giovedì 31 gennaio 2013

I'm going slightly mad

      Ci sono momenti, nella vita di una persona, in cui immagini e suoni parlano più di mille discorsi. Dopo una giornata umanamente ed emotivamente molto faticosa, permettemi di rappresentare me stesso, e come mi sento, con un fantastico video di uno dei gruppi che amo di più, i Queen, e della loro icona musicale e soprattutto estetica, Freddie Mercury.

http://www.youtube.com/watch?v=Fb-3seZSQ_Q


        Il video è una perfetta rappresentazione di me, del mio universo onirico, degli apparenti nonsense che si intrecciano al suo interno e che in realtà hanno un'intima logica. E' vero, I'm going slightly mad, e va bene così. Un po' l'ho voluto io, un po' l'hanno voluto altri. Ma in quella dimensione di sogno/incubo, dove l'iterazione musicale tende all'ipnosi, quello che è stato the great pretender diventa un'icona di se stesso, un pagliaccio soddisfatto di essere infine diventato quello che viene considerato, e di pavoneggiarsi nella sua alterità, a cavallo tra sessi, identità, funzioni, ruoli. Un autentico soggetto trasversale, un qualcosa e un qualcuno che forse non possono essere e che, proprio per questo, sono.
       Qui, la rappresentazione di sé diventa Sé ed è fantastico potersi pavoneggiare per quello che si viene considerati, è fantastico poter rivendicare che I'm going slightly mad, lasciando i sani a riflettere (se ne sono capaci...) sul loro desiderio di infilare, sempre e comunque, le persone dentro a qualche griglia e di arrabbiarsi terribilmente se, in qualche modo, non riescono a farlo.
       Un fantasmagorico "ridi, pagliaccio!" che rivendica soddisfatto una natura cialtronesca che probabilmente non è sua, non gli è propria, ma che gli altri si ostinano ad attribuirgli. E dunque, perché non soddisfarli e assumerla?
       Sì, I'm going slightly mad, con perfetto orgoglio e serena consapevolezza. Il pagliaccio, il cialtrone che sa di esserlo, è infinitamente migliore di quelli che fingono di non esserlo o che proprio non sanno di esserlo. Il suo infinito gusto per l'estetica lo induce, anche in questo caso, a una sublime interpretazione. Occorre esserne capaci...

                                                                           Piero Visani

Des ronds dans l'eau

      Una risposta in musica, cantata da una fascinosa Françoise Hardy, a tutti coloro che deplorano il mio superomismo e mi invitano a cambiare, "per il mio bene". Sono perfettamente consapevole dei miei limiti e non ho mai smesso di fare des ronds dans l'eau. Il mio dramma è che non molti riescono a capirlo. Ma io sono fedele seguace, da sempre, di Guglielmo d'Orange: "non occorre sperare per intraprendere, né riuscire per perseverare". Se non mi capisce nessuno, mi capirò da solo. Dopo tutto, l'ho sempre fatto...


http://www.youtube.com/watch?v=q5MBIw5hXkg


                                                                                  Piero Visani

mercoledì 30 gennaio 2013

Disprezzo

      Sì, lo so, ne ho addosso chili, ettometri, quintali, tonnellate. Ne conosco anche la ragione: sono solito dire quello che penso, guardando in faccia le persone e senza gusto per le sodomie.
       Mentirei se dicessi che mi fa piacere, o che mi giova, ma credo che si debba essere coerenti e avere rispetto di sé, della propria visione del mondo, delle proprie idee, anche se poco "politicamente corrette".
      Sono sempre stato all'indice e, in genere, ho sempre risposto... esibendo il medio.
      Nessuno dirà di me: "aveva un buon carattere". Tutti dovranno dire, però: "aveva un carattere".
      Se questo è sufficiente per una condanna eterna, e sia.

                                                Piero Visani

Una vita difficile

       Giornate difficili, con qualche problema di lavoro di troppo. E' sgradevole constatare come l'etica del lavoro si sia abbassata al punto per cui la maggior parte delle persone agisce, di fatto, semplicemente procedendo per colpi bassi. Abbiamo reagito bene, facendo fronte comune e dando prova di solidità, ma è brutto vivere in un mondo così terribilmente privo di valori.
        Combatto, ma non posso negare che queste cose mi fanno male, nel profondo. Nel corso degli ultimi due anni ho perso ogni residua fiducia nei miei simili. Già ne avevo poca, ma mi è stata tolta del tutto. Ho assistito a comportamenti, personali e lavorativi, di cui non so darmi ragione, tanto mi sono parsi inauditi.
        Mi interrogo di continuo sui miei rapporti con il mio prossimo. Vedo un mondo che non riconosco più, e questo sarebbe certamente un solido indizio di invecchiamento. Ma, al tempo stesso, è un mondo nel quale non mi sono mai riconosciuto, e dunque il mio disagio risale a molto indietro nel tempo.
         Forse è per questo che, quando conosco persone che mi paiono diverse, fuori dai canoni, mi entusiasmo e cerco di sviluppare una relazione intensa e speciale con esse. Purtroppo, le delusioni arrivano anche da lì, e sono molto più difficili da digerire di altre. Così, vado avanti parlando a me stesso e scrivendo, non molto soddisfatto di quello che vedo e sento.
         Cerco ogni volta di essere diverso, di distaccarmi dalla massa, e ogni volta mi ritrovo qui, nel mio studio, un po' più solo, un po' più incompreso, un po' più triste, un po' con sempre minore speranza. Tuttavia, mi hanno insegnato che la sconfitta non è una condizione fattuale, ma una condizione dello spirito. E io non mi sento vinto, nel mio animo, anzi mi sento vincitore. Sono stato duramente percosso, disprezzato, vilipeso, beffato. Ma sono qui, forte di alcune esperienze in più, non spezzato e tanto meno piegato. Coerente, addolorato, vulnerato, ma tuttora ben vivo e in marcia.
         Anche oggi, fatto oggetto di un colpo basso assai grave sul piano lavorativo, mi sono preso la soddisfazione di reagire come i mercanti mai si attendono: rompendo il gioco che volevano si trasformasse in trappola.
         Per me, avere a che fare con i mercanti è sempre fonte di infinite soddisfazioni, in quanto non cedo a uno solo dei loro continui ricatti, basati solo ed esclusivamente sull'interesse. Se solo studiassero i loro interlocutori, costoro dovrebbero sapere che io non condivido e tanto meno applico i loro schemi concettuali. Dunque con me ne servirebbero altri. Ma la forza dell'abitudine, il gusto per l'iterazione sono in loro talmente elevati che ogni identità viene conculcata, ogni interlocutore risulta indifferenziato.
        Purtroppo per loro, io sono io e tale rimango anche di fronte a ricatti e nefandezze grandi e piccole. E reagisco e/o rompo. E quello che li sorprende non è il dolore che provano di fronte alle mie reazioni, ma la natura stessa delle medesime, le quali, non essendo basate sull'interesse, non sono state da loro precalcolate, in quanto fuoriescono dai loro schemi mentali. Un modello che si ripete ad infinito, in tutti i campi. Il motivo conduttore della mia vita, una vita difficile.

                                                            Piero Visani 

Les precieuses ridicules

      Le seduttrici sono in genere donne molto interessanti. Sanno che cosa vogliono e marciano dritte sull'obiettivo: sedurre colui che hanno individuato come vittima. Tale percorso non è generalmente rettilineo, ma persegue fermamente il proprio scopo. Nessuna arte femminea è messa da parte, e la componente sessuale è in genere dominante.
      La seduttrice può essere una dark lady, dagli intenti non sempre confessabili, ma può essere anche soltanto una gioiosa "cacciatrice di uomini", una sorta di "asso" di un'ideale Aeronautica femminile, costantemente alla ricerca di nuove "tacche" di velivoli abbattuti da apporre sulla fusoliera del proprio ideale apparecchio.
      Anche l'allumeuse è una seduttrice, ma sta all'originale come un latte in polvere a un latte vaccino. Accende il malcapitato che ha individuato come obiettivo, ma non va mai fino in fondo. La sua arte seduttiva, infatti, è autoreferenziale, non finalistica. Deve soddisfare il proprio Ego, non pervenire ad un risultato. Cercherà di far cadere ai propri piedi tutti gli uomini che ritiene degni delle sue attenzioni, ma quasi mai se ne porterà uno a letto, perché non è l'atto che le interessa, ma il poter essere. Per usare un'immagine cara alla tradizione navale britannica, l'allumeuse è una fleet in being, ma che non intende mai esplicare in concreto il proprio potere.
       In vita mia, non ho mai conosciuto vere seduttrici, ma ho purtroppo avuto a che fare con numerose allumeuses, talora dette anche "profumiere"; donne che ti attirano nella loro tela di ragno, ma che non te la danno mai, manco morto.
       Di norma, sono fortemente sessuofobe, talvolta omosessuali, talaltra semplicemente sessualmente inibite e terrorizzate dall'incontro ravvicinato con il maschio. E allora sfogano la loro sessualità repressa divertendosi a farlo fesso, e ripetendo ad infinito il loro gioco. Meglio non chiedersi che cosa ci sia davvero nel loro passato, specie infantile, perché si potrebbero fare scoperte interessanti, e imbarazzanti.
       Da brave precieuses ridicules quali sono, hanno un'esistenza relazionale molto intensa fino a quando il fulgore fisico le supporta, poi sono chiamate a fare delle scelte: senza famiglia, senza figli, sentendosi non realizzate e addirittura incompiute, operano scelte di compromesso che vanno dal matrimonio con l'ultimo fesso, quello non più "acceso" ma sedotto con una finalità specifica (sposarlo), alla formalizzazione di un'unione omosessuale, all'acido richiudersi in se stesse mascherato da una forte relazionalità sociale, che man mano, con il passare degli anni, potrà anche accontentarsi di modesti tentativi di seduzione intellettuale.
       Le vecchiaie di queste donne sono di una tristezza infinita, riempita da patetici tentativi di "fare qualcosa". Ma senza figli, senza mariti, senza amanti, senza passioni, sono solo costrette a chiedersi - naturalmente se hanno l'onestà e la capacità intellettuale di farlo - se, a forza di ingannare tutti, non abbiano ingannato principalmente se stesse.

                                                                      Piero Visani
     

I can see quite clearly now

       Giorno dopo giorno, la mia mente si schiarisce. Riacquisto lucidità. Le emozioni pian piano si stemperano e tutto diventa più chiaro. Se una persona non va bene, se i suoi comportamenti non sono bene accetti, o sono a sovranità limitata, per cui certe cose hanno diritto di cittadinanza e altre no, è giusto che l'interessato ci rifletta su, faccia le proprie valutazioni e ne tragga le opportune conseguenze.
       Non si può essere simpatici a tutti, e non si può essere qualcosa o qualcuno "a dispetto dei santi". Purtroppo, spesso il flusso delle emozioni e dei sentimenti copre queste considerazioni palmari, nella loro semplicità. Tuttavia, il tempo è galantuomo e, prima o poi, ci consente di vedere con chiarezza.
       Quando le situazioni sono quello che sono, ma non quello che si vorrebbe che fossero, occorre prenderne atto. Se uno non va bene per com'è, può cambiare. Se cerca di cambiare e quel cambiamento si dimostra sempre insufficiente a soddisfare gli altrui desiderata, non gli resta che uscire di scena, come ho fatto io.
       Non ha neppure senso soffermarsi troppo a lungo su ciò che avrebbe potuto essere e non è stato. In effetti, se non è stato ci sarà un motivo.
       Nel mio caso, nulla di ciò che ho proposto andava bene, poteva risultare accettabile o credibile. Quello è il vero dato su cui riflettere: la realtà della situazione, non le infinità potenzialità presenti al suo interno. So bene che tali potenzialità c'erano, ma, se ognuno le interpretava a suo modo, si vanificavano, perdevano senso, diventavano un assoluto nulla.
       E' così è stato. Per parte mia, ho commesso il grave errore di pensare più alle potenzialità che alla realtà. Il che è comprensibile, vista la delusione che ho subito, ma ovviamente, giorno dopo giorno, me ne rendo sempre più chiaramente conto. Sono stato simpaticamente preso in giro, e ci sono cascato. Ok, colpa mia. But I can see quite clearly now e il mio animo è un poco più lieve. Ho sbagliato, molto. Mi sono illuso, un po'. Ho colpito, forte e duro. In qualche maniera - ne sono più che certo - resterà traccia di me, nel bene come nel male. Ora devo riprendere a pensare solo a me stesso e a volermi bene, più che mai. E' un'arte nella quale eccello.

                                                      Piero Visani

martedì 29 gennaio 2013

Marie Joséphine Rose Tascher de la Pagerie

      Ci sono donne castranti (tante, troppe direi). Donne il cui unico obiettivo pare quello di far soffrire gli uomini, che intimamente devono odiare profondamente, per sottoporli a tale trattamento. E ci sono invece donne che sembrano nate per fare la gioia degli uomini, con i loro vezzi, la loro esasperata femminilità, la loro chiara consapevolezza dell'enormità, in ogni tempo e luogo, del pussy power. Non che anche queste ultime non facciano soffrire, ma chi le corteggia sa che, in caso di successo, avrà un'adeguata ricompensa... E non sono neppure e necessariamente - come vuole certa agiografia femminista e omosessuale - delle sciocche puttanelle che hanno una redditività solo "localizzata", cioè a letto.
      Sono donne che sanno farsi amare, che sono "dispensatrici di amore", condizione che - intesa correttamente e non volgarmente - è in verità la sublimazione della condizione femminile di ogni tempo, poiché consente alla donna di esercitare il proprio potere supremo, quello consolatorio, senza peraltro inibirle la possibilità di fare - e in maniera eccellente - qualsiasi altra cosa. Ma resta quel "tocco in più" senza il quale il mondo sarebbe un luogo ben triste, popolato solo di virago o di civette che promettono ma non mantengono.
      E' questo il caso di Marie Joséphine Rose Tascher de la Pagerie, bella e soprattutto sensualissima creola nata nel 1763 in Martinica, da una famiglia di piccola nobiltà terriera e andata in sposa, nel 1779, al visconte Alexandre de Beauharnais.
      Perso il marito nel turbine rivoluzionario, la bella Joséphine - donna che i suoi numerosi amanti descrivono come ardentemente sensuale - divenne in breve l'amante di Paul Barras, una delle figure dominanti del periodo rivoluzionario e, quando costui decise di liberarsene, la spinse tra le braccia di un giovane militare emergente, Napoleone Buonaparte.
      Molto si è scritto del matrimonio e della burrascosa relazione tra i due. I dati permanenti che emergono è che entrambi fossero molto amanti della vita e che nessuno dei due rinunziasse a un nutrito stuolo di relazioni extraconiugali. Tuttavia, il legame personale tra i due rimase sempre solidissimo.
     Tra i meriti della Rivoluzione Francese, occorre indubbiamente annoverare un mutamento dei costumi che deve essere visto, per quanto possibile, con occhi non intrisi di sessuofobia. Dopo le nefandezze del periodo del Terrore, è quasi normale che la joie de vivre si impadronisse di tutti e che portasse a un allentamento dei comportamenti individuali, ma faccio fatica ad adottare il termine "allentamento", in quanto, se a livello di comportamenti sessuali gli umani seguissero la biologia, e non la religione o la sociologia, la vita di tutti noi sarebbe infinitamente più libera, più serena e meno complicata. Quando ci libereremo da ideologie e da religioni che passano attraverso i genitali (e questo, in una certa maniera, serve anche a qualificarne il livello oggettivo. - delle ideologie e delle religioni, intendo, non dei genitali...), faremo un gigantesco passo avanti, anche se temo che quel momento sia ancora lontano.
        Anche dopo che, nel 1809, Napoleone, divenuto imperatore nel 1804, fu costretto a ripudiarla e a risposarsi per garantirsi, per ragioni dinastiche, una discendenza, i suoi rapporti con la ex-consorte continuarono ad essere buoni, poiché il vincolo che li legava era solido e andava al di là delle vicissitudini della vita.
        Alla sua morte, avvenuta nel maggio 1814, quando Napoleone era stato costretto all'esilio all'isola d'Elba, egli non volle vedere nessuno per due giorni, travolto da un profondo dolore. Probabilmente Joséphine, più ancora di Maria Walewska, fu il grande amore della sua vita.
        Donna abile, scaltra, di bassa statura, ma incredibilmente seduttiva e sensuale, Joséphine Beauharnais è una di quelle figure femminili che piacciono molto agli uomini. Non una "dark lady", perfetta sintesi di Eros e Thanatos, ma un soggetto capace di mettere gli uomini ai propri piedi grazie alle sue arti seduttive e sensuali. Un modello probabilmente superato dall'evoluzione dei tempi, ma che i maschi, alla prese con un altro sesso ormai completamente autoreferenziale, talvolta non possono fare a meno di rimpiangere.
      Di donne consolatrici, in vita mia, ne ho conosciuta una sola e, forse non a caso, è mia moglie. E' una donna straordinariamente solida, intelligente, geniale, ma al tempo stesso incredibilmente femminile. Non è perfetta, come non lo sono io, ma non sente per nulla, come tante donne - attuali e no - l' "invidia del pene". Contenta della sua identità di genere, è un'ottima compagna di vita e, a differenza di molte altre donne, non chiede, dà.

                                             Piero Visani 

Across the Universe

      La musica può riflettere alla perfezione taluni stati d'animo; anzi, direi deve. Questa mattina, chiuso nel mio studio, in una condizione di beata solitudine, immerso nel più totale dei silenzi, mi sono venute in mente le parole di una canzone di John Lennon, Across the Universe

Words are flowing out like
Endless rain into a paper cup
They slither wildly as they slip away across the universe.
Pools of sorrow waves of joy
Are drifting through my opened mind
Possessing and caressing me.

          Anch'io sono a cavallo tra flussi emotivi diversi: non sono realmente triste, perché sono consapevole di essere vittima di circostanze e situazioni, più che artefice delle medesime. Non sono realmente allegro. Sono in quella condizione - disperata e disperante - che ti assale quando l'adrenalina ha cessato di fluire, quando le sensazioni e le percezioni si sono smorzate, quando le emozioni ti hanno pervaso nel profondo, e non sai più che cosa dire o fare, poiché tutto ti appare vano.
         Ho addosso a me un forte malessere di vivere, una malaise profonda. Provo the loneliness of a long distance runner, il sentimento di vuoto che pervade colui che ha corso la sua personale maratona, è arrivato in fondo e si accorge non solo di non avere vinto (quello lo aveva messo abbondantemente in conto) ma di arrivare a chiedersi perché ha partecipato.
        Talvolta mi domando se i miei non siano Stati di allucinazione, à la Ken Russell, ma non è così, lo so bene. Ho dentro di me un dolore profondo, e fatico a smaltirlo. Lo esorcizzo - questo sì - con il lavoro, ma mentirei a me stesso se negassi che il dolore c'è.
         La mia mente è naturalmente, direi consustanzialmente speculativa, e allora la lascio correre, fluire, sgorgare. Mi fa molto dispiacere pensare di poter essere considerato il peggiore degli uomini possibile e allora cerco rifugio in una dimensione onirica, in cui le parole e le percezioni di fatto mi sopraffanno, mi accarezzano e al tempo stesso mi possiedono.
       La mia sensibilità mi conduce lungo questi percorsi e sono lost highways che percorro da solo, itinerari simbolici in mezzo a moors dell'anima e a glens della mente.
       In definitiva, anche se ho fatto sempre cose molto diverse da queste, la constatazione che da qualche tempo mi anima è che devo fare i conti con la mia natura artistica, emotiva, percettiva, che ho sempre conculcato, per varie ragioni, e che ora, con il declinare della vita, viene fuori sempre più potentemente.
       Ormai sono sempre più prossimo alla decisione di scrivere qualcosa, probabilmente un romanzo, ma mi trattiene il timore che possa apparire un'opera autobiografica, che tale davvero non sarebbe né intenderebbe essere. Mi sento come una sorta di terminale di dolore, come se attraverso di me passasse tutto il dolore del mondo, ma so bene che la mia è invece una condizione puramente personale. Tuttavia, come spesso mi succede in casi del genere, sento forte lo stimolo della sfida, la volontà di scrivere qualcosa che non sarà letto, ma che io scriverò comunque. Un modo per rispondere, anche in questo campo, alle emarginazioni e agli anatemi, e vincere la sfida del tempo, lasciando la mia come l'unica versione possibile. Un bel successo, no?

                                          Piero Visani

lunedì 28 gennaio 2013

La vida es sueño

      Nel corso di tutta la mia vita, sono sempre stato costretto a giocare il ruolo del decisionista, dell'antipatico, di colui che tronca situazioni incancrenite. Non l'ho fatto volentieri, e non è nemmeno conforme alla mia natura. Io ambirei a portarmi dietro tutto ciò che ho vissuto, amato, gradito. Il problema è che, a differenza di molti, ho un orgoglio, un senso della dignità e un carattere molto spiccati. Se mi buttano via, prendo atto e me ne vado. Se mi insultano, reagisco. Amo il dialogo e accetto le critiche, anche aspre. Non gradisco invece le neutralizzazioni, quelle forme di deplorazione per cui uno soggettivamente fa schifo, ma oggettivamente può in genere essere salvato, magari per il rotto della cuffia o dalla porta di servizio, di norma perché può ancora servire...
       La mia partecipazione alle cose che faccio è grande, e in genere entusiasta. Il mio distacco quando mi sento rifiutato, è totale.
       Da qualche mese vivo un momento difficile, direi di transizione. So che cosa mi sono lasciato alle spalle e, anche se mi dispiace molto, so che non avrei potuto comportarmi diversamente, perché avrei gravemente vulnerato il mio orgoglio, la mia dignità e il mio senso dell'onore.
       Non so invece che cosa ho davanti e forse per questo scruto nervosamente innanzi a me, alla ricerca di una bella novità. Dopo un lungo periodo di sofferenze, di patimenti, di contorsioni e persino di atti di umiltà (cosa per me inaudita, di fatto) compiuti per convincere l'altro della sincerità e disponibilità dei miei intenti, ora mi interrogo sul mio futuro. So che cosa ho perduto, e perché, e so di avervi deliberatamente rinunciato non solo per desiderio di ripicca e vendetta, ma anche per esasperazione e per volontà di non accettare oltre un ruolo sempre più residuale, che avrei potuto continuare a condividere solo se avessi inteso dare prova di un livello elevato di masochismo.
       Più confusi sono i miei desideri attuali. Tuttavia, se dovessi stabilire un ordine di priorità, direi soprattutto una certa qual voglia di tenerezza, di una presenza molto femminile, comprensiva, accogliente, non programmaticamente o sub-liminalmente ostile agli uomini.
       Non credo che la troverò, perché addirittura dubito che oggi esistano donne così, e in verità neppure la cerco, perché il mio animo è ferito e non vorrei passare altro tempo a profondere tutto me stesso per niente, o per rimediare mazzate.
       Lavoro, mi guardo vivere, mi impegno in mille progetti diversi, fino al punto di stramazzare sotto il peso degli impegni che mi gravano addosso. Sento perfino la nostalgia di un incontro che a me pareva straordinariamente bello e che si è rivelato invece rovinosamente fallimentare. Tuttavia mi chiedo se quei flussi di adrenalina, quella straordinaria empatia, quei fulgidi momenti di idem sentire non possano ripetersi con qualche altro soggetto, più aperto, dialettico, anticonformista, libero.
       Il fatto di essere stato molto sfortunato una volta non implica che lo dovrò essere sempre. Magari, prima o poi, riuscirò davvero a incontrare il mio archetipo femminile incarnato. Continuerò a cercarlo, a me piace sognare. Dopo tutto, la vida es sueño. Certe esperienze possono essere molto negative, ma io a sognare non rinuncerò mai.

                                           Piero Visani 

Voglia di assoluto

       Le mie recenti esperienze di vita sono state di una tristezza infinita: opportunità, spesso molto belle e molto grandi, spente in nome del gusto del limite, del divieto, di quello che si può fare e di quello che non si può fare.
       Ne ho preso atto. Sono sicuro che spesso si sia trattato di scuse, di paure, di timore della novità e del cambiamento, ma questo non muta i termini della questione. Sono stato fermato e ovviamente mi sono fermato.
       Oggi, a posteriori, non posso che riconfermare in toto la mia voglia e il mio gusto di assoluto. Ho cercato di estrinsecarli, mi è stato detto che non andavano bene, che occorreva avere senso del limite. Ho fatto ricorso al mio senso del limite e mi è stato detto che dovevo ulteriormente "limitarlo". Ci ho provato. Poi, non appena ho compreso che erano solo comportamenti pretestuosi, ho lasciato perdere. Queste vite "a mezzo servizio" non fanno per me. E, se cercano di impormele persone assai più giovani di me, lo trovo ancora più inquietante.
        Quello che conta, tuttavia, è che la mia voglia di assoluto è intatta, completamente non scalfita. Sì, ho preso botte, accuse varie, critiche di ogni genere. Ma è sempre qui, bella e pronta ad estrinsecarsi.
        Se devo diventare la persona che altri vogliono che io sia, purtroppo non sarei più io. Capisco e mi rendo conto che, se fossi diverso, probabilmente sarei più "gradito", ma - come dovrebbe essere ormai chiaro - il problema della gradevolezza non me lo sono mai posto. Mi è capitato tante volte, in vita mia, di essere assaggiato, morso e poi buttato via. Evidentemente non sono piaciuto. De gustibus non est disputandum. Questo è chiaro. Da lì a costringermi a cambiare... ne corre.
        Per il profondo rispetto che porto a me stesso, cerco di preservare, sempre e comunque, la mia identità e la mia personalità. Questo - me ne rendo conto - può dare molto fastidio, ma identità e personalità sono alcune delle poche peculiarità che ho. Come potrei rinunciarvi a cuor leggero? Perché dovrei compiere un tale sacrificio? Se una persona mi chiede di non essere me stesso, preferisco non essere "tout court". E me ne vado, o mi fanno andare. Fa parte del gioco, lo accetto, non mi illudo che sarò rimpianto. Sarò sostituito da uno dei mille "geni" che popolano le nostre giornate. Questo mi fa avere degli incredibili accessi di riso, perché - lo confesso - modesto, omologato, omologabile e "perbene" non lo diventerò mai.

                               Piero Visani

L'inverno del nostro scontento

      Piccoli atomi perduti nell'infinito, perseguiamo i nostri piccoli progetti in un vuoto pneumatico che non riusciamo a riempire. Le nostre esistenze, oltre che prive di senso, sono prive di sentimenti, di passione, di voluttà, di gioia di vivere, di reale capacità di trasgressione.
       Per scampare all'economicidio e al fiscalicidio che i "poteri forti" hanno preparato per noi, cerchiamo rifugio in un isolamento parcellizzato che ci impedisce persino di parlare ai nostri simili. Vegetiamo, non viviamo. Non facciamo più nulla di ciò che rende piacevole il vivere. Ci risparmiamo, perché siamo in un'età di ristrettezze, di dire straits. Non ci diamo più, da tempo.
       La concezione ragioneresca dell'esistenza non ha invaso solo i nostri portafogli, ma le nostre anime, i nostri corpi, le nostre menti. Non c'è incitamento che cada maggiormente nel vuoto dell'incitamento a vivere, a gioire, a patire (perché no...?), a condizione di riuscire infine a cospargere di umano sentire, e non di gusto per la preservazione, le nostre esistenze.
       Tutto è con il bilancino: le vite, gli amori, le passioni, le relazioni. Tutto dosato, graduato, centellinato. Per preservarsi. Da che? Dalla morte per inedia?
       Ciascuno cerca piccoli rimedi ai grandi mali esistenziali che lo affliggono: un po' di attività fisica, molte distrazioni, molte relazioni superficiali, in cui ciascuno dei propri referenti è assolutamente interscambiabile, in quanto neppure sappiamo chi sia, che cosa voglia dire per noi, se non un pretesto per distrarci, narcotizzarci, anestetizzarci.
        E' vita, questa? Me lo chiedo di continuo. Le prime due o tre volte che pongo questa domanda, a chiunque la ponga, mi guardano come il classico intellettuale che non ha nulla di meglio da fare. Se poi la itero, comincio a diventare uno scocciatore e presto iniziano ad essere adottate le contromisure più adatte a liberarsi di me.
        Non c'è problema. Mi ritiro in buon ordine, l'ho sempre fatto. Talvolta un po' più triste, se la calda esortazione a sloggiare proveniva da qualcuno in cui avevo creduto, magari anche solo per un attimo. Tuttavia, mai rassegnato. Come Diogene, "cerco l'uomo" e la mia ricerca non si interrompe solo perché la catena dei rifiuti, dei dinieghi, delle incomprensioni, degli sberleffi e delle facili accuse si fa più lunga.
       Perché dovrei desistere? Ho dei principi, degli ideali, degli stili di vita. In genere non piacciono o, se paiono piacere, vengono rapidamente a noia. Ma non ho mai ceduto e non cederò. IO CREDO. Credo nella possibilità di essere diversi e migliori, e mi batto per pervenire a questo ambizioso traguardo. Non sono perfetto, ho mille difetti, ma mi batto, giorno dopo giorno. Risulto magari noioso, non "stacco" mai e non voglio "staccare", ma il mio animo è pieno di vita e di gioia. Non assomiglierò mai, per mia fortuna, al professor Monti.
      Io credo che una vita, io credo che LA vita sia ancora possibile e cerco, con ostinazione e ferocia, di diffonderla intorno a me. Pochi mi capiscono, molti mi dispezzano, taluni mi odiano. Ma ho questa impossibilità di essere normale, e la coltivo con amore. Ogni tanto, individuo persone che potrebbero accompagnarmi, e le stimolo in tal senso. In genere finisce malissimo, ma posso sempre dire di averci provato. Quando morirò, di una cosa sarò certo: non ho mai rinunciato a cercare di vivere, di assaporare tutto, fino in fondo, a qualsiasi costo, anche quando mi dicevano che era un frutto proibito. Non accetto divieti, sempre e comunque. Li violo. Trasgredisco. Dolente per i ragionieri, dell'anima, della mente, del corpo.

                                                              Piero Visani

                                                       

Chiarezza

      Dopo una mattinata di vuote parole, di tentativi di piccole fregature da parte di uomini che sono anche più piccoli dei giochetti che tentano di allestire, è bello ritornare a scrivere, a dedicarsi alle cose che contano davvero.
       Non mi riconosco più, ammesso e non concesso che mi ci sia mai riconosciuto, nel mondo in cui vivo. Più che mai, mi chiedo che cosa io ci stia a fare, e perché. Lo trovo orrendo, abominevole, infimo. Vorrei volare in alto, più in alto, ma con chi, ma dove? La maggior parte delle persone che conosco rappresenta spesso una terribile delusione, perfino per uno selettivo come me, sempre attento a selezionare solo i migliori. Nel lavoro, ho dei partner fantastici che mi supportano, ma nella vita, a parte il mio delizioso nucleo familiare?
        Vado avanti per inerzia, in un universo di muti e sordi. Siccome parlare a me non serve ad alcunché, taccio e scrivo. Leggo. Penso. Credo di essere ormai approdato all'incomunicabilità totale. Nessuno mi ascolta, e questo non è un gran problema, ma, pur non ascoltandomi, pretende di interloquire con me, e questo diventa invece un enorme problema, perché, se la comunicazione non è bilaterale, non è dialogo, è monologo solipsistico. E io cosa c'entro con i monologhi altrui. Che poi, almeno per quanto mi riguarda personalmente, sono tutti uguali: "dovresti diventare così e cosà, dovresti fare questo e quello, dovresti essere diverso". Così ho pensato che, visto che faccio tanto schifo, è meglio che mi ritiri dal mercato, come le merci avariate o scadute. Che tale in effetti sono.
        Guardo, osservo, sempre più distante, sempre più distaccato. Ormai ho compreso che io ho poco o punto a che fare con questo mondo e con molti dei soggetti che lo popolano. Ogni tanto, mi faccio travolgere dalle illusioni, credo di individuare persone con cui poter instaurare un dialogo, ma ogni volta incorro in una delusione superiore alle precedenti. E' meglio che taccia, tanto è del tutto inutile che io parli. Mi faccio solo del male.

                                         Piero Visani

domenica 27 gennaio 2013

Mi porta sempre un po' con sé

       Mi fa dispiacere pensare che, in giro, c'è una persona che "in qualche modo, mi porta sempre un po' con sé" e che, quando non è in buoni rapporti con me, "forse non ci crederai, ma non sto bene".
       Visto che non ci vediamo dai primi di luglio e non ci sentiamo da fine agosto, penso che sarò diventato un fardello assai ingombrante e che la poverina starà male, molto male.
        Me ne dolgo sinceramente, ma è davvero tutta mia, la responsabilità? Ammesso, e non concesso, che tutto quello che cito alla lettera fosse vero, ovviamente.

                            Piero Visani

Friends will be friends

       E' triste constatare come i rapporti umani siano pesantemente condizionati dall'ipocrisia. A me pare infatti impossibile che due persone, sulla cui amicizia per un certo periodo sono stati spesi autentici peana, si ritrovino di colpo come perfetti estranei, cui non è consentito nemmeno un dialogo formale.
        A me è stato rimproverato il fatto che il mio atteggiamento sarebbe stato determinato da secondi fini, benché fosse del tutto evidente, nei fatti, che non era così. Io, sull'atteggiamento altrui, non ho mai detto nulla, com'è mia abitudine. Ho solo cercato di adattarmi alle forme sempre più anguste e residuali di amicizia che mi venivano offerte. Da autentico amico, quale ho sempre cercato di essere.
        Non ho mai compreso i passaggi da un estremo all'altro, ma siccome l'estremista ero e sono io, visto che a me è sempre stata attribuita tale patente, sorrido amaramente, scuoto il capo e guardo oltre. Non ho nulla da rimproverarmi, sono sempre stato assolutamente sincero, coerente, e ho preso tante botte per niente. Per mia fortuna, sono stato un amico "assolutamente unico". Non oso pensare a quale avrebbe potuto essere il mio destino se fossi stato un nemico...
      Non è più il caso di dire niente, ma certo che, se non è volubilità questa, come la vogliamo chiamare...? Per fortuna ho un forte senso dello humour...

                                                          Piero Visani 

Dear Prudence

      Sono un modesto giocatore di tennis da club. Mi diverto, faccio attività fisica, pratico uno sport che amo da sempre. Consapevole dei miei limiti tecnici, fisici e... anagrafici, non mi sognerei mai di sfidare un Roger Federer o un Rafa Nadal, pur facendomi concedere da loro un robusto handicap a mio vantaggio, ma neppure sfiderei il migliore dei maestri del mio club, che, nei suoi anni migliori, fu circa numero 800 della classifica ATP. So riconoscere i professionisti, dovunque si manifestino, e tendo a rispettarli, anche nel mio interesse.
       Quando sono oggetto di atti di ostilità, ovviamente di ostilità grave, mi aspetterei che i miei aggressori si ricordassero del mio curriculum, da cui si desume che di guerre, in particolare di conflitti tipici della modernità - come quelli asimmetrici, mediatici e psicologici - me ne intendo parecchio, e so che cosa si deve fare, e come, per colpire bene e in profondità, facendo realmente male.
        Per questa ragione, ogni tanto trasecolo, quando sono oggetto di atti maldestri di aggressività, poiché mi chiedo se chi ha inteso colpirmi ha realmente compreso di aver scelto il bersaglio sbagliato. Al di là delle mie peculiarità caratteriali (sono tignoso, vendicativo, ho una memoria di elefante), ci sarebbero quelle professionali che sarebbero sufficienti a indurre alla prudenza il più imprudente dei nemici.
         E' già successo che, dopo qualche maldestra legnata infertami, la mia reazione sia stata talmente violenta da indurre gli aggressori a strillare come oche. Questo sinceramente mi risulta un po' incomprensibile, in quanto, se uno decide di entrare in conflitto, può scegliere la data di inizio delle ostilità, non quella della fine. O può scegliere quella che lui ritiene la giusta gradazione di conflittualità, non quella che ritengo io. E non credo possa sorprendersi se, ad esempio, la mia gradazione di conflittualità può risultare infinitamente superiore alla sua.
        Tutto ciò è ancora più vero quando i conflitti che mi vengono scatenati contro non sono di tipo convenzionale, vale a dire quelli che cominciano con una dichiarazione di guerra e si concludono con una pace, ma sono di tipo non convenzionale e prevedono solo atti di ostilità improvvisa, possibilmente alle spalle. Quelli non hanno avuto un inizio formale e, con tutta probabilità, non avranno neppure una fine formale. E posso aggiungere che, tra le tante persone da colpire, io ero e sono realmente la meno adatta. Non solo per peculiarità caratteriali, ma anche e soprattutto perché sono un professionista del settore. Fino ad oggi ho fatto determinate cose, ma non ho mica finito qui. Sarò IO a decidere quale sarà l'ultimo atto del conflitto che mi è stato scatenato contro. Su questo, nessuno nutra dubbi.

                                             Piero Visani

sabato 26 gennaio 2013

Mujeres

       Una persona che stimo molto, con la quale ho il piacere di collaborare proficuamente da parecchi anni, mi fa notare, con molto stile, che le mie riflessioni di genere, condivisibili o meno che siano, non si adattano sempre e comunque a soggetti che potrebbero essere ascritti, per così dire, a un tertium genus. Lo so bene e, anche se posso aver dato un'impressione diversa, non ho mai inteso fare così, perché io non amo le generalizzazioni. Non le amo al punto per cui posso dire di aver subito delle provocazioni al femminile e dei rifiuti motivati da ragioni "altre". Non ho mai lamentato nulla, al riguardo, anche se devo ammettere che queste strategie del "doppio binario" sono assai comode, visto che funzionano a 360°. Ma non ho più nulla da lamentare, in proposito. Sono stato solo molto stupido e ingenuo io. Rimedierò. Anzi, credo di aver già rimediato, dopo tutto.

Sarà che io col mio ago ci attacco la sera alla notte,
e nella vita ne ho viste e ne ho prese e ne ho date di botte,
che nemmeno mi fanno più male e nemmeno mi bruciano più.
Dentro al mio cuore di muro e metallo dentro la mia cassaforte,
dentro la mia collezione di amori con le gambe corte,
ed ognuno c'ha un numero e sopra ognuno una croce,
ma va bene lo stesso, va bene così.

https://www.youtube.com/watch?v=qfKos0QYXNM

                                                   Piero Visani

The Ghostwriter

       Sto scrivendo - come ghostwriter - un libro di assoluto interesse, su un tema che non posso nemmeno accennare, perché altrimenti verrei meno ai miei doveri contrattuali e anche alla mia deontologia. Un tema bello, importante, di grande attualità, e dai notevolissimi risvolti culturali e sociologici.
        Sono lieto di partecipare a questa intrapresa, poiché è realmente un'operazione molto nobile, dalle forti motivazioni sociali. Non è un'impresa facile, dovrà superare molti ostacoli, prevenzioni, ostilità. Ma chi la affronta lo fa con piena cognizione di causa e con un insider's view che certo gioverà moltissimo all'opera nel suo complesso.
        Il lavoro del ghostwriter è sovente oscuro, poco o punto riconosciuto, scarsamente gratificante, ma questa è un'eccezione alla regola e sono lieto di essere coinvolto in un'attività che mi ha fatto scoprire un mondo che non conoscevo assolutamente e di cui ora comincio a respirare i segreti, spesso tutt'altro che confessabili.
       E' bello sentirsi parte di un progetto che lotta attivamente contro lo sfruttamento dell'uomo sull'uomo, che resta uno dei pilastri più solidi, meno riconosciuti e al tempo stesso più ignobili della società contemporanea.

                               Piero Visani

Partnership, Atto V

       Domani sarà un mese esatto che sono iniziate le attività che hanno portato, il 4 gennaio successivo, alla firma della nuova partnership.
        Il bilancio del primo mese di attività è assolutamente positivo e, anche se qualche malevolo dice che è facile andare d'accordo, ora che tutti i partner sono uomini, ho gioco facile a smentirlo sottolineando come tutti i partner italiani sono uomini, mentre quello straniero non lo è proprio. E' una signora coniugata, con prole, personalmente e professionalmente realizzata. Una donna vera, non un simulacro di donna, per nulla interessata a esibizioni di primadonnismo con gli altri partner o ad esercizi di seduzione da quattro soldi intesi a soddisfare son coté féminin, per poi prenderli in giro senza pietà per soddisfare son coté masculin (se vogliamo definirlo così...).
        Siccome su quel versante ho già dato, ad abundantiam, questa volta ho preso le mie precauzioni, cercando una persona che mi evitasse un secondo giro di queste penose pantomime.
         Questo primo mese è filato liscio, grazie ai contributi professionali di ciascuno, e nessuno di noi ha dovuto subire, per quanto mi consta, trattamenti ruvidi, silenzi, mutismi o prese in giro; tanto meno pseudo-seduzioni. Per galanteria, ci piace riservare un ruolo privilegiato a questa nuova partner straniera, nel rispetto dei ruoli e delle competenze. Ma non c'è spazio per les jeux avec le feu. Se mai - chi può dirlo? - in futuro tale spazio si dovesse creare, l'auspicio è che siano à la Alain Robbe-Grillet, non à la Maria Goretti. Mai regalare "terre promesse a chi non le mantiene". L'unico esito, infatti, è la noia.

                                                     Piero Visani

The Guard

       Mi sono soffermato pochi giorni fa sull'anima irlandese, sulla sua straordinaria capacità sincretica, sul suo gusto per la beffa, sul suo costante impegno ad esprimere una cultura dell'integrazione invece che una cultura dell'esclusione.
       Per l'anima irlandese, che è anima celtica per eccellenza, non ci sono santi O malvagi, ma solo santi E malvagi. E ciascuno di noi è, al tempo stesso, entrambe le cose.
        Tale capacità sincretica esclude i moralismi, le beatificazioni in terra, conferisce a tutti il proprio giusto livello di umanità, un'umanità in cui si può essere, nel corso di una giornata (o di una vita), al tempo stesso migliore o peggiore di quello che si è mediamente.
        Ho ripensato a tutto questo guardando un piccolo ma straordinario film di John Michael McDonagh, The Guard, tradotto in italiano con il ridicolo e infelicissimo titolo di Un poliziotto da happy hour.
        Un film del 2011, girato in una delle zone d'Irlanda che meglio conosco e più mi sono care, il fantastico Connemara, un'area dove ancora oggi molti abitanti parlano correntemente gaelico.
        The Guard rappresenta il trionfo e al tempo stesso la sublimazione dell'anima irlandese: un poliziotto alquanto politicamente scorretto non si cura granché delle ipocrite prassi del mondo contemporaneo e si preoccupa anche (o forse soprattutto) di soddisfare i propri bisogni esistenziali, quali che siano), ma, proprio a causa di questa capacità di difendere la sua identità e la sua autonomia intellettuale, è più sveglio, più conoscitore del mondo dei tanti, troppi, che si lasciano condizionare ed eterodirigere dalle banalità.
        Non insensibile ai piaceri mercenari della carne, e a qualche altro "vizietto" come il bere, il nostro sergente della Garda (la polizia della Repubblica d'Irlanda) vive le proprie vicende personali e professionali animato da un'etica non globalizzata. Non è un clone di alcuno. E' un uomo libero, profondamente libero. Non segue canoni o codici, se non il proprio codice etico, al quale peraltro, è straordinariamente fedele, a modo suo.
        Il film è gradevolissimo, piento di spunti tematici e di battute fantastiche, e va goduto - se possibile - in lingua originale, poiché, come credo sappiate bene, il doppiaggio compie disastri testuali e soprattutto culturali gravissimi.
        E' un'opera che a qualche osservatore molto superficiale potrebbe apparire alquanto immorale, mentre invece è profondamente etica, nel senso più vero del termine, e cerca altresì di farci comprendere come le morali, e in particolar modo le false morali che ci insidiano a tutti i livelli "abbiano chiuso i nostri cuori e spento i nostri ardori". Lo fa utilizzando toni beffardi, non didascalici, secondo la logica classica dell'anima celtica, la quale ci suggerisce sempre di pensare a quanti orrori ci siano nei moralismi e a quanti errori ci siano nelle repressioni. E come l'unica cosa che conti sia vivere secondo natura e secondo coscienza. Ce lo suggerisce percorrendo le strade impervie del paradosso, che sono le più difficili da percorrere, ma anche le più facili da recepire, perché contengono un'indicazione precisa: attenzione, sempre e comunque, a ogni forma di manicheismo: il presunto Bene è pieno di "cosiddetto Male", e viceversa.

                                                                                                   Piero Visani

venerdì 25 gennaio 2013

Solo una sana e consapevole libidine salva il giovane dallo stress e dall'Azione Cattolica

        Non solo un giovane, anche un anziano. Anzi, tutti i giovani e tutti gli anziani. Il titolo di questa vecchia canzone di Zucchero, infatti, è totalmente metaforico: è necessario essere provvisti di libido esistenziale per sottrarsi tanto alle insidie dello stress quanto a quelle, non minori, dell'Azione Cattolica. Sentendomi del tutto immune dalle seconde, cerco di sottrarmi alle prime con una consapevole libido esistenziale che non vedo, ahimé, granché condivisa, ma la cui mancata condivisione non mi induce certo a desistere.
        Sono in un momento non facile della mia vita, pieno di ferite e lacerazioni, ma sono altresì in un momento promettente, non solo professionalmente, ma perché continuo ad essere animato da una grande voglia di vivere. Non bisogna mai fermarsi, e io non mi fermerò. In certi momenti, le sirene dell'incertezza e della desistenza fanno sentire il loro canto suadente e tentatore, ma nella mia mente si sta delineando da tempo una precisa strategia comportamentale: privilegiare i fattori permanenti su quelli transeunti. I secondi hanno una loro innegabile importanza e spesso esercitano un effetto condizionante sulla vita di una persona, ma gli unici che contano davvero sono i primi. 
        Come chi ha la bontà di seguire questo blog sa bene, ogni tanto i fattori transeunti esercitano su di me il loro effetto nefasto. Tuttavia, anche se mi lacerano, sono sempre quelli permanenti a prevalere, perché io so dove andare, e perché
        Ho le mie debolezze - questo sì -, le angosce che mi stringono la gola e mi fanno vacillare, ma poi riprendo la mia marcia, aiutato e direi sostenuto dalla mia  libido esistenziale. Sono una roccia, a modo mio, per quanto fatta di materia fragile. E tuttavia, se guardo indietro, posso dire con soddisfazione di non essermi mai piegato a niente e a nessuno. Ne vado orgoglioso. In un mondo in cui la mancanza di carattere fa danni ancora maggiori di quelli - già disastrosi -  perpetrati dall'ignoranza, procedo coerente e costante, con i miei dubbi esistenziali, ma le mie certezze comportamentali. Non sono mai stato e mai sarò un cicisbeo, uno di quegli uomini che fanno la gioia di chi li manovra.
      Tutto questo - l'ho scritto più volte - ha un costo, ma ogni tanto - ad esempio stanotte - c'è anche chi mi scrive per esprimermi il proprio apprezzamento. Sono di notoria infamità, sgradevolezza, spirito polemico e polemogeno, ma qualche estimatore mi è rimasto. Anzi, di meglio e di più: qualcuno che comprende la ratio che ispira i miei comportamenti. Gli sono grato e aggiungo che non mi sono mai sentito un mostro, anche se spesso si è cercato di farmi passare per tale. Cerco solo di essere coerente, di avere una dignità, di non farmi dirigere dall'interesse. Lo so, per qualcuno sono discorsi strani e totalmente incompensibili. Per me, no.

                                        Piero Visani

Io camminerò

       Una delle caratteristiche più peculiari del "soldato esistenziale", quale io penso di essere, è che bisogna andare sempre avanti, comunque e dovunque. Come il capitano Alatriste, il protagonista dei romanzi di Arturo Pérez-Reverte, ho perso la speranza - qualsiasi forma di speranza - da tempo. Tuttavia, non ho mai perso la tenacia, la perseveranza, il senso del dovere, la volontà e addirittura il desiderio di andare fino in fondo. So che tutto intorno a me sta crollando o è addirittura crollato, ma non sono crollato io, e non crollerò. C'è un'estetica dell'esistenza, da difendere, e si combatte per quella, solo per quella.
       Non sono attese vittorie, riscatti, redenzioni. Si sa bene, fin troppo bene, che tutto è perduto, ma occorre fare quello che ci è stato insegnato a fare, e occorre farlo con dignità.
       Le tentazioni che questa esistenza ci offre sono tante e, di norma, sono alquanto allettanti. Ma il "soldato esistenziale" ha un obbligo d'onore, quello di essere fedele a se stesso, e sa che lo deve assolvere. Non ci sono "domani che cantano" che lo attendono. C'è solo un "presente che piange", e lo si affronta con serenità, badando a rispettare l'immagine che si ha e si dà di sé, e a salvaguardare l'onore. Ho dato tutto quello che sapevo e potevo dare. Se non è bastato, non ne sono certo lieto, ma il mio onore è salvo. Si è giocato troppo a lungo con esso e forse si è addirittura pensato che potesse essere oggetto di una qualche transazione. Non è stato così. Il mio onore e la mia dignità non sono negoziabili. Ne ho pagato un prezzo molto elevato, ma sono contento di me stesso. Magari NON sarò ricordato, ma certo non sarò ricordato come una persona ordinaria. E' giusto che su di me cali il più assoluto silenzio, una volta che ci si è resi conto che i miei valori e i miei principi non sono mediabili. Infatti non lo sono. Nella lista degli uomini malleabili, di quelli da trasformare in marionette, cui far fare ciò che si desidera, io non ci sono e non ci sarò. Non sarò protagonista di feste, serate tra amici, pranzi e cene, lieti incontri fatti di niente. Sono, sarò e resterò una persona vera. Poco o punto apprezzata, o addirittura derisa, vilipesa, messa al bando. Pazienza. La difesa dell'identità ha un costo, da sempre.

                                                           Piero Visani

Buio e spreco

      Giornata di sole splendente. Il lavoro va bene, i clienti mi cercano. Molti business stanno decollando, in campi diversi. Ma io sono al buio. In una condizione oscura e poco gradevole. Deprivato di troppe cose e persone.
       Soffro in silenzio, ma devo fare continuamente i conti con me stesso. Avrei bisogno di distrazioni, ma ho solo lavoro, lavoro e lavoro. Talvolta arrivo persino a chiedermi se i miei comportamenti sono stati corretti. La risposta tarda, ma poi arriva e mi conforta. Ma non è facile accettare di aver perso pezzi di vita e di persone. Uno è costretto a farlo, sapendo bene di non avere alternative, ma è uno spreco, un gigantesco spreco. Buio e spreco. E la chiamiamo vita....

                                    Piero Visani

giovedì 24 gennaio 2013

La commedia degli equivoci

       Sono rimasto stritolato, nel corso degli ultimi due anni, in una gigantesca "commedia degli equivoci" che, a gioco lungo, mi ha fatto parecchio male. Ho intessuto nuove relazioni, nuovi rapporti, e ad essi mi sono accostato con la mia abituale voglia di vivere, cercando di scoprire se ci fossero persone che valesse la pena di conoscere, con le quali intessere amicizie più o meno profonde, contatti più o meno ravvicinati.
       Ora  che le ferite si stanno lentamente cicatrizzando, posso dire di essere stato spinto, come sempre, dal mio vitalismo, dalla mia ansia di novità e di emotività. Ho ritenuto di aver trovato dei riscontri e su quelli ho costruito le mie proposte, la mia ricerca di sentimenti veri, di amicizie profonde.
       Come mi è abituale, mi sono lasciato coinvolgere in queste esperienze animato da un profondo gusto della scoperta, sicuro di avere trovato personalità che, al pari di me, nutrissero questo desiderio.
      Purtroppo, mi sono sbagliato, nel senso che ho creduto di riscontrare tale volontà di incontro là ove effettivamente non c'era, o comunque era diversa dalla mia.
      Ora che è tutto finito, che non ci sono recriminazioni da fare, responsabilità da imputare, conti da regolare, resta in me il gusto un po' amaro di una commedia degli equivoci che avrebbe potuto essere forse evitata con un po' più di chiarezza, un po' più di sincerità, un po' meno provocazioni. E che avrebbe potuto essere troncata con meno traumi e meno implicazioni nel momento in cui ci fosse stato il coraggio di dirmi che avevamo scherzato, riconoscendo i reciproci errori (le insistenze mie, ad esempio, o le ambiguità altrui).
     Non è andata così, e me ne dolgo, ma so bene che è impossibile tornare indietro, non foss'altro perché io non ho mai accettato e mai accetterò di giocare a giochi di cui siano altri a stabilire le regole. Ho applicato le mie. Non andavano bene:  fine del gioco, della storia e della "commedia degli equivoci". Fine traumatica, ma chiara.
      Non mi rimangono ricordi particolarmente positivi, ma nemmeno particolarmente negativi. Ho incontrato una persona molto particolare e credo di aver dato prova di averla compresa a fondo. In altre circostanze, e con altri soggetti, questa sarebbe stata una fortuna, una grande fortuna. Nel caso di specie, invece, è ciò che probabilmente ha segnato la mia fine, perché ero diventato un soggetto talmente incorporeo da poter slittare, molto rapidamente, dal tutto al niente, e così è stato.
      Ho reagito male. Ho dovuto farlo. Sono stato trattato malissimo, dal mio punto di vista, e mi sono comportato di conseguenza. Nessuno tornerà indietro, lo so bene. Ma è un'esperienza di vita che non rinnego, così come non rinnego i miei comportamenti. Ho incontrato una persona estremamente interessante, ai miei occhi, piena di tutte le asperità e le complessità delle persone realmente degne di interesse. Mi ci sono accostato animato dalle migliori intenzioni e dai migliori sentimenti. Ho modificato più volte i miei proponimenti, per venirle incontro. Non è bastato. C'è chi mi dice che fosse una mission impossible e io ho egualmente provato a compierla. L'interessata si autodefiniva un soggetto "irraggiungibile" e mi ha addirittura scritto che l' "avevo raggiunta". Poi è successo qualcosa che non so, oppure non mi sono adattato al ruolo residuale che mi si voleva riservare.
       Non biasimo nessuno. Va bene così. E' giusto, quando uno non rappresenta più niente, toglierselo di torno. Non condivido una virgola, di certe scelte e comportamenti, ma li ho accettati fin dall'inizio. Forse era davvero una mission impossible, ma sono lieto di averla comunque intrapresa. A me piacciono le sfide, le grandi sfide, e questa è stata tale. Nonostante gli esiti, catastrofici per me, la ricorderò sempre con piacere, per il livello molto elevato della posta in palio. Non mi ritengo e non sono un uomo qualunque, dunque ho ragione di pensare di meritarmi - in silenzio assoluto, per carità - almeno l'onore delle armi. Quello che si riconosce ai vinti negli esiti, ma non nella mai sopita e mai sopibile volontà di combattimento. Quest'ultima, proprio perché mai doma, porta inevitabilmente verso nuove terre da conquistare. I guerrieri dell'esistenza sono eterodiretti dalla loro inesausta vis polemogena. E' la loro maledizione, e la loro beatitudine.

                          Piero Visani

Una giornata al mare

       Gli impegni di lavoro mi portano sempre più spesso a Genova, in questo periodo. Ci andrò anche domani. Ne sono lieto, per vari motivi. Sto conoscendo persone interessanti, sviluppando contatti di lavoro importanti e vedendo soggetti a me cari. Il tutto - e questo è importante - mentre il mio animo si sta placando, sta uscendo da una dimensione di nervosismo e collera, e sta ricollocando ogni cosa nella giusta dimensione.
      Ho ripreso molta fiducia in me stesso, sono più sereno, rilassato. Non cerco rivincite, o riscatti, o vendette. Una fase della mia vita ormai si è chiusa. Se ne apre una nuova. Sono curioso e in attesa. La novità più importante, per me, è che dalla fase precedente emerge una persona nuova, per certi versi differente da quella che conoscevo: più sicura di sé, più fiduciosa, più ricca (ancora...!) di autostima.
       Vengo da un periodo caratterizzato da molti errori, ma da grande coerenza, sincerità e onestà adamantina. Non ho nulla da rimproverarmi, e sono pieno di aspettative e curiosità. E ho un desiderio irrefrenabile: capire se per tutti/e sono un soggetto da spazzatura, o posso ambire a qualcosa di meglio... Vedremo. Io ci proverò. Il mio animo è ferito ma ilare, perché la mia ricchezza interiore, la mia disponibilità, la mia apertura sono enormi. Sono ben consapevole di poter fare schifo, ho appena subito un trattamento ad hoc, ma la mia volontà di smentire i miei detrattori è elevata, e poi io so benissimo di non farlo proprio per niente... Non mi sento all'offensiva, questo no, ma con gli occhi bene aperti sul mondo. Sono un soggetto inimitabile, e lo so bene. Mi sento nuovamente in caccia, a modo mio. Per essere apprezzato appieno, dovrò trovare persone all'altezza...

                                                          Piero Visani

Equilibrio

       Ieri nel tardo pomeriggio, al termine di una breve ma intensa trattativa di lavoro, il mio interlocutore (e controparte), accompagnandomi all'uscio del suo studio mi ha salutato dicendomi: "Mi auguro che la nostra collaborazione duri a lungo. E credo sarà così. Lei mi pare una persona molto equilibrata".
       Ho ringraziato amabilmente e poi, scendendo le scale, ho ripensato a quella frase, dividendola mentalmente in due parti: una prima, di circostanza; una seconda, di simpatica piaggeria.
       Quando è stata profferita, ho faticato a trattenere un sorriso ironico, aiutato - nel farlo - solo dalla mia tradizionale impassibilità. Ma successivamente, ormai solo, non ho potuto fare a meno di ripensare, con una certa dose di ironia, che - da sempre - la maggior parte delle persone che mi conosce è solita lodare il mio equilibrio.
       Riflettendo su qualche "maestrina dalla penna rossa" conosciuta in questi ultimi anni e ai voti tutt'altro che esaltanti di cui mi ha gratificato, mi è venuto da sorridere, pensando a quanto possano essere diversi i giudizi su una stessa persona...
       Tuttavia, a mia giustificazione posso dire che godo realmente fama di persona equilibrata. E penso pure di esserlo, sia pure a modo mio.
       Sono equilibrato in tutte le cose che faccio, perché rifletto molto sulle stesse, prima di farle. Rifletto rapidamente, perché io faccio tutto molto rapidamente, ma rifletto. Non mi lascio mai guidare dall'istinto e, se anche compio una grave nefandezza, l'ho attentamente ponderata.
       Ripensavo a tutto questo, tornando a casa sotto una pioggia battente che, nella parte di collina torinese ove risiedo si era trasformata in nevischio, e riflettevo sul fatto che può capitare di frequentarsi anche molto, ma di conoscersi in definitiva poco, se poco ci si ascolta.
        Io sono realmente una persona equilibrata. Equilibrata e coerente. Sono attento al benché minimo dettaglio e il mio cervello e la mia sensibilità sono costantemente all'erta, come quelli di un radar molto potente, in grado di percepire e individuare distintamente oggetti che volano anche a quote molto basse.
       Pure nel corso di questo ultimo anno, sono sempre stato molto equilibrato e coerente. Ho perseguito un disegno, ho cercato di metterlo in pratica, l'ho adattato all'evolvere della situazione, sempre attento a salvaguardare equilibri, cercare soluzioni, sviluppare rapporti. L'intento che mi ha costantemente guidato è stato costruttivo, inteso a trovare equilibri a livelli diversi, ovunque fosse possibile. Quando poi ho capito che tutto questo a nulla sarebbe servito, sono stato deliberatamente distruttivo, ma non per il gusto della distruttività in sé, bensì perché la situazione lo richiedeva e, nell'esserlo, sono stato altresì terribilmente coerente, poiché a mio avviso era necessario esserlo.
        Tutto qui. Priva totalmente di equilibrio è solo la reazione che c'è stata a questi miei comportamenti. Io mi sono limitato a far scaturire da una situazione sviluppi che fossero in linea con le premesse. Non sono stato né squilibrato né irrazionale, ma equilibrato, coerente e conseguente. Non ho scatenato "guerre sante", non è da me. Ho condotto una piccola "operazione chirurgica", cercando di ridurre al minimo i "danni collaterali". Per restare in metafora, direi che sono stato un "buon soldato", attento a non "spargere inutilmente sangue" e a contenere al minimo le perdite. Certo, mi sono comportato da soldato, ma sarebbe quella la mancanza di equilibrio che mi si rimprovera? Ho reagito ad un attacco, che altro avrei dovuto fare? Se, nel reagire, ho fatto del male, ho procurato danni, sarebbe stato sufficiente pensarci bene, prima di attaccarmi. Come sempre, come sono stato educato a fare, ho condotto una Krieg ohne Hass. Non l'ho scatenata io e per me è conclusa. Sono molto equilibrato, razionale, fedele a me stesso e non volubile, io. Non passo da un sentimento all'altro in forma isterica.

                                                                            Piero Visani



                                                    

mercoledì 23 gennaio 2013

Rain

       Piove massicciamente su Torino. Una pioggia gelata, spinta dal vento. Sono in giro per la città per contatti di lavoro, e gioisco. Adoro la pioggia da quando avevo 4 o 5 anni, e da allora la amo sempre più intensamente. Il primo motivo per cui la amo è che non piace ai più, e questo me la rende immediatamente simpatica. Quasi tutto quello che non piace ai più, a me piace. E la pioggia piace a non molte persone.
      La prima cosa che percepisco è come si pulisca l'aria, in genere molto inquinata, nel centro della mia città. E' assurdo definirla "la mia città". Neppure la amo. Mi è totalmente indifferente e i torinesi, per la verità, non mi stanno granché simpatici. Abito qui dal 1955, ma potrei essere vissuto ovunque. Ho trovato un rifugio nel silenzio, e questa è l'unica cosa che amo davvero.
        Inoltre la città è molto migliorata, dopo le Olimpiadi invernali del 2006 ed è divenuta oggetto di interesse turistico. In verità è bella, anche se al momento non appare certo economicamente in salute.
       Mi aggiro per le strade del centro, così tipicamente francesi. Penso a decine di cose, mentre l'acqua mi bagna. Sono abbastanza sereno. Triste ma sereno. Il peso di infinite cose grava su di me, ma vado avanti per la mia strada, contento di quel che ho fatto e faccio. Mi conforta la constatazione che, giorno dopo giorno, mi sento un po' meglio e capisco un po' più chiaramente che quello che ho fatto è stato difficile, doloroso, ma giusto. La stessa solitudine che mi circonda è, in fondo, la medesima di prima. Solo che prima era nutrita di illusioni, di miraggi, di speranze mal riposte. Ora non è più così, ora mi è più facile capire. Potrei dirmi che si è trattato di "una parentesi", ma mentirei a me stesso. Potrei dire che si è trattato di "un abbaglio", ma sarebbe ingiusto e irrispettoso nei riguardi di una persona. E' stata un'incomprensione profonda, questo sì, frutto di un fatto forse preoccupante: più ci si conosceva, più le distanze aumentavano, invece che ridursi. E questo non è mai un buon segno. Il salto di qualità, quello che avvicina realmente due persone, non c'è mai stato. Ad onta di tutti i miei sforzi, non c'è mai stato. Guardando le cose con crescente distacco, minore emotività e maggiore volontà di capire, credo che questo voglia dire qualcosa, anzi molto. Purtroppo, a un certo punto è venuto meno il dialogo, sostituito da due monologhi. Ne sono sempre più convinto, così come sono convinto che le rispettive uscite di scena avrebbero potuto essere molto migliori. Ma succede sempre così, quando si cessa di parlare, non ci si spiega più e ciascuno persegue un proprio disegno individuale. A quel punto, vince chi ha il coltello dalla parte del manico e chi vuole rompere è ovviamente più forte di chi vorrebbe mediare.
       Poiché rottura c'è stata, e totale, posso almeno pensare che almeno uno dei due protagonisti abbia ottenuto quel che desiderava. Non lo biasimo, se lo cercava davvero. Io sarei ricorso ad altre modalità, ma si è trattato di una soluzione e da tempo ne ho preso atto.

                                                          Piero Visani 

Look away, Dixieland

      Ho avuto la fortuna di conoscere personalmente, in anni ormai lontani, uno dei più grandi storici della Guerra Civile americana, il professor Raimondo Luraghi, all'epoca docente all'Università di Genova, autore di alcuni libri fondamentali sull'epico scontro fra Nord e Sud degli Stati Uniti.
      Sotto la sua guida, ho appreso che nulla, nella storia come nelle cose, è mai come appare, e che quello che viene presentato come il "Sud schiavista" era sì un mondo pieno di storture e di situazioni deplorevoli, ma anche di uomini liberi, fieri, indipendenti, orgogliosi della loro identità e del loro modo di essere, amanti della libertà degli Stati, dei singoli Stati dell'Unione, non dell'Unione in quanto tale. Ben consapevoli del fatto che la modernità si stava facendo largo, sulla loro pelle, utilizzando uno degli strumenti principali della democrazia, la manipolazione: manipolazione dell'informazione, delle anime, delle menti e dei cuori.
      Grazie a Luraghi ho appreso il "grido di libertà" del Sud; ho capito che spostare i neri a fare gli operai nelle fabbriche del Nord, trattati come schiavi (se non peggio), non aveva alcunché di diverso dal tenerli nelle piantagioni in condizione servile, anzi la "qualità della vita" che veniva loro offerta era fatta di reboanti affermazioni di principio, accompagnata però da una realtà miserrima, dove la schiavitù, negata in teoria, risultava pienamente affermata nella pratica.
      Da allora, amo alla follia il Sud degli Stati Uniti, le sue canzoni, la sua bandiera, il suo orgoglio, capace di andare al di là della sconfitta e di entrare nel mito. Perché, nella mitopoietica, la Confederazione ha vinto. E' viva e vitale ancora oggi, infinitamente di più di quanto non lo sia l'Unione. E questa vitalità è figlia di un sogno. I sudisti corsero dietro al sogno di salvaguardare la loro libertà, l'indipendenza, il loro modello di vita dal totalitarismo della modernità (perché già negli anni Sessanta dell'Ottocento la modernità era puro e semplice totalitarismo).  Non avrebbero mai potuto vincere; al massimo avrebbero potuto pareggiare, imporre cioè al Nord una pace di compromesso, che salvaguardasse il loro modello economico e sociale. Non ce la fecero, ma dovevano provarci, perché un imperativo etico lo richiedeva loro. Questo è lo stupendo e sempiterno insegnamento che scaturisce dalla storia del Sud: non pensare mai ai propri interessi, pensare sempre ai propri principi, e andare fino in fondo, sempre e comunque.
      Look away, look away, Dixieland. Sei una delle non moltissime ragioni per cui un uomo può stare al mondo: la dignità, il senso dell'onore, il coraggio, la capacità di difenderli, a qualsiasi costo, anche quello della vita. Se muori nella realtà, vivrai nel mito. Vi sembra debole il Sud, nel mito?



P.S.: ogni volta che mi sento triste o depresso, ascolto Dixieland, l'inno confederato; oppure The Soldier's song, l'inno della Repubblica d'Irlanda, oppure altri inni e canzoni ancora più politicamente scorretti. Funziona, il morale lievita...

                    Piero Visani


Have you ever seen the rain? 2

       Avere ricordato, come ho fatto io in un post recentissimo, il titolo di un mitico brano dei Creedence Clearwater Revival, senza farlo ascoltare, è più che un delitto, è un errore. Cerco di rimediare.

https://www.youtube.com/watch?v=Gu2pVPWGYMQ




                                                Piero Visani


martedì 22 gennaio 2013

Sovrarappresentazioni

      Viviamo in una società caratterizzata dagli eccessi, ma sono eccessi da "FacciaLibro": liquidi, superficiali, volatili e transeunti. Se diventi amico di una persona, per un po' sarai il suo "superamico", fino a quando, nel social network della sua mente (eh, sì, poiché ormai anche le menti sono un social network...), non sarai sostituito da un nuovo amico, più "fresco e nuovo", e tu finirai nel dimenticatoio, in quelle 500 e più facce di "amici" che "adornano" il tuo profilo Facebook, di molti dei quali sai giusto il nome, se lo sai.
       Che posso dire? Ho fatto anch'io le mie esperienze di "FacciaLibro" sociale. Sono diventato "nuovo amico" e, come tale, portato sugli allori. Poi sono diventato amico ordinario, e ho dovuto cedere progressivamente il posto alle new entries, rammaricandomi del mio amaro destino. Infine non sono nemmeno più stato amico e, se non sono diventato nemico (sarebbe chiedere troppo..., significherebbe dare un senso alle cose), sono finito nel dimenticatoio, nella "pattumiera della Storia", tra coloro che, per manifesta insulsaggine, non meritano nemmeno di essere nominati.
      "FacciaLibro" è retto da criteri suoi propri e, di fatto, l'interesse non vi ha spazio. Ma in altri social network, come ad esempio LinkedIn, l'interesse regna sovrano e si fanno interessanti scoperte: ad esempio, si può scoprire che, se in certi social network si "muore" facilmente, o si finisce in qualche stagno dimenticato, sui social network professionali si sopravvive, anche a dispetto delle proprie malefatte. Scopro così di avere soci che non ho più; gente che mi disprezza ma fa bella mostra e si fregia di mie raccomandazioni; gente che non mi parla più ma che si fa vanto di aver collaborato con me (sarà per quello che non mi parla più...?).
      Il mondo è bello perché è vario, i sogni muoiono all'alba, ma l'interesse non muore mai e così scopri che, là ove sei umanamente morto, in realtà sei socialmente vivo, vivissimo. E sai perché sei vivo? Perché sei ancora utile, perché servi ancora a qualcosa. Gente che strilla come oche, che si offende per la vita perché li hai accusati di averti preso in giro e di aver tentato di sfruttarti bassamente, non ha ritegno a smentire nei fatti le proprie affermazioni, a sfruttarti bellamente là dove puoi ancora servire a qualcosa, perché sì, umanamente fai schifo e sei insopportabile, ma insomma, se porti un po' di lustro alla nostra immagine, beh, magari ci servi ancora... Come uomo sei una merda, ma come ex-socio che ci ha raccomandato, beh, non sappiamo se ti siamo grati, però la tua raccomandazione ce la teniamo. Dopo tutto, ci serve e inoltre è la migliore attestazione che sei un grandissimo fesso. Come dare loro torto?

                                   Piero Visani
        

Where are you?

       Nessuno mi rimpiangerà. Non ho la pretesa di lasciare vuoti. Però sono certo che la mia personalità ne lasci. Troppo onnipresente, troppo olistico, troppo invasivo e pervasivo. Discreto come persona, ma concettualmente totalitario, per presenza e incombenza, non credo di passare inosservato. Quando non ci sono più, si nota. La vita è più povera, forse più libera, ma la mancanza di colui che non è nella norma non si può non notare. Magari per tirare un sospiro di sollievo, perché no? Non pretendo certo di essere o essere stato apprezzato. Però, il fatto che io non ci sia più non si può non notare. Non solo perché aumentano i silenzi, i vuoti, le noie, la mancanza di stimoli di ogni genere, ma perché è come se si fosse tolto il sapore fondamentale da un cibo, il cibo della vita.
       Mi immagino già le riflessioni sulla mia supponenza. Liberi di farle. Tanto quello che ho appena scritto è vero e, per autolimitarmi, ho pure aggiunto che la mia "scomparsa" potrebbe rappresentare una liberazione, per chi non mi ha compreso (o mi ha compreso fin troppo bene...). Sotto con i miei sostituti/e e non vi preoccupate: capisco bene le vostre esigenze e la necessità di ricercare "edizioni in forma ridotta per venire incontro alle vostre capacità mentali" (ed emotive e vitali). Avete tutta la mia comprensione. Più di così...

                                        Piero Visani

Una giornata uggiosa

       Nella mia personale concezione del clima, una "giornata uggiosa" è quanto di meglio possa esistere: nuvole basse, che ti schiacciano verso terra e verso te stesso; pioggerellina lieve, che un po' bagna e un po' fa un effetto lustrale; tutto molto vago, come immagini negli occhi e nella mente di un miope; sguardo velato sul mondo, un po' per non vedere e un po' per non farsi vedere.
       Risuona nelle mie orecchie la nota immagine mogol-battistiana:

Ma che colore ha una giornata uggiosa
ma che sapore ha una vita mal spesa


       Il colore di una giornata uggiosa lo conosco bene, e mi piace. Il sapore di una vita mal spesa lo conosco anche meglio e, anche se non mi piace affatto, devo continuare a gustarlo...
       Incontro in un caffé un amico. Qualche convenevole. Segue il mio blog e, con il suo sguardo luciferino, mi dice sogghignando: "Devi rassegnarti, ormai fai schifo!".
       Come tutte le parole degli amici veri, il suo è un misto di verità e divertita sovrarappresentazione della medesima. So che ha ragione, e sorrido amaro. Ci salutiamo. Penso a quello che mi ha detto. So che è vero: la mia alterità mi ha reso ormai repellente, per i più. Non per nulla passo da un cassonetto dei rifiuti a un altro. Tuttavia, da sempre ho un'autostima che abbatte i muri. Quelli normali e quelli di gomma.
       Lo specchio di un negozio riflette questa mia immagine di prima mattina e, per quel che vedo, ho da essere assolutamente soddisfatto di me. Non sono stato capito, accettato, accolto. Va bene. Ne prendo atto. Vi risparmio, per il momento, il monologo di Trainspotting... Starò da solo e, per consolarmi, andrò a svuotare qualche negozio di abbigliamento. Mi attrae irresistibilmente l'idea di "fare elegantemente schifo". Amo i paradossi, e gli ossimori. Ho una vita interiore e una esteriore, io, e sono in sintonia...

                                      Piero Visani