venerdì 31 maggio 2013

Rimini

      Tra le canzoni di Fabrizio De André, Rimini (1978) è una di quelle che amo di più, per la musica (peraltro di Massimo Bubola) e per il testo, ricco di straordinarie immagini che si susseguono in un fantastico intreccio di metafore, di simboli, di suggestioni.
      Una di queste, che mi colpì fin dalla prima volta che lo sentii, è il verso:
 
non regalate terre promesse a chi... non le mantiene...
 
       E' un verso che ha segnato in negativo la mia vita, da prima che la canzone stessa fosse presentata al pubblico ad oggi. La ascolto sempre, anche perché è permeata di quella lieve tristezza, di quella melanconia che sono così care al mio cuore. Potrei sceglierla come inno di giornate un po' così, quando l'umore non è dei migliori, perché di fatto si presenta come una fiera di occasioni perdute e la mia vita, almeno in parte, è stata tale, una simpatica "fiera delle occasioni perdute". Ci rifletto sempre un po' su, nelle mie giornate solitarie. E Faber mi fa compagnia. Sento di condividere la sua voglia di scandagliare il profondo, il profondo della mia anima.
 
                                       Piero Visani
 
 
 

Il grigio e il blu

       Giornata in chiaroscuro, passata in parte a corrispondere con persone che mi capiscono e altre che proprio no, per quanto si sforzino di farlo. Nei due casi - e la cosa è a mio avviso altamente sintomatica - ci si riesce a comprendere con me se, per un periodo anche breve, si ha l'onestà intellettuale di mettersi nei miei panni.
       E' quasi un percorso obbligato, mi permetterei di dire, perché, se non ci si mette nella prospettiva con cui io guardo alle cose, poi si rischia l'incomprensione più totale. Chi ha la buonagrazia di farlo, spesso riesce a comprendermi un po' di più e un po' meglio. Chi non ci riesce, in genere è perché non compie questo sforzo o - peggio - pretende di dirmi che cosa devo fare, cosa sempre pericolossisima, con me.
       Tuttavia, sto facendo progressi e noto con estrema soddisfazione che, se una persona mi consente di spiegarmi in dettaglio, poi mi capisce. Il che non vuol dire - tengo a precisarlo - che condivida o approvi incondizionatamente. Ma si pone per un po' nella mia prospettiva, che è molto particolare, e guarda le cose con i miei occhi.
       Ne sono assai lieto, perché è evidente la mia difficoltà a superare il muro delle incomprensioni e dei pregiudizi. Ma è evidente altresì la mia difficoltà a farmi capire perfino da chi mi vorrebbe in teoria aiutare, purtroppo adottando approcci che, con me, sono assolutamente sbagliati.
       Più grave ancora è il fatto che, notando la mia ritrosia a farmi aiutare in una maniera che francamente non condivido, qualcuno si irriti, si irrigidisca un minimo, come se si trovasse di fronte a un soggetto che non vuole essere aiutato. Non è così, ovviamente, ma mi serve un aiuto mirato, non uno generico.
       Nel frattempo, il lavoro procede su innumerevoli fronti e il tempo che mi rimane per fare cose di carattere personale è sempre meno. Tuttavia, non posso fare a meno di registrare con soddisfazione i progressi che stiamo compiendo, a tutti i livelli e su tutti i fronti.
       Mi guardo intorno, mi do straordinariamente da fare, spero vivamente di poter avere ancora un futuro, a tutti i livelli, compreso quello personale. A tale proposito, tutti quanti hanno un rapporto di confidenzialità con me notano che, pur in presenza di ferite di lentissima cicatrizzazione, ormai sono privo di rancori e in pace con me stesso. In fondo, non mi è capitato nulla di diverso da quello che mi capita quasi quotidianamente: non essere compreso. E, se mi capita così spesso, qualche motivo ci sarà.
       Una persona che mi ha un po' ferito mi ha fatto capire oggi di considerarmi "uno come gli altri". Non abbiamo alcun tipo di rapporto di carattere personale, per cui non ci sono problemi, ma è chiaro che - quando mi sento dire queste cose - inevitabilmente mi chiedo con chi abbia parlato fino ad ora: era la stessa persona? Sono così criptico? Non è evidente che detesto egalitarismo e omologazione?
 
                                     Piero Visani

Oxygen

      Ricevo una mail favolosamente bella da una persona che mi è diventata amica man mano che questo blog si sviluppava. Ella aveva manifestato qualche dubbio, sulla reale natura dei miei atteggiamenti, e quei dubbi mi avevano ferito. Così le ho scritto aprendole totalmente il mio cuore e oggi ne ricavo l'immensa soddisfazione di apprendere che ha capito, che mi ha capito, che ha compreso in profondità il senso dei miei comportamenti.
       Per me - inutile nasconderlo - è un'emozione profonda: riuscire a persuadere qualcuno della mia sincerità e onestà di intenti non è cosa che mi succeda abitualmente. Ma non (o non solo) per il desiderio in fondo umano, ma egoistico, di sentire i propri comportamenti approvati, ma per quello, decisamente più importante, di sentirli reputati veri, sinceri, profondi.
       Non nego che avevo bisogno di una simile boccata d'ossigeno, visto che spesso troppe cose vengono imputate al mio strabordante Ego, che c'è e si fa sentire, non lo nego, ma che in genere accresce di pathos ciò che faccio, penso, dico e scrivo. Non funge da fattore negativo, semmai da elemento di arricchimento della mia personale complessità.
       Questi rapporti epistolari, se vogliamo chiamarli così, sono quanto di meglio il blog abbia finora prodotto, per me, e sono un'autentica boccata di ossigeno per me stesso e le mie ferite. Mi fanno sentire meno solo, meno incompreso, meno disprezzato, meno odiato. Meno "mostro", in una parola.
        E sono anche rapporti che mi consentono di non cessare quel lungo viaggio nell'animo femminile che ho intrapreso quando ero poco meno che ventenne e che non ho mai cessato di condurre. Un viaggio che, sul versante negativo, mi ha fatto scoprire a mie spese che non essere un "uomo da stereotipo" può rappresentare un danno terribile alla mia vita sentimentale e sessuale; sul versante positivo mi ha fatto scoprire donne eccellenti, ricche di una fantastica interiorità, con le quali è bello intrattenere un dialogo fecondo.
          In ogni caso, posso tranquillizzarle tutte: sono un habitué di ogni tipo di cassonetti e in genere, sfumata la rabbia per esserci stato buttato dentro, sono pure capace di augurare alle "buttadentro" le migliori fortune. Sprofondo, ma con classe. Si può volere di più, da un uomo...?
 
                                                    Piero Visani

Meglio lasciar perdere...

      Sto prendendo qualche schiaffone, in questo periodo, a livello personale, proveniente da varie direzioni. Benché io sia molto incline all'autoanalisi, e dunque sempre pronto a riflettere su me stesso e sulle cose che faccio, sottoponendole a continua disamina, mi chiedo se per caso non si stia un po' esagerando.
       A me capita spesso di confrontarmi con persone cui tirerei volentieri qualche schiaffone (metaforico, ovviamente), ma mi astengo per rispetto nei riguardi delle medesime. Dissento e, se del caso, prendo il largo.
        Non riesco invece a capire il senso di questa pervicacia nei miei confronti. Non riesco a comprendere, in particolare, perché mi si debba martirizzare con il fatto che "non vado bene".
        Capisco e prendo atto. Ma perché proprio io, se non vado bene, dovrei cambiare? In genere, a tutti si dice "non va bene questo, non va bene quell'altro". E la cosa finisce lì. A me pare che solo a me si dica che devo cambiare. Trovo la cosa alquanto singolare.
        Se poi formulo l'obiezione di cui sopra ai diretti interessati, questi mi guardano come se fossi pazzo. Ma in verità io ho solo chiesto il perché di tanta insistenza. Sono io l'unico al mondo a dover cambiare? E se fossi particolarmente attento alla tutela della mia identità? E se, almeno io, mi volessi bene e intendessi preservarla?
        Siccome gli ultimi attacchi mi sono venuti da persona che dovrebbe conoscermi bene e avere anche tutti gli strumenti (compresi quelli professionali) per comprendermi, a questo punto abbandono ogni tentativo di spiegazione e lascio perdere.
        Dedicherò alcuni dei prossimi post all'illustrazione dei miei atti criminali, delle mie infinite crudeltà e di come sono bastardo. Sarebbe assurdo che continuassi a non voler dare al mio pubblico quello che esso mi chiede. Se mi vede così, che senso ha che continui a spiegare che non sono così? Indosserò queste nuove vesti, che a tutti i costi mi vogliono far indossare, o forse - meglio - tacerò. Che altro mi resta da dire (e da fare)?
 
                                                  Piero Visani
 
 
       

giovedì 30 maggio 2013

Ironie della storia (con la s minuscola)

       Un'università del Nord Italia.
        Interno giorno. Ufficio di una docente.
       La mia interlocutrice è una donna dai capelli castano scuri, molto ben vestita, di età appena superiore ai 50 anni (l'avrei fatta decisamente più giovane, ma ho letto il suo profilo accademico). L'aspetto è sussiegoso, ma non il comportamento.
       "Sono molto lieta di conoscerla, dottore. La nostra comune amica Federica mi aveva parlato molto bene di lei". Sorride, ma lo sguardo è attento, inquisitore, penetrante.
        "Conosco Federica da una vita, è molto benevola con me".
         "Al contrario: ho letto e apprezzato moltissimo il suo contributo. Mi complimento".
         Sono al cospetto di questa persona nella mia qualità di ghostwriter professionale. Mi aveva chiesto di scrivere un saggio sui rapporti uomo-donna nella società contemporanea. Le è molto piaciuto e ha voluto conoscermi personalmente.
         "La ringrazio per avere raccolto il mio invito" - mi dice sorridendo.
         "Ero qui per altri motivi di lavoro, non potevo mancare".
         "Posso farle una piccola considerazione di carattere personale?" - mi dice, con aria lievemente ironica.
         "Prego..."
         "Ho apprezzato il suo equilibro nella descrizione del rapporto tra i due sessi".
         "Ne dubitava? E, in caso affermativo, perché?"
         "Federica mi ha accennato a qualche suo piccolo problema personale" - e lo sguardo ironico si accentua.
         "Davvero non so a cosa si riferisca. Federica a volte fa illazioni" - rispondo asciutto.
         "In verità mi ha segnalato il suo blog e, dopo aver letto parecchi post, non direi che si tratti propriamente di illazioni..."
          "Se mi permette, nella società contemporanea il confine tra reale e virtuale è sottile" - rispondo divertito.
          "Per caso lei se ne ritiene vittima?" - insiste lei, e questa è una stoccata dura, ben diretta a bersaglio, con il preciso intento di colpire e fare male.
          "Beh, se è una lettrice del blog lascio a lei le conclusioni..."
          Sorride. Sguardo da femmina solidale. Non con me, con le altre femmine...
          Momento di autentico gelo, vestito di sani formalismi, ma bello algido.
          "In ogni caso, diciamo che ha saputo estraniarsi bene, nel saggio che le ho commissionato, dalla storia virtuale raccontata nel blog... Il suo scritto è infatti esemplare per equilibrio". Le frasi sono formalmente perfette. Tono e sguardi sono lievemente fastidiosi. Mi sta prendendo per i fondelli.
           "Ne sono lieto. Per un autore è sempre difficile staccarsi da un'opera per dedicarsi a un'altra".
           "E' vero, è vero. Ora cosa farà, dottore, tornerà al suo blog di fantasia?". Incomincio ad irritarmi, perché dal fioretto la signora sta passando alla sciabola.
            "Sì, farò così".
            "Bene, allora le auguro migliore fortuna che in passato, nelle storie che racconta". E si alza per congedarmi.
            "La ringrazio. Non so se proprio di fortuna si tratti, oppure di altre virtù femminili che, per rispetto nei suoi confronti, mi asterrò dal citare. Tuttavia, tra perfido e stupido, preferisco essere stupido".
           "Contento lei...", mi sorride beffarda stringendomi la mano.
           Esco nel campus, in mezzo a decine e decine di studenti. Li guardo e quasi mi vergogno: ho scritto un saggio - non a mio nome, ovviamente - dove si parla del dialogo tra i sessi. E ho detto che esiste. Mi sento un verme. Avrei voluto raccontare quello che penso realmente, e sicuramente, nel caso l'avessi fatto, sarei stato preso pesantemente in giro dalla curatrice dell'opera. Non l'ho fatto, e mi ha preso in giro ugualmente. Ritorno a casa in preda a una lieve irritazione, che peraltro, strada facendo, mi passa. La buona musica sparata dal mio impianto stereo di bordo mi placa.
            Ci vuol pazienza, si divertono così... Ci vuole tanta pazienza. Credono di essere intelligenti. Al massimo sono furbe, e molto cattive. Lasciamole fare, siamo magnanimi. I mostri siamo sempre noi. Accettiamo virilmente il nostro ruolo storico.
 
                                           Piero Visani

In gestazione

       Il libro che scaturità dal primo anno di vita di questo blog è ormai in gestazione. Ne ho delineato le linee generali, la ripartizione tematica, la forma che intendo conferirgli. Sarà anche nel mio caso un e-book, come per mio figlio.
       Sto rileggendo tutti i post, dopo averli valutati - come avevo già sottolineato in passato - con un voto da 1 a 10. E ho individuato anche il "filo rosso" tematico che li caratterizzerà.
       La novità è che il libro non sarà una semplice riproduzione dei post che mi sono piaciuti di più o che ritengo contengano gli spunti tematici più interessanti e stimolanti. Al contrario, sarà una rivisitazione dei medesimi, nel senso che, una volta enucleati i post migliori, molti di essi saranno ampliati, approfonditi, allargati, per poter conferire maggiore significato e superiore unitarietà al tutto.
      L'intera operazione mi stimola e sto già cercando un titolo adeguato.
      Quel che è certo è che questo primo libro desunto dal blog non sarà la storia di una relazione d'amicizia profonda finita incredibilmente male, cioè l'esatto contrario di quell'incredibilmente bene che avrebbe potuto essere.
      Ritengo infatti di non avere ancora la mente sufficientemente sgombra per poter scrivere sul tema senza rancori e senza troppi rimpianti. Lo farò, l'ho già detto, ma solo quando il mio animo sarà più libero, quando avrò superato la delusione suprema di un investimento esistenziale tanto massiccio e profondo mandato così malamente all'aria, senza neppure che io ne sapessi e ne sappia le reali motivazioni.
      Mi concentrerò sul resto, su cose alle quali sono in grado di guardare con maggior distacco e che mi riflettano non solo come persona che reagisce agli sgarbi altrui, ma essenzialmente come persona che agisce, che si rapporta con il mondo esterno.
      Per l'altro libro, quello più personale, lascerò passare ancora un po' di tempo. Sono fuori dal cassonetto, ormai, ma nutro ancora rancore per chi mi ci ha buttato. Devo lasciarlo decantare, giorno dopo giorno.
 
                           Piero Visani

Invito alla presentazione di "Ubique", di Umberto Visani


       Giovedì prossimo 6 giugno 2013, ore 18.30, presso la libreria "La Fenice" di via Porte Palatine 2, a Torino, mio figlio Umberto presenterà il suo romanzo d'esordio, Ubique, introdotto dalla giornalista Enrica Perucchietti.
        La presente vale come invito a presenziare. Ovviamente ci sarò anch'io, ma - siccome il mio Ego è assai più comprimibile di quanto comunemente si creda - il ruolo di primattore toccherà, com'è giusto che sia, a mio figlio.

                                                        Piero Visani






Breve riassunto di UBIQUE: Un blogger di mezza età ritiratosi a vivere in una roulotte nel deserto dell'Arizona vede l'irruzione dell'inaspettato nella sua esistenza: il ritrovamento, un mattino, di fronte alla porta della roulotte, di un cadavere con sopra un foglio con scritta una frase assai criptica e un quotidiano del Maine con evidenziati alcuni annunci di case in affitto.
La rimozione del corpo ad opera di un sedicente team della scientifica e altri eventi inquietanti inducono il protagonista a interessarsi alle case in affitto in Maine di cui al giornale ritrovato sul cadavere.
Il viaggio di quasi 3000 miglia dall'Arizona al Maine è ricco di incontri con vari personaggi, alcuni di essi piuttosto ambigui.
Dopo aver preso in affitto una casa a Passadumkeag, nel Maine, il protagonista inizia una nuova vita, desideroso di lasciarsi alle spalle le ombre minacciose che sembravano essersi addensate sulla sua vita.
Ma il suo sogno di vivere in pace viene presto infranto, così come tutte le spiegazioni convenzionali cui cercava di appigliarsi vengono spazzate via da una scoperta terrificante che gli paleserà con forza inaudita una terribile verità.

I buoni consigli

       Mi sento come "Bocca di rosa". Singolare - direte voi - per un uomo... E' vero, ma ci pensavo proprio in questi giorni, riflettendo sull'enorme valanga di buoni consigli che mi tocca solitamente ricevere.
      Non so perché, ma io ricevo sempre buoni consigli. A me non pare di averne particolarmente bisogno, ma li attraggo come una calamita. A me molti devono dire cosa fare, come farlo, e perché. E se - come abitualmente succede - mi guardo bene dal farlo, sono urla, strepiti, alti lai, talvolta invettive.
      In preda a saturazione, mi è venuto nuovamente in mente il celeberrimo verso di Faber:
 
Si sa che la gente dà buoni consigli
sentendosi come Gesù nel tempio,
si sa che la gente dà buoni consigli
se non può più dare cattivo esempio
 
       E mi sono chiesto: "ma frequento templi, io? Siano essi pagani, cristiani, ebraici, o di qualsiasi altra confessione? Me ne guardo bene. Sono luoghi in cui, da bravo satanasso, mi sento non poco a disagio..."
       E anche volendo dare una benevola interpretazione di Gesù - cosa che a me è del tutto estranea e non riesce proprio - perché la gente dovrebbe paragonarsi al medesimo, e dare consigli a me?
       I wonder. Sarà tutta invidia, visto che resto fedelissimo all'idea di dare quello che la gente comune chiama il "cattivo esempio"?
       Non ho risposte a questo cruciale interrogativo, però so che mi stanno seppellendo sotto masse di buoni consigli. Non ne posso più: "non fare questo, non dire quello. Non essere così, sii cosà. Sei troppo irrequieto. Sei disturbante, sei perturbante. Vuoi tutto subito. Non sai aspettare. Non sei paziente. Non sai guardare nel lungo termine. Sei noioso. Sei grafomane. Sei narciso. Sei supponente, arrogante, crudele, feroce, disumano".
       Un sacco di gente, sotto questa valanga di "piacevolezze", si sarebbe già suicidata. Forse dovrei raccogliere questo benevolo consiglio trasversale? Me ne guardo bene. La tentazione talvolta c'è, ma poi mi trattiene il pensare che, in quel modo, probabilmente farei contenta troppa gente...
        A mia volta mi chiedo - e lo chiedo a quanti, tra i lettori del blog - mi conoscono personalmente: vi ricordate che abbia mai dato un consiglio non richiesto a qualcuno di voi? E, quando me lo avete chiesto, non avete notato l'assoluta ritrosia che avevo nel darvelo? Io amo rispettare le personalità altrui, le identità altrui. Ma perché non rispettano la mia? Perché devo essere sempre un "corrigendo"? Ma cosa ho fatto di così grave?
       Devo confessare che questo atteggiamento sta cominciando a infastidirmi e sto diventando molto selettivo, nel senso che, quando lo riscontro, mi ribello subito e lo rispedisco al mittente. Rapidamente e conclusivamente (del rapporto).
       Sono perfettamente consapevole - è ovvio - di essere il peggiore degli uomini possibili, di potermi meritare pattumiere di tutti i tipi e generi, ma perché tutti devono ergersi a giudici con me? Dopo tutto, io mi faccio solo i fatti miei e scrivo questo blog come esternazione di opinioni, non per giudicare questo o quell'altro.
       Chiedo a tutti, sommessamente: "Vi prego, voletemi un po' meno bene, anzi, voletemi proprio male. Ed evitate di rovesciarmi addosso i vostri buoni consigli. Non ne seguirò uno, mai. Però, se avete "cattivi consigli" - di passione, di perversione, di raffinati divertimenti intellettuali (e no...) - datemeli pure, sono pronto a riceverli".
 
                           Piero Visani

Suoni nel silenzio

      Ci sono canzoni che, non so neppure io perché, mi piacciono parecchio, anche se non mi ricordano nulla di personale. Una di queste è When you're gone, dei Cranberries, gruppo pop irlandese incentrato intorno alla bella voce di Dolores O'Riordan.
       La canzone in sé è abbastanza banale e prevedibile, ma il canto della piccola Dolores, con quel suo fantastico accento irlandese e la voce squillante, ricca di timbri diversi, mi piace, solletica la mia anima celtica, ricorda una terra che amo profondamente, mi dà il senso di me, mi illude persino di essere vivo, e non morto in un mondo di morti. Mi dà il senso che un'altra vita sia possibile, anche se non lo è. E mi stimola a far sì che questa vita la si possa, oltre che cercare, trovare. Io - come sempre - profonderò tutte le mie energie, nel farlo. E, se troverò solo porte chiuse, come mi capita in genere, cercherò di aprirne altre. Personalmente, sono sprofondato nel più radicale pessimismo della ragione, ma l'ottimismo della mia volontà resta feroce. In tutti i sensi.
                                                            Piero Visani

mercoledì 29 maggio 2013

Master & Commander

      Sono alcuni giorni che rifletto su un'infinità di cose. Indicazioni contrastanti mi pervengono da varie direzioni. Non ho motivi particolari per essere soddisfato, né ne ho per essere ottimista. Ma ne ho molte per essere battagliero, determinato, feroce, aggressivo, assertivo.
       Ho letto sfrenatamente, in questi giorni. Mi sono confrontato con moltissime persone, non poche delle quali mi hanno rimproverato eccessi e accessi di egoismo. Ho cercato di chiarirmi con tutte, per quanto possibile, ma ho incontrato spesso qualche difficoltà non a comunicare, ma a farmi comprendere.
       Trovo alquanto faticoso dover confrontarmi con soggetti che mi ripetono - come un mantra - che, se fossi più ordinario, sarei più felice. Come a dire: "caro Piero, se non fossi tu, saresti più felice!". Che fantastico risultato!
       Da non credere! Per prima cosa, mi chiedo: ma per quale ragione dovrei rinunciare ad essere me stesso? Sì, ho avuto problemi, incomprensioni, litigi, demonizzazioni, ma non penso che nulla sia successo in particolare per colpa mia. Con qualcuno litigo, a qualcun altro vengo a noia. Magari ne nascono contrasti, anche forti, ma poi tutto finisce. Ciascuno va per la sua strada, e buona fortuna! Non si può essere simpatici a tutti.
       Io ho imboccato una nuova strada, che in verità è la vecchia, è quella di sempre. E' la via di colui che si ama. E' una straordinaria risorsa, quando ti capita di non piacere, di non riscuotere soverchie simpatie, di dover passare un periodo più o meno lungo di solitudine.
       Sono padrone di me stesso, dei miei sentimenti, delle mie passioni. Come nel celebre dipinto di Caspar David Friedrich, Il viaggiatore sopra un mare di nebbia, sto vedendo con piacere che la nebbia sotto di me si sta diradando. Ma, nel caso in cui dovesse infittirsi, sarebbe lo stesso.




      Non ho bisogno di chiarezza. Ho molti rimpianti - è vero - ma nulla di quanto è accaduto è dipeso da me. Dunque mi sono limitato a uscire di scena come richiesto. Tutti contenti, quindi. E - piccola nota di voluta perfidia - visto che nessuno è parso mai preoccuparsi granché della mia felicità e della mia gioia, ne ho tenuto a mia volta conto, per amore di par condicio... Talvolta mi riesce di essere buono come il mio prossimo, e così riesco a produrre anch'io un po' di sofferenza. E mi sento più buono, come mi sento più buono...! Essere costantemente oggetto della infinita bontà altrui, senza poterne rendere almeno un po', fa sentire sgradevolmente cattivi, ma per fortuna io so essere non meno buono di chi mi vuole (o voleva) bene... E tutto torna in parità.
      Per il futuro, sto continuando a fare le stesse cose che ho sempre fatto, a comportarmi come ho sempre fatto, a innalzare il mio profilo più di quanto non sia già elevato. Raccolgo molte critiche e parecchio scetticismo, nonché inviti a cambiare. Tutti buoni motivi per perseverare. Per rispetto dei miei lettori, non vorrei essere costretto a recitare loro il monologo di Trainspotting... Molti si inviperiscono, vedendo che sono così. Io continuo imperterrito. Sono contro il riduzionismo e l'omologazione. Sono uno degli ultimi libertari (e libertini) rimasti. Ciao a tutti!

                                    Piero Visani
 

La teoria del bicchiere

       Un'amica mi scrive per dirmi che ha raggiunto un'elevato livello di serenità accontentandosi di quello che ha. Premesso che il termine "serenità" è uno di quelli che mi disturba di più, le rispondo, tra il serio e il faceto, che un bicchiere riempito a metà a me appare sempre mezzo vuoto, non mezzo pieno.
       Lei mi fa garbatamente notare che in questo modo posso avere problemi relazionali e io le dico di no: "Non interpreto questa cosa con rigidità. So anch'io adattarmi alle situazioni. In ogni caso, le considero situazioni residuali, insoddisfacenti, destinate a non portare da nessuna parte. Che cosa mi serve avere un rapporto a metà con quella persona, se quella persona mi interessa davvero? Perché dovrei rinunciare a leggere un libro, per leggerne la sintesi?".
      "Il fatto è" - obietta lei - "che spesso la metà è il massimo cui ci è consentito di arrivare".
      "Che verbo orribile" - ribatto io - "'consentito'! E da chi? E perché?".
      "Dalla tua partner o dalla persona con cui ti relazioni".
      "Bella relazione!" - commento io - "sembra un rapporto tra due questure! In verità, mia cara, se un rapporto è ridotto a quello, non lo si può definire nemmeno un rapporto".
      "Sei sempre molto radicale, nelle tue affermazioni", sospira lei.
      "No, assolutamente. Non è così. Me lo dicono in tanti, ma non è così! Tutto è legato a quanto vale la relazione. Se vale poco, si può mediare. Se vale molto, non ha senso alcuno farlo".
      "Perché dici così? Non è meglio una parte del tutto, piuttosto che niente?".
      "In teoria, avresti ragione. Ma ci sono molte variabili da considerare". C'è l'arrivare a un compromesso del genere sulla base di una mediazione condivisa, e c'è la soluzione residuale. Quella la rifiuto a priori?"
      "Perché?"
      "Perché sembra un octroi, una concessione lasciata cadere con degnazione dall'alto, da qualcuno che si reputa superiore, che vuol farti vedere che sei ammesso a corte, dunque devi essere contento..."
      "In casi del genere, che cosa fai?" - chiede lei, incuriosita.
      "Rompo il rapporto".
      "Non ci credo!"
      "Perché no? Non sarebbe paritetico. Io posso mediare sull'incontro/scontro di due desideri diversi. Che senso avrebbe mediare su un rifiuto? Volevo 100, mi offri 50. Che devo dire? OK il prezzo è giusto?  Questo non è più un rapporto tra esseri umani, è una mediazione commerciale".
       "Così però rischi di perdere tutto. Anzi suppongo che tu lo perda proprio" - osserva lei con aria di donna che sa di cosa sta parlando.
       "In realtà, non perdo più di quanto non perda lei. Io la vedo così: io vorrei il bicchiere pieno. Me ne si offre metà. Posso transare, ma a condizione che non sia una "gentile concessione", un octroi. Se lo intendo come tale, per me è finita".
        "Come fai a capire se lo è o non lo è?" - chiede la mia interlocutrice, incuriosita.
        "Vado a intuito".
        "Però perdi tutto".
        "Perdonami, ma è un calcolo errato. Io volevo 100 e mi si offre 50. Se lo accettassi, io perderei sicuramente 50, mentre la mia partner otterrebbe esattamente quello che vuole. Distruggendo tutto, anche lei subisce una perdita di 50, esattamente come la mia. Solo uno stolto potrebbe dire che io perdo 100 e lei 50. E' un calcolo da ragionieri. Per me già scendere a 50 era una gravissima perdita. C'è una qualità dei numeri che non è misurabile in termini puramente quantitativi. Non posso accettare una vittoria della mia controparte senza battere ciglio. Le procuro una sconfitta come lei voleva procurare a me. Entrambi perdiamo 50. E' solo un dato quantitativo dire che io perdo 100. Viene del tutto trascurato l'aspetto qualitativo".
       "E ti va bene così?", insiste lei, entrando nel campo del calcoletti tellurici così tipicamente femminili.
        "No, certo che non mi va bene. Ma, davanti a una classica no win situation, non voglio che a vincere sia lei. Perdiamo tutti e ci dimentichiamo".
         "Ti sembra una bella soluzione?" - continua petulante lei.
         "No, è pessima, ma lascia memoria di noi. Io continuo a poterla idealizzare come donna che merita 100, lei mi può odiare come uomo che ha scelto deliberatamente zero potendo accontentarsi di 50. Una via di mezzo tra un pazzo e un mostro, nella mentalità di lei. Un duplice rifiuto - il suo e il mio - nella mia. Mi si era offerto il più classico dei ripieghi. Io ringrazio e me ne vado".
         "Sembri pazzo anche a me", aggiunge lei, contenta di farmi sapere il suo parere.
         "Non ne dubito, ma, se non prendi atto che in una relazione siamo in due, allora non è una relazione, sei solo tu. O solo io". 
          "Sì, questo è vero" - ammette lei.
           "E allora diventa il suo ego contro il mio: lei la vorrebbe in un modo, io in un altro. Ma quella è la fine della relazione. Infatti in genere lo è".
           "Non ti sembra di essere troppo drastico?", mi chiede lei con la classica insistenza degna di miglior causa.
           "No, perché sono in grado di individuare nitidamente i compromessi creativi e ricchi di potenzialità, e quelli residuali. Finché vedo che sono del primo tipo, li accetto; quando diventano residuali, lascio".
           "Ti restano dei rimpianti?" - chiede lei con tipica curiosità femminile.
           "Sì, moltissimi. Ma - intendiamoci - io rimpiango quello che non è stato e che avrebbe potuto essere, perché ne vedo tutte le potenzialità. Non posso rimpiangere un compromesso al ribasso. Ho ben presente le frasi del tipo: "beh, vediamo che cosa si può salvare della nostra relazione". Mi vedi come 'saldo di fine stagione?'".
            "No, francamente no. Non ne hai le caratteristiche. Però così rischi di soffrire come un cane" - dice lei, impietosita.
        "Sì, è così. Ma avevo altra scelta?".
        "Se ti adattavi a un compromesso, forse..."
        "Ti prego, siamo seri. Se qualcuno avesse tenuto a me, non avrebbe creato condizioni del genere. Se le ha create, è perché mi voleva togliere di torno. Legittima aspirazione, ma, nel momento in cui la vedo manifestarsi, preferisco uscire di scena io. Non è una questione di chi lascia per primo, non mi interessa. E' un semplice atto di dignità. E' come dire: 'Non ti preoccupare. Ci sarà sicuramente qualche altro che si accontenterà dei tuoi rifiuti. Io no'".
         "Sei tremendo" - osserva lei stupita.
          "No, per nulla. So solo quando è ora di chiudere, e come. In genere il mio modo di chiudere dà molto fastidio. Attiro odio. E' un modo per farmi ricordare. Io non odio alcuno, anzi continuo a voler bene. E solo il mio modo per farmi ricordare, e per ricordare che i calci fanno male, a chi li prende...".
           "Sei sempre un romantico..." - si congeda lei, penso con intenti ironici.
           "Se lo intendi in senso filosofico, e non banalmente comune, sì, lo sono".
 
                             Piero Visani
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 

No Frontiers

       Come emerge chiaramente da questo blog, amo tutto dell'Irlanda. A livello di musica pop, non mi dispiacciono i Corrs, gruppo formato da tre sorelle e un fratello, che è silente dal 2006 (pare si siano presi un lunghissimo periodo sabbatico, eufemismo per dire che si sono sciolti e che alcune sorelle perseguono carriere da soliste).
       Quando ancora erano insieme, mi piaceva questo brano, No Frontiers, che si dice fosse dedicato alla celebre aviatrice Amelia Earhart, scomparsa il 5 gennaio 1939 nel Pacifico, mentre tentava di compiere il giro del mondo in volo.
        La melodia è bella, il testo eloquente e il canto di due delle sorelle Corr è fantastico per l'impasto naturale delle loro voci cristalline (ricordo che si tratta di una registrazione dal vivo), accompagnate dal solo pianoforte. Un omaggio molto professionale alla tradizione della ballad, cantato con la classica vocalità, anche di accento, degli irlandesi.
        Mi piace. Mi ricorda l'Irlanda, il gusto degli spazi, quello dell'avventura, comunque essa finisca, anche male, non importa. E' un brano musicale cui sono molto legato. Trasmette un profondo desiderio di libertà e la speranza di poter dire di aver incontrato, per una volta, persone di cui si possa dire: "And I've seen heaven in your eyes". "Heaven"; non "interest or money or lies". Spes ultima dea.

                                                      Piero Visani

 
 


If life is a river and your heart is a boat
And just like a water baby, baby born to float
And if life is a wild wind that blows way on high
And your heart is Amelia dying to fly
Heaven knows no frontiers and I've seen heaven in your eyes

And if life is a bar room in which we must wait
'Round the man with his fingers on the ivory gates
Where we sing until dawn of our fears and our fates
And we stack all the dead men in self addressed crates

In your eyes faint as the singing of a lark
That somehow this black night
Feels warmer for the spark
Warmer for the spark
To hold us 'til the day
When fear will lose it's grip
And heaven has it's ways

Heaven knows no frontiers
And I've seen heaven in your eyes

If your life is a rough bed of brambles and nails
And your spirit's a slave to man's whips and man's jails

Where you thirst and you hunger for justice and right
And your heart is a pure flame of man's constant night

In your eyes faint as the singing of a lark
That somehow this black night
Feels warmer for the spark
Warmer for the spark
To hold us 'til the day when fear will lose it's grip
And heaven has it's ways
And heaven has it's ways
When all will harmonise
And you know what's in our hearts
The dream will realise

Heaven knows no frontiers
And I've seen heaven in your eyes
Heaven knows no frontiers
And I've seen heaven in your eyes
 

martedì 28 maggio 2013

Un destino singolare, una fortuna

     Due caselle, due semplici caselle. Può una vita umana essere contenuta all'interno di due semplici caselle? Se uno pone questo interrogativo, tutti gli rispondono di no, ovviamente. Ma non è così.
     La mia vita, a partire dai 14 anni, sta all'interno di due semplici caselle, che io chiamo MASSACRATO e MASSACRATORE, e che gli altri chiamano INNOCENTE e COLPEVOLE.
      Io mi sono sempre sentito all'interno della prima (MASSACRATO) e, dal momento che essere massacrati non fa piacere ad alcuno, ho sempre cercato di difendermi, anche perché mi sentivo del tutto innocente. Ma difendersi, ahimè, non è ammesso, quanto meno non quando sei, a priori, "figlio di un dio minore", e così sono passato dalla parte dei MASSACRATORI, dei NATURALMENTE COLPEVOLI.
      E' uno schema che si ripete da mezzo secolo e che ormai accolgo com un sorriso amaro. Ora, quando vivo qualsiasi situazione, so già che, in caso di problemi, sarò NATURALMENTE COLPEVOLE, e mi ci acconcio.
       La soluzione che adotto, e che mi consola, è la seguente: guardo i NATURALMENTE INNOCENTI, le cose che dicono, quelle che fanno, il loro sistema di "valori", i loro riferimenti "culturali", il loro argomentare, le loro intelligenze, le loro identità, e capisco che, visto il livello, è chiaro che io debba essere NATURALMENTE COLPEVOLE. E capisco anche perché: siccome non faccio orrore, siccome non ho una morale flessibile, siccome non faccio solo cose utili, come loro, devo pagarne il fio. Ok, dov'è la cassa? Se c'è da pagare qualcosina in più, per essere certo di non dovermi immergere in tale oceano di guano, mettete pure un sovrapprezzo, grazie!
 
                          Piero Visani

The Commitments

      Pochi film hanno colto l'anima irlandese più di The Commitments, di Alan Parker (1991). Una vera gioia per il cuore, gli occhi, le orecchie. Uno dei film che amo di più. Una banda di spostati che fanno soul music in un'Irlanda che li capisce solo in parte. Un gruppo di persone che lavorano insieme, ma che conservano individualità che li pongono, prima a poi, in rotta di collisione. Uno splendido apologo sull'impossibilità dell'amore e, al tempo stesso, sulla sua necessità assoluta. Dal romanzo di Roddy Doyle, un po' di benzina per andare avanti, o per darsi fuoco... Libero arbitrio.
 
                                                          Piero Visani
 
 
 
 
       

Il coraggio della verità

       Oggi ho ricevuto una mail ironica, scritta da una persona arguta e ricca di spirito. L'ho letta molte volte e poiché alcuni passi mi facevano davvero male, ho capito che erano veri, che colpivano terribilmente nel segno. E colpivano me, non altri.
      Ci ho riflettuto su un po', vincendo anche un moto di stizza, perché, più ci riflettevo su, più era chiaro che quella persona, con le sue parole talvolta impietose, aveva colto nel segno.
       A quel punto la stizza è svanita rapidamente e non ho potuto che apprezzare il grande coraggio di chi aveva avuto il coraggio di dirmi la verità, di farmi capire taluni miei errori, di mettere coraggiosamente il dito sulla piaga.
        Tra le tante reazioni possibili, arrabbiarsi sarebbe stata la peggiore. La verità spesso offende - è vero - in quanto dice cose generalmente spiacevoli, ma è sempre rivoluzionaria, in quanto rimette in movimento le cose, costringe ad analizzarsi, a ridiscutersi, a fare i conti con se stessi, cambia le situazioni.
        Così, anche se questa persona mi ha forse inferto qualche piccola ferita, devo ammettere che lo ha fatto a fin di bene. Per un attimo, sono stato innervosito dal tutto, ma poi ho dovuto riconoscere che aveva visto giusto, giustissimo. E le ho scritto per dargliene atto. Con qualche piccola puntualizzazione, ma nulla più.
        Sono lieto di essermi comportato così. La critica, quand'è ben formulata, non ha il compito di essere costruttiva o distruttiva. Anche la critica distruttiva può essere molto positiva, se ci induce a fare conti difficili con noi stessi. Avrei potuto levare alti lai, e invece mi sono complimentato con chi ha avuto il coraggio di scrivermi parole spesso dure.
        Non poteva essere altrimenti. Io non posso deplorare in alcuno il coraggio della verità. E' una linea cui mi attengo sempre. A me ha procurato disastri. Ma sarebbe assurdo se io adottassi gli stessi comportamenti di chi, mentre mi ricopriva di critiche di tutti i tipi, non accettava le mie.
 
                         Piero Visani

L'esteta e gli anestetici

       Ricevo qualche garbata ironia per il mio dichiarato amore per l'estetica. La comprendo, ma aggiungo; io amo l'estetica e la mia comunicazione, di conseguenza, non può essere an-estetica. Sarei il massimo delle contraddizioni, mentre in genere quello che si critica di me è la mia assoluta coerenza, prossima - dicono alcuni - alla più fredda crudeltà.
       In verità, è una questione di passione. Io partecipo con molto pathos a tutto quello che faccio, naturalmente se credo in quel che faccio. Provo sentimenti, che cerco di comunicare; cerco di suscitare pathos, in modo da risultare empatico; provo a sviluppare comunità di sentimenti.
       L'amore per l'estetica mi evita di essere "an-estetico". E il mio timore è che oggi la gente voglia solo degli anestetici. Mi auguro notiate la convergenza semantica...
       Capisco che il mondo è pieno di dolore e che a me si chieda di non aggiungerne, perché pare non sia utile, o addirittura inutile. Ma vi sembra una richiesta legittima sollecitare un esteta a fornire degli anestetici. Proprio a me chiederli?
       E' il problema classico di chi ha un cosiddetto cattivo carattere. L'aggettivo qualificativo - "cattivo" - è solo un modo, neanche tanto intelligente, per la verità, di deleggitimare per via valutativa il sostantivo, cioè "carattere". Di tutti quelli come me non si deplora il "cattivo", si deplora il "carattere". Solo e semplicemente il carattere. Quello urta, gli dei dell'Olimpo sanno quanto urta. E' l'ultima barriera che abbiamo a tutela delle sodomie del corpo e dell'anima.
       Ci sono abituato e penso sempre: ma se sono arrivato alla mia età con questo carattere, coltivandolo amorevolmente giorno dopo giorno, dovrei cambiarlo proprio adesso? A me piace tanto e, se non è "politicamente corretto", in genere mi si mette all'indice, senza particolare pietà. Quegli anestetici di cui a me si rimprovera il mancato uso, per sodomizzare quanti mi circondano e farli contenti, a mio carico non vengono usati, mai. Forse è una forma di implicito rispetto: "dai, Piero, prenditi le legnate e godi! Non vorrai mica che usiamo gli anestetici con te? Fai vedere quanto vali!"
       Non c'è problema: io conosco il destino degli underdog, e lo accetto. Non mi lamento nemmeno più. E' tutta colpa mia, faccio orrore io, sono un mostro io. Ok, va bene così? 
       La farsa surreale è un genere cinematografico che amo, dopo tutto...
 
                                      Piero Visani
 

Common Sense or Conventional Wisdom?

       Dopo alcuni mesi che coltivo frequenti contatti di lavoro e anche personali con alcune colleghe, constato con soddisfazione che ancora nessuna mi ha mandato a quel paese. Non che mi fosse abituale esservi mandato, in vita mia, ma è noto che le esperienze più recenti si ricordano più facilmente di altre.
       Sono sempre stato ricordato come un collega di lavoro riservato e silente, e non ho mai avuto problemi di alcun genere, tanto meno comportamentali.
       Ieri ho avuto il piacere di essere lodato, per motivi diversi, da due colleghe differenti e devo riconoscere che la cosa mi ha fatto molto piacere, non per le lodi in sé (che peraltro non mi parevano dettate da piaggeria), ma perché era da tanto tempo che ricevevo solo critiche negative, pagelle e brutti voti. Poiché non mi sembra di aver modificato per niente la mia personale condotta, è evidente che i miei livelli di gradimento variano da soggetto a soggetto. Oppure, a voler essere proprio maliziosi, potrei dire che sono ancora, con queste persone, nella fase "positiva". Mi impegno a riferire in dettaglio che cosa diranno di me dovesse eventualmente cominciare una fase "negativa".
      Io mi attengo comunque sempre ai miei classici criteri comportamentali. Riservato con chi è riservata, non riservato con chi non è riservata. Farò male?
 
                            Piero Visani

Die Fahne Hoch

      Si può cadere dappertutto, per svariate ragioni. Si possono portare avanti le proprie motivazioni, spiegandole, articolandole, sviluppandole, e accorgersi che al massimo sono considerate "le ragioni del torto", perché - è bene che tu te ne renda conto, caro Piero - tu in linea teorica dovresti avere sempre torto.
       Non ritengo che sia davvero così, ma il tempo delle spiegazioni è finito. Cosa potevi dire l'hai detto. E quando si sono accorti che non cedevi di un palmo ad alcuna pressione, che non ti piegavi alle ragioni dell'Utile, hai avuto la tua Norimberga.
       Ti aspettavi davvero qualcosa di diverso? Se non ti pieghi, ti devono spezzare. Loro conoscono solo le ragioni dell'Utile e dell'Inutile. Sangue, Suolo, Storia, Memoria, Onore, Fedeltà, Dignità, hanno un senso per loro solo se sono strumentali a un disegno di Utilità, se sono soggetti a Mercatura. Se si muovono in base a una logica di Inutilità e di Gratuità, proprio non lo capiscono, non lo possono capire, è fuori dal loro universo mentale. E' lì che diventi un Mostro e in effetti tale sei, ai loro occhi. Devi capirli, devi sforzarti di capirli. Come possono comprendere che un gesto, uno solo dei tuoi gesti possa essere gratuito? Ci deve essere sempre dietro un interesse nascosto, come in tutti i gesti e gli atti che compiono loro. Loro non accettano le tue logiche - e quello lo ritengono perfettamente normale, scontato, logico, giusto, automatico - ma, se tu non accetti le loro, sei un Mostro, il Grande Satana, è pronta per te la tua Norimberga.
       La mia risposta è semplicissima: Die Fahne Hoch!... e si riprende a marciare. "Insieme, morti e vivi". Dovremmo fermarci per così poco? Essere considerati dei criminali da certi soggetti è un punto d'onore. Ne siamo fieri.
 
                            Piero Visani

Montecarlo

      Domenica ho dato un'occhiata, in televisione, al Gran Premio di Monaco di Formula 1. Non mi piace granché l'automobilismo, ma mi piace Montecarlo. In realtà, non mi piace la città in sé, che è un tripudio di colate di cemento, ma mi piace l'atmosfera rilassata che si respira, atmosfera che gli stolti definiscono "da ricchi".
      Non è assolutamente così. Non è nemmeno lo scontatissimo riferimento ai "paradisi fiscali", che fiorisce sulle labbra di coloro che vivono negli "inferni fiscali", ed evidentemente ci si trovano bene... (perché sono masochisti o perché non hanno di che preoccuparsi). E' la sensazione di non vivere in uno "Stato etico", dove c'è sempre qualcuno che ti dice che cosa devi fare, e perché. Ovviamente per il tuo bene, non per il suo...
      In questo senso, il principato di Monaco, pur con la sua cementificazione incontrollata, per me è un luogo dell'anima, perché è un luogo di libertà. E oggi ce ne sono sempre meno...
 
                  Piero Visani
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 

lunedì 27 maggio 2013

La luce interiore

      Quando torna a illuminarti, la luce interiore? La risposta più semplice è: quando sei in pace con te stesso. Ma io sono in pace con me stesso. E non era ancora tornata.
      In questi giorni, una persona mi ha fatto capire che la luce interiore ritorna ad illuminare il mio animo quando incontro un altro soggetto come me, cioè un soggetto perturbante. Il termine "perturbante" deriva da Freud (che usa l'aggettivo tedesco unheimlich) e sta a indicare quei soggetti che recano dentro di sé caratteristiche che sono al tempo stesso estranee e familiari, che riportano "all'antica patria" (Heim). L'incontro di tali dualità può essere estremamente pericoloso, ma può essere altresì ricco di notevoli potenzialità, in quanto esse danno corso a un continuo rincorrersi tra familiarità ed estraneità, tra riconoscimento e disconoscimento. E' la consapevolezza dell'Oscuro, la paura del medesimo e anche il gusto di andarlo a scoprire, a disvelare.
       Io credo di essere un soggetto naturalmente perturbante, perennemente sospeso tra heimlich e unheimlich. Cerco sempre di trovare compagnia in questi miei percorsi, dove si tenta di riportare alla luce quella che è la mia natura autentica, di far emergere anche ciò che non è svelato, di farlo venire fuori anche se non è ammissibile, ammesso, lecito, anche se ti costringe a guardare in faccia l'orrore o semplicemente a comprendere chi tu sia davvero.
        E' un percorso che cerco di fare con tutte le persone di valore che conosco, non tanto e non solo perché io lo voglia, ma perché mi viene spontaneo, naturale.
       Ogni volta che conosco una persona che mi sembra in grado di sviluppare tali percorsi, si parte verso orizzonti perduti, verso mondi lontanissimi, in un viaggio di esplorazione interiore che può avere momenti molto belli e molto difficili.
       Percorsi del genere sono più difficili da compiere se i due protagonisti sono un uomo e una donna, perché occorre un infinito ardire nell'abbattimento delle barriere sessuali. Non c'è nulla di fisico, nulla che possa essere riferito alle squallide allusioni di piccole menti offuscate dalle loro infinite repressioni. C'è una (ri)scoperta del Sé ottenuta con il confronto con "l'altro da Sé" e con il coraggio di mettersi a nudo, non per modesti obiettivi di conquista sessuale, ma per l'infinito coraggio che richiede un'opera di disvelamento del genere, compreso l'abbattimento delle barriere culturali
       Nessuno di noi, a priori, è esente da censure e rimozioni, ma andare a cercare l'unheimlich nell'heimlich è opera di grande coraggio, riservata a pochi eletti.
        Non posso certo dire di essere un esperto in questo campo. Sono un dilettante animato da un forte spirito di ricerca. E quello che adoro, che mi dà uno straordinario conforto è incontrare una persona come me, che sappia ragionare e "darsi" in termini di assoluto disvelamento psicologico, procedendo per tappe, ma con enorme volontà di approfondimento interiore.
       Non è un percorso agevole, quello che sto cercando maldestramente di descrivere: è un percorso di conoscenza che può indurre anche turbamenti gravi, poiché la determinata scoperta di sé non porta solo a risultati confortanti, ma può anche spalancare abissi di orrore. E, in casi del genere, occorre avere il coraggio di guardare molto l'abisso, anche se l'abisso - in tal modo - guarderà te...
       Se accetto questa impostazione, mi è più facile comprendere perché io spesso perda per strada i miei compagni di viaggio: perché molti di loro non hanno il coraggio e la forza di seguirmi nei miei percorsi, perché il desiderio di verità, che in me è più forte di qualsiasi paura o della scoperta di qualsiasi orrore (o semplicemente di qualsiasi verità scomoda), in loro potrebbe non essere altrettanto elevato. Potrebbe indurli alla fuga, dunque ad abbandonarmi.
       Esco da questi primi percorsi straordinariamente confortato. Innanzi tutto per la ricchezza dell'incontro di personalità, in secondo luogo per gli stimoli che accende in me questo desiderio di ricerca.
       Benché io sia un solitario, benché io sia naturalmente incline alla riflessione e alla speculazione, non avevo adeguatamente potenziato questi aspetti di ricerca. Devo scavare ulteriormente nel mio animo, devo accendere la mia luce interiore, devo arrivare là ove nessuno è mai stato e - se potrò farlo in compagnia di una guida - i miei progressi saranno più rapidi, anche perché io non ho alcun timore di guardare l'abisso.
       Si prospetta davanti a me un'avventura intellettuale e psicologica che mi interessa moltissimo, perché riguarda la definitiva scoperta della mia identità. E' un percorso riservato a pochi e io credo - rispetto ad altri - di poter vantare la presenza di una fantastica guida.
       Sento, per la prima volta dopo tanti mesi, che qualche mia ferita si sta realmente cicatrizzando. Sento, per la prima volta dopo tanti mesi, che non tutti si negano al dialogo. Sento, per la prima volta dopo tanto tempo, che la deliberata ricerca dell'Oscuro che è in me non è scoraggiata, o deprecata o condannata a priori, ma sollecitata, stimolata come una raffinata avventura intellettuale, emotiva, psicologica, interiore. Sto entrando in un'altra dimensione. Sto uscendo dalla Matrice. Sto addentrandomi in un territorio inesplorato, ma interessantissimo.
       Spero di poter raccontare i prossimi passi di questa esperienza, il perfezionamento di una ricerca e il raggiungimento di una condizione di abbandono che mi consenta di fluttuare al di fuori di me, nell'oceano del mio Essere più profondo.
       Scrivo queste righe al termine di una giornata di contatti di lavoro intensissimi, tutta votata sul versante di quella che chiamano "concretezza". Ma mi sento come avessi volato e mi sento altresì come se avessi davvero voltato pagina. Non è facile "andare oltre", ma, se trovi la guida giusta, può essere un'esperienza assoluta, un'esperienza di Assoluto. Una di quelle esperienze che cerco, da sempre.
 
                         Piero Visani
 
                   

domenica 26 maggio 2013

Verifica

      Sì, è possibile. Magari umanamente, culturalmente, fisicamente ed esteticamente faccio schifo. Tuttavia, non è che io per primo ne sia poi così sicuro. E se andassi a fare qualche verifica? E se andassi a smentire qualche giudizio affrettato? Non da chi l'ha profferito, per carità. Non voglio disturbare alcuno. Ma così, in generale, tanto per far vedere che la favola de "la volpe e l'uva" ha parecchie declinazioni, non necessariamente unilaterali e unidirezionali...
     Sapete, è una vecchia storia. Ne ho già parlato nel post "E io...?"
     Ora me la vado a giocare, con protagoniste nuove, sia chiaro. Voglio vedere se sono realmente un uomo così immondo come si dice. Ci sono anche cerbiatte in fuga per paura. Dovrei rincorrerle proprio io? Mi basta un'occhiata allo specchio (al mio) per dirmi che non è proprio il caso: autostima, caro Piero, autostima. Sei un maschio alfa, no?
 
                                     Piero Visani

Salvation

      Per fortuna, a tutti i dolori, a tutte le pene, a tutte le vite non vissute e quindi perdute, a tutti gli amori non consumati, le passioni represse, gli incontri abortiti e affondati, un rimedio c'è sempre e l'ha descritto splendidamente Enrico Ruggeri, anni fa, in una canzone non conosciutissima:
 

Lussuria

Amo sentire un corpo che mi muove
grazie alle mie carezze contro me.
Amo le mani quando vanno dove
sprigiona l'elettricità che c'è.

Amo il contatto e consenziente,
amo la gente che si abbandona e che si dà.
Dite la verità,
a letto o in ascensore,
in bagno o in un portone
le persone danno il meglio che hanno in sé.

Amo le donne appena conosciute,
quelle che non ti chiedono "perche?"
Amo le sensazioni mai provate;
voglio provarle solo su di te.

Amo la sfrontatezza provocante,
amo la gente che quando ha voglia dice "si".
Siamo venuti qui,
perchè noi lo cerchiamo
il sentimento estremo;
lo faremo e ne moriremo.

Dite la verità,
a letto o in ascensore,
in bagno o in portone,
le persone danno il meglio che hanno in sè


     Ne ho francamente le scatole piene delle vergini in servizio permanente effettivo, delle ritrose, di quelle "si, ma...", delle monogame, delle lesbiche, delle contrarie alla promiscuità. Amo, voglio, cerco e cercherò solo fantastiche lussuriose. Se poi intelligenti, meglio, molto meglio. Se solo lussuriose, vedrò di accontentarmi... e non credo che piangerò.
       Amo la lussuria e tutti i sentimenti estremi che porta con sé. Amo il fatto che non ha regole, non ha morali, non ha religioni, ma è orgiastica, nel più pregnante senso dionisiaco del termine. Ricordo con infinito affetto solo le donne con cui ho diviso un letto. Delle altre perdo progressivamente memoria, perché non ho ben capito che cosa volessero essere, per me: madri? Sorelle? Cugine (io ho avuto e ho cugine che mi farei volentieri, troppo divertente fare a pezzi le moraline borghesi)? Zie (non ho più l'età, ma mi ricordo che "Grazie, zia", con Lisa Gastoni, era un bellissimo film)? Amiche suore? Suore amiche? Di queste, "non resta coscienza", e lo dico con estremo rincrescimento. Cosa volevano da me? Farmi dono della loro intelligenza? Disponibilissimo a coglierla, ma non in un'ottica di sessuofobia. Di sesso potenziale, ricercato, voluto, condiviso, quando fosse venuto il momento. Non da respingere a priori, ma da lasciar maturare, tra persone che sanno bene quello che vogliono, e che ANCHE quello è ciò che vogliono.
      Purtroppo, spesso è solo proibizionismo, dal quale nascono disastri. E ci si perde, come sciocchi, come scemi, in omaggio a chissà quali morali. Mi ricordo una frase classica: "possiamo essere amici, non amanti. Un'amicizia unica, intrigante, complice. Tre fantastici aggettivi, da sesso parlato, di fatto. E perché no il sesso consumato? Troppo impegnativo? Disturbante? Coinvolgente? Perturbante? Da sostituire con un'amicizia tra inibiti?
      Il fatto è che, se tra due persone togli il sesso, se togli il dialogo (perché tanto non ti rispondono), se togli il corteggiamento (perché è fastidioso), cosa resta? Nulla ovviamente. Meglio prenderne atto, con il massimo rispetto e la massima simpatia. Ci si è trastullati per un po'. Ci si è comportati da bravi boy scout, da bravi "amici gay", poi ovviamente si chiude. Se tutto è precluso, meglio prendere atto che siamo di fronte al nulla. Un simpatico abbaglio. Nessun rancore. Capita.
 
                           Piero Visani
 
      

Scissione

       Come sarebbe bello potersi scindere da se stesso, essere un altro, essere considerato un altro! Per quanto possibile, cerco sempre di guardarmi dall'esterno. Compio questo sforzo per spirito di reciprocità, nella speranza che qualcuno mi guardi all'interno. La vita mi ha insegnato che è speranza vana e quindi mi rifugio in piccole strategie di sopravvivenza: un diario, personalissimo; un blog, per raccontarmi un po'; molti scritti, di lavoro e no, dove andare a nascondere la mia anima e i miei dolori.
       Non vivo più da tanto tempo. Vegeto. Sono "un cadavere in buona salute". Non ho speranze di alcun genere, se non quella di fare il mio dovere. Non credo più a niente, anche se ovviamente devo fare finta di credere. Mi trovo persino - più spesso di quanto si possa credere - a dover rincuorare gli altri. Lo faccio volentieri e mi pare anche di risultare persuasivo, a giudicare dai risultati. Ma sorrido amaro pensando che, se costoro sapessero come mi sento io, forse si sentirebbero ancora più rincuorati...
       Dialogo incessantemente con me stesso e, quando capita, con qualche brava persona che, avendo compreso il mio dramma, mi tende amichevolmente una mano.
       Per il resto è un deserto assoluto. Il solito deserto in cui affrontare la solita battaglia testimoniale. Da troppo tempo ho imparato a mie spese che essere un soggetto perturbante - non perturbatore, perturbante - è il modo migliore per rovinarsi con le proprie mani.
       Mi salva parzialmente l'orgoglio, che mi impone di resistere e di essere me stesso, ma è più che altro un automatismo, un imperativo etico.
       Un'amica mi scrive che, a suo modo di vedere, sono troppo duro con me stesso. La ringrazio per il giudizio benevolente, ma non è così. E' grande capacità di analisi, la mia; un po' superiore alla media. Ci potranno anche essere colpe altrui, ma una buona parte di responsabilità è mia: dovrei essere più "moderno", più "socievole", più mondano. A me pare di esserlo e di essere impegnato continuamente nella costruzione di ponti, ma vedo che è una constatazione non condivisa. Forse mi prenderò una pausa anche nello scrivere questo blog, perché in questo momento non riesco nemmeno a comprendere per quale ragione ancora lo scriva. Forse sarebbe meglio che smettessi e che sparissi. Vedrò il da farsi. A chi può interessare, del resto, sapere che esisto? Non so nemmeno se interessi a me e, in verità, io non esisto, non sono, non sono altro che un simulacro di me. Devo prenderne atto in via definitiva, invece che cercare ancora di ribellarmi al mio destino. Maledetto prometeismo!
 
                     Piero Visani
 

Il tempo di morire

       Piazza Carlo Felice, Torino. Passo davanti all'Hotel Roma. Non mi capita spesso. Il pensiero corre inevitabilmente al fatto che, proprio in una camera di questo hotel, il 27 agosto 1950, una domenica come oggi, si suicidò lo scrittore Cesare Pavese.
       Ci penso ogni volta che passò davanti a questo albergo, ma - come dicevo - non mi capita troppo spesso.
       Aveva solo 42 anni ed era uno scrittore affermato. Ma credo abbia fatto bene. Quando ti senti radicalmente incompreso e sei sormontato, anzi soverchiato, da problemi irresolubili, il suicidio è una via d'uscita, la migliore possibile.
       Taluni sostengono che si tratti di un urlo disperato, un ultimo tentativo di far convergere su di sé l'attenzione degli altri. Non sono d'accordo. E' una semplice modalità di congedo. Quando ti accorgi che stare al mondo non ti serve a nulla, che ti fa solo soffrire, che per gli altri non sei niente, forse neppure un ologramma di te stesso, la cosa migliore è compiere il gesto che un grande pensatore come Emile Cioran definiva come l'unico, autentico atto di libertà a disposizione di un uomo. Vivere è una disgrazia, e la nascita è un'irrimediabile sciagura. E nessun genitore ti pone mai il quesito fondamentale: "figlio mio, sei contento che ti abbia messo al mondo?".
       Da giovane, ti accompagna la speranza che le cose possano cambiare. Da vecchio anche quella speranza tramonta: e ti rimane una catena di insuccessi, di rifiuti, di frustrazioni, di incomprensioni. Ti rimangono tentativi di dialogo andati a male, sforzi di empatia andati peggio, slanci di vita soffocati, repressi, compressi, denegati. Sensazioni di non essere stato mai compreso davvero, in vita tua, nemmeno per un attimo. E ti chiedi se, magari solo per errore, qualcuno abbia mai voluto davvero ascoltarti. E' per quello che scrivi. Scrivere equivale alla bottiglia del naufrago. Qualcuno un giorno la troverà. Per te sarà ovviamente troppo tardi, ma, forse, qualcuno spargerà per te una lacrima, cosa che in vita non ti era mai capitata nemmeno per errore, mentre tu di lacrime e di slanci ne avevi spesi, giorno dopo giorno, fino ad esaurirti.
      Che vivi a fare? Se appartenessi alla cultura nipponica, avrei davanti a me il Bushido, "la via del guerriero", quella che ti consente di uscire di scena - come il grande Yukio Mishima - con un fantastico suicidio rituale, con il seppuku (più noto come harakiri), che ti consente di dimostrare al mondo che il guerriero non ha alcuna paura di sfidare la morte. Anzi lo fa con un sorriso di sprezzo sulle labbra.
      Nel mondo occidentale, per contro, il suicidio del guerriero è considerato una resa, anzi la peggiore, delle rese, e l'obbligo etico è quello di morire con le armi in pugno.
       E' quello che farò, è quello che dovrò fare. Ma è un enorme sacrificio, continuare così, in mezzo a cose, persone e situazioni che non fanno altro che ricoprirti di sputi, di accuse, attribuendoti caratteri che non hai, responsabilità che non hai, mostruosità che ti sono del tutto estranee.
       Non ne posso più. Se non compio quel supremo passo, è perché la mia etica guerriera occidentale me lo preclude, e anche perché non voglio dare soddisfazione ad alcuno. Ma è l'unica cosa che farei davvero volentieri. Se faccio orrore a tutti, vorrei almeno evitare di continuare a turbarli con la mia presenza.
 
                            Piero Visani