martedì 30 aprile 2013

Romanzo di una strage

      Mi piace Marco Tullio Giordana e il suo modo di fare cinema, fin dai tempi de La caduta degli angeli ribelli, e naturalmente mi è piaciuto molto anche La meglio gioventù.
       Ieri sera ho visto in televisione Romanzo di una strage e devo dire che mi è piaciuto anch'esso. Il tema - la bomba di Piazza Fontana del 12 dicembre 1969 - si prestava ad equivoci e a interpretazioni varie. Giordana ne ha sposata una e l'ha perseguita coerentemente, senza nulla togliere alla storia, per altro ancora molto controversa.
       Ho vissuto quegli anni in prima persona e ricordo bene quella sera di dicembre. Credo che fossi ospite a cena a casa di mia sorella, sposata da poco, e ricordo lo straniamento con cui ascoltammo la notizia. Mi occupavo già anche troppo di politica, avevo fatto le mie scelte, ma ero purtroppo politicamente molto ingenuo, con i miei 19 anni, per capire chi manovrasse chi, in quegli anni tanto difficili.
       Ricordo che, forse per quel "male di vivere" che mi porto dentro fin dalla pubertà  (e forse anche da prima), la notizia non mi sorprese più di tanto e - come sono solito fare in circostanze del genere - mi attenni a una linea di assoluta imperturbabilità.
       Rivedere tutti quegli eventi a distanza di anni mi ha fatto capire, oltre a quanto sono vecchio, quanto sia stato un privilegio, in un certo modo, vivere in prima persona quegli anni. Avendo fatto scelte politiche precise, ho avuto la ventura di conoscere personalmente alcuni dei personaggi del film, così come ricordo l'ambiente in cui bazzicavo e la sensazione - già allora molto netta, per chi aveva un minimo gli occhi aperti - di come fosse pieno di provocatori, di delatori, di istigatori, di gente che soffiava sul fuoco delle passioni dei nostri vent'anni per farci fare il gioco del potere, per incanalarci nella trappola mortale degli "opposti estremismi", che erano il modo migliore, per il sistema politico dell'epoca, per sopravvivere a se stesso.
       Ricordo che sentivo il disagio di tutto questo, ma avevo due fuochi dentro di me: il fuoco della passione politica, sia pure ingenua e primitiva, e la speranza - intensa - di poter partecipare a una guerra, di poter "andare dentro", di poterlo fare anch'io, di dimostrare agli altri, ma soprattutto a me stesso, di essere un uomo, un vero uomo.
        E' una speranza che, malgrado l'età, mi porto dentro ancora oggi e che è una delle mie tante cause di insoddisfazione, del mio senso di incompletezza e imcompiutezza. In fondo - e lo so bene - tutte le cose che avrei voluto essere nella vita non sono riuscito a farle: avrei voluto essere un guerriero, e non lo sono stato; avrei voluto essere un seduttore, e non lo sono stato, al punto che, per una totale ironia della sorte, ho sempre avuto successo con le donne che non mi piacevano, mentre ne ho avuto sempre poco con quelle che destavano il mio interesse; avrei voluto essere felice, e sono devastato da un dolore interno che aumenta anno dopo anno, nella consapevolezza che "le occasioni perdute non ritornano mai" e che la "stagione dell'amore" (dell'amore latamente inteso, di tutti i tipi di amore) sta finendo.
       E' molto brutto avviarsi al momento dei bilanci sapendo che saranno carichi di passività di vario tipo. Forse è per quello che, da anni, ricerco un successo, un successo quale che sia, forse per illudermi ancora un po'. Ma mi avvicino alla morte senza aver mai imparato il mestiere di vivere e - se devo essere sincero - conoscendo i miei simili mi è persino passata la voglia di impararlo.
       La mia psicologa dice che porto nel mio animo un dolore enorme, difficilmente misurabile e ancora più difficilmente colmabile. E' proprio così. Ed è per questo che, in mezzo a coltellate, appattumieramenti, dispregi, offese e quant'altro, non sono così preoccupato di quanto troverò "la mia prima notte di quiete". Almeno sarà quella in cui potrò cessare di pormi un interrogativo che mi angoscia quotidianamente, con forza crescente: "ma che cosa ci sono venuto a fare, io, a questo mondo? A soffrire, soffrire per nulla...?".
 
                            Piero Visani

Radicalismi

       Sono sempre stato accusato, nel corso della mia vita, di essere un soggetto estremista, di volere troppo, di volere tutto, di non essere incline alla mediazione e al compromesso.
       Tutto vero, ma con alcune importanti precisazioni. La valutazione che viene data di ciascuno di noi differisce spesso da una persona all'altra e sovente non è una semplice formulazione di giudizio, ma, altresì, un'attestazione di disponibilità nei nostri confronti. Tanto più tale disponibilità sarà presente nell'altro, tanto più benevolo sarà il giudizio che riceveremo.
       E' una forma ricorrente di relazione personale ed è una forma anche assolutamente legittima. Ci sono persone che, fin dall'inizio di un rapporto con loro, tendono a farci capire che cosa intenderanno darci, in un senso o nell'altro, come apertura e come chiusura. Persone che sono impegnate nel mettere paletti, che dialogano poco, che si aprono meno o che, nel dialogare, fanno capire fin dall'inizio dove si potrà andare e dove no.
       Altre persone, per contro, hanno idee meno chiare, forse più confuse, oppure definiscono le loro identità in base alla loro capacità di esercitare una qualche forma di influenza sul prossimo. Queste persone possono essere molto gradevoli, a seconda del tipo di relazione che si stabilisce con loro, oppure possono essere ingannevoli nei loro comportamenti, perché è molto difficile comprendere che cosa vada loro bene e che cosa no. Talvolta, inoltre - e sono forse i casi peggiori - loro per prime non sanno bene che cosa vogliono e decidono in base agli stimoli del momento. Con queste persone si può essere all'inizio in una posizione neutra o di simpatia, poi escalare a livelli decisamente più elevati e infine ritornare indietro e magari dalla simpatia passare all'antipatia o all'ostilità. Ciò accade perché non sapevano realmente che cosa volevano, o hanno mutato i loro obiettivi strada facendo, o si è venuti loro a noia, o il rapporto ha raggiunto livelli che esse non gradiscono, perché forse non pensavano, all'inizio, che si arrivasse fin lì.
      Così, quasi impercettibilmente, dalla disponibilità si scivola nell'indisponibilità, che spesso, se esse sentono minacciata la loro autonomia, può evolvere addirittura nell'indisponibilità più assoluta e nella rottura.
       Non c'è niente di male in tutto questo, poiché ogni persona ha diritto di seguire le proprie inclinazioni. Il radicalismo, se c'è e quando si manifesta, consiste nel passare da un estremo all'altro, dalle aperture molto ampie alle chiusure nette, perché in quel modo è difficile orientarsi, nel rapporto con queste persone. In genere, si arriva - in tempi più o meno brevi - alla chiusura dei contatti, perché nascono possibilità di litigio o perché il drastico mutamento di atteggiamenti provoca sorpresa e dolore in chi ne è vittima, e spesso lo induce a reagire in maniera non meno netta. Sul momento, questi attriti fanno male, poi il tempo serve non dico a lenire il dolore, ma certamente a far capire che era stata imboccata una strada senza sbocco e che la rottura dei rapporti fa favorito lo sblocco di una relazione che non era più nulla, se non che una stracca ripetizione di sé medesima. Quando due persone sono amici, possono anche rimanerlo per tutta la vita, ma occorre - come presupposto sine qua non - che sia una cosa che va bene a entrambi. Se non va bene ad entrambi, se una delle due persone mira a qualcosa di più, se non vuole rimanere ferma sempre agli stessi livelli, che gli appaiono sterili, oppure se non intende attendere a tempo imprecisato l'evoluzione di una relazione (ipotesi che, allo stato, gli appare impossibile), allora meglio chiudere, mille volte meglio chiudere. Rimarrà un ricordo, non dico un bel ricordo, ma almeno un ricordo.
      Dove stia, in tutto ciò, il mio radicalismo, onestamente non riesco a vederlo: mi è stata offerta un'opzione, che a me non andava bene, e l'ho rifiutata. A mia volta, ho formulato la mia proposta, con esito esattamente inverso. Se di radicalismi si è trattato, sono stati quanto meno due, perché io chiedevo molto, e mi è stato offerto poco. A mia volta, ho rifiutato quel poco. Non sono un protagonista di scelte residuali. Per quelle, occorrono altri soggetti. Deuteragonista, mai.
       Ma dove sta il mio presunto estremismo. Piuttosto che accettare i leftovers altrui, ho scelto di esserlo io, per intero. E' così grave? Nulla contavo prima, nulla conto ora. Fine della storia, delle sceneggiate e delle possibili prese in giro. Non vedo radicalismi, solo sincerità e chiarezza.

                              Piero Visani

lunedì 29 aprile 2013

Devi ringraziare gli dei!

      Un mio amico, in margine a una mia riflessione personale un po' dolente, mi scrive: "dovresti ringraziare gli dei per essertene liberato!". Ha sicuramente una parte di ragione, ma sono talmente convinto delle mie capacità intuitive, analitiche e percettive che non sono a tutt'oggi persuaso di aver sbagliato tanto clamorosamente una valutazione. A tutt'oggi, ritengo che la mia valutazione fosse quella giusta e che poi abbia subito tante forme di interferenze esterne, disturbi, prevenzioni, pregiudizi, timori, paure.
      Quello che è stato è stato, ma non credo di aver commesso un errore di valutazione tanto grave, anzi, sono tuttora persuaso di avere visto giusto e, semmai, di essere stato vittima di scelte diverse dalle mie. E' chiaro che, quando un testo viene interpretato in due forme così radicalmente diverse, la divaricazione è inevitabile, ma io non penso di aver sbagliato alcunché. Io ho intuito, e confermo le mie intuizioni. Queste ultime non sono state condivise o sono venute a noia o sono diventate ingombranti. Ciò non muta gli esiti, ma neppure muta le mie valutazioni.
      Dunque non ringrazio gli dei. Mi limito a constatare che, dall'imbuto in cui ci si era cacciati, si poteva uscire solo male, come in effetti è avvenuto. La preoccupazione di circoscrivere, che avrebbe dovuto avere valore "medico", si è rivelata mortale nel momento in cui si è esercitata a carico di un soggetto "no limits" come me. Nel preciso istante in cui questo meccanismo si è attivato, tutto il resto è venuto di conseguenza.
 
                                    Piero Visani

Soldatini

     Mio figlio Umberto, di ritorno da una delle sue periodiche scorribande a Edimburgo, mi porta in regalo un bel soldatino della Britains, per la precisione un ufficiale a cavallo delle Grenadier Guards britanniche, in tenuta da parata.
      Uno splendido regalo, uno dei tanti che Umberto mi ha sempre fatto. Amo i soldati da collezione fin da quando ero bambino. Ho avuto molte collezioni: CBG Mignot da 54mm, Hinton Hunt da 20-25mm, Britains da 54mm, e tanti altri soldatini di marche diverse, in genere del periodo napoleonico.
      In questa fase declinante della mia esistenza, mi è ritornato il desiderio di collezionare qualche soldatino, come per riallacciare un filo tra parti diverse della mia vita, quella giovanile e quella senile. La ratio di tutto questo è chiara: rappresentare a me stesso che non sono cambiato, che sono sempre io, che i miei amori infantili sono quelli della tarda maturità (e anche oltre...). Ho quasi un'ossessione per la coerenza e, vedendo il mondo volatile che mi circonda, riscontro che tale ossessione aumenta. E' in fondo un mio modo di difendermi da un mondo che non comprendo e che non mi comprende. Cambio e mi rinnovo di continuo, come i camaleonti, ma non riesco ad entrare in sintonia con i miei simili, e allora coltivo le mie passioni di sempre.
      Umberto lo sa, o comunque lo intuisce, e mi fa felice. Gliene sono grato. A sua volta, lui mi fa felice con il suo solo esistere. Dico di lui quello che un politico tedesco disse di Léon Degrelle: "Lei è il figlio che avrei voluto avere". Io sono stato più fortunato di quel politico, io l'ho avuto.
 
                    Piero Visani

First Blood

      C'è sicuramente il rischio di essere accusati di cinismo, e anche di peggio, e tuttavia occorre dire che, talvolta, seminare un po' di paura, mentre impone un prezzo inaccettabile sul versante dei malcapitati che ci vanno di mezzo, che ovviamente nulla c'entrano, può avere qualche esito positivo sulla "ragionevolezza" dei governi, perché la paura, la paura per sé e per le proprie sorti, talvolta induce a più miti consigli. E siccome chi scrive non si vergogna neanche un po' di essere accusato di cinismo, si sente di poter dire che la sospensione dell'Imu sulla prima casa e l'eliminazione dell'aumento dell'Iva dall'21 al 22% il prossimo luglio hanno certamente molti padri, ma uno di questi è anche, innegabilmente, lo sparatore "disperato" di ieri.
       Un tempo, negli "anni di piombo", si diceva: "Colpirne uno per educarne cento". Nel caso di specie, purtroppo il colpito nulla c'entrava e ha pagato un fio - salatissimo - per conto terzi, ma un po' di capacità "pedagogica" l'insano gesto di un "folle" parrebbe proprio averla avuta... Che dite? Una attenta lettura della rassegna stampa di stamane, o la compulsazione di altre fonti, comprese quelle in rete, la dicono lunga sul sentimento di una buona parte degli italiani su quello che è avvenuto ieri in piazza Montecitorio. Unanime deplorazione per il bersaglio, che era errato, erratissimo. Ma avete letto le valutazioni sul gesto? Magari, prima di andare a fare i discorsetti programmatici di circostanza, le avranno lette anche alcuni membri della casta. A volte, non c'è peggior cieco di chi non vuol vedere, ma in altre occasioni ci sono "lampi" che persino i ciechi, soddisfatti e contenti di sé, sono costretti a vedere. E allora, inevitabilmente, la stretta si allenta, quando il rischio personale cresce... E allora, di colpo, cautela e continenza su Iva e Imu. Per il bene del Paese, ça va sans dire, il che dimostra, una volta di più (se ancora ce ne fosse bisogno), che essi lo identificano al cento per cento con il proprio. Mero istinto di sopravvivenza...
 
                                                 Piero Visani

domenica 28 aprile 2013

Tra reale e virtuale

       Ritengo sia molto importante, nella comunicazione contemporanea, tenersi costantemente a cavallo tra virtuale e reale, per capire bene quanto dosi di virtuale ci siano nel reale e, all'inverso, quante dosi di reale ci siano nel virtuale.
       Stando ai racconti che ne hanno fatto oggi i mezzi di comunicazione di massa, un eventuale attentatore avrebbe avuto tutto il tempo (e il modo) di porre in atto i suoi intenti criminosi contro obiettivi politici di alto profilo. Nulla di tutto questo, per contro, è accaduto e l'aggressione, quando c'è stata, si è rivolta contro due malcapitati carabinieri, colpiti "in mancanza di obiettivi politici di rilievo".
        Il problema è che la tesi "vado a fare un attentato contro qualche politico, il primo che capita, non ne trovo alcuno e, a quel punto, non penso a riformulare il tutto, ad affinare il mio piano, a prepararmi meglio e a cogliere una seconda (o terza) opportunità, ma scarico un caricatore di pistola contro due membri delle forze dell'ordine che non paiono essere", e non lo scriviamo certo per sminuirli, "due obiettivi di primaria importanza", lascia sussistere qualche dubbio sui reali intenti del pazzoide odierno. Un fesso completo? Un disturbato? O magari un provocatore prezzolato ed eterodiretto?
       Ovviamente non lo sapremo mai, ma è "confortante" sapere che il soggetto si è comportato nel miglior modo possibile, cioè ha fatto tanto rumore e danno che non è stato certo "poco", ma ha coinvolto solo dei poveracci responsabili di fare ancora (spesso per mancanza di alternative) il proprio dovere, senza coinvolgere peraltro alcun membro della "casta".
       Il risultato finale è un vantaggio netto per la "casta" stessa - e proprio questo mi lascia un po' perplesso... - anche se i progressivi spostamenti verso una situazione in cui si spara andrebbero valutati con più cautela e meno sicumera. L'Italia è a pochi passi da una situazione di rottura totale degli equilibri, con tutto ciò che potrebbe discenderne. Se il pazzoide di oggi sia stato autonomo o manovrato, poco importa. E' l'intera dinamica del passaggio "dalle armi della critica alla critica delle armi" che andrebbe gestito con più sagacia, da chiunque lo stia gestendo. In questi campi, la casualità è rarissima e, mentre sovente i pazzoidi che sparano sono davvero tali, quanti li istigano o li manovrano lo sono assai meno. Siamo sicuri che non siano state "prove tecniche", quale che ne sia stato l'organizzatore, che non è mai l'esecutore diretto?
 
                       Piero Visani

Blue Jean

      Credo che presto sarò coinvolto in un'iniziativa a cavallo tra etica ed estetica. Un'iniziativa che mi piace molto e alla quale credo parecchio, al punto da averla studiata nei dettagli e di fatto proposta personalmente. Probabilmente la dovremo realizzare per gradi, di necessità, ma mi proietterà in una dimensione in cui credo molto, multimediale e al tempo stesso multiconcettuale, dove etica ed estetica riescono a fondersi e a produrre risultati di rilievo. Non solo bellezza, o eleganza, o frivolezza, e neppure solo bontà, o moralità, o peggio buonismo. Una fantastica mescolanza di stili e suggestioni, sulla quale c'è ancora molto da lavorare, ma alla quale sto pensando con grande impegno. Un recupero della dignità umana e professionale passando per l'esaltazione del bello, del sublime, del superiore, dell'esteticamente perfetto.
      Sarà un'esperienza nuova per me e - per come si sta delineando - credo che, per rimanere nella metafora bowiana evidente fin dal titolo di questo post, potrebbe rappresentare un mio tentativo di Life on Mars o comunque quanto meno una forma di Space Oddity, in compagnia di una persona che è certamente definibile come una Prettiest Star.
       Credo che sarà un'iniziativa divertente e non posso per il momento anticiparne di più, ma, quando sarà il momento, lo farò. Chi ha detto che - se fermamente lo si vuole - non si possa essere Heroes? Siamo in presenza di Ch-ch-ch-changes...!!
 
                             Piero Visani

You don't fool me

      Mi è capitato sotto gli occhi proprio oggi. Non me lo ricordavo. E' divertente, una specie di memento per maschi. Quando si comincia a ridere di certe cose, è buon segno. Certe partite sono difficili da vincere, se non proprio perdute in partenza. E inoltre, se ciascuno ha avuto il suo, e io credo fermamente di sì, alla fine si può pensare a un discreto pareggio, in cui ciascuno è partito "prete" ed è tornato "curato", ovviamente per quello che era possibile "curare", non di più...
 
 
    
                                           Piero Visani

Run, baby, run

      Mi piace andare a correre, ogni tanto. Vorrei farlo più spesso, ma ho sempre meno tempo da dedicare a me stesso e una parte di questo tempo è già riservata al tennis.
       C'è chi corre per fare pratica sportiva e salutistica.
       C'è chi corre per riflettere (questa è un'abitudine che coltivo io).
       C'è chi corre per non pensare (e questa temo sia un'abitudine che coltivano in molti).
       C'è chi corre per passare il tempo, forse perché ne ha molto, troppo.
       C'è chi corre per dimenticare (e fa bene).
       C'è chi corre per dimenticarsi (e fa ancora meglio...).
       C'è chi corre perché deve sfogare energie mal utilizzate.
       C'è chi corre per sfogare le proprie frustazioni, perché ne ha tante, troppe.
       C'è chi corre per vedere se riesce a staccare la vita, salvo accorgersi che la vita ti corre ben dietro, è una podista decisamente più forte di te e, prima o poi, ti raggiungerà, e saranno dolori, infiniti dolori...
       C'è chi corre perché si odia, perché sa bene di essere incompiuto, imperfetto, irrealizzato, irrealizzabile. Lo sa, ma non riesce a dirselo; non in maniera chiara, comunque. E allora corre, corre, finendo sempre per ritrovarsi allo stesso posto, con un po' di energia in meno e qualche anno e qualche ruga in più...
        C'è chi corre per sfuggire alla proprie menzogne, all'universo di bugie che ha costruito per sé e per gli altri, e anche in questo caso pensa che riuscirà a scappare, che riuscirà a farcela. Ma non sarà così. Non è mai cosi. Inutile farsi illusioni.
       C'è chi corre per non fare i conti con se stesso, perché sarebbe troppo doloroso - traumatizzante e rivelatore - farli.
       C'è chi corre perché sa che è un fallimento completo, umano ed esistenziale, e cerca una via di fuga.
        OK. Tanti auguri! Run, baby, run...
 
                                         Piero Visani

sabato 27 aprile 2013

Un governo "usa e... Letta"

     La montagna ha partorito il topolino. Il governo che doveva salvare la Patria (ma siete sicuri che ne abbiamo ancora una?) si è concretizzato in un esecutivo pallido, sbiadito e a bassissimo profilo. Guidato da un signore che solo in Italia può essere definito giovane, proveniente da famiglia assai ben posizionata nei dirty affairs nostrani, con un "bel viso" da funzionario del catasto, il nuovo governo - appunto un governo "usa e... Letta" - è l'ultimo "inciucione", l'ultimo tentativo della casta politica che ci governa di sopravvivere a se stessa con un mega-accordo trasversale.
      Intanto, probabilmente avremo un governo durante l'estate e questo garantisce, almeno a chi ancora può permettersi di farle, un buon periodo di vacanze, di bagni, di abbronzature e di gite in barca a vela o a motore. Dunque un dato di fatto certo c'è: holidays as always! In Italia questo è ben più di un programma politico, è un imperativo "etico"...!
       Quanto al resto, notoriamente non gliene potrebbe fregare di meno. Si andrà avanti ancora per un po', ci sarà più tempo per esportare capitali e fortune in qualche "paradiso fiscale" (ricordate, italiani, non solo esistono, ma i più sicuri sono quelli dove depositano i loro soldi i politici di ogni Paese; prendete informazioni e orientatevi verso quei lidi, sarà la migliore mossa che potrete fare). Poi, quando verrà la bancarotta, ognuno per sé e Dio per tutti. E noi poveri mortali, che siamo stati così stupidi da non pensare abbastanza a noi stessi, potremo finalmente nuotare in un oceano di guano, quello in cui ci hanno amorevolmente gettato.
      Ecco perché la definizione migliore, per questo governicchio, è quella di "un governo usa... e Letta", perché solo cambiando l'iniziale dell'ultima parola, che è anche un cognome, si capisce a che cosa serve e come verrà usato: lo si usa ora e lo si butterà via as soon as possible, quando non servirà più. Quando serviranno case all'estero e molto denaro da parte. Quanto a noi: arrivederci e grazie! E mai tale saluto grato e reverente sarà più sentito di quello che ci rivolgeranno. Senza di noi e la nostra enorme coglioneria, infatti, non solo non se potrebbero andare, ma neppure ricchi, impuniti e... indenni.
 
                                Piero Visani

Lonely Planet

       Amo le guide turistiche "Lonely Planet". Sono mediamente fatte piuttosto bene e sono utili. Le amo nonostante mi ricordino un episodio di una mia vita precedente, che tuttavia, nel richiarmarlo alla memoria, mi induce al sorriso.
       Qualche tempo fa, per l'appunto, nel corso di una mia vita precedente, ricevetti un giorno una mail in cui, di colpo, da persona stimata "come uomo, come maschio, come intellettuale", diventavo - al più - un protagonista di scorribande enogastronomiche.
       Non ebbi difficoltà a riconoscere la "caduta di livello", e non solo perché mi diletto, da sempre, a leggere segni e simboli, ma perché credo che la comunicazione umana si basi soprattutto sulla metacomunicazione, cioè su ciò che va al di là di quanto viene semplicemente significato in prima istanza.
       Ricordo che lo feci notare alla mia interlocutrice, che parve non interpretare la mia osservazione nella maniera corretta (o forse fece finta di...) e si mostrò addirittura un poco risentita. Ma io capii che un così colossale salto di livello all'indietro era un segnale inequivocabile, che stavo stufando e si avvicinava il mio "dimissionamento". Ero già stato allertato da tempo da alcuni amici, che mi avevano soprannominato "best before..." e, se fino a quel momento non avevo loro creduto, cominciai a pensare che forse dovevo credere loro...
      A partire da quel momento, il mio atteggiamento mentale cambiò: da un lato, infatti, dissi a me stesso che avrei giocato fino all'ultimo la mia partita, come se nulla fosse successo; dall'altro mi resi nitidamente conto che si era superato un punto di svolta, e che tutto si metteva su un piano inclinato. Non sono solito arrendermi e non mi arresi, ma almeno avevo cominciato a capire e questo mi aiutava a pensare come sarei potuto uscire di scena. Da quel giorno, incominciai a riflettere seriamente su cosa avrei dovuto fare al momento di uscire di scena. Tutti i miei atti futuri, quelli che gli stolti sono soliti imputare alla mia impulsività, hanno cominciato ad essere elaborati freddamente a partire da quella data. Non mi facevo più illusioni. Sapevo che era solo questione di tempo. E ovviamente dovevo pensare a come risolvere le questioni di lavoro, perché non intendevo in alcun modo accettare di essere ridotto al ruolo di "utile idiota", di colui che si definisce "un amico" ma che si potrebbe anche definire - con altrettanta nonchalance - un "cretino qualunque". Anzi, io avrei di gran lunga preferito la seconda soluzione, più sincera.
      Poi si è fatta chiarezza e va bene così, però Lonely Planet mi ricorda essenzialmente questo. Per un po' ho pensato: "per fortuna che ora viaggio poco"... Oggi penso che sia stato bene così e che la chiarezza debba essere sempre elogiata. Se non interessavo più sul piano personale, giusto liquidarmi. A mia volta, è stato proprio in quelle circostanze che ho scoperto che, all'interno della società che dirigevo (e dirigo, tengo a precisare...), una certa partner non mi serviva più, proprio più... E così, affrancati dalle rispettive zavorre, possiamo tornare ad usare Lonely Planet per quello che è, un'ottima guida turistica, senza doverla necessariamente utilizzare per inequivocabili messaggi trasversali. Chiaro, no? Game over.
 
                                   Piero Visani

Tribute to Scotland

       Caro Umberto,
                                   poiché tu ami molto la Scozia principalmente - credo - per "colpa" mia, che ne dici di un omaggio alla medesima tramite il pesantemente simpatico accento di Amy MacDonald? Un accento che amiamo entrambi. Dopo tutto, this is the life...

                        Piero Visani




Chanson d'Amour

      Non sono un grande esperto di musica classica, anzi non lo sono per niente. Ma questa interpretazione di Alice di una canzone di Gabriel Urbain Fauré (1845-1924) mi piace particolarmente.
       Come i lettori di questo blog avranno forse inteso, in qualunque campo io amo le contaminazioni, la capacità di saper mescolare e innovare. Amo ovviamente anche le interpretazioni filologiche, ma talvolta occorre avere la capacità di cambiare, di innovare, di fondere stili e approcci diversi. Qui mi pare che Alice - cantante che amo moltissimo - ci riesca alla perfezione.
 
 
 
 
                          Piero Visani

La cura

     Non credo di aver amato più di cinque o sei donne, in vita mia. Ma quelle che ho amato, le ho amate davvero. In forme diverse, ma tutte con estrema intensità e partecipazione, come è tipico di un soggetto come me, intenso e partecipe.
      Forse nessuna mi ha ricambiato davvero, come avrei voluto io, e nessuna di coloro che sanno che le ho amate deve pensare di risultare, in questo post, superiore alle altre, o più recente, o più importante. Non faccio graduatorie. Ciascuna ha rappresentato molto per me. Sarei felice se fosse successo anche l'inverso, ma temo davvero di no. Gli uomini sognatori e passionali non hanno mai un rapporto realmente felice con le donne, per profonda diversità di universi di riferimento. Come puoi illustrare a soggetti mediamente tellurici che sopra di loro c'è il cielo? Più insisti, più si stancano...
      Tuttavia, qualunque parola risulterebbe, in questo contesto, soverchia, superflua e superba. A queste donne, che non credo proprio che mi leggano (ed è molto meglio così), regalo il testo de "La cura" di Franco Battiato, una canzone ricca di splendide parole, che è quasi un manifesto programmatico dell'amore, così come lo intendo io.
 
Ti proteggerò dalle paure delle ipocondrie,
dai turbamenti che da oggi incontrerai per la tua via.
Dalle ingiustizie e dagli inganni del tuo tempo,
dai fallimenti che per tua natura normalmente attirerai.
Ti solleverò dai dolori e dai tuoi sbalzi d'umore,
dalle ossessioni delle tue manie.
Supererò le correnti gravitazionali,
lo spazio e la luce
per non farti invecchiare.
E guarirai da tutte le malattie,
perché sei un essere speciale,
ed io, avrò cura di te.
Vagavo per i campi del Tennessee
(come vi ero arrivato, chissà).
Non hai fiori bianchi per me?
Più veloci di aquile i miei sogni
attraversano il mare.

Ti porterò soprattutto il silenzio e la pazienza.
Percorreremo assieme le vie che portano all'essenza.
I profumi d'amore inebrieranno i nostri corpi,
la bonaccia d'agosto non calmerà i nostri sensi.
Tesserò i tuoi capelli come trame di un canto.
Conosco le leggi del mondo, e te ne farò dono.
Supererò le correnti gravitazionali,
lo spazio e la luce per non farti invecchiare.
Ti salverò da ogni malinconia,
perché sei un essere speciale ed io avrò cura di te...
io sì, che avrò cura di te
 
     Credo che quasi nessuna delle donne che ho amato abbia mai realmente compreso tutto questo, probabilmente perché non sono granché bravo nello spiegarmi e nel farmi capire, e tuttavia, ogni volta che ho amato, io sono stato così. Poi naturalmente sono finito nel tritacarne dell'omologazione, ma quella è una mia sfortuna: io penso che tutte le donne siano diverse e le valuto ponendole in una precisa scala di valori, che mi fa considerare alcune molto importanti e altre assolutamente trascurabili (dal mio punto di vista, sia chiaro). Purtroppo, ho sempre incontrato donne che ritenevano che tutti gli uomini fossero uguali e intercambiabili, e che pensavano che io valessi molto meno di altri. Rispetto il loro giudizio e le loro scelte, ma naturalmente, ogni volta che ho visto in azione tale meccanismo di omologazione, tutto è finito, tra noi. Se sono considerato un uomo uguale agli altri, me ne vado via io, prima ancora di essere "liquidato". L'amore è importante, importantissimo, ma pure il rispetto di sé lo è.
 
                                             Piero Visani

venerdì 26 aprile 2013

Der Teufel - Primo bilancio

       Quando, l'11 dicembre scorso, diedi vita a questo blog, ero alla ricerca di una forma di scrittura terapeutica, per dare sfogo a una grave delusione esistenziale. Tutti a questo punto sogghigneranno e penseranno che non ho il coraggio di scrivere "delusione amorosa". Li capisco, ma non è così. La mia è proprio stata una delusione esistenziale. Sul versante sentimentale non mi ero mai fatto grandi illusioni e avevo ricevuto segnali inequivocabili, in negativo. Ma speravo, speravo veramente di salvaguardare una relazione comunque particolare, molto étrange e molto bella, oltre che a me assai cara.
       Vedere distrutto deliberatamente e scientemente quel rapporto, tra gesti di crescente fastidio e mutismi, ha rappresentato per me un vulnus inaccettabile, che mi ha fatto comprendere che dovevo distruggere tutto, eliminare ogni traccia di ciò che era stato, perché, se uno effettua una serie di spostamenti progressivi per venire incontro ai desiderata di un altro, e nessuno di questi spostamenti è mai sufficiente a farlo contento, allora nell'altro c'è malafede e il semplice tentativo di mantenere in vita un sodalizio di lavoro che già allora pareva molto promettente (e tale in effetti si è poi dimostrato).
        Distruggendo tutto, ho subito ovviamente - per reazione - una grave forma di criminalizzazione, ma l'avevo messa in conto, perché mi premeva soprattutto fare chiarezza. E da allora, in effetti, chiarezza c'è stata. Due persone sono morte l'una all'altra, e ogni forma di equivoco è cessata.
        Il blog è certamente un lascito di quella mia fase esistenziale, e di sicuro ne ha risentito e in parte ancora ne risente, ma è diventato anche molto di più di quello; è diventato un concentrato dei miei gusti e disgusti che, dopo 353 post (questo è il 354°), mi consente ormai di pensare alla pubblicazione di un e-book, non so ancora se in forma diaristica o romanzata.
        Non intendo infatti buttare via questa mia esperienza di vita, e tutto quello che mi ha indotto a scrivere. Di conseguenza, da un po' di tempo ho cominciato a selezionare i post, ogni volta che li pubblico, dividendoli per argomenti e attribuendo loro una votazione ideale, da 10 a 0, che mi consente di valutare il mio tasso di gradimento nei loro confronti.
       Avere scritto 354 post nel giro di poco più di quattro mesi, infatti, rende impossibile ricordarli tutti e rende difficile capire quali siano più importanti e quali meno, quali siano più riusciti e quali meno, se non li si sottopone ad un approfondito vaglio quotidiano.
       I visitatori del blog, che ormai si aggirano sui cento al giorno, hanno ovviamente stabilito, nel corso del tempo, una precisa classifica di preferenze, ma io debbo confessare - augurandomi di non urtare la suscettibilità di alcuno di essi - che le mie preferenze sono ovviamente diverse da quelle dei miei lettori.
        Presto quindi, molto presto (suppongo durante l'estate, quando il lavoro rallenta un po'), preparerò un e-book tratto dal blog. La mia intenzione è quella di inserire i post che mi piacciono di più all'interno di una cornice, che funga da "filo narrativo", leghi i vari argomenti e fornisca al lettore una chiave di lettura, che sarà ovviamente la mia, la quale gli spiegherà dove, nello scrivere i vari post, intendevo andare.
        Mi stimola l'idea di tornare alla scrittura, dopo anni (l'ultimo mio saggio a stampa è del 2009) in cui non avevo scritto niente. Sarà un'opera vera, sincera, la storia delle piccole, personali "tragedie di un uomo ridicolo", quale sono io. Non penso che ne venderò molte copie, ma lascerò memoria di me. E questo mi gratifica fin d'ora.
 
                         Piero Visani

Esegesi del testo

      A volte, nella vita, ci sono cose piccole che assomigliano a cose grandi, e viceversa. Pensate a cosa potrebbe succedere se uno accostasse talune proprie vicende personali a una nota canzone di Guccini, parafrasandola con qualche ritocco ad hoc qua e là:
 
"son morto che [non] ero [più] bambino,
son morto con altri cento [ma bastano cento, secondo me sono molti di più, vista l'età della protagonista femminile (?)]
passato per un camino [non c'entra niente, ma so che fa incazzare, e molto, e dunque lo cito]
e adesso sono nel vento [sarà vento di mare...?]
 
nel vento, tante persone [stanti i precedenti di cui sopra, direi proprio di sì...]
ma un solo grande silenzio [quello che sempre cade sui piccoli truffatori, quando li cogli con le mani nel sacco],
è strano, non riesco ancora a sorridere qui nel vento [io invece a sorridere comincio e passo alle prese per i fondelli di secondo livello, quelle ricche anche di contenuto "etnico", perché non ho proprio paura di niente, io].
 
Tanto le dovevo per reciproca correttezza.
 
                          Piero Visani

Certe notti

       Certe notti ti riportano in te. Te lo avevano preannunciato che stava per accadere, ma non potevi sapere quando di preciso sarebbe avvenuto.
       Certe notti la striscia nera dell'autostrafa scivola dritta davanti a te. Il silenzio è totale, a parte il rumore del motore, perché non stai ascoltando musica.
       Certe notti sono epifanie di cose che sapevi bene, sulle quali avevi chiesto perfino consiglio, ma che non erano ancora emerse nel loro nitore.
       Certe notti ti accorgi che, sì, sei stato vittima di una colossale presa in giro e hai tardato tanto, troppo, a rendertene conto.
       Certe notti ti accorgi che finalmente sei tornato al tuo "piano di realtà" e che avresti dovuto farlo prima, molto prima.
       Certe notti devi ammettere che taluni comportamenti ti erano stati spiegati a chiare lettere da chi se ne era reso protagonista ("sono uscita con XY, per un po', ma ora non mi cerca più, non so perché..."; in realtà, lo sapeva benissimo, ma ovviamente non poteva dirtelo. E' la protagonista di una sempiterna self-realizing prophecy), ma tu avevi sperato di poter riuscire là dove altri avevano fallito...
       Certe notti devi riconoscere che sei oggetto di una furia totale e invasata perché hai scoperto il giochino, glielo hai fatto capire, hai cercato di pareggiare i conti e te ne sei andato per la tua strada, sapendo che avevi già dato  e che, come la lunga fila di fessi che ti ha preceduto, anche tu - ovviamente - non la cercherai più.
       Certe notti ti fai un'omerica risata pensando che, è vero che la presa in giro l'hai scoperta tardi, molto, troppo tardi, ma è vero altresì che, dalla rabbia sorda, cieca e muta che hai provocato come reazione, beh, qualche danno l'hai causato anche tu.
        Certe notti ti chiedi - e sorridi ironico - se, tra i tanti maschi coglioni che girano per il mondo - la scelta come obiettivo, per una gigantesca presa per il culo, di un maschio esperto di Psycho War sia stata la scelta migliore. Molte reazioni dell'aggressore ti fanno ritenere che no, la scelta non è stata la migliore e resti bell'e pronto, "tagliente come una lama". Any more wounds? I'm ready. Mai scherzare con il fuoco. Ci si brucia. Magari in due, ma - se ho inteso bene - l'obiettivo era che mi bruciassi solo io... In tal caso, target missed. It happens... And good counterbattery fire. E vorrei vedere...!!
 
                                 Piero Visani

giovedì 25 aprile 2013

Edinburgh

       Mi telefona mio figlio da Edimburgo. Ci va spesso. La ama. Più di quanto non l'abbia amata io. E già l'ho amata molto.
       E' bello sapere che i "luoghi dell'anima" del padre sono diventati tali anche per il figlio. Vuol dire che, dopo tutto, non sono stato un padre così orribile. E neppure sono un uomo così orribile come talvolta mi descrivono...
       Sapere che tuo figlio ama quello che ami tu e detesta quello che detesti tu implica che sei stato un discreto maestro. Non mi importa se un buon maestro o un cattivo maestro. Ma un maestro, questo sì. Me ne compiaccio.
        Anche se manco da Edinburgo ormai da quasi un ventennio, la vedo nei filmati e nelle foto di mio figlio, e constato che non è mutata più di tanto, se non in meglio. La adoro tuttora, questa splendida "Atene del Nord". Ho dei bei ricordi, legati ad essa. Ha rappresentato un momento importante nel mio personalissimo Bildungsroman.
        Amo anche molto gli scozzesi, con la loro anima chiara e la loro lingua taglientissima, sempre pronta ad irridere tutto e tutti, e sono fermamente convinto di essere stato, in una vita precedente, un highlander. Ho provato fortissima questa sensazione girando a piedi, con Umberto ancora bambino, per i verdi prati dell'isola di Skye, in mezzo a innumerevoli greggi di pecore e a qualche montone che lui bambino - incosciente e irridente - si divertiva improvvidamente a provocare, non valutandone bene il potenziale reattivo. Colà ho avuto fortissima la sensazione di una vita precedente.
        Mi immagino che molti dei lettori del blog sorrideranno. Non li biasimo. Ma l'idea di una vita precedente mi è cara perché penso sempre che talvolta non si riesce vivere pienamente neppure una, di vita, in mezzo a rinunce, divieti, prescrizioni, consigli più o meno interessati, ordini e contrordini, compromessi, richieste di accontentarsi, e via vomitando. Siccome sono riuscito a condurre la mia, almeno fino ad oggi, schivando gran parte (non tutti, ahimè, ma non sono Superman) di questi pericoli, mi dà gioia pensare che avrei potuto viverne un'altra - identica - in quei luoghi a me così infinitamente cari, magari all'epoca di Bonnie Prince Charlie e di Flora MacDonald (1745), facendo il mio dovere sul "campo dell'onore" di Culloden. Eh, sì, perché una cosa è essere un "guerriero esistenziale", un'altra è essere un "guerriero vero". La differenza non mi sfugge. E sognare non è vietato (non ancora, quanto meno...).
 
                            Piero Visani

Esplosione e implosione

       Nella vita di un uomo, i momenti positivi si identificano con quando si ricomincia a marciare, quando il cammino esistenziale riprende, quando si riprende a dialogare con gli altri, quando si riacquisisce fiducia in se stessi e anche negli altri.
        Niente di tutto ciò mi è mancato, in questo periodo, ma ho attraversato una fase di riflessione particolarmente lunga. Probabilmente, dentro di me, c'era una qualche forma di senso di colpa, dovuto agli alti lai che avevo provocato.
       Ora sono molto più tranquillo. Ho preso atto di tutto e ho ricominciato a marciare. Mi sono convinto che non si può essere graditi a tutti, me ne sono fatto una ragione e vado avanti.
        Non so fare miracoli. Ho cercato di essere me stesso, di essere gradevole, collaborativo, amicale e anche di più. Mi è stato chiesto di togliermi di torno e l'ho fatto, in via definitiva.
       Mi è molto dispiaciuto, ma non c'erano altre soluzioni. Quando ti dicono che dai fastidio, giusto scomparire. Non l'ho mai detto a nessuno in vita mia, e probabilmente mai lo dirò, ma è chiaro che, se viene detto a me, è giusto che ne prenda atto e ne tragga le debite conclusioni.
       Ora che sono scomparso, che sono morto alle persone e alle cose, dovrei farmi un necrologio da solo, ma in verità non ne sento più l'esigenza. A gioco lungo, comincio ad apprezzare questa scelta di chiarezza e chi l'ha fatta. In effetti, quando chi vuol sempre andare oltre, come me, incrocia la rotta di chi vuol sempre rimanere entro i confini del noto, si crea una situazione di stallo che può diventare devastante. Giusto dunque essere stato oggetto (e al tempo stesso a mia volta soggetto) di scelte tranchant. L'esplosione è infinitamente meglio dell'implosione. Si muore comunque, ma si capisce perché e, mentre nell'implosione in fondo si sommano due scontentezze, nell'esplosione la vittima è una sola (mentre chi ha messo la bomba può gioire). Ormai, però, non mi sento neppure più tale. Riconosco che è stato giusto e che è stata fatta chiarezza. Meglio così. Quando non si può essere tutto, meglio essere niente, o meno di niente. Nessun rimpianto e una valigia dei ricordi che si svuota in fretta.
 
                     Piero Visani

mercoledì 24 aprile 2013

Metafore

       Ogni tanto mi assale un dubbio: ma, se uno riceve un'intimazione di sfratto e, pur sagramentando e lamentandosi, la esegue, di cosa avrebbe da lamentarsi o da risentirsi il presunto (molto presunto...) "padrone di casa"? Del fatto che tale intimazione è stata - invero prontamente - eseguita? Non credo proprio. Che altro avrei dovuto fare, suicidarmi? Forse che l'intimazione di sfratto era ad ampio spettro e comprendeva anche quell'esito? Penso di no, almeno spero...
       Dunque mi chiedo? Ma, se ho fatto quello che ero stato "caldamente" invitato a fare, che cosa c'è che non va? E' vero, ho portato con me l'arredamento dell'appartamento, ma l'arredamento non era mio, dopo tutto? E poi sì, lo ammetto, ho dimenticato il mio indirizzo sull'etichetta del campanello, ma, nel mentre mi scuso, rilevo che finora nessuno l'ha tolta. Forse che si voleva rendere libero l'appartamento, ma lasciarne l'intestazione (totalmente mia) in libero usufrutto come privato (dire pubblico sarebbe eccessivo, credo...) dominio?
      Ah, quanto è strano il mondo! E quanto chiare le metafore, per chi le sa capire...
 
                                   Piero Visani

Un po' di sole nell'acqua gelida

      Quando ci si brucia, si diventa diffidenti. E, tanto più ci si brucia, quanto più i livelli di diffidenza aumentano. "Dopo le mie vicissitudini" - per dirla con Paolo Conte de La ricostruzione del Mocambo - sono diventato molto diffidente e sono spesso sulla difensiva. Il mio desiderio di sopportare prese in giro o affini è basso, bassissimo, per cui, pur senza richiudermi in me stesso, sto molto attento.
      In assoluto, sono sempre stato, di natura, attento e guardingo, ma talvolta ho concesso aperture di credito che si sono rivelate errori fatali, di cui ho scontato troppo a lungo le conseguenze. Non vorrei ripeterli e dunque sono costantemente sul "chi va là".
       Questa mia condizione di animo sta avendo effetti di varia natura: da un lato, talune persone mi rimproverano per questi miei atteggiamenti di chiusura, che poi di chiusura non sono, ma che a loro paiono tali; dall'altro lato, altre persone - più sensibili - hanno compreso le mie difficoltà e hanno cercato di mostrarmi la loro solidarietà aprendosi maggiormente a me.
       Questo secondo atteggiamento mi ha molto colpito, in positivo, perché è segno di una grande sensibilità. Persone che sentivo lontane, vedendo le mie difficoltà, mi si sono avvicinate e, al fine di abbassare il livello delle mie difese, hanno abbassato le loro.
        Ne è scaturito un bellissimo dialogo di anime, che sto apprezzando infinitamente. Mi è stata tesa realmente una mano e questo bel gesto è venuto da chi davvero non mi sarei aspettato potesse o volesse farlo. Senza nessuna motivazione d'interesse, per mera solidarietà umana.
      Uscito da poco da un'esperienza fatta di "brutti voti", di "reiterati ALT", di giudizi negativi a mio carico (neppure richiesti, tra l'altro, dunque totalmente gratuiti e immotivati), di condiscendenza, di sguardi dall'alto in basso, di mia costante misurazione per vedere se rientravo in schemi e canoni apprezzati e apprezzabili, ho infinitamente gradito questo piccolo gesto di apertura, che mi è parso un atto affettuoso, gentile, totalmente gratuito e disinteressato.
       Ho molto apprezzato la reciprocità. Ero abituato a dare, e a ricevere in cambio nulla. Ero abituato ad aiutare, e a ricevere in cambio calci nelle terga. Ero abituato a cercare di costruire, per incontrare malcelato fastidio. Ero abituato a dover misurare le parole, per non urtare suscettibilità esasperate. Ero abituato ad esternare, per sentirmi rispondere a monosillabi.
       Quasi quasi non credo ai miei occhi: ho avviato tre-quattro dialoghi interpersonali, nessuno mi giudica, nessuno mi critica e, se commetto errori, me lo si fa garbatamente notare.
        A tutt'oggi, non so dirmi se ero finito in un manicomio, ieri, o se sono approdato in un'oasi, oggi. Ma lo scoprirò. Tengo troppo a scoprirlo. Mi sono aperto nei due casi, che cosa motiva una così estrema differenza di risposte? Lo scoprirò.
 
                                   Piero Visani 

Farsa e furia

       Ne ho conosciute tante, in vita mia, di vicende farsesche. Non sempre le ho capite al momento giusto, perché spesso amo fare ampie aperture di credito ai miei interlocutori, ma, prima o poi, le ho capite.
       Non ho granché da dire, sulle farse, perché - a mio parere - l'essenza della farsa sta sul versante della pochade, del vaudeville. La farsa è bella se si intride di paradosso, se viene giocata sulle chiavi della levitas, se, alla fine, i protagonisti si strizzano l'occhio, pronti, se non proprio a ricominciare, a ritrovarsi in una farsa futura, magari.
       L'essenza della farsa è una simpatica presa in giro, giocata sui toni dell'ironia e dell'autoironia (esercizio, quest'ultimo, che richiede sempre di non prendersi troppo sul serio...). I protagonisti delle farse le chiudono con un sorriso, con un sorriso talora complice, al limite con un ghigno. Mai con della furia.
       La furia non si abbina alla commedia. Si colloca di più sul versante della tragedia. La furia non è figlia della levitas, ma di una gravitas di cui occorrerebbe approfondire le cause: Tentativo di raggiro (nel senso di presa in giro...) fallito? Esercizio di unire l'utile (molto) al dilettevole (poco) che improvvisamente va alla fine, magari non in forma del tutto indolore? Esaurimento delle capacità persuasive degli esecutori di un tentato plagio? Seduzione che si inaridisce, in quanto è una promessa che non può essere mantenuta, una cambiale che non si può riscuotere?
       Sono interrogativi che da un po' di tempo affollano la mia mente e lo fanno in maniera diversa da un tempo, perché ora sono rilassato e finalmente ci vedo bene.
       I giochi puliti, quelli a carte scoperte, sono intrisi di fair play. Lo si vede in ogni attività sportiva. Se le regole sono chiare, l'arbitraggio equo, tutti si rispettano e, chi perde, sa di avere perduto perché l'avversario era più forte. Tutto finisce lì.
       Ma la furia, gli odi profondi, da cosa sono generati? Di norma, dall'avere giocato sporco, molto sporco, e di essere stati colti con le mani nel sacco. Dall'aver mentito a lungo e dall'essere stati improvvisamente scoperti. Dall'aver portato un gioco fino all'esaurimento e, nel momento in cui ci si è accorti che stava diventando potenzialmente pericoloso, averlo lasciato prudenzialmente cadere.
       La verità è che, se talune persone fossero più prudenti, dovrebbero rendersi conto che è vero che i maschi in genere ragionano con i genitali, ma non è detto che lo facciano in eterno. E, quando smettono, magari mettono sul piatto della bilancia cervelli e capacità di valutazione che sono decisamente superiori a qualche "brillante" cervello di gallina...
       Ma perché infuriarsi per essere stati scoperti sul più bello? Capita, e non ci sono state neppure particolari rappresaglie, giusto un minimissimo pareggiamento dei conti, tanto per non fare la figura dei fessi completi (quella dei fessi parziali è già sufficiente, no...?).
       Gli intellettuali, che tra l'altro a volte sono anche ricercatori di professione e magari hanno anche, per soprammercato, un discreto background di intelligence, che fanno? Analizzano, valutano e soprattutto raccolgono informazioni da varie fonti, spesso anche molto attendibili. E così vengono a sapere che esistono solidi precedenti, in materia, e che la loro "piccola storia ignobile" ha già avuto altri eccellenti protagonisti. E magari si è pure creata, a livello locale, qualche piccola mitologia in materia.
       Così uno si informa, valuta, capisce, chiarisce, si accorge di quanto è stato fesso e, nell'accorgersene e nel presentarne - garbatamente e con moderazione estrema - il conto, chissà perché fa infuriare. Questo è lo strano. Chi è stato protagonista di questa brillante turlupinatura dovrebbe essere contento del tributo, pur se tardivo, che gli viene rivolto. E riderci su, e convenire con il turlupinato sul fatto che, in certi campi, certi personaggi di Bulgakov ne sanno di più di altri che pretenderebbero di essere - per mera supponenza - dei maestri...
        Per contro, nulla di tutto questo, ma ostilità furiose e odi imperituri. Tuttavia, nessuna farsa, nessuna pochade finisce così. Dove sta la levitas del tutto? Dove la ludica gioia per lo scherzetto riuscito? Perché il tutto è immerso in reazioni a tinte forti, in sentimenti da tragedia? Anche la farsa era finta? Non posso crederci. O il vero è diventato falso strada facendo, in quanto soluzione più comoda, l'unica che consentisse di non confrontarsi con se stessi, quando finalmente sarebbe stata ora di farlo?
        Io ovviamente una risposta ce l'ho, ma preferisco tenermela per me. Di furia e odio me ne sono già attirati abbastanza. Mi viene in mente Catullo, ovviamente, ma non sono più problemi miei e poi - si sa - la verità offende. Sarà forse quella a mandare certi soggetti su tutte le furie...
 
                                               Piero Visani

martedì 23 aprile 2013

Foemina ridens

     Da un po' di tempo, nel silenzio, trascinavo una storia cui avevo fatto un cenno fugace quando era nata. Lo avevo fatto perché mi ero ritenuto straordinariamente fortunato, stante il fulgore estetico della persona.
       Un brief encounter da adulti consapevoli e consenzienti, ma che si era arenato in breve, direi per prfonda diversità di linguaggi. Sono sempre a disagio, con le donne altoborghesi, perché detesto la loro esibita vacuità. Di conseguenza, eravamo entrati in breve in una fase di stallo, perché io non frequento salotti e, se proprio li devo frequentare, faccio in modo o di farmi cacciare o di non farmi invitare più. Il mio rapporto con i borghesi è di stile gaberiano, così come la mia opinione nei di loro confronti... [non credo di dover citare la canzone, vero?].
       L'incontro iniziale, frutto delle rispettive sensualità, si era presto bloccato. E io detesto le situazioni di blocco. Detesto dovermi sforzare ogni giorno di capire che cosa vuole la persona cui tengo. Amo il dinamismo, non la stasi.
        Mi era parso, dopo poco, di essere diventato una sorta di trofeo da esibire con le amiche, il che - in tutta onestà - mi era parso francamente osceno, per cui avevo diradato al massimo le mie frequentazioni con questa signora.
        Eravamo entrati in un limbo, da cui era progressivamente scomparso tutto: tenerezza, empatia, sesso. Tutto. Sembravamo due "cadaveri in buona salute", per dirla con Alain de Benoist.
        La freddezza che era subentrata tra noi aveva reso i nostri rapporti analoghi a quelli di una coppia stanca e sfibrata, e io mi aspettavo - come ho scritto nei post precedenti - che presto mi sarebbe arrivata addosso la più classica delle intimazioni femminili: "rimaniamo amici". Il fatto è che noi lo eravamo già, solo amici, perché il sesso era scomparso dalla nostra relazione, dopo aver avuto grande importanza all'inizio. E io, in fondo, attendevo quella fatidica frase per uscire di scena e sparire per sempre, come mi è successo con tante altre donne, fermo restando che, con quelle con cui hai giaciuto [bello, questo verbo biblico, vero?] ti rimane una maggiore tenerezza, una superiore complicità.
        Ma io non voglio essere "l'amico eunuco" di nessuna. Se le donne che conosco hanno bisogno di un amico asessuato, se lo cerchino altrove, lascino stare me. Tutte le volte che ho cercato di assumere quel ruolo, anche di recente, ho commesso un errore macroscopico, perché rimanere amico non ha salvato me dal "dimissionamento" né la relazione dal disastro. E' finito tutto malissimo, con strascichi di astio esibito. E - devo dire - probabilmente è meglio così. Per quale ragione dovrei rimanere amico di una donna che vorrei scopare dal mattino alla sera, mentre lei proprio non lo vuol fare? Per sottopormi a qualche annetto di coiti interrupti, sapendo che il semen retentum perniciosum est, almeno per me, visto che lei lo vuole evitare? Per vedere come gioisce a farmi arrapare, ben consapevole del fatto che lo sta facendo, e lo sta facendo apposta? Ridursi a questo, mai!
       No, in casi del genere occorre avere il coraggio di rompere, di rompere di brutto e di netto, sapendo che tanto, anche se continuerai a corteggiarla, più o meno assiduamente, non succederà mai niente e, non appena si stancherà di te, ti butterà via senza pensarci due volte. Dunque meglio anticipare le sue mosse o, se ad anticiparle non si riesce, meglio assecondarle. Così ti potrà pure odiare, e questo le toglierà la voglia di tornare a provocarti, che è una delle specialità delle rompicazzo più grandi e più bastarde, quelle che aspettano che ti si siano "ricaricate le batterie" per tornare a sculettarti davanti, ovviamente sempre fermamente decise a non dartela, ma saldissime nella determinazione di fartela balenare, e parecchio.
       Così, quando ieri la mia "cara amica di una sera" (ce ne vuole, eh, per arrivare a citare i Pooh...! Sto scendendo in basso...) o poco più ha profferito la fatidica frase sull'amicizia maschio-femmina, l'ho mandata elegantemente al diavolo, pensando di chiudere lì la nostra piccola storia.
       Quello che non avrei mai pensato è che, di fronte al mio stacco netto, decidesse quasi subito di rilanciare. Non la facevo capace di tanto. Sono rimasto piacevolmente sorpreso, anche perché ora l'iniziativa passa a me e non sono certo un soggetto di basso profilo, io. Non credo che potrò raccontare nulla, su queste pagine, della nostra nuova fase di gioco, ma si profila assai interessante.
        Abituato ai virginali (o pseudo-tali) "oh no!", è bello sentirsi dire - ogni tanto, anzi molto, molto raramente - "perché no?". E' qui che si misura la donna adulta rispetto alla ragazzina impaurita, alla virago castrante, alla borghesuccia perbenista o alla lesbica di ritorno (o di sola andata...).
        La mia fantasia è in movimento. La mia creatività pure. Il gioco è in mano mia e mi accingo a distribuire le carte. E' bellissimo poter vivere un po', dopo le stagioni degli ALT, delle rinunce e delle rigide divisioni di genere (i maschi da una parte, le femmine dall'altra). Improvvisamente tutto scompare: anni passati a impetrare un po' di attenzione, a cercare di suscitare interesse, a cercare di capire certi comportamenti contorti, affondano in un attimo di fronte alla possibilità di vivere, di buttare da un canto l'onanismo esistenziale (che è infinitamente più estenuante di quello manuale) per addentrarsi nelle selve oscure dei "giochi di ruolo", quali che siano i ruoli, le parafilie, le volontà di "andare oltre".
       Dunque la foemina ridens esiste. Io ho una tale raccolta di "sante", tra le mie conoscenze, che non ci credevo nemmeno più. Bene, anzi benissimo. Roll up, Roll up for the Magical Mistery Tour! Qui fermarsi alla seduzione castrante non sarà sufficiente. Si va oltre, molto oltre...
 
                                       Piero Visani

Oh bischero!

      Le fasi di esplorazione sono fasi di tremenda concentrazione dell'intelletto e dei sensi. Distrazioni non sono ammesse. Si sono imboccate nuove strade e, per percorrerle fino in fondo, ci vuole grande maestria.
      Non mi capitava da molto tempo di poter esplorare con una donna che mi piacesse. L'ultima con cui avevo sperato di farlo si era rivelata un superclassicissimo caso di Much Ado About Nothing. Proprio ripensando a quello, in una giornata dove c'è "il sole nella pioggia" - per dirlo con la mia amatissima Alice - mi esplode nel cuore, fortissimo, forse perché trattenuto troppo a lungo, un fantastico: "Oh bischero! Oh che tu fai, sempre e solo bischerate?".
       Sì, benché io sia romagnolo di origine (so che di Visani è piena pure la Toscana del nord, che poi è una parte di Romagna spostata per motivi a me ignoti sotto altra etichetta regionale), sono il più classico dei "maledetti toscani" e so quanto sia "maiala", la Maremma...
        Non mi ero mai dato del bischero, in questi ultimi anni, e solo gli dei dell'Olimpo sanno quante volte avrei dovuto darmelo, del bischero...
        Caro Massimo, che leggi e mi avevi suggerito più volte di farlo, sogghigna pure. Però - sai - better late than never... A volte è solo l'addentrarsi in un brave new world che ti fa capire quanto fossi stato cretino, passivo e ridicolmente paziente nell'old one. So che non mi riscatterò mai ai tuoi occhi. Ma so anche che mi sei più che amico, ergo avrai un po' di pazienza con quel bischero del tuo fratello maggiore. Il quale, ahilui, fa tutte le cose in grande, anche le cazzate...
 
                                   Piero Visani

You give me a reason to live

      Sì, è così. Amo le esploratrici e, quando ne trovo una, non me la posso proprio lasciar sfuggire. Sì, come ho scritto stamane, quella che ho trovato non è perfetta. Intellettualmente non perfetta. Perché, per il resto...
       E poi io amo le donne curiose, curiosissime. Le più gatte tra le gatte. Quelle che sornione fingono di fare quello che vuoi tu. E fanno (e ti fanno fare) tutto quello che vogliono loro.
       E' un gioco, ma un gioco divertente, libertino, dove l'unica parola off limits è "rinuncia". Quella, nessuno di noi due la sopporta. Tu sia benedetta, carissima tra le donne non astinenti!
       Ieri sera stavo per rompere, per noia, ma stamane ho dovuto ammetterlo: "honey, you give me a reason to live!"
       Poche donne amano il rischio, perché la loro natura tellurica glielo impedisce. Ma, quando se ne trova una, meglio coltivarsela. Nasce un gioco di specchi divertentissimo.
       In effetti, eravamo al limite della rottura, ma lei, pur di fronte a una mia risposta tranchant, ha saputo rilanciare. Amo molto quelle che sanno rilanciare. Finora, nel piccolo wargame che abbiamo iniziato, avevo rilanciato sempre io, attratto dalla di lei bellezza. Ora, in fase di rottura totale, o quasi, ha saputo rilanciare lei. Chapeau! Segno che un po' la cosa le interessa, altrimenti sarei finito nell'ennesimo cassonetto (sono un habitué dei medesimi...).
       Bene, spero proprio che ci sarà da divertirsi. Intanto - per dirla con Crozza che imita Maroni - l'atmosfera tra noi si è "de-cri-stia-niz-zat-ta". Niente rinunce, niente sensi di colpa, niente ALT, niente marce indietro, niente stop and go!. Ma sogno o son desto? Ma davvero sta toccando a me questa fortuna?
        E volete che mi lasci scappare una "puledra irlandese" con voglia di giocare? Non sia mai!
 
                                 Piero Visani

The Pathfinder

       Collina torinese.
       Esterno sera, poco prima delle 20.
       Sto guidando tranquillo, ritornando verso casa.
       Colonna sonora: Giugno '73, di Fabrizio De André. E' una canzone che amo. Mi ricorda diversi momenti ed episodi della mia vita.
       Partono le note della versione per banda militare di The Soldier's Song, l'inno irlandese, che uso come suoneria del mio cellulare.
       I due suoni si mescolano, creando una sgradevole cacofonia. Chiudo il CD e rispondo.
       Convenevoli. E' una donna che conosco da qualche mese. Molto bella, molto classy, molto vuota. Abbiamo avuto una piccola fiammata reciproca, che mi ha dato molta gioia, anche perché non è stata una storia intrisa nella sessuofobia.
        Al di là di quello, tuttavia, per me è un rapporto che non esiste. E' sgradevolissimo, al limite del fastidio fisico, avere a che fare con un cervello di gallina. C'è stata l'attrazione sessuale, certo, perché si tratta di donna di altissimo livello e con un corpo e un viso perfetti. Ma, esaurito quel tipo di curiosità, di che cosa parliamo, io e lei?
        Come la maggior parte delle donne altoborghesi italiane, non sa niente di niente, ma proprio niente. Occulta questa sua totale ignoranza sotto un ottimo savoir faire, ma, quando parla di qualcosa, le sue tesi suonano piene di frasi che, come pregnanza e contenuti, equivalgono al mitico "non esistono più le mezze stagioni".
         Ho provato a spronarla un po', ma invano: i film che vede sono tutti belli (o brutti); i romanzi "interessanti" (o noiosi); saggi non ne legge (meglio non chiedere troppo...); di musica nulla sa, che sia colta o popolare. Sa di tutto un po', nel senso che di tutto sa nulla. E' perfetta nelle conversazioni da salotto, dove trova sempre un tema da sviscerare (si fa per dire...) per la gioia degli astanti, che, da bravi altoborghesi, sono nutriti della stessa "cultura" sua, genere "sotto il vestito niente...".
        Ho tentato di resistere per un po', ho tentato di stimolare, salvo sentirmi dire che "voi intellettuali siete troppo esigenti". Poi è passata alla fase che "le mettevo soggezione" (un classico, per me: credo che me l'abbia detto qualsiasi donna che ho conosciuto, salvo mia moglie, e sarà anche per questo che l'ho sposata...) e infine al fatto che "aveva bisogno dei suoi spazi".
       Conosco a sufficienza le donne per sapere quando si imbocca la strada che porta al "dimissionamento" e questa volta, visto che della signora non mi importava granché, dato che delle borghesi e perbeniste non so proprio che farmene, non me ne sono dato cura più di tanto.
       Che cosa avrei dovuto rimpiangere: avevamo avuto un avvio molto bello e molto intimo, siamo passati attraverso tutto quello che potevamo fare insieme. Dunque ci conosciamo. Non abbiamo ambiti di "non detto". Sappiamo che la nostra intesa sessuale è ottimale. Ma abbiamo altro da condividere?
       Credo che ciascuno di noi ci abbia pensato su, per la propria parte, e so bene che da qualche settimana siamo su un piano inclinato che volge alla fine della nostra esperienza in comune. I nostri corpi si conoscono, ormai, e credo ne siamo reciprocamente felici. Le nostre anime pure, e non ci sentiamo vicini, perché siamo troppo diversi. Ne consegue che, al di fuori dal sesso, non abbiamo alcunché da condividere, o quasi. Anzi, il suo perbenismo interessato mi dà parecchio fastidio. Per un po' l'ho tollerato, perché la signora ama esplorare certi campi che interessano pure a me, e quello è sempre bello, positivo e rende straordinariamente complici. Ma, più passa il tempo, più l'estraneità sale.
        Il succo della telefonata che ricevo, preceduta da un lungo preambolo di lei, è il classico e mitico "restiamo amici". Dovrei arrabbiarmi, ma sorrido. Se dovessi essere amico di tutte le donne che me lo hanno detto, e avessi un profilo Facebook, farei faville...!
        Chissà come mai le donne, quando devono liquidarci, usano questa fantastica frase - che, consentitemi di dirlo - dovrebbe essere  del tutto assente dal vocabolario di una donna realmente intelligente, che mai e poi mai farà ricorso a questa penosissima e banalissima via d'uscita.
        Mi irrigidisco, taglio corto e concludo la telefonata.
        Mi richiama subito, chiedendomi il perché di una reazione tanto dura e dicendomi che mi sta offrendo una soluzione ottimale. La prego di non insistere nel prendermi in giro e aggiungo che va bene così: abbiamo avuto una relazione da adulti maturi e, inevitabilmente, sta andando alla fine. Al tempo stesso, la prego di non considerarmi decerebrato al punto di aver bisogno di usare, con me, certi trucchetti.
        "Mettiamola sul ridere" - dico - "Se penso a tutte quelle che avrebbero voluto che restassi loro amico senza aver fatto sesso con me, non posso che esserti grado. Sei vari gradini al di sopra di quelle sciacquette. Sai quello che vuoi. Seduci e fai seguire alle premesse gli sviluppi. Te ne sono immensamente grato. Se ci capiterà, ci reincontreremo. Ma non dirmi, per favore, restiamo amici. Mi offende, mi insulta. Perché voi donne volete sempre prenderci in giro? Perché avete una così pessima opinione di noi? Perché ci considerate dei dementi?"
       "Ci siamo voluti bene. Abbiamo avuto degli splendidi momenti insieme. Ora è tempo di chiudere. Ma noi, mia cara, non avremo rimpianti. Siamo passati attraverso. Non possiamo andare oltre, perché non ce ne sono i presupposti e lo abbiamo constatato insieme. Questo conclude la nostra esperienza insieme, ma la conclude bene, con affetto, con tenerezza, con reciproca gioia. Nessuno penserà mai all'altro con astio od ostilità. Siamo stati dove potevamo andare. Ne porteremo sempre reciproca gratitudine".
         Pare quietata, e decidiamo di vederci a breve, per riparlarne con calma. "Non ti nego la mia amicizia" - le dico - "anzi sono contento di preservarla. Da te ho avuto tutto e di più, perché dovrei buttarti via? Vediamo se ci sono altre cose da fare insieme. Siamo pieni della complicità tipica degli amanti. Non buttiamola via. Ma non restiamo solo amici. Proviamo a sperimentare. Proviamo a vedere cosa possiamo fare di nuovo e di più".
         Sembra fortemente incuriosita, e decidiamo di rivederci a breve. Quanto a me, non credo a me stesso: per una volta, la mia capacità affabulatoria ha avuto successo. Sono riuscito a persuadere una donna nel seguirmi nelle mie esplorazioni. Non credo alle mie orecchie! Staremo a vedere. Ma, dopo tante sante Marie Goretti, virago, "cerbiatte" in potenza e in atto, una donna curiosa merita rinnovata attenzione, da parte mia. Il Mefistofele che dorme in me è pronto a svegliarsi... e le donne curiose, quelle realmente curiose, sono sempre interessanti. Inoltre, sono un maieuta e proprio nell'arte maieutica riesco a dare il meglio di me. Ergo...

                               Piero Visani 


 

lunedì 22 aprile 2013

Tutto o nulla

       Sì, lo so, non ho rimediato niente. Però non me lo si può rimproverare o farmene una colpa. Era quello che cercavo, fin dall'inizio. Ora mi si presenta come un mostro, ma tale non sono. Ho seguito il mio istinto, ho sviluppato la mia visione del mondo. Capisco bene che poteva e può  non piacere e non è piaciuta, ma di cosa dovrei pentirmi? O di cosa dovrei sentirmi responsabile?
        Sono qui, ironico e autoironico; divertente e divertito; fedele a me medesimo. Ho perso, è vero, ma ho giocato la mia partita. Di che dovrei preoccuparmi? Ne ho già anche rigiocate altre, senza toccare vette inarrivabili, ma con qualche dettaglio divertente e nuove esperienze di vita.
       Resto un "maverick" e naturalmente conosco i prezzi che devo pagare per difendere la mia identità. Talvolta penso che il mondo esterno mi vorrebbe prendere "per sfinimento", ma non credo sia così, in realtà, e, se anche fosse, non sarò certo io colui che "sfinirà" per primo. Inoltre, ho già mille "disegni" in testa e li sto sviluppando, ma ovviamente non posso svelarli qui. E resto dell'idea che comunque avere una personalità sia molto meglio che non averne. Nessuno dirà mai di me che sono "un brav'uomo". Pericolo scampato!! Odiato sì; compatito, no grazie...
 
                          Piero Visani

Creatività

      Tra i tanti mali che mi sono caduti addosso, in questo periodo per me non facilissimo, devo confessare che almeno uno è stato positivo: è cresciuta all'estremo la mia creatività. Ero già abbastanza dotato in termini di sensibilità e percezione, ma non sempre le esprimevo al meglio. Ora, per contro, la mia creatività è al massimo e la sto utilizzando su vari versanti. Purtroppo, sono sempre un po' rattristato dalla difficoltà a incontrare persone che abbiano, ai miei occhi, un minimo di valore, ma al relativo isolamento che ne consegue cerco di supplire con una rinnovata creatività.
      Dopo tutto, essendo io persona sgradevole, noiosa, grafomane, e chi più ne ha più ne metta, non mi resta altro da fare che ripiegarmi su me stesso e parlare con me, visto che non mi è dato fare nulla di meglio. Poi ovviamente un po' mi sostengono il lavoro, che è tanto, e la mia autostima, che non è poca. Cerco soprattutto di mantenere ferma la barra del timone, di perseguire obiettivi specifici, di sviluppare le mie politiche. Vedo che il lavoro cresce, sia sotto il profilo quantitativo sia sotto quello qualitativo, e mi auguro di potermi salvare, in qualche modo. Penso che a breve scriverò qualcosa di mio, di totalmente mio, e probabilmente sarà la cosa migliore che potrò fare. Disegnare un profilo di quel che sono e descrivere spezzoni di mondo che ho incontrato. Mi divertirò. Sono stato fortunato, in tal senso. Posso raccontare di esperienze di vita e di personaggi non tutti e non sempre banali. Sarà un simpatico modo di ricordare quel che è stato e di prepararsi a quel che sarà.
      Vengo da esperienze anche sgradevoli, ma ci vuole altro per smorzare la mia volontà di vivere. Nel frattempo, scrivo in due giorni quel che prima riuscivo a fare in tre. E anche questo è un bel vantaggio.
 
                            Piero Visani
     

Storia e memoria 2

       Tra pochi giorni sarà il 25 aprile. Trionferà la retorica "resistenziale". Come ogni anno. Sempre più vuota, sempre più formale, sempre più priva di contatto con la realtà di una Nazione ormai alla canna del gas.
       Non intendo prendere posizione in un senso o nell'altro. La mia storia politica parla chiaro per me, ma la vita mi ha insegnato a riconoscere e a rispettare le "ragioni degli altri" e me lo ha insegnato maggiormente quando ho visto che "gli altri" non intendevano compiere alcuno sforzo per comprendere le mie.
        A 14 anni mi è stata applicata addosso un'etichetta, quella di "fascista", e me la sono tenuta addosso per tutto il resto della vita.
        Non ho fatto nulla per togliermela. Odio i conformismi e le scolastiche. Detesto coloro che esponevano nei loro negozi il cartello "Qui si vende solo ad ariani" e che poi, mutati gli esiti del conflitto, sono diventati (tardivamente) resistenti.
        Ho cercato di sottrarmi a tutti i conformismi, ma non mi è servito a niente. Ne sono vittima di continuo, il che è abbastanza comprensibile, visto che è lo sport più praticato dai miei connazionali. Ancora un anno fa, o giù di lì, mi sono visto ritorcere addosso accuse di tipo "resistenziale". L'intento era più modesto: farmi fuori come persona, ma, visto che alla bisogna quell'accusa poteva essere utile, ecco che me la si è buttata addosso, magari con il volto contorto in una smorfia di disprezzo. Che dire? Se volessi colpire qualcuno, guarderei all'attualità, più che ai pretesti, ma - si sa - io sono un personaggio patetico...
      E allora consentitemi di ricordare, in questi giorni di fine aprile, i ragazzi della mia parte politica. Non tutti mostri, non tutti criminali, non tutti santi, non tutti eroi. Italiani, come tanti altri, con una certa idea dell'Italia e - spesso - con una certa idea dell'onore, la mia, quella per cui le guerre si finiscono dalla stessa parte in cui si cominciano. Fin troppo consapevoli che il loro era un gesto testimoniale, dunque da "martiri" (secondo l'etimologia greca della parola), ma determinati ugualmente a compierlo, perché quello era il gesto che occorreva fare in quelle circostanze. Occorreva - sopra ogni cosa - salvaguardare l'onore. Perché la dignità e l'onore ci consegnano al futuro, anche nella sconfitta, mentre certe vittorie possono ribadire - immutata nei secoli - la nostra fama di perenne e soddisfatta cialtroneria.
      Ho già scritto in questo stesso blog che, a mio parere, chi ha ricordato meglio di tutti i "ragazzi della RSI" è stato Francesco De Gregori, ne "Il cuoco di Salò", dove, in mezzo a tante immagini care a chi stava "dall'altra parte", scrive che quanti fecero una scelta diversa e opposta erano consapevoli che "qui si fa l'Italia e si muore". Dunque non un'alternativa (come nel "Qui si fa l'Italia o si muore!" di Garibaldi), ma una sequenza logica: "qui si fa l'Italia morendo, con il nostro estremo sacrificio". Un'Italia perdente, ma capace di difendere fino all'ultimo una dignità, un onore e le ragioni di una scelta.
       Si può benissimo non condividere una sola parola di quel che scrivo, ma si può cercare di sforzarsi di comprenderne la ratio. Presto, tra l'altro, saremo chiamati a chiederci se la sopravvivenza di questo sistema politico sia conforme a quel poco, pochissimo di onore che resta a questo Paese, e ciascuno sarà chiamato a fare, in piena coscienza, scelte non meno difficili di quelle del 1943-1945. Ricordiamoci infatti - anche se cercano di fare di tutto per farcelo dimenticare - che la Storia non si ferma e che - soprattutto - "la Storia siamo noi".
 
                                                                                       Piero Visani
 
 

domenica 21 aprile 2013

Da dove vengo

     Quando la vita di una persona ha iniziato, per ragioni anagrafiche, la discesa verso il traguardo finale, non credo sia anodino interrogarsi sulle proprie radici, chiedersi se siano state buone, se si sia stati in grado di rispettarle ed onorarle, e di mostrarsi all'altezza delle medesime.
      L'altro giorno, per caso, mi è capitato sotto gli occhi, su Youtube, un frammento tratto dal film di John Ford "Soldati a cavallo" (Horse Soldiers, nella versione originale del 1959). Non ricordo quando arrivò in Italia, ma suppongo nel 1960 o giù di lì, dunque quando avevo circa 10 anni o poco più.
      Credo di avere visto tutti i film di John Ford, che hanno influito moltissimo - come tutta la filmografia patriottica americana - sulla mia particolare visione della vita: il gusto per l'onore, l'amore per la bandiera, l'importanza del tener fede alla parola data, l'estetica della guerra e del beau geste.
       Nel film, vengono sapientemente mescolati episodi storici diversi, con qualche salto cronologico, che peraltro risulta ininfluente rispetto alla bellezza complessiva dell'opera. L'incursione in profondità della cavalleria unionista, ricordata nel film, avvenne infatti nel 1863, durante la Guerra civile americana, nell'area di Vicksburg (Mississippi), ma la parte che ha colpito in profondità il mio animo di bambino, al punto da impormi, a partire da quel momento in avanti, di essere sempre così, come quei cadetti-adolescenti lanciati con le bandiere al vento contro la cavalleria unionista, piccoli Davide coraggiosi (e incoscienti...) contro qualche Golia di turno, è quella in cui Ford, con estrema maestria narrativa, ricorda un episodio vero, non del 1863 ma del 15 maggio 1864, la battaglia di New Market (Virginia), quando i 258 cadetti del mitico Virginia Military Institute (VMI) vennero realmente allertati in tutta fretta e lanciati in combattimento contro le forze unioniste avanzanti. Non si trattò di una scelta facile, per il comandante confederato, gen. Breckinridge, rimpolpare le sue scarse truppe chiamando in soccorso i cadetti del prestigioso istituto militare virginiano, ma la situazione era talmente disperata da richiedere anche l'apporto di sangue giovane, giovanissimo (l'età media dei cadetti era di 17 anni), per salvare le sorti declinanti del Sud.
      La battaglia di New Market fu un successo per il Sud, uno degli ultimi della sua breve ma fulgida storia, e i cadetti del VMI lasciarono sul campo 10 morti e 47 feriti. Anni fa, nel corso di uno splendido "viaggio della memoria" in Virginia, passai a poche decine di chilometri da New Market, dove la battaglia è ricordata da musei e riprodotta annualmente da re-enactors, e ancora oggi mi dispiace di non aver visitato anche quel campo dell'onore.
       In "Soldati a cavallo", Ford ricorda con sapienza registica e straordinaria partecipazione empatica quell'episodio, abbassando l'età dei cadetti e trasformando uno scontro cruento in una vicenda ironico-mitica e incruenta, ma l'indicazione, per un cuore di bambino come il mio (nel 1960 e oggi...), era ed è chiara: "segui sempre la via dell'onore". 
       Mi è gradito riproporre quello spezzone ai lettori del blog. E' troppo bello.

          Piero Visani