéro ...

Non ! Rien de rien ...
Non ! Je ne regrette nen ...
Ni le bien, qu'on m'a fait
Ni le mal, tout ça m'est bien égal !

      Così, mescolando - come sono solito fare - vicende personali minute e storia "alta", mi è parsa una buona chiusa per questo mio 2012. Anch'io, nel corso dell'anno, sono stato chiamato a scegliere tra interesse e onore. E non ho avuto dubbi, proprio come i parà del 1er REP. Logica avrebbe voluto che io scegliessi l'interesse, ma io non so che cosa sia. Io conosco solo l'onore. E quello ho scelto. Ne ho pagato un prezzo elevato, sotto tutti i punti di vista, ma mi sono comportato secondo coscienza e, ora che è tutto finito, "Non! Rien de rien... Non! Je ne regrette rien". E' impossibile, del resto, non seguire i dettami dell'onore, se se ne ha uno... Talvolta, coloro che non sanno nemmeno che cosa sia, nel colpirti alle spalle lo dimenticano. E così, fatti oggetto di una reazione adeguata, strillano come oche e/o tacciono come mummie. Il fatto è, miei cari, che ogni azione comporta sempre una reazione. E' bene ricordarlo, nei propri comportamenti esistenziali. Sempre.

                                                                                                         Piero Visani

Giano bifronte

      Per mia sfortuna, non passo inosservato. E forse, spesso, non faccio nulla per passarlo...
      Da un po' di tempo, mi è venuto il vezzo di raccogliere gli aggettivi con cui il prossimo mi qualifica, che raramente tendono alla neutralità e all'anodinia. Mi è chiaro infatti che suscito sentimenti e impressioni fortemente contrastanti, per cui, per la stessa persona, posso passare, anche in tempi relativamente brevi, dal migliore degli uomini al più lurido e spregevole dei bastardi.
      Non nego che la cosa un po' mi diverte, perché mi capita fin dai tempi dell'adolescenza, sempre con le medesime alternanze.
       Nel corso del 2012, ad esempio, sono stato "stimabile come uomo, come maschio, come intellettuale"; persona "densa di contenuti"; "professionalmente ineccepibile"; dalla "figura imponente, dalla personalità affascinante, dal temperamento che non passa inosservato". E, per soprammercato, sono stato anche "misterioso", "ricco di esperienze di vita che non tutti hanno avuto", "adorabile", "tesoro", "amico impagabile", capace di "surclassare tutti nel capire una persona". E potrei continuare ancora per parecchio.
       Stavo già per adagiarmi sugli allori, per bearmi di me, quando sono arrivate le docce fredde: "inqueto e irrequieto"; "frettoloso"; "sempre bisognoso di dare un nome a tutto e a tutti"; "capriccioso", "infantile", sempre "bisognoso di essere al centro dell'attenzione e incapace di non starvi"; "grafomane", "noioso", "debordante", "soverchiante", "eccessivo"; "non sereno"; "puerile"; "insolente, anzi proprio un bel [esteticamente, mi chiedo...?] maleducato"; "sarcastico", "aggressivo", "insultante", "tagliente come una lama".
       Sarete sorpresi dal constatare come il prossimo riversi la sua attenzione su di me. Mi spiace deludervi. Sono tutti giudizi che provengono da una persona sola, la quale, come minimo, deve avere molto cambiato il suo giudizio su di me, nel corso del tempo.
       Che dire? Nulla, ovviamente. I giudizi sono legittimi e cambiarli, anche in peggio, non è meno legittimo. Quel che è sorprendente, semmai, è che questo mio passaggio dal "Bene assoluto" al "Male assoluto" sia avvenuto con un andamento non propriamente lineare, ma in mezzo a resipiscenze e repentini cambiamenti di umore, per cui spesso mi ritrovavo a subire due o tre giudizi contrastanti anche nell'arco di una sola mezza giornata... Fino magari ad ascendere al ruolo di persona cui essere vicino "in tutti i sensi" (pas mal, come manifesto programmatico...!), con la quale formare "una bella coppia" (anche questo non del tutto anodino, che dite?).
      Ancor più singolare, infine, il fatto che, in mezzo a questo divampare di giudizi, di voti, di valutazioni scritte con la matita rossa e blu, il sottoscritto si sia limitato sempre ad esprimere lodi, a fare complimenti sinceri, a cercare di sviluppare un dialogo. Certo, quando la misura è stata colma sono sbottato, forse anche troppo, certo anche male, ma un po' di provocazione l'ho subita, o no? E quanto avrei dovuto stare silente, di fronte a questa valanga di critiche, se mi fossi comportato come chi mi aveva criticato, quando ho cominciato a restituire al mittente, talvolta con gli interessi, questa valanga di giudizi negativi...?
      A ben guardare, non mi pare davvero di essere stato l'unico che ha mancato di equilibrio e di misura, anzi... Pur se per celia faccio finta di no, mi sottopongo a continui esami di coscienza, io, e non mi ritengo perfetto né perennemente dalla parte della ragione. Sbaglio, mi correggo, sbaglio nuovamente. E penso - sempre e comunque - che la Ragione possa avere torto... Ma forse questa chiusa è culturalmente troppo sofisticata e temo possa risultare criptica, a qualcuno... Peccato, non era male...

                                                Piero Visani

Il mio san Silvestro

       Non faccio serate di San Silvestro da circa quarant'anni, penso. Da qualche parte ho letto che c'è chi le ritiene "un po' meno allegre di un funerale". E mi unisco a lui.
       Per parte mia, lavoro, poiché penso che, nella serata più stupida dell'anno, occorra essere seri, e distinguersi. Per divertirmi e gozzovigliare, preferisco il 2 novembre, il giorno dei morti. Almeno sono certo che sia la mia festa, e quella dell' "umanità" in generale...
       Se ho voglia di sentire un po' di musica, faccio girare sul CD Canzone di notte n° 2, di Francesco Guccini, di cui estrapolo alcuni passi, che suggerisco come spunto di riflessione ai "forzati della festa" della notte di Capodanno (pensare, dopo tutto, non fa mai male, ammesso e non concesso che ci si riesca...):



E l' eco si è smorzato appena
delle risate fatte con gli amici, dei brindisi felici
in cui ciascuno chiude la sua pena,
in cui ciascuno non è come adesso da solo con sé stesso
a dir "Dove ho mancato, dov'è stato?",
a dir "Dove ho sbagliato?"

Eppure fa piacere a sera
andarsene per strade ed osterie, vino e malinconie,
e due canzoni fatte alla leggera
in cui gridando celi il desiderio che sian presi sul serio
il fatto che sei triste o che t'annoi
e tutti i dubbi tuoi...

Ma i moralisti han chiuso i bar
e le morali han chiuso i vostri cuori e spento i vostri ardori:
è bello ritornar "normalità",
è facile tornare con le tante stanche pecore bianche!
Scusate, non mi lego a questa schiera:
morrò pecora nera! 
    

 Ben deciso a fare mio il precetto finale gucciniano, auguro a tutti buon Capodanno...
                                                                               Piero Visani

      Sì, sono un uomo ferito. Non è difficile capirlo. E allora? Ho pagato un prezzo. Il prezzo della mia sincerità, della mia coerenza, del mio essere vero, mai falso. Pensate che possa esserne pentito? Ho un onore e un'etica, io. Ne conoscete tanti, come me? Continuerò a fare quello che ho fatto, come sempre, più di sempre, usque ad mortem. Le mezze verità, le mezze virtù, le mezze seduzioni, le mezze passioni, quella "morte vivente" che tanti chiamano vita (?), io non so nemmeno che cosa sia. Io non inganno e non mi inganno.
       Fa male? E' difficile da sopportare? Sì. E allora? Credete che non ne sia all'altezza? Per chi mi avete preso? Per uno di quegli omuncoli che popolano altrui vite? Errore, gravissimo errore. E, se non resterà coscienza di me, poco male. Mi ricorderò da solo.

                                            Piero Visani
                                       

Io odio

 
      In questo periodo di feste, di buonismo forzato, di buoni sentimenti e di geremiadi a getto continuo sul tema, mi permetto di suggerire di mettere - come colonna sonora quotidiana - questo bel pezzo dei Blu Vertigo - intitolato Iodio.
 
 
Bisogna sempre per forza parlare d'amore?
Bisogna sempre comunque far nascere il sole?
E' necessario far credere di fare del bene?
E' necessario alle feste donare le rose?
Ripeto:
Bisogna sempre per forza parlare d'amore?
Bisogna sempre comunque far nascere il sole?
E' necessario far credere di fare del bene?
E' necessario alle feste donare le rose?
Beh, io sinceramente provo anche:
ODIO - la mia vicina che reclama
ODIO - per il frastuono che procuro
ODIO - e questa è una canzone sull'
ODIO - un sentimento umano e duraturo
ODIO - quando sono esasperato
ODIO - e non mi sento esagerato
ODIO - sinceramente sono fiero
ODIO - forse ora un po' troppo sincero
ODIO - è sempre scomodo parlarne
ODIO - poi sembra di essere gli stronzi
ODIO - è veramente un paradosso
ODIO - forse è meglio lasciar stare
ODIO - Masini e le sue ansie
ODIO - e provo tutti i sentimenti
ODIO - oltre all'amare e il tollerare
ODIO - quando mi portano ad odiare
Bisogna sempre tentare di farsi accettare?
Bisogna sempre scrivere solo testi d'amore?
E' necessario ogni volta mentire al nostro cuore?
non sarebbe meglio liberarsi e confessare?
Bisogna sempre tentare di farsi accettare?
Bisogna sempre scrivere solo testi d'amore?
E' necessario ogni volta mentire al nostro cuore?
non sarebbe meglio liberarsi e confessare?
Beh, io sinceramente provo anche:
ODIO , io
ODIO , io
ODIO , io
ODIO
io ODIO


Buone Feste a tutti! E Viva la Verità!!!
 
                                                               Piero Visani


Io resto prussiano

      La letteratura che le donne diffondono sul tema del modo in cui possono essere conquistate dagli uomini fa riferimento a un aspetto centrale: "fateci sentire uniche". Senza essere un attento lettore della medesima, ho sempre ispirato i miei comportamenti amorosi, fin dall'adolescenza, a tale principio. Per scelta naturale, non per tattica. Quella che sentivo, in un dato momento, come la mia "lei", era davvero, per me, in quella fase, una donna unica, totalmente al centro dei miei pensieri e delle mie attenzioni.
      Seguendo tale criterio, in vita mia ho accumulato un numero assolutamente notevole di "nasate", perché tutte coloro che facevo sentire uniche mi davano prova, a volte anche rapidamente, di non condividere per niente le mie attenzioni. E non è che fossi brutto, povero, stupido, incolto. Tuttavia, non andavo mai bene.
       Anche di recente, benché molto più esperto, più seduttivo, più sicuro di me, il mio sforzo di fare sentire unica una persona che per me tale era si è concluso con un calcio in faccia di durezza tale da sfigurarmi, al punto che, se non fosse stato metaforico, avrei dovuto preoccuparmi (sapete, sono molto narciso...), tanto era forte e ben mirato.
       Un mio fraterno amico, che certo leggerà queste righe e riderà tra sé e sé (o anche sgangheratamente [caro Massimo, sei autorizzato a farlo!!]), mi dice sempre, dall'alto di un palmarés di conquiste che equivale - se paragonato al mio - a un confronto fra USA e San Marino: "caro Piero, il fatto è che sbagli proprio tutto. Devi trattarle male, e vedrai...".
       Non ci ho mai provato, e non ci proverò. Non mi riesce, non mi viene naturale. Ci sono pochissime donne che realmente mi interessano e quelle poche sono naturalmente al centro delle mie attenzioni. Se fossero sincere, basterebbe che mi facessero capire che non sono il loro tipo e io, che non sono certo uno stalker, immediatamente desisterei. Invece, si prendono in genere gioco di me, con una crudeltà degna di miglior causa. Credo godano assai a fare a pezzi un maschio fesso come il sottoscritto.
      Dovrei sentirmi sconfitto, ma non mi sento tale. Dovrei desistere, rifugiandomi in un atteggiamento sprezzante e malmostoso. Ma non farò niente di tutto questo. Continuerò a dare e a darmi, facendomi trasportare dalla passione e dai sentimenti. Non farò calcoli e calcoletti. Non guarderò a interessi immediati, o di medio e lungo periodo. Non costruirò what if scenarios (quelli sì tanto cari al gentil sesso..., che poi tanto gentile non è, a pensarci bene...). Continuerò a lasciarmi trasportare dall'istinto e dall'irrazionalità, come ho sempre fatto. So bene che sono l'istinto e l'irrazionalità a segnare il mio destino con le donne, che sono in genere esseri molto razionali, straordinariamente calcolatori, freddi, autoreferenziali, tellurici. E tuttavia, anche se hanno cercato di cambiarmi a bastonate e calci in faccia, io resto e resterò me stesso. Sono un "diverso" di quelli veri, non di quelli da political correctness. Anche se cercate ogni giorno di cambiarmi, care signore, io resto me stesso. Per dirla con Ernst von Salomon, "io resto prussiano" [è una metafora. Mi tocca precisarlo perché - ahimé - ho conosciuto tante donne, anche di recente, né particolarmente colte né troppo intelligenti. Dunque meglio spiegare, e spiegarsi. Già non mi capiscono mai...].

                                                                      Piero Visani

venerdì 28 dicembre 2012

L'importante è finire

       Anche se può essere molto doloroso, non c'è niente di più corretto, quando un rapporto umano si è bloccato e non va più avanti, che prendere atto del fatto che, in natura, nulla rimane fermo e uguale a se stesso, per cui, se non si va avanti, si va necessariamente indietro.
       Credo che mi sia stata offerta, a suo tempo, una via di fuga reputata dignitosa dalla controparte, in cui sarei morto a una persona e a una relazione, comunque la si volesse definire, conservando un vuoto simulacro della medesima, tanto per salvare la faccia (e magari per salvaguardare anche qualche interesse materiale...).
       Non l'ho potuta né voluta accettare. Sarei stato ostaggio di decisioni altrui. Sarei stato ciò che altri volevano che fossi. Soluzione del tutto impossibile, per me.
       Mi si voleva in un ruolo residuale e strumentale, in cui avrei potuto giovare, ma non gioire. Un ruolo da ometto, da "brava persona", da sconfitto che si rassegna ad accettare il proprio destino.
      Ma, per quanto mi riguarda, le uniche sconfitte che conosco sono quelle che ri-conosco. E io, nel caso di specie, non riconosco proprio niente. Non ho la personalità per fare il soggetto residuale. Mi si voleva condannato ad un'esistenza catalettica. Ho scelto la morte, di tutto e di tutti. Mai mi sarei potuto acconciare a un ruolo da babbeo. Non fa per me. Sono morto, e va bene così. Nessuno mi ricorderà, e va bene così. Meglio NON essere ricordato, o ricordato con ludibrio, che essere ricordato come una brava persona, un omuncolo di quelli che, dove li metti, stanno. Belle statuine di cui ricordarsi se servono. Persone "serene", "ragionevoli", incapaci di odiare, di nutrire passioni, di vendicarsi e magari persino di godere delle sodomie di cui fatte oggetto...!
      Nessuno mi prenderà per i fondelli facendomi credere che sono vivo. No, per quella persona sono morto, e va bene così. Mi si potrà odiare, ma compatire giammai. L'importante è finire, e io sono finito in bellezza. Ho avuto - e fatto avere... - il mio Goetterdaemmerung. Nessuno è riuscito a fare di me un soprammobile, da spolverare ogni tanto, quando fa comodo. Conservo un forte senso del tragico, io. So cosa si deve fare per andare a cercare - e trovare - "la bella morte", che - e mi permetto di ricordarlo ai pugnalatori di ogni tipo - per me è vita.

                                                                                                      Piero Visani

Partnership Atto II

       Con una potente iniezione di energie esterne, di professionalità e competenze che fino ad oggi il nostro Gruppo non possedeva, in data odierna è sorta una nuova versione della nostra partnership, che nei primi giorni della prossima settimana procederà altresì a formalizzare un nuovo apporto in ambito internazionale. Il mio personalissimo augurio è che si possa trattare di un'esperienza decisamente meno infelice della precedente. Le premesse ci sono tutte e il salto di qualità che abbiamo compiuto è notevolissimo, ma sono rimasto talmente scottato dalla precedente esperienza che preferisco non fare previsioni. Mi limito a garantire il mio totale impegno personale e certamente quello dei partner, quelli che sono rimasti e quelli che ora si sono aggiunti. Mi auguro vivamente che la comunità che non sono riuscito a creare nel corso del 2012, e che proprio per questo si è squagliata miseramente come neve al sole, ora possa finalmente nascere. Ne sento un'esigenza quasi fisica. Troppa è la delusione che ho provato per il fallimento precedente. Il disastro umano, molto più che materiale, è stato di quelli che non si dimenticano, che lasciano un segno profondo.

                                                                                                Piero Visani

High School

      Tra il 7 e il 9 febbraio 2011 mi sono iscritto a una scuola milanese molto prestigiosa, diretta da una donna quarantenne o poco più, fisico da indossatrice, molto gradevole all'aspetto, con un che di androgino, ma non disturbante, ottime maniere, ottimo eloquio.
      Mi è stato indicato a chiare lettere quale avrebbe potuto essere il mio contributo al prestigioso istituto e, per quanto possibile, mi sono dato da fare. Potevo vantare un curriculum di prestigio e questo è stato parecchio apprezzato. Pareva potessi diventare uno degli allievi prediletti, se non IL prediletto.
      Abbastanza in fretta è emerso che il mio contributo non avrebbe potuto essere così decisivo come sarebbe risultato in un primo tempo, ma la cosa non è parsa disturbare più di tanto la direttrice del prestigioso istituto, di cui palesemente rimanevo, all'epoca, l'allievo prediletto.
      Facendomi forte di questa posizione, e tenendo conto del fatto che la direttrice della scuola certamente mi piaceva, come donna, ho cominciato a corteggiarla assiduamente, molto assiduamente. Con una mia certa sorpresa, non mi ha detto né sì né no, ma un "ni" accompagnato da un vago accenno alla possibilità di rivedere, un giorno, la sua posizione.
       Avrei sperato di più, ma non ho desistito. La direttrice dell'istituto mi piaceva, soprattutto in quanto singolare e stranissima. Una classica "cavalla pazza", di quelle che - da sempre - piacciono a me.
       Con alti e bassi, ho continuato a corteggiarla per mesi, venendo in genere cercato quando, per vari motivi, mi assentavo un po' io, e venendo in genere tenuto a distanza di sicurezza quando tentavo di avvicinarmi.
       Nell'autunno-inverno 2011-2012, la direttrice dell'istituto e io abbiamo avuto il nostro periodo migliore. Per qualche mese - direi dalla seconda metà di novembre alla prima di febbraio - mi è parso che le nostre anime e i nostri cuori fossero più vicini, sia pure in quella formidabile alternanza di alti e bassi tipica della direttrice, la quale credo comunque amasse molto il fatto di essere costantemente al centro della mia devozione e delle mie attenzioni.
       A fine gennaio 2012, la scuola si è trasferita a Genova e, con essa, la direttrice. Nel frattempo, insieme a una terza persona, la direttrice e io avevamo abbozzato insieme un nuovo progetto di lavoro, invero alquanto interessante.
       A parte un breve e felice momento iniziale, il trasferimento a Genova della scuola non ha giovato alle mie personali fortune. Posso solo abbozzare ipotesi sul tema, ma ritengo che, mentre a Milano la direttrice viveva in un ambiente che in fondo le era estraneo, e nel quale era più incline all'interazione con me, a Genova era ritornata nella sua realtà di sempre, alle sue amicizie consolidate, e il suo interesse per me è cominciato a scemare.
       Qualche incomprensione di lavoro, qualche difficoltà caratteriale, e naturalmente il mio tentativo di capire se con la direttrice potevo andare da qualche parte, oppure no, hanno rapidamente compromesso la situazione. I rapporti si sono fatti più difficili, le comunicazioni più brevi, le mie attenzioni nei riguardi della direttrice, sempre molto forti, hanno cominciato palesemente a darle fastidio, e sono iniziate a trapelare le prime richieste di essere lasciata in pace. Il tutto, però, immerso in un'alternanza di comportamenti per cui, per la direttrice dell'istituto, un giorno io ero il migliore degli allievi possibili, che "surclassava" tutti gli altri; il giorno dopo ero il peggiore, un insopportabile reprobo.
       E' in questo periodo che, nel prestigioso istituto genovese, hanno cominciato a fioccare, nella mia direzione, giudizi e voti, questi ultimi alternati tra qualche sporadico "dieci e lode" e molte insufficienze.
       Da bravo allievo, sempre attento a quello che mi accadeva intorno, ho compreso che la mia permanenza nel prestigioso istituto stava avviandosi alla fine, anche se talvolta, ricevendo mail molto particolari dalla direttrice del medesimo, mi chiedevo se davvero fosse una triste sorte, quella cui ero destinato, oppure avessi avuto ancora qualche chance.
      Quando è arrivata la richiesta formale di mie dimissioni, essa è stata accompagnata dalla "generosa" offerta per cui avrei potuto rimanere allievo dell'istituto, lavorando per la gloria di quest'ultimo e senza ovviamente pretendere di poter godere dei favori della direttrice.
      Ci ho pensato un po' su, e poi ho declinato la "generosa" offerta. La mia parabola era ormai compiuta e non mi andava di rimanere allievo di un istituto la cui direttrice mi ricopriva o di silenzi o di voti assai brutti.
        Quando ho annunciato la mia decisione di andarmene, la direttrice non l'ha presa per niente bene, come se le avessi fatto un gravissimo torto personale. In realtà, mi sono limitato ad esprimere qualche giudizio un po' pepato sul suo modo di dirigere l'istituto e di giudicare gli allievi, ma niente di che. Quella mia piccola reazione, tuttavia, non è stata per nulla gradita e ora la direttrice dell'istituto non mi parla più. Sono quelle cose che capitano in quelle scuole che paiono di prestigio, ma che poi tali non si dimostrano. E dire che non avevo poi fatto nulla di male, salvo rinfacciare alla direttrice che la sua scuola era basata su una colossale presa in giro, e che con me questa era riuscita. Avrebbe dovuto essere contenta, non infuriarsi. Come sono strane, certe persone. Non sanno stare allo scherzo, a meno che non l'abbiano organizzato loro... Se l'organizzano altri, si offendono. Un po' più sportività, suvvia! Si gioca sempre in due...

                                                                       Piero Visani

giovedì 27 dicembre 2012

La vita è sogno

       Mi capita spesso di riguardare le mail degli ultimi due anni. Lo faccio deliberatamente. Cerco di capire se quello che mi è capitato è stato frutto di un mio "stato di allucinazione", se mi sono sognato tutto, o se è stato vero. La mail - quelle ricevute e quelle inviate - mi dicono che è stato vero. Stento a credervi, ma sono lì, inoppugnabili. Dicono cose che mi lasciano perplesso, talvolta mi lasciano attonito. Ma sono vere, non me le sono scritte io.
       Poiché non voglio pensare a una colossale presa in giro, per rispetto alle persone coinvolte, mi chiedo cosa dover pensare, cosa dover supporre. Mi sarò inventato tutto? Mi sarò inviato certe mail da solo? Oppure sarò finito in una straordinaria "bolla di volubilità", per cui ho compiuto un percorso completo, da soggetto "speciale", da additare ad esempio, a reietto dell'umanità, da additare a ludibrio?
      Nonostante le mie molte primavere, ogni volta resto sorpreso da un'avventura umana davvero "di confine", le cui cause intrinseche, il suo principiare, il suo dipanarsi, il suo concludersi in un certo modo mi restano totalmente criptiche.
      E' stata un'esperienza difficile, dura, lacerante, ma non ne rimpiango un solo attimo, perché l'ho vissuta come se fosse vera. Quello che mi chiedo, talvolta, è: "ma è stata vera, o la vita è sogno...?".
      Terrò la risposta per me, ma non rinnego nulla. L'ho pagata a caro prezzo, ma mi ha divertito, incuriosito, eccitato. Ci sono stati momenti in cui mi è parsa una vicenda assai interessante, piena di trasgressioni possibili. Poi tutto è sfumato nella banalità più borghese e io per primo - credo - sono venuto a noia e prontamente cestinato. Ma è stata una simpatica "giostra delle occasioni perdute", uno di quei momenti che comunque non si ricorderanno mai con troppo astio. Uno di quei tanti momenti, all'interno delle nostre vite, in cui due persone avrebbero potuto vivere... e invece sono morte...!! Quanta vita buttiamo via, per paure, pregiudizi e prevenzioni..  Schade!

                                                                                        Piero Visani

On Combat

       Sto leggendo un libro di grande interesse, un autentica gioia per il mio Warrior Ethos. Si intitola On Combat. Psicologia e fisiologia del combattimento in guerra e in pace (Edizioni Libreria Militare, Milano, 2009), e tratta - come dice il titolo stesso - quella prova suprema che è il combattimento, tanto in termini psicologici quanto fisiologici.
        A pagina 61 trovo una frase splendida: "Non c'è vergogna nel fallimento, la sola vergogna per un guerriero è non provarci".
        Ho sempre ispirato i miei comportamenti esistenziali, in qualsiasi campo, a questo preciso dettame. Ci ho sempre provato, ho sempre cercato di "andare dentro", in tutte le situazioni possibili e immaginabili, spingendo sempre forte, fino in fondo, come è conforme alla mia natura, onde evitare di rimanere "tra color che son sospesi", onde evitare di essere considerato una "gestibile persona perbene", onde essere - sempre e costantemente - me stesso. Piacessi o meno, al colto e all'inclita. Potevo anche clamorosamente fallire, ma nessuno si sarebbe ricordato di me come un eunuco, umano o intellettuale che fosse.
       Non ho accumulato un gran numero di successi, lo so bene. I maverick, gli animali non marchiati, non entrano nei branchi, sono guardati con diffidenza da chi vi è entrato (bon gré mal gré), sono lupi solitari. Non hanno comportamenti "ragionevoli" e dunque non piacciono a chi cerca la "serenità". Sono "belve bionde", imprevedibili, imperscrutabili, ingestibili, non salottiere. Non diventeranno mai presidenti di consigli di amministrazione. Evviva!!!
      Però ci provano, sempre e comunque, spesso against all odds.
      Sì, lo so, il coraggio e la temerarietà non sono apprezzati. Servono virtù "civili", ponderate, "ragionevoli". Ma riflettete un attimo su questa Europa di "cadaveri in buona salute" e vedete un po' se continuare a fuggire dalla Storia e dal Destino ci salverà (ci ha già salvato...) dalla Decadenza e presto dalla scomparsa? Che dite, siete ottimisti...?
     Quanto a me, io a reagire ci sto già provando e ad andare dentro ci ho sempre provato. Mi hanno coperto e mi stanno coprendo di disprezzo e talvolta anche di guano. E allora? Dovrei cambiare perché non sono socialmente spendibile? Non lo farò e continuerò ad insegnare a mio figlio - che, per mio totale e assoluto orgoglio, l'ha già recepito perfettamente - "che la battaglia è l'unico ventre che può partorire un uomo". Potremo anche morire, ma in piedi. E, se la cosa non piacerà agli amanti del "politicamente corretto", ne saremo lietissimi. Tutto, meno che assomigliare loro. I guerrieri possono morire, ma non capiterà mai loro di pensare di essere vivi, se sono morti... Questa iattura ce la eviteremo, noi.

                                                                            Piero Visani

On s'engage, puis on voit

      In questi giorni semifestivi, sono atteso alla firma di due partnership, diverse ma egualmente importanti. Entrambe intese a rimediare ai vuoti che si sono aperti all'interno del nostro Gruppo dopo la crisi di giugno-luglio.
       Ho meditato a lungo, prima di addivenire a questi due atti. Ero infatti fermissimamente deciso a non ripetere l'esperienza precedente, a non passare, nel giro di pochi mesi, da una posizione di amicizia assoluta a una di inimicizia assoluta. Non avevo e non ho alcuna voglia di ripetere quel percorso, fatto di piccoli fuochi che si trasformano in incendi e divorano tutto e tutti.
       Non avevo (e non ho) alcun desiderio di ricadere nelle medesime recriminazioni; nei fitti dialoghi che si trasformano in silenzi tombali; nelle incomprensioni che impediscono persino di dare corpo agli accordi di risoluzione di intese precedenti.
       Sono passato talmente in fretta, per usare un'espressione banale ma chiara, "dalle stelle alle stalle", da non voler ripetere in alcun modo quell'esperienza.
       Tuttavia, le circostanze hanno voluto diversamente: sono state fatte nuove conoscenze, che appaiono talmente promettenti da non poter essere trascurate; vecchie amicizie si sono rinsaldate e ora sembrano in grado di trovare sbocco anche in una partnership, per di più a spettro geograficamente molto ampio.
       Non avrei potuto tirarmi indietro e, per mentalità e cultura, non mi tiro mai indietro: "vado sempre dentro", come dicono i vecchi soldati. Nutro però qualche timore, non sulle persone scelte, che reputo "giuste", ma sulla possibilità che ci si riesca a capire, sempre e comunque.
       La precedente partnership è fallita perché a un certo punto è cessato il dialogo, sono venuti meno i rapporti di amicizia personale, è diventato tutto freddo e algido, come nelle peggiori società tra estranei. Chi mi garantisce che non sarà così anche questa volta? Le persone? Ma anche chi c'era prima a me pareva una persona assolutamente adatta, nonché professionalmente valida.
       Quello che mi angustia, in pratica, è che, non avendo io  capito le vere ragioni che hanno portato al fallimento della precedente partnership, non posso essere totalmente tranquillo sulle nuove. Le intenzioni di tutti appaiono le migliori, su questo non ho il benché minimo dubbio, ma come supereremo la prova dei fatti? Resteremo amici come siamo ora? Continueranno a prevalere l'amicizia e lo spirito comunitario che ora ci sono propri, o li vedremo volare via, com'è successo nell'esperienza precedente? Quali porte si apriranno e quali si chiuderanno? E con quale tempistica? Sono preoccupato. Non vorrei vivere episodi già vissuti. Ho già sofferto troppo e so che la buona volontà spesso non basta a sanare le situazioni di crisi, ma servono il dialogo, la capacità di mediazione, il continuo confronto. La precedente partnership è morta per silenzio e nel silenzio, tra persone che avevano cessato di parlarsi e di essere amiche. Cosa succederà con le nuove? Come sempre, farò di tutto per trovare punti di convergenza, ma non è già bastato una volta...
          In ogni caso, mi conforta il fatto che costruire su macerie è la mia specialità.

                                                             Piero Visani

                                                                                                                       

mercoledì 26 dicembre 2012

The importance of being earnest

       Sono stato sempre molto franco nei miei rapporti interpersonali: appassionato quando avevo motivo di esserlo; interessato quando trovavo motivi di interesse; seduttivo quando mi pareva giusto provare ad esserlo.
       Ho sempre giocato a carte scoperte, dicendo quello che pensavo e sentivo, cercando di trasmettere le varie forme di passione che mi animavano. Ripensando a posteriori a questo mio modo di essere, che mi porto dietro dall'adolescenza, non posso esserne soddisfatto, perché non mi ha mai giovato, e tanto meno mi ha giovato nei rapporti con le donne, con le quali ho sempre avuto enormi problemi di interrelazione.
      Quando c'era - e non è stato mai troppo frequente... - ho apprezzato la sincerità femminile, ma non credo che le mie partner abbiano apprezzato la mia. Molto spesso l'hanno usata, e hanno usato me fino a che facevo loro comodo, salvo poi sbarazzarsi di me con fastidio e rapidità.
      Sono stato buttato via molto spesso, il più delle volte anche con scarsa urbanità, ma con il tempo ci ho fatto l'abitudine e ho cominciato a considerarlo un esito quasi scontato. Mi sono accorto infatti che vengo in uggia facilmente; che il mio modo di affrontare la vita dà fastidio: che la mia ricerca di sperimentazione, di esplorazione, di lontananza dai percorsi noti non è gradita, in genere in quanto non incasellabile.
     La mia pervasività, il mio concentrarmi su una persona, a livello di attenzioni e di assiduità, spesso danno fastidio. Comincio a venire in uggia. Sono un uomo da una serata o da poche settimane, poi le preferenze femminili - almeno delle femmine che ho conosciuto io - veleggiano incontenibili verso l'uomo mono-neuronico, quello che maggiormente si avvicina allo stereotipo femminino del maschio. Un soggetto meno coinvolgente, meno totalizzante.
      Ho sofferto per questo iniquo destino? Sì, naturalmente. Sarei uno spregevole mentitore se dicessi di no. E, in certe rotture, ci ho messo anche del mio, perché naturalmente, appena mi sentivo preferire un uomo mono-neuronico, troncavo ogni tipo di rapporto. Come ho scritto più volte in questo blog, non sopporto l'omologazione. Quando mi sento omologato ad altri, tronco tutto.
      Malgrado le grandi delusioni sofferte, non ho perso la mia speranza: ho voglia di vivere, ho voglia di comunicare, ho voglia di raccontare un po' di me stesso e farmi raccontare molto da qualche donna che mi possa interessare, senza condizionamenti di sorta, per un incontro di anime, innanzi tutto.
      Sono reduce da esperienze dolorose, da ferite gravi, ma la mia voglia di conoscere, il mio entusiasmo, la mia curiosità, la mia vivacità non sono venuti meno. Non sarò mai uno stereotipo, un uomo da incasellare qua o là. Non rimpiango nulla di quello che ho fatto e neanche di quello che ho subito. Ho accettato la mia sorte, anche di recente, perché è chiaro che, se uno viene buttato via malamente anche dopo aver dato il meglio di sé, dopo aver dato prova di tutta la sua disponibilità mentale e psicologica, come minimo non è stato apprezzato. Dunque meglio troncare. Ma non ho perso la speranza di incontrare persone interessanti. Io so aspettare, e so anche cercare...

                                                                                                 Piero Visani

Dimentica, dimentica

      C'è una vecchia canzone di Umberto Tozzi - intitolata Dimentica, dimentica e palesemente riferita alle sue esperienze giovanili torinesi - in cui fa un'affermazione che ritengo assolutamente condivisibile:

Dimentica dimentica
t'accorgi un giorno che
quelli che ti capiscono
sono tutti dietro a te


https://www.youtube.com/watch?v=K3A8bD9bg2M


       Dirò di più: talvolta ci si accorge che anche tutti quelli che NON ci capiscono sono dietro a noi: pensate agli amori finiti, alle amicizie cessate, più o meno malamente, dopo aver rappresentato qualcosa di molto importante per ciascuno di noi. E' un bene, è un male? Non saprei dire. Talvolta, tutto ciò che è stato ci manca; talaltra pensiamo - forse non a torto - che le situazioni chiuse fanno meno male di quelle che continuano a rimanere aperte, lacerandoci l'anima e la mente, giorno dopo giorno.
      Resta l'interrogativo di come, nelle vicende umane, si possano toccare certi vertici e certi abissi. A mio parere, una risposta c'è, ed è chiarissima: non ci si parla mai abbastanza. Se ci si parlasse, niente di tutto questo succederebbe. Ognuno avrebbe la possibilità di farsi le proprie ragioni, di cercare di farle capire, di sentire quelle degli altri, di capire il loro punto di vista. Il silenzio, per contro, si apparenta alla morte e - proprio come la morte - segna la fine di tutto. Ovviamente, si può cercare di tornare indietro, ma nessuno può mai tornare indietro da solo. E, se anche lo fa e trova un muro di gomma, a quel punto davvero non si può fare altro che prenderne atto.

                                                                      Piero Visani


Boxing Day

      Sarebbe stata mia intenzione passare la giornata odierna immerso in riflessioni creative, di lavoro e magari anche esistenziali. Ma non è stato proprio possibile. Troppe le cose da fare. Nella mia vita, ormai, il negotium ha preso il posto dell'otium, con una pervasività che mi costringe a lavorare quasi sempre.
       Da settembre in avanti, del resto, tutte le cose che faccio hanno subito un'accelerazione spaventosa, un po' per cause esterne e molto per il mio desiderio di far compiere alle mie attività un decisivo salto di qualità. Sentirmi oggetto di riprovazione, di astio, di ostilità, infatti, ha avuto su di me l'effetto di un'esplosione nucleare, per cui, a partire dal 1° settembre, di fatto non mi sono più fermato e chissà quando mi fermerò. E' come se fossi pervaso da una sorta di furore interiore, che non si ferma e non si placa.
       Gli effetti, inutile dirlo, sono stati cospicui, molto al di là delle mie più rosee aspettative. Nuovi contatti, nuovi lavori, nuove opportunità, nuove relazioni. Una rivoluzione copernicana, quale io per primo, se non la vedessi in atto davanti a me, stenterei a credere.
       Essermi sentito buttato via come persona e in fondo anche come socio (resto dell'idea che l'intendimento di fondo fosse congiunto) ha determinato in me una reazione molto forte, anche perché mi sono sentito davvero disprezzato a tutto campo. Naturalmente, ho preso atto, poiché non tutti possono stimarci e/o volerci bene, anche se ci ho messo un minimo di tempo, poiché l'attacco è venuto da chi, solo fino a poco tempo prima, si era espresso in senso esattamente inverso, nei miei riguardi.
        Da allora, sto cercando di dimostrare, soprattutto a me stesso, che non sono una persona così personalmente e professionalmente deplorevole, per cui lavoro a testa bassa. Non cerco rivincite, ovviamente. Cerco semplicemente di soddisfare il mio amor proprio. E' legittimo che si pensi che io faccio schifo, a 360° gradi. E' legittimo che io cerchi di dimostrare che non è così. Tutto qui.

                                                                           Piero Visani

Respect

      Tutti i miei rapporti, personali e professionali, sono scivolati su un piano inclinato ogni volta che ho ricevuto un invito a cambiare: "Dovresti fare così, cosà"; "dovresti essere più aperto, più gentile, meno cerebrale, più disponibile, meno inquieto, irrequieto, assillante, perturbante, grafomane, egocentrico, egoista".
      Ogni volta che ho ricevuto comunicazioni di questo genere, ho capito che i miei rapporti con quella persona non stavano andando bene. Non perché non pensassi di non essere suscettibile di modifiche, miglioramenti, cambiamenti. Ma per una questione di rispetto. Quasi ogni secondo della mia vita vorrei chiedere a qualcuno, non importa se mi è caro o no, di cambiare, di essere diverso, di comportarsi diversamente, ma il mio rispetto per quella persona mi impedisce di farlo, poiché occorre essere straordinariamente amici per poter azzardare così del genere; occorre che la fiducia e l'intesa reciproca siano totali. Altrimenti è mille volte meglio tacere.
      Personalmente, non mi sono mai permesso di dire a una persona, tanto meno a una che mi interessava o mi poteva interessare, come avrebbe dovuto essere. Il perché è semplice: non volevo cambiarla, mi interessava lei. Se avessi voluto cambiarla, sarebbe stato chiaro fin dall'inizio che mi interessava di meno per come era rispetto a come avrebbe potuto essere. Invece a me interessava proprio per come era. E tale interesse mi induceva ad adeguarmi a lei, non a chiederle di cambiare.
      Per contro, per mia sfortuna, ho conosciuto soprattutto istitutrici: persone che mi dicevano come avrei dovuto essere, che cosa avrei dovuto fare, in quale casella avrei dovuto collocarmi. Ho troppo rispetto per le persone che mi interessano per aver mai tentato di fare loro un discorso così abominevole. E - suprema ironia della sorte - ho persino conosciuto "cavalle pazze" con vocazioni da istitutrici. Davvero il massimo, anche della coerenza. Supremo mix tra pazzia immodificabile e volontà di conformare ai propri voleri gli altri... Singolare, come minimo.
      Per mia fortuna, ho forte senso dell'ironia e del paradosso... E so stare da solo.

                                                                                                               Piero Visani

martedì 25 dicembre 2012

Noia

       Se ci penso bene, il 2012 è stato un anno di perdurante, purissima, raffinatissima ed estenuante noia. Qualche rapporto bello, anche molto bello, sviluppatosi a livello personale, poi infrantosi nella più totale delle noie. Noia borghese. noia convenzionale, noia sociale, noia totale.
       Il fantastico accadimento di un incontro, di più incontri; la gioia di poter essere protagonisti di incroci esistenziali, di entusiasmi, di interfaccia di nuove sensibilità, nuove personalità, nuove esperienze, tutto rapidamente affondato nella difesa ad oltranza delle convenzioni, delle vecchie abitudini, della paura di esplorare, di andare oltre.
       Credo che la mia scelta di vivere in perfetta solitudine sia frutto della delusione che mi assale quando penso a quanta vita si butta via. E' così raro incontrarsi, tra esseri umani; è ancora più raro capirsi, o intendersi. Ma è condizione di un minuto, o di poche settimane, o di pochi mesi. Poi subentrano le convenzioni sociali, psicologiche, esistenziali, sessuali.
       Poi subentra la noia, il voler restringere tutto a una dimensione convenzionale, nota, sperimentata. Il poter essere in un modo che diventa il dover essere, in quel modo, con limiti a tutto, a tutti. Divieti, dinieghi. Questo non si può fare, quell'altro nemmeno. Possiamo essere amici, non amanti. Non possiamo esplorare. Ci manca soltanto di fasciare le gambe delle sedie e dei tavoli, come in età vittoriana, per pudicizia. E' la morte per scelta, ergo il suicidio.
       Se questa è vita, allora preferisco chiudermi in casa, nel mio studio, e leggere libri di autori che sanno immaginare, vedere film di registi che sanno creare. Se la vita è morte, che me ne faccio? Meglio un surrogato, o un'interpretazione. almeno mi consentirà di coltivare illusioni e di sperare di incontrare esploratrici, come me.
       In effetti, quella che mi è mancata di più, nel corso del 2012, è stata proprio la vita. Mi è straordinariamente difficile vivere così, in mezzo alle rinunce, ai perbenismi, alla volontà di non dare e di non darsi mai, sempre e comunque. Qualunque vicenda umana può finire, lo so bene, ma, se ha rappresentato un'esplorazione, un percorso comune, una sommatoria di complicità totali, ha un senso. Se non è stata nulla di tutto questo, che ti lascia? Uno spaventoso senso di vuoto, che non è quello derivante dalla perdita di una condizione "paradisiaca", ma è  quello - infinitamente peggiore - di non avere vissuto. Cosa si può rimpiangere, di ciò che non è stato? In teoria, si potrebbe rimpiangere il fatto stesso che NON sia stato, ma siccome uno sa, per averlo vissuto, che da quel "essere" è sempre stato infinitamente lontano, non gli rimane da rimpiangere proprio alcunché. Per cui si arriva al paradosso totale della "negazione del rimpianto" per impossibilità di rimpiangere. Come se una coppia di potenziali amanti adulti dovesse rimpiangere quel giorno che, in una nota località di mare, non prendemmo un gelato insieme... Ridicolo. Ridicolaggine totale. Storie nemmeno più definibili da liceali, visto che i liceali attuali sono sicuramente più svegli e meno inibiti.
      Il mio 2012 è stato segnato da incontri di questo genere e, se ora sono qui, a scrivere e lavorare, è perché in me stesso, almeno, trovo antidoti contro questo osceno modo di vivere. La mia sincerità mi induce alla solitudine, perché, quando dalla solitudine intendo uscire, non pongo limiti a come uscirne. Non ne posso più di questa "vita a credito", delle cose fatte sapendo fin dall'inizio che oltre non si può e non si vuole andare.
       Non ne voglio più sapere di una vita di rinunce. Non intesserò più alcun tipo di rapporto che non si dimostri, fin dall'inizio, immerso nella più scoperta dimensione dionisiaca, Non ne ho voglia e non ne ho tempo. E ne ho già perso tanto, troppo.
                         
                                  Piero Visani

Il Natale del reprobo

     Tra le feste dell'ipocrisia, il Natale a mio giudizio le batte tutte. Un fastidioso senso di "buonismo", più accentuato di quello che ci tedia abitualmente, soffia per l'aere, con effetti esilaranti. "A Natale siamo tutti più buoni" - questo lo slogan che spira con l'intensità di una bora - e poco importa se fino al giorno prima si è ammazzato, rubato, umiliato, offeso. Un po' di "detersivo di Natale", e tutto si lava via...
      Molti "umani" sono contenti di queste cose. Non sarò certo io a deluderli...
      Per distinguermi un po', sono solito passare il "Natale del reprobo", cioè di colui che non è pentito, che ha fatto le cose che ha fatto consapevole di farle, che non cerca sconti, tanto meno perdoni. Insomma di uno che, a differenza di tanti suoi simili (simili...?), è tuttora animato da una profonda "etica della responsabilità".
      Quest'anno, poi, vivo una situazione felicissima, quasi una congiunzione astrale: ho preso decisioni scomodissime; ho troncato situazioni che stavano diventando un fantastico mix di sodomie personali e lavorative; ho messo alcuni "puntini sulle i" a chi tali situazioni si era accinto a sviluppare, animato da un profondo amore per la sincerità...
      Il risultato - ahimé - è che non sono diventato un santo, ma sono diventato un reprobo. Mi sono attirato tanto risentimento (e, siccome sono animato da forte sense of humour, potrei anche dire che "non capisco le ragioni di tanto risentimento"...), tanto odio, tanto disprezzo e naturalmente una totale damnatio memoriae. E' un esito quasi scontato, per coloro per i quali la vita non è un gioco, una farsa da salotto, un tratto di tempo tra due weekend, un viaggio e una vacanza al mare o ai monti. Per coloro i quali sono animati da passione e nutrono senso del tragico. E' loro radicata abitudine, infatti, andare a scoprire e svelare i giochetti da quattro soldi quando si manifestano, e rovinare i giochetti dei ricchi - si sa - non attira grandi simpatie.
     Pur non essendo di Sinistra (ahimé, nessuno è perfetto...), sono da sempre un convinto gramsciano e dunque posso dire, con piena cognizione di causa, che "la verità è sempre rivoluzionaria" e dunque cambia le cose, le rivela, ne scopre l'intima essenza, le mette a nudo. Le chiama con il loro nome e, ad esempio, definisce "porcate" quelle che tali sono, anche se ad esempio in un salotto sono al massimo "marachelle", o "giri di valzer" o legittimi "cambi di cavallo" (e cavaliere).
     Così, mi tocca passare il classico "Natale del reprobo", dell'unico "cattivo" in mezzo a un mare di "buoni, onesti, corretti, educati, sinceri e naturalmente... sereni". Devo essere triste?
      Per sentirmi ancora più "schifoso", mi ascolto un vecchio successo di George Harrison, Piggies (attenzione al testo, mi raccomando...)


      Buon Natale.

                                      Piero Visani


                                          


lunedì 24 dicembre 2012

Heilige Nacht

      Disegni mentali. Arabeschi complessi. La Heilige Nacht (così almeno la chiamano) inizia a dipanarsi. Non c'è aspettativa, in me, non sono più un bambino. Non attendo nulla. Ma sento il tempo sospeso, fra un ieri che non tornerà e un domani che non conosco.
       Il compito che mi sono dato, in queste ore silenti e ferme, è disegnare il mio domani. Mi ci accingo con impegno. Non sono né ottimista né pessimista. Ho riflettuto tanto, ho meditato tanto. Ho davanti sfide terribili. Mentirei a me stesso se dicessi che non ho paura, ma, pur avendola, vado avanti. Sento l'odore della battaglia, sento l'adrenalina montare.
       Sono solo, ma non mi sento tale. Sento la mia famiglia intorno a me. So che devo battermi per me, per loro.
       Sento il loro eloquente silenzio, il loro affetto incondizionato. So che farò tutto quello che devo fare. Lo devo a loro, al loro amore incondizionato.
       Il mio rapporto con me stesso è più controverso, più pervaso da dubbi. Quello con loro è più chiaro: so che devo fare tutto, sempre e comunque.
       Da tempo mi sta crescendo dentro una feroce, ferocissima determinazione, che non ricordavo di avere da tempo. Voglio dimostrare a tutti chi sono. Troppi dubbi mi hanno circondato nei primi otto mesi di quest'anno, ma poi da quei dubbi, da quelle accuse, da quelle sottovalutazioni, da quei disprezzi, è scaturita una forza formidabile, nella quale si mescolano rabbia, voglia di rivalsa, desiderio di dimostrare al mondo chi sono davvero e quanto valgo.
       Molte persone, talvolta senza saperlo, mi sono state vicine, in questo periodo difficile, e hanno puntato su di me, incondizionatamente: alcune per mero affetto, altre perché mi stimano, credono in me, mi vogliono bene, hanno fiducia nel mio modo di essere e di lavorare.
       Sarò loro sempre grato. Sentire la solidarietà e la stima altrui nel momento in cui altri ti buttano via è una sensazione impagabile, perché ti fa sentire meno solo. Ecco perché non vedo l'ora che arrivi il 29 e prenda il via la nuova partnership. Non cerco rivincite, cerco fiducia e il sostegno di una comunità di amici. Mi auguro, questa volta, di riuscire a trovarla.

                             Piero Visani

Dignità

      Tra le tante cose che mi danno fastidio - concettualmente e fisicamente - le festività natalizie occupano un posto di primissimo piano. Non mi interessano, non so a che cosa afferiscano e mi annoiano. Di norma, tra Natale e Capodanno lavoro più intensamente del solito.
       Tuttavia, non mi posso sottrarre del tutto ai parafernalia natalizi (leggasi: acquisti di regali). In giro per il centro di Torino, mi imbatto in un caro amico, di quelli che magari vedo poco, ma con cui ho una fitta corrispondenza via mail.
        Lui sa che non ritengo il 2012 uno dei miei anni migliori, ma è uomo di somma educazione, e non fa domande dirette. Rifugiatici in un bar, discorriamo di varie cose, finché mi chiede: "Se dovessi dare un titolo al tuo 2012, come lo definiresti?"
         Sorrido per il modo elegante con cui mi sta chiedendo un bilancio. Ci penso un po' su e poi rispondo: "L'anno della triade".
       "L'anno della triade?", ripete lui sorpreso.
       "Sì" - ribadisco - "Incomunicabilità, incomprensione, omologazione".
        Tocca a lui, questa volta, sorridere. Mi conosce da una vita e sa che personalmente ho il terrore dell'omologazione. Mi chiede, con un pizzico di ironia: "Ma questa triade infernale ti ha schiacciato, o ne sei venuto fuori?".
       "No, non mi ha schiacciato", rispondo. "Mi ha fatto male, questo sì, ma ho visto mettere in ballo la mia identità, i miei valori, le cose cui tengo di più. Mi sono visto valutato simile ad altri. Mi sono dunque sentito omologato. A quel punto, per me qualsiasi tipo di rapporto di lavoro, personale o quant'altro era finito, concluso, esaurito. Se mi sento percepito come uguale agli altri, in vita mia ho sempre chiuso ogni tipo di rapporto, ed è quello che ho fatto. Per ipotesi, preferirei essere percepito come peggiore, ma come uguale agli altri, questo mai. Quella per me è la fine di tutto".
        "E ora?" - chiede lui incuriosito - "da quello che mi scrivevi mi aspettavo di incontrare una persona diversa, più abbattuta, più triste, più pervasa da un senso di sconfitta. Invece ti vedo in buona forma, pronto a ributtarti nella mischia".
        "Sì, è così" - ammetto - "Del resto, non avevo molta scelta: a livello personale mi era stato chiesto di sparire; a livello professionale di sopravvivere a fini strumentali. Ho preferito sparire in toto. C'era di mezzo la mia dignità. Posso fare tante cose, ma quello dell'utile idiota è un ruolo che mi va un po' stretto..."
         "Ti capisco", dice lui. Beh, almeno uno, penso io...

                                                                                                            Piero Visani




domenica 23 dicembre 2012

Nati, vivi e morti

      Poiché nasco professionalmente come storico, non ho perso alcune buone abitudini dei miei young days, a cominciare da quella di gettare sempre un occhio sul mio passato, remoto e prossimo. Così, in queste giornate di festa, ho dedicato un po' di tempo ad eliminare le vecchie mail, quanto meno quelle che ritengo eliminabili. Esercizio talvolta crudele, sempre doloroso, anche se ovviamente ho conservato tutte quelle cui tenevo, come sono costantemente solito fare.
       E' incredibile come, nell'arco di soli 365 giorni, si facciano nuove conoscenze, nascano nuovi rapporti, nuove amicizie, nuovi contatti, e altri muoiano, a volte in fretta, a volte lentamente, talvolta per cause evidenti, talaltra senza ragione.
       La Storia, in definitiva, è fatta di una sommatoria di cronache, anche minute. Il numero di eventi che mi hanno visto protagonista, nel 2012, è stato davvero notevole, sia a livello personale sia soprattutto professionale.
       Non butto via niente, di questo anno così controverso: le mie scelte, quelle altrui, i miei incontri, le mie perdite; l'aprirsi di nuove storie, il chiudersi di altre. Mi chiedo se, nelle circostanze che mi stanno scorrendo sotto gli occhi, giorno dopo giorno, mi sarei comportato diversamente, e la risposta è - come sempre - no.
      Ho fatto tutto quello che ritenevo giusto fare, in tutte le situazioni che mi sono trovato a gestire.
      Ho aperto nuove strade, ne ho chiuse - o ne ho visto chiudere - delle vecchie.
      Sono stato protagonista, deuteragonista, comparsa.
      Sono stato vittima, come sempre accusato di essere carnefice.
      Sono stato onesto, come sempre accusato di essere insolente, manipolatore e visionario.
       Sono stato fedele a me stesso, in un mondo di cangevoli altri.
       Non devo essere risultato granché simpatico, come spesso mi capita.
       Sono stato coerente, come sempre riesco ad essere, come sempre voglio essere.
       Sono stato IO.
       Sono risultato altamente sgradevole? Beh, questo è il prezzo che spesso si paga per voler salvaguardare la propria identità.
        Sono risultato poco malleabile? Beh, ho una personalità, io.
        Se qualcuno cercava una mezza sega da salotto vista mare, beh, si metta nuovamente in caccia. Anzi, l'avrà sicuramente già fatto. Bonne chance.

                                                                           PV

                                                                                                                    
     

Antonio Conte

      Mi piacciono le persone animate da passione, da un fuoco interiore, da una fiamma che li alimenta, talvolta fino a bruciarli. Detesto le persone che cercano la serenità. In genere sono ricchi e annoiati, per nascita, che ricercano la loro condizione originaria, pensando e sperando di poterla riprodurre in eterno. Io amo invece chi si pone degli obiettivi, chi è animato da un fuoco interiore che lo spinge ad andare sempre al di là di ciò che ha ottenuto. Fin da bambino, sono stato profondamente colpito dall'immagine di Alessandro Magno che, arrivato ai confini dell'India, piange... perché non ci sono più terre da conquistare!!
       Io sono uguale a lui, nel mio piccolo. E, se raggiungo un obiettivo, trenta secondi dopo averlo raggiunto sono alla ricerca di un altro. Ergo non sono sereno, sono perennemente inquieto, perennemente alla ricerca di qualcosa. La cosa mi è stata rimproverata, anche di recente, invitandomi a essere più "sereno". Ma a me la serenità non interessa, è cosa da gente sazia, mentre io ho sempre fame, di tutto e di tutti.
      Ecco perché mi piace Antonio Conte. L'uomo, in apparenza, è mille miglia lontano da me: tutt'altro che intellettuale, con scarsa dimestichezza con la lingua italiana, affetto da forme risibili di superstizione paracristiana. Tuttavia, ha un fuoco dentro che lo divora, un'ossessione. Nel suo caso, la vittoria. Pensate a come fosse la Juventus solo 16 mesi fa, e a come è ora. All'epoca, la squadra bianconera era sprofondata in uno dei peggiori periodi della sua storia più che centenaria, senza identità, senza idee, senza progetti. Oggi, dopo un così breve lasso di tempo, è ritornata ad essere una delle più importanti squadre di calcio d'Europa e, nel frattempo, ha vinto anche uno scudetto.
      Antonio Conte non credo nasca ricco, e nemmeno borghese. Nasce in una di quelle condizioni familiari ed esistenziali dove, giorno dopo giorno, another one bites the dust. Il gusto della polvere, se uno l'ha provato, non è dei più piacevoli, posso garantirlo. Ma è altamente pedagogico, poiché insegna più una sconfitta di cento vittorie. Così come è altamente pedagogico il senso di fragilità, di provvisorietà, tipico di tutte le povertà. Non ci sono papà che provvedono, famiglie benevolenti che pagano, capitali di lunga data ai quali attingere. Non c'è nemmeno uno status, una condizione sociale nella quale specchiarsi. Ci siamo solo noi stessi.
       Da una condizione del genere non si esce, come fanno i ricchi e i borghesi altolocati, con la cooptazione, la rete relazionale, i favori reciproci, le conoscenze. Si esce soltanto con la rabbia che uno cova in corpo (niente "serenità", dunque...) e con il "trionfo della volontà", la propria. Non a caso, tutti coloro che vivono tale condizione sono perennemente in lotta con il mondo, spesso e volentieri lo sentono ostile, e non suscitano sentimenti neutrali: o sono odiatissimi o amatissimi, oppure sperimentano in sequenza i due sentimenti testé citati: dapprima amatissimi, poi odiatissimi; o viceversa).
       Alla base di tutti questi comportamenti c'è il pathos, la passione interiore che spinge una persona ad avere ragione di tutti gli ostacoli che la vita gli frappone, animata da un unico obiettivo, affermare il proprio Sé, il proprio Ego smisurato, la propria identità.
       Che cosa ha cambiato la Juventus, da quello che era a quello che è diventata, nel giro di soli 16 mesi? Una passione sfrenata, disperata e disperante, concentrata perennemente su se stessa e sui propri obiettivi. Niente serate con gli amici, niente conversazioni fatue, niente "brindisi felici". Solo una passione ossessiva, allucinata, allucinante. Una condizione patologica che diventa fisiologica e che, nel farlo, interpreta al meglio lo spirito, il senso ultimo della modernità, che è appunto patologia, non fisiologia.
        Questa esasperazione si percepisce tangibilmente in tutto: nell'intensità degli allenamenti, nell'organizzazione tattica, nell'aggressività che pervade il gioco della squadra, nello spirito che ne ha trasformato le prestazioni sportive.
       La logica di tutto questo è sempre la medesima, ed è ovviamente una logica giacobina: "La guerre de la liberté doit etre faite avec colère", come affermò a suo tempo Louis Antoine de Saint Just. Citazione forse troppo "alta", per il calcio, ma necessaria, in quanto esemplare e paradigmatica. Se non si è nati contenti di se stessi e del proprio status, se si cerca di migliorare, sempre, la vita diventa un lungo "stato di allucinazione", per andare sempre un po' più in là. Di che cosa si dovrebbe essere contenti, del resto? Di che cosa si potrebbe essere "sereni"? E perché, poi? Esiste forse un obbligo di "serenità"? Quest'ultima è riservata, in genere, ai beati possidentes. Ma a quelli che non possiedono? E ancora: una volta che tale possesso è acquisito, chi dice basta, quando, e - soprattutto - perché?
       La verità è che il desiderio di vittoria, il perseguimento coerente della medesima, sono frutto di un impegno diuturno e di una condizione patologica, non fisiologica. Di un messianismo interiore che deve essere talmente forte da poter essere trasmesso agli altri. I grandi allenatori, come i grandi politici o i grandi condottieri, sono tutti così, perché la normalità e la serenità possono servire a chi già ha, ma sono del tutto inutili, anzi controproducenti, per chi non ha. Nessun grande obiettivo può essere raggiunto senza un fortissimo stimolo interiore, senza una volontà di vittoria che ci divori interiormente. Le grandi imprese richiedono grandi interpreti, grandi idee, grandi sacrifici e grande convinzione. Non c'è serenità che aiuti a conseguirle. Serve passione, una passione formidabile. E chi la nutre non cerca la vittoria per gioire, ma per pensare alla vittoria successiva. Non vuole trarre godimento dalla vita, vuole vincere.

                                                                                                                                     Piero Visani