domenica 30 giugno 2013

Aforismi nietzscheani - 3

      Nella mia ricerca di fantastici aforismi di Friedrich Nietzsche, oggi propongo questo: "Gli uomini passano per essere crudeli, le donne invece lo sono. Le donne sembrano sentimentali, gli uomini invece lo sono".
      La mia personale passione per il grande filosofo tedesco nasce intorno ai 14 anni, praticamente subito dopo la pubertà, quando comincio a rendermi conto di essere un soggetto totalmente estraneo al mondo in cui gli è capitato di vivere. La mia diversità mi angustia al punto che devo assolutamente trovare risposte, prima di precipitare nella disperazione più totale. Ecco che a quel punto le mie letture, già sempre intensissime fin da 6-7 anni di età, cambiano di oggetto: non più la storia in generale e la storia militare in particolare, ma la filosofia e soprattutto Nietzsche.
      Nietzsche è colui che mi prende per mano e che mi trova un posto nel mondo, prima che la mia disperazione diventi follia. Nietzsche è colui che mi spiega e mi fa comprendere la mia diversità, è colui che mi trova le risposte, che mi fa capire perché soffro come un cane, perché quella che mi dicono essere vita per me è così vuota di vita da sembrare morte, rinuncia, repressione, costrizione.
      Da allora il mio rapporto con il grande filoso tedesco non è mai cessato e ancora oggi, quando nel centro di Torino passo sotto l'iscrizione che indica il punto dove egli fu colto dall'ultimo e decisivo attacco di follia, penso che, se c'è un motivo per cui io abito in questa città, quello potrebbe consistere nel rendergli sovente omaggio.
       L'aforisma che ho citato all'inizio del post l'ho sperimentato sulla mia pelle, per tutta la mia vita. Non tanto sul versante della crudeltà, perché quello mi avrebbe preoccupato relativamente poco, quanto sul versante della mancanza di sentimento. Non ho mai conosciuto una donna realmente definibile come sentimentale, mentre ho conosciuto decine di maschi. Non ho mai conosciuto una donna che nemmeno riuscisse a comprendere la concezione maschile di sentimento, senza che non ne uscisse fuori qualche giudizio lapidario relativo al nostro infantilismo, al nostro sciocco idealismo, alla mancanza di senso pratico, e via vaneggiando.
        Per tanto tempo, almeno fino ai 35 anni, ho sperato che avrei potuto incontrare una donna realmente sentimentale, realmente romantica come noi uomini, poi la maturazione mi ha tolto quella tenue speranza. Oggi la considero la chimera delle chimere, non sogno più granché e, a scadenza ricorrente, resto vittima della "gioiosa crudeltà femminile". Mi aiuta il fatto di aver perduto ogni speranza. Il prossimo passo che devo compiere, ma che ancora esito a fare, perché sono un eterno illuso, è trovare definitivo rifugio nei rapporti mercenari, dove almeno l'equilibrio tra domanda e offerta è chiaro e privo di infingimenti. Ma sono un illuso, un romantico illuso, e spero sempre di trovare una donna che smentisca tutto questo. Non per nulla passo di catastrofe in catastrofe.
 
                                   Piero Visani

Californication 2

      Quando ho voglia di distrarmi, o di tirarmi su il morale, guardo qualche puntata di Californication, serie ormai giunta alla quinta stagione. A parte il fatto che personalmente mi identifico almeno un po' con il protagonista, Hank Moody, interpretato da uno straordinario David Duchovny, quello che amo della serie è la sua esasperata concentrazione sul sesso.
       Come la vita vera, questa serie ruota intorno al sesso, con la differenza che, invece che parlarne, se ne fa, in abbondanza. Sento già la comprensibile obiezione che in realtà si tratta di una semplice rappresentazione della realtà, non della realtà vera, e concordo, ma guardo con invidia alla gioia che riescono a provare i protagonisti della serie stessa, che non hanno inibizioni, che anzi dal sesso sono ossessionati e che nel sesso stesso trovano alcune risposte ai loro problemi esistenziali.
       Non sarò io, in nessun momento, ad affermare che lo spirito non sia importante, ma anche la carne lo è, perché la sua funzione è catartica e consolatoria. Ciascuno di noi può avere avuto vite diverse, diversissime, ma io ritengo che il sesso illumini le nostre esistenze individuali quasi quanto l'amore. Per me, l'amore le illumina ancora di più, ma l'amore senza il sesso è in realtà una costrizione terribile, uno sforzo immane, il tentativo di svuotare il mare con un cucchiaino. Il sesso, a sua volta, è liberatorio e, se il sesso senza amore talvolta può essere molto algido, potrei citare casi in cui almeno una profonda tenerezza reciproca è nata attraverso il sesso, mentre conosco un'infinità di casi in cui la mancanza o la scarsa frequenza del sesso ha fatto finire un amore.
       Californication è spesso ai limiti dell'animalità, nella sua esasperazione sessuale, ma noi siamo sicuri - come esseri umani - di non avere al nostro interno una forte componente animale? Quanto ci devasta, a tutti i livelli, vivere un'esistenza da inibiti, in mezzo a divieti, repressioni e anche autorepressioni? Siamo più uomini, più donne, comportandoci così?
        Ogni tanto mi interrogo su quanta vita ho perduto, a causa delle repressioni e, quando lo faccio, mi sento travolgere dalla tristezza, ai limiti della depressione. Quanto sarei stato più felice se, ogni volta che me ne è capitata l'occasione, avessi potuto andare avanti e non fossi stato respinto indietro? Ero un violentatore? Non direi. Un maniaco? Non direi. Un sex addict? Tanto meno. Cercavo una goccia di felicità, dovunque e comunque la si potesse trovare. Ho spesso trovato solo negazione e - lo sottolineo con tutto il vigore possibile - non solo negazione sessuale, ma negazione di tutti i tipi: negazione sentimentale, negazione relazionale, negazione comunicativa, negazione psicologica. Negazione, solo negazione, non so nemmeno dire dovuta a che, visto che mi pare di essere una persona molto educata e rispettosa.
       Il risultato è che le donne che ricordo con maggiore tenerezza sono in definitiva quelle con cui ho fatto sesso, magari anche solo per una sera. Siamo stati veri, magari per un'ora. Ci siamo voluti bene, magari per meno di un'ora. C'è stata verità, tra noi, non infingimenti. C'è stata comunicazione bilaterale, dialogo, non repressione sociale. Abbiamo vissuto e, se ci siamo lasciati, possiamo dire di aver condiviso tutto, o quasi. Non niente di niente. Non siamo stati amici, siamo stati compagni di letto, che in genere è di più, molto di più. Diffidate sempre di tutte le donne che vi vogliono solo come amico. Preparatevi alla fuga.
       Come ho già avuto modo di scrivere, se uno incontra, anche casualmente, una donna con cui ha fatto sesso, il clima che si crea - poco importa se ci si è lasciati bene o meno - è sempre di grande tenerezza, una tenerezza che è impossibile con quelle con cui non l'hai fatto, dove subentrano imbarazzi, diffidenze, senso tragico di incompiutezza, visto che c'è stata una montagna di pulsioni represse
        Californication mi restituisce - ovviamente sovrarappresentato, questo lo so bene, visto che dovrei essere un esperto di comunicazione... - un mondo ideale, dove il sesso non è un tabù, ma una componente primaria dell'esistenza. Per chi, come me, ha sempre dovuto lottare per distruggere totem e tabù, vedere una puntata di quella serie è una boccata di ossigeno. Lo so che la realtà è diversa, ma la realtà io la odio dal profondo, quanto meno la realtà che mi tocca spesso di conoscere. Però posso dire - a consolazione di tutti coloro che, come me, sono costantemente alla ricerca del "vivere di più" - che non sempre, per nostra fortuna, ci si imbatte solo nel proibizionismo. E così si trova un po' di linfa vitale...
 
                        Piero Visani

Metà 2013

       Mezzo anno è passato, con il suo carico di contenuti vari. Fino ad oggi, non è stato un anno particolarmente buono, per me, ma credo non sia facile vivere nel collasso di un continente come la Vecchia Europa. Tutto sta andando in sfacelo e occorre più che altro cercare di sopravvivere.
       Quanto a me, non saprei che cosa dire. Il dato che maggiormente emerge da questi primi sei mesi del 2013 è un forte aumento di creatività. Sono in preda ad una grande voglia di scrivere e anche di fare altre cose. Ho "urgenza di vivere", per dirla con Gianna Nannini. Urgenza di fare cose, di riprendere le mie scorribande tra la carne, la morte e il diavolo. Dunque fuori dagli universi cristiani.
      Sto pensando a tutta una serie di potenziali distrazioni cui dedicarmi, a cominciare dalla più volte citata volontà di scrivere un romanzo. Ma non mi basta, perché su di me grava costantemente il peso della noia. Vorrei riprendere a divertirmi, compatibilmente con i tempi oscuri che stiamo vivendo.
      Divertirmi per me significa soprattutto fare cose interessanti e incontrare persone interessanti. Sul fare cose interessanti, non me la cavo troppo male, nel senso che ne sto facendo parecchie. Ben diverso è il discorso sull'incontrare persone interessanti, ma è solo questione di fortuna. Temo di essere più fortunato negli incontri maschili che in quelli femminili. Ora sono ben lieto dei primi, ma dai medesimi manca - almeno per me che non ho inclinazioni omosessuali - quella componente giocosa, di "sesso in potenza", se vogliamo definirlo così, che è invece ben presente nei secondi, quanto meno con le donne giuste.
       Avrei voglia di tornare a giocare, una volta ogni tanto. Vorrei avere la fortuna di incontrare una donna libera, mentalmente libera, che cerchi le stesse cose che cerco io. Non dispero. Già il quadro complessivo è disperante, non intendo disperare anche a livello personale. Ho sempre un'enorme fiducia in me stesso e cercherò di osare di più. Per citare l'ottimo Ennio Flaiano, "la situazione è disperata, ma non seria". In tali contingenze, per quale ragione cessare la ricerca del piacere, latamente inteso?
 
                           Piero Visani
     

Romanzo personale - Scrittura creativa

      Dopo aver deciso impianto e struttura, ho pensato che, per quanto concerne lo stile di scrittura, dovrà essere il più creativo possibile. In fondo, ho attraversato una "tempesta perfetta". Perché non cercare di rifletterlo nello stile? Questa è probabilmente la parte più difficile dell'intera opera, però vorrei trovare una soluzione che riuscisse a compenetrare nel migliore dei modi parti riflessive e parti empatiche.
       Si è trattato infatti di una vicenda che io ho vissuto facendo riferimento a diversi codici comunicativi, emotivi e psicologici. Come trovare un linguaggio in grado di trasmettere al lettore tutto questo? Ci sto pensando su, molto intensamente, perché la mia volontà sarebbe quella di trasmettere nel romanzo la mia "tempesta emotiva". Sotto questo profilo, la soluzione della "voce narrante" può essere relativamente condizionante, ma ancora non ho certezze definitive, sull stile. E' possibile che faccia qualche prova, magari scrivendo più volte i due-tre capitoli iniziali, di cui avevo già redatto delle bozze.
      Mi importa comunque moltissimo trovare una soluzione di scrittura che riesca a rendere alla perfezione tutte le piacevoli sensazioni che questa vicenda ha innescato nel mio animo, tutti i sentimenti positivi cui ha dato vita. Devo trovare una scrittura che sia all'altezza di tutto questo. Credo che ce la farò, specie se non mi farò guidare dalla fretta. Voglio fare un bel libro, è un impegno che devo a me stesso. Voglio conservare, per quanto possibile, quei "pezzi di vita e di persone" che, per suprema ironia della sorte, non ho buttato via io, ma chi mi rimproverava di farlo... Io li conserverò. Io - come sempre - smentirò tutti i giudizi affrettati di cui sono stato fatto oggetto. Io dimostrerò che le cose si possono "vivere da sopra", prendendole e lasciandole ad libitum, oppure "da dentro", vivendole intensamente. Poco importa se come uomo faccio schifo e magari lo farò pure come scrittore. Questa sfida mi stimola molto e la affronto volentieri.
 
                      Piero Visani

Romanzo personale - Storia e memoria

       Per chi, come me, si è formato come storico, la Storia è molto importante ed è per questo che sono estremamente attento a tutti gli aspetti di una storia. Come saggista, sono amante della memoria e ora ci proverò anche come scrittore.
       L'intera operazione che mi accingo a compiere è puramente personale, interiore, è la storia di un percorso esistenziale di cui intendo conservare memoria, perché l'ho ritenuto importante. Dunque è cosa che riguarda me, e solo me. Lo pubblicherò perché possa servire a qualche altro uomo, magari a qualche altro giovane uomo, che possa riconoscersi nelle mie esperienze di vita. Noi maschi siamo abituati a volare fuori (in genere grazie a una "generosa" spinta...) da storie, situazioni, rapporti. Ciascuno di noi, nel corso della vita, ci fa l'abitudine, ed è bene che i "volatori" più vecchi, come il sottoscritto, raccontino ai più giovani che cosa si prova, e come. Non so se il libro, una volta edito, avrà un pubblico femminile. Me lo auguro, anche perché non sarà certo un libro misogino. Sarà un libro romantico, un inno all'amore, un invito a non essere troppo "telluriche", a guardare in alto e non solo alle cose concrete. Un inno alla bellezza del volo in comune, della fuga dalle paure, dalle inibizioni, dai divieti.
       Certi libri si scrivono da soli, nella solitudine della propria stanza, quando le rabbie sono svanite e subentra la virile accettazione della propria sorte. Nel mentre si riparte, si cerca di preservare ciò che è stato, specie se ciò che è stato è parso bello, grande, non facilmente riproducibile.
       Il mio naturale talento per la parola, scritta e orale mi ha indotto a non lasciare svanire nel tempo un'esperienza di vita che ho molto amato. E' un'operazione di pura interiorità. Chi viene buttato via sa bene di non valere niente per chi l'ha buttato e certo non si ingegna a sognare o cercare impossibili recuperi. Anche perché io avrei potuto conservarmi, se solo avessi voluto accettare il ruolo estremamente residuale che era stato predisposto per me. Non è cosa per me. Non avrei mai accettato di vivere da morto. Non avrei mai accettato di essere solo un "socio". Non esiste. Se devo essere niente, è giusto che scompaia, come ho fatto.
       Dunque questo libro non nasce come una sorta di Look back in anger. Per quello ha funzionato per un po' il blog. Il libro sarà invece un insieme quasi fotografico di ricordi, collegato dal mio tentativo di "costruzione di un amore". Tentativo malamente abortito ma che, a mio parere, merita di essere ricordato da chi ne è stato protagonista, perché vi ha profuso tutto se stesso, come raramente aveva fatto in vita sua.
       Racconterò dunque una mia esperienza personale, un'esperienza di totale incomunicabilità, di dialoghi provati e abortiti, di progressivo avvicinamento alla mia destinazione finale, il ben noto cassonetto. Ma è un'esperienza in cui ho messo tutto me stesso, e la racconterò a me, per me, e a quei 4-5 lettori (non posso ambire ad averne 25 come Alessandro Manzoni) che avranno la cortesia di seguirmi. Non insegnerò nulla ad alcuno. Fisserò nella memoria una storia di vita, della mia vita. Mi piace infinitamente pensare che ci riuscirò. Cercherò di dimostrare al mondo che, se davvero sono un "mostro", come qualcuno mi giudica, beh almeno sono un "mostro romantico", un "mostro" che, in tutto quello che fa, profonde tutto se stesso. Senza prendere in giro alcuno, senza usare gli altri come strumenti, senza collocarli in precise caselle esistenziali. Provando e riprovando, nel regno della sperimentazione incessante, della "volontà di potenza", che naturalmente, quando le si chiede di trasformarsi in "volontà di impotenza", saluta e se ne va. Come ho scritto più volte, darò memoria di me, e solo di me. Per me, io esisto, tuttora esisto.
 
                                                   Piero Visani

sabato 29 giugno 2013

Romanzo personale - Le reazioni

       A differenza di quanto avevo ipotizzato, le reazioni dei lettori del blog (non tantissimi, ma in crescita costante) sono state improntate a un'adesione plebiscitaria alla mia decisione di scrivere un romanzo autobiografico incentrato su una vicenda a me cara. In verità, mi attendevo reazioni più discordanti, mentre invece tutti hanno elogiato la mia scelta e si sono dichiarati pronti ad acquistarlo, non appena uscirà.
      Solo alcuni, in genere maschi, mi hanno rimproverato la presunta debolezza della mia scelta, sostenendo che si sarebbe trattato di una inaccettabile forma di captatio benevolentiae nei riguardi della protagonista femminile. Devo assolutamente smentirli: non è così, non è assolutamente così.
       Sono stato invitato a suo tempo a togliermi di torno, e ho raccolto l'invito. Ho avuto una fase di reazione rabbiosa, che si è da tempo esaurita. Poi mi sono chiesto se dimenticare quella vicenda, oppure cercare di preservarla, di farne una parte significativa della mia vita. Ci ho pensato su a lungo, poi ho ritenuto che valesse la pena di ricordarla, perché per me ha significato molto.
       E' chiaro che per me ha significato molto di più di quanto non abbia significato per la protagonista femminile, altrimenti non sarei stato invitato ad allontanarmi. E tuttavia, una volta allontanatomi ed "elaborato il lutto" per l'allontanamento, ho preferito non rimanere più chiuso in un atteggiamento negativo, che mi aveva condizionato per tanto tempo, e ho scelto di raccontare la vicenda per come l'avevo vista io, e solamente io.
        Sarà una sorta di autoconfessione, priva di qualsiasi volontà di captatio benevolentiae. Se avessi voluto salvaguardare la mia immagine, l'avrei fatto nelle fasi di chiusura del rapporto. Per contro, ho addirittura contribuito a distruggerla, la mia immagine, non solo perché ho reagito da belva ferita, ma perché non sono un uomo che si faccia buttare via. Lo accetto, ovviamente. Ho fatto anche dei tentativi di appeasement, cui non è stato dato il minimo riscontro, più che altro improntati a volontà dialettica.
         L'unico obiettivo del romanzo è e sarà narrare dal mio punto di vista una storia importante. Nessun secondo fine. Visto che è stata importante per me, nutro la folle ambizione di poterla preservare per l'eternità, se la racconto, il che credo la dica comunque lunga su come l'ho vista e considerata. Siccome è passato abbastanza tempo per poter ricordare ancora tutto, senza travisare alcunché e senza che il fuoco della passione si sia del tutto spento, racconterò tutto come l'ho visto e sentito io. Proprio io, del resto, sono stato l'unica persona che ha tenuto a quel rapporto, altrimenti non sarei stato liquidato con una certa ruvidità. Dunque intendo ricordarlo per me e con me. Se avesse avuto valore per entrambi, non sarei qui a raccontarlo. Lo starei vivendo.
 
                                                        Piero Visani
 

Romanzo personale - Le ragioni di una scelta

      Quando una vicenda, che tu lo voglia o no, ti percorre l'animo, occorre trovargli uno sbocco. Ho provato a trovargliene tanti, di sbocchi, tutti più o meno insoddisfacenti. La decisione di consegnarla alla mia storia e alla mia memoria personale mi pare la migliore. Mi ha placato. La pubblicherò come un e-book. Non volevo che andasse perduta, non riuscivo a tollerarlo, ma non riuscivo al tempo stesso a trovare una soluzione soddisfacente. Di colpo, ho trovato sia la soluzione sia il formato da conferirle e ora vedo un percorso nitidamente disegnato davanti a me.
       Non so quanto tempo mi ci vorrà per scrivere. So che non sarà un'operazione indolore, so che sarà una difficile operazione di scavo, so che sarà una sfida, e io adoro le sfide. Ma sento nitidamente che verrà qualcosa di bello, anche perché - la citazione è scontata, ma obbligatoria - "tutto ciò che è fatto per amore è al di là del Bene e del Male". Amore per ciò che si è vissuto, per le sensazioni che si è provato o che sono state suscitate in te. Quello è il lato impagabile e difficilmente raggiungibile dell'esistenza, di qualsiasi esistenza: l'incontro di anime. Le rare volte che capita, perché non ricordarlo? Tanto più che erano (sono) anime timide, riservate, chiuse, nascoste dietro solide cortine fumogene di copertura. Cortine che forse hanno confuso persino - e gravemente - i protagonisti. Non voglio che tutto questo vada perduto nella memoria così come è andato perduto nella realtà. Nella memoria riuscirò a fissare tutto. Sono uno scrittore, sebbene non un romanziere. Lo diventerò. Avrò un ottimo motivo per diventarlo.
 
                                   Piero Visani

Romanzo personale - Une belle histoire

      Ho pensato al fatto di dover scrivere il mio romanzo personale riascoltando per caso Una belle histoire, successo mondiale del 1972 di un cantante francese, Michel Fugain, che non ebbe particolare fortuna.
 
 
 
 
     E' la storia di un incontro fugace, segnato dal caso, di cui almeno lui ringrazierà per sempre la Provvidenza (cui credo, nella versione pagana della Vorsehung). Un'accelerazione di vita presto spentasi, ma di cui resterà un ricordo indelebile, e anche la gratitudine per chi l'ha provocata.
      Per quale ragione, mi sono chiesto, non raccontare tutto questo? Potrà essere una storia banale e scontata, ma per me non è stata tale. Dunque lasciamone memoria. E' giusto lasciare memoria delle cose belle che sono capitate nella vita. Restano belle, comunque siano finite.
      Qualcuno dirà: "Guarda Piero che sei patetico, hai 62 anni, non 22 come ne avevi nel 1972, quando uscì la canzone...!"  Io sorriderò con lui, grato per aver ricevuto un bellissimo complimento. Il mio cuore, infatti, di anni ne ha 22, e ne avrà sempre 22. Tutta la mia vita lo dimostra. E se questo mi provoca un crescendo di condanne, ben vengano le condanne! Non sono io, peraltro, ad aver scritto che "quand on aime, on est toujours jeune". Vorrei rimanere tale, sprezzante del pericolo e anche del ridicolo.
 
                                                              Piero Visani
 
 
 
C'est un beau roman, c'est une belle histoire
C'est une romance d'aujourd'hui
Il rentrait chez lui, là-haut vers le brouillard
Elle descendait dans le midi, le midi
Ils se sont trouvés au bord du chemin
Sur l'autoroute des vacances
C'était sans doute un jour de chance
Ils avaient le ciel à portée de main
Un cadeau de la providence
Alors pourquoi penser au lendemain

Ils se sont cachés dans un grand champ de blé
Se laissant porter par les courants
Se sont racontés leur vies qui commençaient
Ils n'étaient encore que des enfants, des enfants
Qui s'étaient trouvés au bord du chemin
Sur l'autoroute des vacances
C'était sans doute un jour de chance
Qui cueillir le ciel au creux de leurs mains
Comme on cueille la providence
Refusant de penser au lendemain

C'est un beau roman, c'est une belle histoire
C'est une romance d'aujourd'hui
Il rentrait chez lui, là-haut vers le brouillard
Elle descendait dans le midi, le midi
Ils se sont quittés au bord du matin
Sur l'autoroute des vacances
C'était fini le jour de chance
Ils reprirent alors chacun leur chemin
Saluèrent la providence en se faisant un signe de la main

Il rentra chez lui, là-haut vers le brouillard
Elle est descendu là-bas dans le midi

C'est un beau roman, c'est une belle histoire
C'est une romance d'aujourd'hui

Romanzo personale - La musa

       Ogni scrittore che si rispetti ha una propria musa. Io non mi considero uno scrittore e tanto meno degno di rispetto, ma il mio romanzo personale, in quanto autobiografico, avrà una musa. Il romanzo nasce infatti da un mio risveglio interiore, dalla classica krisis di un uomo avanti con gli anni che, in un periodo orribile della sua vita, incontra il proprio archetipo femminile incarnato.
       Credo sia possibile immaginare, anche solo vagamente, la tempesta interiore, che soltanto qualche stupido potrebbe definire ormonale, mentre invece equivale a ritrovare la Speranza quando ritieni di averla definitivamente perduta, a riscoprire la Vita quando ritieni di stare al più vegetando.
       A seguito di tale incontro, la mia trasformazione è stata profonda. Chiunque non sia superficiale l'ha notato. C'è stato in me uno sconvolgimento, una rivoluzione copernicana, che cercherò di raccontare nel libro.
       Tutto ciò è stato indotto in me da una persona, che ha funto da musa. Poco importa che, dopo un po' di tempo, i rapporti si siano deteriorati, fino a sfociare nella rottura più totale. Non intendo assolutamente parlare di quello, nel libro. Intendo parlare della funzione catartica che colei che ho presto individuato come la mia musa ha svolto su di me, forse neppure credendovi davvero, le rare volte in cui gliel'ho detto, ma pensando a un complimento non del tutto disinteressato.
        No, non era un complimento, era la pura verità. Ora credo di poterla raccontare e di poter anche essere credibile, non avendo secondi fini (che peraltro non ho mai avuto) da conseguire. Temo infatti che la mia sincerità non sia mai stata valutata in toto dalla mia musa, la quale ha forse sempre ritenuto che non fossi totalmente sincero. Tuttavia, ora che è tutto finito, per di più malamente, credo che la mia sincerità possa emergenere nella sua totalità. Si è sinceri ex post quando si è colpevoli, e raccontare la verità, a cose fatte, è privo di implicazioni. Si è sinceri ex ante quando si è veri, e io sono sempre stato vero e coerente. Mi sono "dannato" con le mie mani, per confermare che ero vero e coerente. Dunque credo di poter essere credibile nel raccontare che cosa è stata per me una vicenda, e come.
       Non devo recuperare situazioni, non devo farmi bello agli occhi di una musa che ha fatto legittimamente le proprie scelte ed è scomparsa. Devo raccontare me, e quel po' di "noi" che è stato, per brevi periodi. Non ho altri obiettivi. Ma ho capito che non potevo tenermi più a lungo dentro questa storia di trasformazione personale, dovevo consegnarla alla memoria, alla mia e - siccome è stata molto bella - anche a quella di chi vorrà leggermi.
        La vita - esattamente come la guerra, e faccio ricorso a questo parallelismo non a caso - è fatta di lunghissimi periodi di noia e di brevissimi periodi di adrenalina pura. Voglio raccontare quell'adrenalina, chi l'ha suscitata, e come.
        Intendo infine sottrarmi al rischio che io mi sia inventato una persona. No, io so bene che era ed è reale. Poi ognuno fa giustamente le proprie scelte. La mia è quella di portare fuori di me, e mettere a disposizione di tutti, una storia che per me resta molto bella.
        La scriverò per me. Non riuscivo più a tenermela dentro. Il solo aver deciso infine di scriverla e di avere trovato la soluzione "tecnica" per farlo mi fanno già stare infinitamente meglio, mi rendono quasi felice. Scriverò per me, parlerò di me, racconterò che cosa ho visto e vissuto io, dalla mia personalissima prospettiva, e naturalmente che cosa ho inteso di vedere - wellingtonianamente - on the other side of the hill. Qualcuno potrà dire che sarà l'ennesimo monumento che erigo al mio egocentrismo. Non è assolutamente così, ma, se si vorrà dire o pensare così, che lo si faccia. Io racconterò quello che ho visto e vissuto io. Se mi causerà nuove condanne, sembrerà una di quelle sentenze della "giustizia" statunitense, dove la sommatoria dei reati porta a dover scontare pene di 399 anni o giù di lì. Per me basterà molto meno...
 
                                    Piero Visani

venerdì 28 giugno 2013

Romanzo personale - L'impianto

      Quando una vicenda si prolunga non poco nel tempo, non ha senso - a mio avviso - cercare di riprodurla in forma diaristica o in sequenze logiche, ma con tecnica cinematografica, vale a dire per scene e fotogrammi, non escludendo soluzioni come il ricorso ai flash back e ai flash forward.
       Ci ho pensato su parecchio e mi sono chiesto: "ma come torna a me, nella mia memoria?". E la risposta che mi sono dato è stata come un'epifania: mi torna per immagini, per momenti salienti, per situazioni, sguardi, mail, telefonate, incontri.
       Il libro sarà così: una seguenza di immagini, organizzate come scene, con tecnica e costruzione cinematografica. Qua e là, se necessario, ci potranno essere delle parti di congiunzione, ma l'impianto di base sarà quello.
        Nei prossimi giorni, non appena avrò tempo, stilerò una lista delle sequenze fondamentali e intorno a quelle organizzerò il testo. Non ci saranno giudizi di valore. Sarà un'opera esperienziale, se vogliamo definirla così. Si baserà sul mio flusso di emozioni, su come ho visto io il tutto. Non mi baserò su interpretazioni di quello che è stato visto dalla protagonista femminile, parlerò di quello che ho visto e sentito io. Non per squallido o ridicolo egocentrismo, ma perché con assoluta certezza posso raccontare solo di me. Il resto sarebbe illazione, ipotesi, azzardo. Tutte opzioni relativamente fondate, ma ipotetiche, in una certa misura, mentre io di me potrò raccontare la piena e totale realtà.
         Sono entusiasta di questa decisione. Ha sciolto in un colpo solo milioni di dubbi. Non mi sarei mai dato pace nel non lasciare traccia di questa vicenda. Mi sarei sentito un verme, obnubilato dal rancore e dalla rabbia. Ma questi sentimenti negativi stanno svanendo, suppongo grazie alla natura "medica" del tempo. E allora posso partire. Ho già in mente l'incipit; so già bene dove e come si è toccato - dal mio punto di vista - il punto più alto; so già altrettanto bene dove ho percepito nitidamente un cambio d'atmosfera, un distacco sempre più marcato, e dove ho constatato l'inizio della fine.
         Se potessi, scriverei già tutta questa notte, ma non lo farò. Non voglio che sia un libro troppo lungo e desidero che si concentri solo sulle cose che mi sono piaciute di più, che ho sentito più mie e talvolta perfino "nostre".
         Sono intimamente felice di poter costruire un monumento a un incontro che è finito malissimo, lo so, ma che non ho mai smesso di considerare particolarissimo, felice, inimitabile. La collera per come è finito mi ha fatto velo per molto tempo, ma ora che è tutto alle mie spalle e che non sento di tradire me stesso o la mia dignità raccontando quello che è stato per me, credo che sia venuto il momento di scrivere. I rancori si sono stemperati e ora voglio scrivere prima che le passioni si spengano, mantenendo il giusto livello di pathos. Se dovessi aspettare troppo, potrebbe non essere più così. Ma non aspetterò, scriverò.
 
                                   Piero Visani

Romanzo personale

      L'idea di scrivere una storia autobiografica mi sta prendendo vieppiù, mi sta convincendo. Infatti mi sono rimesso a posto a livello psicologico, mi sono rimesso a posto a livello personale e professionale, sono ritornato in pieno controllo di me, ma dentro il mio animo rimangono troppe cose, troppe cose che sento l'esigenza di dire. Talune di esse non possono essere dette nel blog, dunque occorre trasfigurarle all'interno di una vicenda.
       E' quello che farò. Dovrò trovare il tempo per farlo, ma lo farò. Sarà il mio modo per segnare il definitivo distacco da quella storia. Se la racconterò, infatti, potrò portarla fuori di me. Ma non sarà scrittura terapeutica, perché per la verità non sento più bisogno di alcuna terapia. Sento semmai il bisogno di spiegare a me stesso, essenzialmente a me stesso, che cosa ho fatto e perché.
      Ho esitato molto, intorno a questo progetto, perché non ero sicuro di quale formato conferirgli. Ma ora ho deciso: sarà una storia autobiografica, scritta in prima persona, dunque utilizzando me stesso come voce narrante. Ho una dannata voglia di scriverla, e la scriverò. In tal modo, potrò esplicitare tutto il moltissimo che sento ancora dentro di me.
      Sarà un romanzo comunque intimista, perché di fatto parlerò esclusivamente a me stesso e, nel farlo, mi spiegherò tutto ciò che finora ho espresso solo confusamente. Sarà anche il mio primo romanzo, dopo quattro saggi e varie altre pubblicazioni minori.
      Mi ha colto una sottile gioia, nel prendere questa decisione, perché è come se avessi sciolto un nodo che mi serrava la gola. Corro qualche rischio, nel farlo, ma, a parte il fatto che amo molto il rischio, dovevo trovare uno sbocco al flusso di passioni che ancora mi agita dentro. Mi sostiene l'idea che possa nascere un'opera molto ispirata, molto partecipata, potenzialmente molto bella.
       Voglio raccontare una vicenda che mi ha coinvolto e colpito. Naturalmente lo farò in maniera figurata e trasfigurata, mantenendo la necessaria riservatezza, ma racconterò tutto quello che mi ha colpito, probabilmente per immagini, per scene in sequenza. Vedo infatti la cosa come un lungo film, di cui ho gà soggetto e sceneggiatura.
        Spero di non turbare la sensibilità di alcuno. A mio modo, sarà un omaggio a un incontro e a una persona. Parlerò solo di cose belle. Di quelle meno belle ho già parlato anche troppo. Quando si prolunga una vicenda nella storia, cioè nel tempo - ed è proprio quello che intendo fare - è bene parlare della parte migliore, cioè dell'incontro di due anime. Tutto il resto lo lascerò da parte. Voglio lasciare memoria di me, di me in una storia che mi è comunque piaciuta, anche se mi ha ferito nel profondo. Voglio che possa esistere ancora tra cent'anni. Voglio che possa essere letta e ricordata. Quell'incontro di anime non può e non deve finire in un cassonetto. Io, con la mia scrittura, lo preserverò da quell'abominevole fine.
 
                             Piero Visani

Il mio romanzo

       Pomeriggio divertente, in mezzo a stimoli adrenalinici. Molti progetti da avviare in campo lavorativo e nuovi, promettenti contatti. Incontri con persone simpatiche, sempre per lavoro, ma non tutti i clienti sono simpatici, purtroppo. E due telefonate di vecchi amici, arrivate quasi in successione e molto gradite perché era un po' di tempo che non ci si sentiva. Uno di loro non è forse propriamente un vecchio amico, ma è piuttosto un "nuovo vecchio amico", nel senso che ci conosciamo da poco ma tra noi è scattato subito una specie di feeling, come se ci conoscessimo da sempre, o quasi. Lui è bravissimo a cogliere certi movimenti del mio animo e a rimanere in sintonia con me durante i medesimi. Così parliamo a ruota libera e di fatto la nostra empatia aumenta.
        Credo che ci siamo sentiti, da subito, entrambi molto veri e questo ha facilitato l'incontro delle nostre anime. Mi dispiace che non viva più vicino, perché sarebbe bello non solo sentirsi, ma anche vedersi più spesso.
        L'altro amico è un mio vecchio confidente, sa tutto di me e gioisce nel sentirmi rinfrancato, corroborato, da tempo impegnato nuovamente a fare cose. Mi rivolge un accurato appello a pubblicare assolutamente il libro che sto preparando e io gli garantisco che lo farò, che non lo deluderò, anche se al momento sono molto incerto sul formato da dargli, perché anche la soluzione della vicenda autobiografica, ovviamente coperta dagli opportuni accorgimenti, mi sta molto tentando.
         In effetti, mi sto chiedendo per quale ragione non dovrei raccontare un'esperienza di vita che mi ha segnato e che, al tempo stesso, al di là degli esiti, mi è piaciuta moltissimo. Per molto tempo, infatti, mi è parsa un'esperienza fantastica e molto fortunata, con una persona unica, per cui per quale ragione dovrei lasciare che gli strascichi connessi a una pessima conclusione vadano a occultare tutto quanto di bello e positivo c'è stato. Se facessi riferimento solo al blog, si vedrebbero solo gli aspetti negativi. Io voglio raccontare anche quelli positivi, che sono stati tanti e di più. Alcuni di questi li ho vissuti in due, altri li ho vissuti da solo, ma è proprio la "tempesta perfetta" che ho attraversato che può costituire il migliore filo della narrazione. Ancora oggi, io ritengo che i "più" superino di gran lunga i "meno", almeno per quanto mi riguarda. E voglio raccontarli.
        Potrebbe essere la solita patetica storia di un uomo tutt'altro che giovane che corre dietro a un'illusione di gioventù, ma non è assolutamente così. Sarà piuttosto la storia di una folgorazione, una folgorazione estetica e in parte anche umana. Voglio raccontarla, voglio assolutamente raccontarla, voglio che rimanga la testimonianza di come e quanto ho profuso me stesso nella medesima.
          Un romanzo deve essere scritto con forte partecipazione empatica e, se guardiamo a quella e cerchiamo di misurarla, allora posso già dire che sarà un romanzo bellissimo. E' passato il tempo giusto per scrivere senza rancori o risentimenti. Voglio che emerga tutto quello che ho provato. Poco importa se condiviso o meno. Quello che ho provato io è sufficiente a farne una storia stupenda. Senza lieto fine, ma per me il lieto fine sarà raccontare tutto. Credo che molti uomini mi capiranno. E forse anche molte donne.
 
                                               Piero Visani

La concezione olistica

       Sono un seguace della concezione olistica dell'esistenza. Per me, da sempre, tout se tient. Non riesco a scomporre le cose o le persone. Se una persona mi piace, mi piace in toto. Se non mi piace, non mi piace. Questa è la ragione per cui mi riesce difficile scomporre le persone e anche adeguarmi ad eventuali tentativi di scomposizione a mio carico.
       Se ho dei soci in campo professionale - e ne ho - deve esserci un buon rapporto personale, con loro, oltre che lavorativo. Non sono poche le società da cui sono uscito perché i rapporti interni si erano deteriorati. Ecco perché talvolta, nel corso della mia vita, mi sono un po' sorpreso quando ho cominciato ad essere scomposto come se fossi un puzzle o un quarto di bue (di toro sarebbe pretendere troppo...): talune parti andavano bene, erano "commestibili"; talaltre no. Queste cose in genere mi hanno indotto ad andarmene per la mia strada.
      Io, ad esempio, posso aver avuto con qualcuno contrasti anche molto forti, ma questo non muta la stima personale e professionale che posso avere per quella persona, tanto meno mi induce ad odiarla. Si è detto di me che sarei "tagliente come una lama", ma non è così. Molto più semplicemente, se attaccato mi difendo. Non ho mai attaccato nessuno per primo. Questo è bene non dimenticarlo.
       Mi piace vivere in un'atmosfera armoniosa, dove si possa essere la parte di un tutto. Non voglio stare in un posto se persona non grata e tanto meno se sopportato.
       Sono stato oggetto di qualche stizzosa rappresaglia, ma io non ho fatto proprio niente. Mi sono limitato a chiudere un'esperienza quando è stata dichiarata chiusa da altri. La mia è stata una semplice presa d'atto. Non potendo andare avanti, sono andato indietro. Tutto qui. E l'avevo già largamente anticipato, che mi sarei comportato esattamente così.
       Proprio la mia visione olistica mi impedisce di vivere situazioni a metà. Mi auguro che questa cosa possa diventare chiara, nel lungo periodo. Mi è stato detto di togliermi e mi sono tolto. Ma intero, non a pezzi. Davvero il mio comportamento è stato tanto deplorevole? Che avrei dovuto fare: abbozzare?
 
                                    Piero Visani
 
                                       

E ti vengo a cercare...

      No, non equivocate! Non è una persona specifica che intendo andare a cercare: è solo la vita, solo la vita. Dopo un'approfondita esperienza giudeocristiana, fatta di divieti, di ALT, di rinunce e patimenti, ho voglia di cambiare registro. NON ho espiato le mie colpe, perché non ho colpe. Voglio solo tornare a vivere.
      Dunque "e ti vengo a cercare" è riferito alla vita, alla mia concezione panica dell'esistenza, al mio amore per tutte le forme di olismo. Sono stato bloccato, fermato, "ALTizzato H-24" (direbbe Maroni nella splendida parodia crozziana), eppure "eccomi qua, sono venuto per niente, perché per niente si va" (Francesco De Gregori, La valigia dell'attore).
      Un antiutilitarista come me "viene sempre per niente", appunto "perché per niente si va", solo spinti, direi addirittura propulsi, dal proprio straordinario amore per la vita. E se ti capita di incontrare quelle che preferiscono la rinuncia, il mariagorettismo, il cerbiattismo e quant'altro, beh, ne prendi atto e dici: "ok, ma lasciatemi ricercare - con altre, ça va sans dire - una seconda chance (e una terza, una quarta, una quinta)...".
       Faccio molto sport, ma sono sempre pervaso da una "sana e consapevole libidine", che non viene spenta né dallo stress (che personalmente patisco poco o punto) né dall'Azione Cattolica (che ovviamente patisco molto di più).
       Sono pieno di interrogativi, anche molto profondi. Sono percorso da dubbi, alcuni dei quali anche esistenziali, ma poi "si accende il Dioniso che è in me" (la trovo una versione più pagana de "si accende il diavolo che è in me", dunque la preferisco) e sono pronto a scatenare la mia terribile "volonta di potenza". Lo so, le giudeocristiane fanno di tutto per trasformarla in una "volontà di impotenza" a loro così gradita ("vorrei, ma so, che lei, oh no...!; Ivano Fossati - Oscar Prudente, Pensiero stupendo), ma io non demordo.
        Niente baretti, ristorantini, corsette, regatine, ma l'incontro tra Dioniso e Pan, l'amore per la "bestia bionda", la consapevole soppressione di ogni rinuncia, di ogni limite, la realizzazione di ogni desiderio, anche il più impossibile, il più improbabile, il più "peccaminoso" (ah, l'orrenda concezione del peccato!), il più "perverso" (ah, l'orrore di definire tale ciò che è solo conforme a natura, a Madre Natura).
         Quale enorme differenza esiste tra i giochetti di società borghesi - con le loro storielline di corna, di amanti di cui tutti sanno, di "giochetti a tre per ingannare la noia", di finte "diversità" per farsi notare un po' di più quando si va alle cene del Rotary - e l'incontro "panico" con la natura, il sesso, l'amore, la morte. Andando sempre e comunque oltre. Là dove c'è la vita vera.
          Ti vengo nuovamente a cercare, vita vera. Mi manchi. Lasciamo le rinunce a chi ama reprimere e autoreprimersi, a chi si sazia delle amicizie su Facebook. Andiamo a riprenderci la carne, la morte, il diavolo. Largo al Superuomo! E, se fa paura, meglio!
 
                                    Piero Visani 

giovedì 27 giugno 2013

Italia - Spagna

       Serata tra amici, per seguire insieme la semifinale della Confederations Cup di calcio, tra Italia e Spagna. Nell'intervallo tra il primo e il secondo tempo, la conversazione decolla:
       "Piero, devi dirci una volta per tutte che cos'hai", esordisce A [non voglio usare nomi di comodo, dunque uso lettere].
       "Nulla", rispondo con finta disinvoltura.
       "Balle, non me la racconti giusta!" - insiste A.
      "Che cosa dovrei dirti?"
      "La verità" - incalza.
       "Ma non c'è una verità. C'è il mio disagio. Temo di aver subito un terribile inganno e un po' mi dispiace, perché non è bello subirli alla mia età, e molto soffro per aver buttato via tonnellate di me per niente".
       "Cosa ti rimproveri?" - mi chiede B, soggetto assai più riflessivo di A, intervenendo nella conversazione.
        "Mi rimprovero di essere stato sincero e di essermi impegnato come un pazzo in un rapporto che credevo vero, per quanto singolare, e che invece era niente".
        "Ma è passato un anno, è ora di smetterla", mi incalza ancora B.
        "Ho smesso, ho smesso, ma non riesco a capire e io non smetto mai di tormentarmi sulle cose che non riesco a capire".
        "Che cosa vuoi dire?" - interviene nuovamente A.
        "Che niente di tutta questa vicenda ha un senso, e questo mi tormenta. Meglio ancora: tutto ha un senso solo se io lo considero un colossale fake. Ma non ci riesco. Tutto mi dice che non è così, che non può essere stato così, che non posso aver sognato".
        "E' quello che ti impedisce di darti pace?" - chiede B, sempre attento alle sfumature.
        "Sì, è quello. Io ero pronto a qualsiasi esito e già sentivo che l'esito sarebbe stato pessimo. Dunque non mi facevo illusioni. Mi sarebbe piaciuto parlarne, chiudere dialogando, se proprio era necessario chiudere. Invece ho dovuto prendere atto che non si voleva chiudere, mi si voleva solo silente, utile e silente".
         "E così è venuto fuori il vecchio Piero antiutilitarista, il seguace di Alain de Benoist e della Nouvelle Droite" - sghignazza A.
         "Sì, è venuto fuori. Mi sono suicidato metaforicamente per senso della dignità e dell'onore, per dare prova del mio totale disinteresse, per essere coerente con l'immagine che ho di me".
         "Non avresti voluto farlo, immagino?" - mi chiede B.
         "Ho dovuto farlo".
         "Sei pentito?"
         "Non potevo fare altro, non avevo scelta".
         "Che cosa ti resta?"
         "Credo di aver sognato. Se riesco a convincermi di aver sognato persone, luoghi, parole, scritti, sguardi, situazioni, allora forse per me sarà tutto più facile".
          "E ci sei vicino?" - chiede B. amaro.
          "Per ora no. E non so neppure se voglio arrivarci. Resterò nel sogno, per quanto doloroso".
 
                        Piero Visani
 
                           

Non tutto il male vien per nuocere

       Come sempre succede, non tutto il male vien per nuocere. E' vero - come ho scritto nel post precedente a questo che la mia è stata ed è una vita sprecata. Tuttavia - e credo la precisazione sia molto importante - è una vita integra. Non sono sceso a compromessi. Non li volevo, non mi piacevano e non mi piacciono. Avrei potuto sopravvivere, in certi miei incontri femminili, come cicisbeo, come amico eunuco, come utile idiota, come servo sciocco. Se non l'ho fatto, è perché non accetto ruoli residuali. Avrei potuto sopravvivere, a una storia, come "residuo" della medesima e magari trascinarmi a infinito in quel ruolo, tra sguardi ironici quotidiani e magari imprevisti "ripescaggi" ad libitum della "padrona", se per caso le fosse venuto il ghiribizzo.
         Non sono cose che fanno per me: se dovevo metaforicamente "morire", che morte fosse. Detesto il concetto di residuo, di incompiuto, di inespresso. In più, sapendo di essere niente, quale soddisfazione può dare essere "un pezzo di niente"?
         Non c'è radicalismo in tutto questo, come mi è stato talvolta rimproverato, c'è semplice difesa della mia dignità. Non faccio il deuteragonista, il tritagonista o la comparsa. Cambio teatro.
 
                             Piero Visani
       

Una vita sprecata

      Il concerto di Paul McCartney a Verona, due giorni fa, si è concluso con il canto di The End, pezzo che è posto in conclusione del mitico LP Abbey Road, dei Beatles, e che contiene la ben nota strofa:
 
And in the end
The love you take
Is equal to the love you make
 
      Magari fosse così! Quanto vorrei che fosse così! Ma non è assolutamente così.
      Ho passato la mia vita a cercare di amare, con partecipazione e intensità, donne diverse. Se mi fosse tornato un decimo (voglio largheggiare...) di quello che ho dato, penso che sarei un uomo felice. E invece...
       Quanto mi sono speso, quanti entusiasmi ho versato, quanta passione ho cercato di trasmettere, con il risultato di trovarmi ad essere un'aquila che cercava di insegnare a volare alle galline.
       Non pensate che sia un giudizio negativo o insultante. Niente di tutto questo. Le donne che ho incontrato io - non le donne in generale, odio le categorizzazioni - erano quasi tutte soggetti tellurici, esseri al più volitanti, non volanti. E io ho profuso tonnellate di amore per loro, e cosa ho ricevuto in cambio? Meglio lasciar perdere...
       Ho conservato, molto ben custodite, le lettere che ho scritto in tempi lontani, le mail che ho mandato in tempi più vicini. Ogni tanto ne leggo qualcuna e con piacere mi riconosco, riconosco me stesso, il mio diluvio di passioni. Poi vado a leggere le risposte o le lettere e le mail che mi arrivarono dalle donne che ho amato e noto come molte assomigliano, per trasporto, a certe comunicazioni dell'Agenzia delle Entrate: freddamente burocratiche, intrise di un senso di fastidio che forse, ora che le leggo ex post, emerge ancora più nitidamente di quanto non apparisse all'epoca in cui furono scritte.
        Se ci fosse un motivo per condannare irrevocabilmente la mia vita - e, ahimè, c'è - questo consiste nel fatto che essa è consistita in un lungo percorso di amori non ricambiati, di passioni sterili o meschine o grette o ricambiate con il bilancino. Ho buttato via tutto me stesso, in quelle storie, e gli unici ricordi belli che mi rimangono sono quelli di alcune storie di sesso, di cui almeno posso ricordare il corpo di lei, teneramente allacciato al mio per qualche momento, talvolta neppure troppo breve, di autentica felicità, di puro trasporto, di prosa che diventa poesia.
         Ma il resto? Regali, fiori, gesti gentili, attenzioni, ristoranti. E in cambio? In cambio niente. Non pensate che in cambio mi attendessi sesso. Non sono quel tipo di uomo. In cambio mi attendevo un incontro di anime privo di preclusioni, cioè che poteva anche diventare incontro di corpi, ma senza forzature, cogenze, obblighi. A condizione che ci si parlasse, fittamente, che ci si scambiasse molto di sé, che si ponesse rimedio a solitudini tramite il dialogo.
         Ho accumulato solo disastri e quello che mi fa più male non sono i risultati, ma aver visto ogni volta buttato via - talvolta freddamente, talaltra con fastidio, talaltra ancora con stizza - il mio desiderio di comunicare. Come se fossi il più orribile, il più fastidioso, il più repellente degli uomini.
        Ne ho preso atto. Probabilmente lo sono davvero. Avrei potuto farmi venire un complesso d'inferiorità, ma non credo sia quello il problema. Più semplicemente, ho capito che non serve comunicare con chi non vuole comunicare, che non serve cercare di amare chi non vuole essere amato, che non serve dialogare con chi rifugge il dialogo, che non serve cercare l'incontro di anime con chi non la possiede, un'anima.
         Ecco perché penso che la mia sia una vita sprecata. Non perché sia stata sprecata in sé, ma perché mi è toccato di viverla nel mondo dei morti (e, più ancora, delle morte). L'ho capito tardi, ma l'ho capito. Del mio amore per le cose, per i libri, per i dettagli, per le culture, per il dialogo, per le conversazioni intelligenti e stimolanti, non interessava niente ad alcuna. Ero e sono fastidioso. E forse, per molte, un uomo intelligente e colto resta un ossimoro vivente, di cui non può fregar loro di meno. Dove sono i soldi, la stupidità programmatica, la superficialità che le fa ridere, la "cannetta" che le rende allegre, il disimpegno che maschera un'incultura profonda? In effetti, io granché di tutto questo non lo posso dare. Non sono peculiarità che posseggo, non in misura "soddisfacente", quanto meno.
          Prendo atto, ma non per questo cambierò. Starò un po' di più da solo, ma certo non pentito. Del resto, per me una vita privata degli affetti, degli stimoli intellettuali e culturali, dello spirito, del sesso, della gioia di vivere, altro non è che una morte anticipata. Non mi farò rinchiudere in quella gabbia. Continuerò a ricercare il piacere, in tutte le sue forme. Ma il piacere vero, quello del pathos e della partecipazione, non quello della superficialità e dell'oblio. Non ho bisogno di dimenticare o dimenticarmi, io. Anzi, ho molta stima di me.
 
                              Piero Visani
 

mercoledì 26 giugno 2013

Discorsi da maschi

       Esistono due categorie di discorsi da maschi (e ovviamente mi si perdoni la inevitabile generalizzazione): la prima è quella in cui alcuni (non tutti, solo alcuni) cercano di impressionare gli altri con il lungo elenco delle loro "conquiste". Quasi sempre false, perché i veri "conquistatori" sono le persone più discrete del mondo e sono impegnati a "cogliere l'attimo", non certo a raccontarlo. La seconda è quella degli amici veri, piccole conventicole, nuclei molto ristretti o addirittura due sole persone, che, in qualche bar di questo inizio d'estate non propriamente caldissimo, si raccontano le loro storie: storie di macerie, di disinganni, di massacri, di aspirazioni sempre più marcate alla condizione monacale.
        Una tradizione culturale radicata, e ora alimentata ad arte, vuole che gli uomini siano il sesso forte, incapaci di amare o di ammettere l'amore, anaffettivi, interessati solo al sesso e via vaneggiando. Ma questo non è nulla più che un bieco stereotipo. Tra i miei amici e conoscenti, uomini la cui età varia dai trent'anni o poco più a persone molto più anziane di me, è tutto un continuo rincorrersi di riflessioni dolenti, sulla nostra solitudine, sulla crescente impossibilità di riuscirsi a capire, anche solo vagamente, con l'altro sesso.
        Dalle nostre vite, le donne stanno uscendo e non so neppure quanti di noi rimpiangano tale fuoriuscita. Chi infatti riesce a riconoscersi in soggetti autoreferenziali, sempre meno eterosessuali (per non dire scopertamente omo), di cui nessuno riesce a comprendere nemmeno vagamente che cosa vogliano. E in particolare che cosa vogliano da noi, a parte un suicidio rituale di massa (direi di genere...), da svolgere possibilmente in loro presenza...
         I nostri amici che hanno mantenuto un rapporto costante con l'altro sesso sono o pochi incalliti womanizer o legioni di maschi palesemente asessuati, soggetti che sanno tutto di detersivi e lavatrici, dei quali ti chiedi se, oltre ad essersi castrati fisicamente da chissà quanto tempo, ora stiano procedendo anche all'autocastrazione psicologica e intellettuale.
         Su questo fondo, noi due - io già parecchio avanti con gli anni, lui decisamente più giovane - sembriamo due autentici relitti del passato. Ci raccontiamo i nostri amori, la nostra voglia di passione, comunicazione, dialogo, e ci accorgiamo in fretta di non essere altro che patetici, scorie umane di un'epoca tramontata, ultimi romantici di uno scenario dominato solo da sessuofobia e basse motivazioni di interesse.
         Sorridiamo amari, ci sentiamo dei patetici revenant, ci ripromettiamo di cambiare, ma sappiamo bene entrambi che non lo faremo. Se cambiassimo, la nostra sarebbe una resa a un mondo che non sa più amare, che non sa più nutrire passione, che vive tutto in superficie, in cui le persone non vivono la vita, ma vi si appoggiano sopra, come se la vita stessa fosse uno dei loro tanti hobby.
         C'è empatia, tra noi, e ci raccontiamo le nostre personali disgrazie, più o meno marcate. Il mio amico auspica un nostro rapido rifugio nell'atarassia, mentre io dico che non ci resta che continuare ad essere noi stessi. Lui sorride scettico e mi dice che sono come Nanni Moretti in Bianca: "Continuiamo così, facciamoci del male!". Ridacchio e ribadisco che non intendo demordere, anche perché per me è diventata una scommessa: voglio trovare una donna con cui riuscire a dialogare a 360 gradi, che non mi seppellisca sotto i suoi no, le sue inibizioni, le sue frustrazioni. Che non mi chieda sempre e solo tutto, ma che mi dia anche qualcosa; che si interfacci con me, che non mi consideri solo il minorato membro di una minoranza in via di estinzione.
           "L'ottimismo non ti manca, vedo" - nota lui scettico.
          "Perché dovrebbe venirmi meno? - insisto io - "E' tutta una questione di ricerca interiore ed esteriore. Quando meno me lo aspetto, quella persona la troverò".
 
                           Piero Visani
 
            

Le agende

      Che mestizia, quando si esce dalle agende delle signore! Ma mestizia di tipologie diverse:
- c'è la mestizia autentica, quella della signora che ti ha sperimentato sessualmente, ti ha dato un voto non elevatissimo e ti vuole togliere semplicemente di torno, per sperimentare nuovi membri (del suo personalissimo club, intendo, non fatemi inutilmente volgare).
- C'è la mestizia falsa e posticcia, fatta tanto per dare un contentino a colei che ha deciso di buttarti via e tu, anche se pensi "ma non poteva decidersi prima!", devi esibire una faccia di circostanza, tanto per non farle troppo male.
- C'è la mestizia giocosa e gioiosa di chi stava in un'agenda per fare numero, o perché era lo stronzetto di turno, o l'amico del cuore di storielle autoerotiche e/o di simpatici inganni, e scopre che starne fuori è meglio che starne dentro, perché uno ha già dato e non è il caso di contribuire due volte...
- C'è la mestizia esultante, difficile da occultare, di colui che sa che la detentrice dell'agenda è - come dice un mio grande amico genovese - "all'85°" e, nella sua personale partita di calcio/partita di vita, sente vagamente che dopo il 90° il recupero sarà breve e i supplementari del tutto esclusi. E dovrà pensare a come riciclarsi: da sé, con amiche, con qualche barbagianni parecchio in soldi? Mercato libero!
      Eh sì, non è poi del tutto male uscire da certe agende. Capita di fare tappezzeria anche nelle agende e a me davvero non piace. Dioniso, Pan, amate divinità dell'Olimpo, venitemi in soccorso! Ho bisogno di realtà, dopo tanta finzione...!
 
                                               Piero Visani

Portare rispetto

       In gioventù, tra il 1962 e il 1965, ho trascorso lunghi periodi in una città del Sud. Attento come sempre alle atmosfere, ai particolari, alle temperie, e spesso in viaggio per accompagnare mio padre in alcuni spostamenti nell'Italia meridionale e in quella regione specifica, ricordo di aver percepito con chiarezza l'importanza del "portare rispetto" e di averlo fatto mio, come valore cui ho sempre tenuto.
       In quegli anni, da quelle parti ci si dava ancora del "voi", e al "tu" si passava solo in presenza di rapporti molto ma molto consolidati. Ma quello che mi impressionò veramente era il rispetto che si portava alle persone.
       Da allora lo porto agli altri e desidero che lo si porti anche a me e, anche se è trascorso mezzo secolo, continuo a non amare il "tu", egalitario e verminoso, falso come Giuda, e i rapporti improntati su quella soave levitas che, per mia personale esperienza, è l'anticamera della sodomia (metaforica), in quanto tende solo ed esclusivamente a farti abbassare le difese.
       Quando non mi si porta rispetto, tendo a irritarmi leggermente e a reagire duramente. E naturalmente, se qualcuno mi manca di rispetto, non mi dispiace farglielo notare, con le buone o le meno buone. Per mia fortuna, il mio modo di presentarmi, di essere e di interloquire non è tale da indurre molti a comportarsi con soverchia disinvoltura nei miei riguardi, ma, se a qualcuno è mai venuto il ghiribizzo di farlo, in genere poi - per dirla alla meridionale - faccio in modo che tornino "imparati". Sono un "omo de panza" - anche se non fisicamente, perché la pancetta la aborro - e come si fa ad ottenere rispetto lo so benissimo. Rispetto vero, magari ispirato da timore, assai diverso da certe finte fratellanze ispirate da interesse. E, nel caso il rispetto venga meno, so bene come fare a riottenerlo, in fretta... Non sarà un viatico di simpatia, non sarò un "compagnone" di quelli da leggiadre esperienze amical-eunucoidi, ma io preferisco essere realmente temuto che fintamente apprezzato.
 
                            Piero Visani

Un "uomo oggetto"

      Sì, lo confesso, sono stato anch'io un "uomo oggetto". Non molte volte nella vita, anzi direi poche, pochissime. Ma certamente lo sono stato. Mentirei a me stesso se non lo ammettessi.
       Quando sono stato un "uomo oggetto"? Quando ho incontrato una donna che mi piaceva moltissimo e, per destare e mantenere le sue attenzioni, sono diventato un oggetto nelle sue mani.
        L'ho fatto deliberatamente, consapevolmente, sia nelle fasi positive (cioè in quelle in cui occorreva destare la di lei attenzione) sia in quelle negative (quando occorreva cercare in qualche modo di tenerla viva, pur comprendendo che stava declinando). E mi sono impegnato a fondo in entrambe le fasi, perché il mio interesse per quella donna era precipuo.
        Mi sono anche sentito un "uomo oggetto", visto che servivo a tutto meno che a quello che interessava a me, ma non me ne sono minimamente preoccupato. Mi interessava suscitare le attenzioni dell'amata, null'altro. Ergo regali, attenzioni, supporto totale nelle fasi di crescita; adeguamento ai suoi desiderata, quali che fossero, in quelle di declino.
        Ho fatto male? Probabilmente sì, ma era ciò che sentivo di fare.
        Ne ho tratto vantaggi? No, ne ho tratto solo gravi danni, ma era quello che ritenevo giusto fare.
        Nelle fasi di crescita, speravo di ottenere successo. Nelle fasi di declino, speravo di ottenere rispetto. Ho mancato clamorosamente entrambi gli obiettivi, ma non sono pentito. Ho lasciato parlare il mio cuore e - a quanto pare - è proprio quello che non si deve fare.
        Dei trattamenti molto ruvidi che ho subito, non ho nulla di che lamentarmi. Superata la disillusione iniziale, li ho accettati come comprensibili, visto che facevo così schifo. Mi rimane il dubbio di come possano essere state invece prese tanto sul serio le mie reazioni da persona con il cuore spezzato, visto che è una bella pretesa esigere che solo gli "uomini oggetto" abbiano il senso della sconfitta e ne prendano atto gioiosi. Le donne invece hanno il diritto di offendersi, se qualcuno le critica...? E la gioia per la vittoria conseguita? Io sono stato destinato a un cassonetto e ci sono andato disciplinatamente, solo preoccupandomi di ricambiare il lancio. Davvero un gesto così simpaticamente paritetico è risultato tanto iconoclasta? E il senso del gioco, la visione ludica che deve presiedere alle cose? Serve solo se le partite le perdo programmaticamente io, e i danni restano a me? Come è bello essere egualitari e libertari in siffatta maniera: privatizzazione dei profitti e attribuzione solo a me delle perdite. Eh sì, più oggetto di così: un vero uomo da marciapiede. Per fortuna che, come peripatetica, scalcio parecchio e - a quanto pare - faccio pure parecchio arrabbiare. Pensate se non ci riuscissi, sarei un fallimento su tutta la linea. Così, invece, qualche soddisfazione (postuma) me la tolgo anch'io.
 
                          Piero Visani

martedì 25 giugno 2013

Un banale errore tecnico

      Giusto per la precisione storica, cui tengo molto, non mi piace passare sotto silenzio il fatto che, proprio un anno fa, di buon mattino, sono stato oggetto della mia "defenestrazione di Praga". Sfortunatamente per i miei aggressori, un loro banale errore tecnico di lancio ha fatto sì che, dopo essere volato dai finestroni del castello di Hradcany, io sia atterrato su un mucchio di detriti, proprio come toccò - quel lontano 23 maggio 1618 - al funzionario imperiale Philip Fabricius, successivamente elevato a nobiltà con il titolo onorifico di "von Hohenfall" [c'era senso dello humour, all'epoca...].
       Ammaccato ma vivo, e comprensibilmente irato, anche se i miei aggressori si affrettarono a chiarire di "non comprendere le ragioni di tanto risentimento" [ma "c'erano" o "ci facevano"?], mi preoccupai subito di "rendere la cortesia", badando però a non fare troppo male ai medesimi, ma solo a rimettere, per così dire, le cose in pari.
       La mia reazione purtroppo non fu gradita e tanto meno compresa, sebbene io avessi cercato subito di chiarire che non si trattava altro che di un mero atto compensativo. Sfortunatamente, gli egalitari, quando sono oggetto di misure di pareggiamento, non si sa perché ma tendono ad arrabbiarsi, mentre i pacifisti, se non possono esercitare a titolo gratuito la loro virulenza, tendono, come le formiche, a incazzarsi.
        A un anno di distanza, la situazione è sotto controllo. Ho persino provato a fare un gesto di pacificazione, ma la mia mano tesa è stata ignorata, con disprezzo e anche con rabbia. Ne ho dedotto che ho colpito bene, a suo tempo, se suscito ancora tanta animosità e che pacifismo ed egalitarismo sono due "ismi": vanno bene se applicati ex cathedra Petri a dei poveri underdog, meno se portano a compiere un grave errore tecnico con un guerriero [occorreva ucciderlo, metaforicamente, altrimenti...]. La reazione, a quel punto, è inevitabile, e fa male, molto male. Costringe, per certi versi, a portarmi "sempre un po' con sé"... Ma è quello che mi si era promesso, no? Dunque è giusto che anch'io dia il mio contributo al mantenimento delle promesse. Quello è vero dialogo...
 
                        Piero Visani   

La voce narrante

       Mi piace agire da voce narrante di vicende che mi hanno come protagonista. Spesso, quando non scrivo, mi racconto storie concepite in tal modo. Ma - attenzione! - non è una modalità di "costruzione della realtà; è proprio la realtà che si dipana sotto i miei occhi in quella maniera.
       Dopo qualche giorno di "ritiro dal mondo", di immersione in me stesso, mi sento molto confortato, rassicurato, convinto. Sono pronto a una nuova fase di storytelling che mi abbia come protagonista. Qualche opportunità l'avrei già anche individuata, ma vorrei lasciare spazio alla naturalezza, libero corso agli eventi.
       Non intendo mettermi in caccia di qualcuno o di qualcosa, semmai lasciare libero corso alle cose. Vorrei trovare una persona libera, mentalmente e psicologicamente libera, amante della sperimentazione come me.
       Che cosa cerco, in una donna? L'ho scritto infinite volte: un incontro di anime. E' molto bello l'incontro di anime, se riesce. E, quando riesce, apre di fronte a sé numerosi scenari, che occorre avere il coraggio di percorrere.
       Che cos'è, l'incontro di anime, se non una forma molto evoluta di condivisione? E perché, nei rari casi in cui si registra, non cercare di portarlo sempre più a perfezione? Perché un incontro di anime non dovrebbe diventare un incontro di corpi? E soprattutto: un incontro di anime non può accettare divieti, perché a quel punto non sono i divieti a manifestarsi, è l'incontro a venire meno, a scivolare nella banalità di una relazione incompiuta.
       E' ovvio, più che ovvio, che una relazione di anime può anche non diventare una relazione di corpi, ad esempio perché tale è la volontà di uno dei partner. Ma allora, nel momento in cui subentra quel blocco, chi impone il divieto deve essere consapevole che l'intimità fisica deve essere sostituita da una fortissima intimità spirituale, prossima addirittura al parossismo, di modo che quest'ultima possa supplire con successo alla mancata intimità dei corpi.
        Se ciò non avviene, l'incontro di anime scivola molto rapidamente verso una modestissima e banalotta relazione di amicizia, di amicizia tra inibiti, perché non evolve verso l'alto, ma rincula verso il basso.
         Nessuno può pensare, in nessun momento, che l'incontro di anime comporti necessariamente quello dei corpi, ma l'incontro di anime, essendo molto di più di quello fisico, richiede un'intimità enorme, altrimenti diventa un'amicizia tra sessualmente inibiti o frigidi, e decade rapidamente verso il nulla.
          Ho accennato a una di queste vicende, che mi ha visto protagonista, sulle pagine di questo blog e ormai posso ammettere francamente di aver nutrito per parecchio tempo la speranza che l'incontro di anime potesse veramente portarci molto in alto, anche senza coinvolgere la dimensione sessuale, visto che quest'ultima non era gradita da uno dei due protagonisti. Purtroppo, ad un certo punto ho dovuto prendere atto del fatto che il conclamato incontro di anime era un mero esercizio retorico, che non andava mai da alcuna parte, visto che non c'erano confidenza, intimità, complicità, ma solo vaghi accenni alle medesime, non accompagnati da niente. Non a caso, tutto quello che avevo impiegato mesi a costruire si è sfilacciato nel giro di 4-5 settimane, sostanzialmente perché era una finzione, o non aveva un fondamento serio.
         Ad onta di questo miserevole esito, l'incontro di anime resta al vertice dei miei pensieri e dei miei desideri, in quanto, con la donna giusta, può rappresentare un'esperienza bellissima. Riuscirò a farne uno nuovo a scadenza breve? Davvero non lo so, ma ci proverò. Spero solo di essere più fortunato e più valido nella scelta della persona. Non vorrei nuovamente puntare tutto sulla persona sbagliata. Non perché io pensi davvero che fosse tale. Lungi da me. Ma perché non vorrei essere lasciato nuovamente in mezzo al guado per paura, noia, fastidio o quant'altro da chi, per ironia della sorte, sarebbe in realtà la persona giusta.  Mi auguro vivamente che il mio prossimo archetipo femminino incarnato, la mia prossima "puledra irlandese" sia simpaticamente farouche e coraggiosa, priva di paure. Faremo esperienze divertenti, insieme, se avremo il coraggio di riconoscerci, di parlarci.
 
                            Piero Visani

Il poeta

       La mia dannazione, la mia condanna, è che sono sempre stato un poeta. La poesia mi ha fatto vivere, la poesia mi ha ucciso.
        Ho portato la mia poesia nel mondo, ma nessuno desiderava ascoltarla e così la poesia stessa ha finito per massacrarmi. Ora non so nemmeno dove fuggire e inoltre non amo fuggire. Mi riesce difficilmente sopportabile l'idea di non poter diffondere i miei carmi, ma a chi possono interessare? A chi possono interessare le poesie? A chi possono interessare i poeti? Con chi posso parlare? Non ho a disposizione giochini di vario genere con cui distrarmi o indurmi a non pensare.
        Ho sempre avuto in mente la frase Carmina non dant panem e invero ho costruito la mia vita per sottrarmi almeno in parte a tale pericolo, anche perché io non sono e non intendo essere un poeta in senso stretto, semmai un profondo amante della poesia che c'è nelle cose. In realtà, però, ho scoperto a mie spese che i carmina non danno molte altre cose, oltre il panem, e ora sono qua a interrogarmi su milioni di questioni, a cominciare dal perché i miei quesiti cadano sempre nel vuoto e rimangano tragicamente privi di risposte.
       Ho l'animo trafitto da mille lame, ma vado avanti. Mi imputano tutti i mali del mondo, ma questo è solo dovuto al fatto che - come il bambino della favola - continuo a ripetere, ogni volta che mi capita di incontrarlo, che "il re è nudo". E non smetterò. Sono poeta, sì, ma anche tenace, coraggioso e cocciuto. Se qualcuno si aspetta da me rese e attestazioni di banalità, dovrà attendere fino alla mia morte. E penso che scriverò sempre di più.
 
                     Piero Visani

Cosa resterà?

      Cosa resterà dei miei atti? Cosa resterà dei miei pensieri? Cosa resterà dei miei amori? Probabilmente nulla, ma la sensazione di vuoto che ne deriva non è e non può essere tale da indurmi a pensare di aver sbagliato.
        Ho vissuto situazioni che mi hanno coinvolto nel profondo e nelle quali ho profuso tutto me stesso. L'esito è stato catastrofico, ma io so che rifarei tutto, alla lettera, perché quello che ho fatto è quanto sentivo di fare. E quello che mi piace sottolineare - e mi piace persino sentire - è che più il tempo mi allontana da certi momenti, da certe collere, da certe sofferenze, più mi sento pervaso dal convincimento di essermi comportato nel migliore dei modi possibili, di avere fatto di tutto e di più.
         Si tratta di un sentimento consolatorio, ma - chiariamoci - non nell'accezione classica che viene attribuita al termine: qui non c'è nessuno da consolare, perché io non ho rimpianti, non per quanto riguarda me. Sono stato lucido, presente a me stesso, pieno di sentimenti positivi finché ho avuto la possibilità di esserlo, e li ho estrinsecati nelle forme "sopra le righe" che mi sono proprie. Poi, quando li ho visti e sentiti inutili, quando mi sono in una certa misura sentito ingannato, ho avuto una reazione rabbiosa, ma ora è passata anche quella e, nel poco o nulla che mi resta in mano, mi rimane comunque quella mia capacità di buttarmi, anche e soprattutto senza rete, ma con generosità, con voglia di conoscere, di sperimentare, di fare, di andare oltre. Questa è la parte consolatoria.
        I voli senza rete - si sa - possono finire molto male, ma non ritengo che il mio sia finito così. Sì, ho battuto molto duramente sul terreno, ho subito danni, di cui qualcuno forse permanente, ma quello che mi sta riempiendo giorno dopo giorno di entusiasmo e di sentimenti positivi è che, in tutta questa vicenda, io sono stato vero. E sono sempre andato avanti, senza scappare mai, esattamente come sono solito fare.
       Non ho nulla da rimproverare ad alcuno, perché ciascuno ha fatto le proprie scelte e io ovviamente le rispetto. Non tornerò nemmeno sul tema della sincerità o meno, delle prese in giro o meno. Sarebbe sciocco. Quello che conta davvero è che fossi sincero io, e io sono sempre sincero. Ma è proprio la sincerità che mi ha salvato. Potrei forse rimproverarmi di essere stato sincero? Di essere diventato, grazie a quella mia sincerità, un "tesoro", apertamente apprezzato? Palesemente in grado di suscitare reazioni positive.
       Come potevo immaginarmi che il "tesoro" a un certo punto sarebbe divenuto un "noioso", un "perturbatore"? Non era nei miei intenti. Io non sono cambiato. Se altri sono cambiati, se è mutata la valutazione su di me, va benissimo. Magari non me lo si è spiegato proprio con stile, ma non c'è certo problema. Ho saputo uscire di scena, a modo mio, ovviamente, ma ci sono riuscito.
        Se oggi il mio animo si fa ogni giorno più leggero, anche se le date sul calendario mi fanno correre la mente a momenti non proprio gradevolissimi, è perché ricordo bene sincerità, disponibilità, flessibilità, rispetto, cura e amore presenti nelle mie offerte. Di cosa dovrei pentirmi o rimproverarmi? Che cosa mi può importare essere diventato un catalizzatore di odio e rabbia? Odio di che, rabbia di che? Io sono sempre me stesso, sincero esattamente come prima. Non ho dovuto nemmeno cambiare i miei giudizi, che restano positivi, perché sapevo di gestire una situazione di confine, volevo provare a farlo e, anche se non ci sono riuscito, non sono pentito. Ci ho provato, perché amo le grandi sfide, le missioni impossibili. La mia è fallita, ma la sua bellezza stava proprio nell'elevatissimo livello di difficoltà e nell'assoluta singolarità dell'obiettivo. Se anche mi fossi comportato come Icaro, che volò troppo vicino al Sole, beh, ci sarebbe da essere lusingati, no?
        Ora sono qui, a fare tesoro dei miei errori, ma prontissimo a tornare a volare: l'enorme carica di pathos che mi porto dentro può non piacere, per carità, ma non vorrete mica che la comprima. Si riparte, si riparte! Non mi attengo a norme (da leguleio) e non faccio calcoli (da economista). Attingo solo alla mia voglia di vivere e di sperare. E la speranza è di trovare presto non una missione possibile, ma la più folle, estrema e divertentissima delle missioni impossibili. Non giudico niente dal successo, io, ma solo dalla voglia di rischiare. E la mia voglia di rischiare è formidabile. Le "puledre irlandesi" cui ancora non ho dato la caccia sono avvertite: I'm back!!
 
                                                           Piero Visani

Vivisezione

       Sono solito analizzare al microscopio, al più potente dei microscopi, tutte le situazioni che ho vissuto. Le indago in profondità, le viviseziono.
       C'è chi ritiene che lo faccia per farmi male, per una forma di masochismo, ma non è assolutamente vero. Il mio è piuttosto l'approccio di un militare che, al termine di una fase strategica (o tattica), cerca di comprendere quali errori siano stati commessi, di modo che non si ripresentino più nella successiva.
        La mia attuale scelta di isolamento è dunque una tranquilla scelta di riflessione, di indagini sui modi onde evitare brutali e gratuite mazzate da persone per le quali mi ero speso molto. Avendo intenzione di continuare a spendermi, perché non intendo certo cambiare la mia filosofia di vita, sto riflettendo sulle cautele da adottare.
        Il mio animo però è positivo, perché sono consapevole di essermi comportato nel migliore dei modi possibile. Sono stato la persona più aperta e disponibile del mondo e, se non è bastato, non è certo cosa che io possa imputare a me stesso. Dunque la mia riflessione è essenzialmente una riflessione di salvaguardia, di autotutela, di attenta valutazione delle controparti. E' possibile, infatti, essere portatori della massima apertura e incocciare nella massima chiusura. Occorre dunque essere accorti nell'individuare i modi in cui tale massima chiusura viene mascherata, onde evitare di ripetere errori un po' sciocchi o sgradevoli (tipo prendersi pedate e doverle necessariamente restituire per par condicio).
       A me piace, nelle cose che faccio, tentare di andare fino in fondo. Se non ci riesco, ci rifletto su, analizzo tutto nei minimi particolari e mi appresto a ripartire. Un enorme stimolo mi viene dal fatto che sono sempre chiaro, generoso, adamantino, flessibile. Se questo mio atteggiamento non piace, me ne dolgo, ma non ho alcuna intenzione di mutarlo. Porterò me stesso e la mia "offerta" in altre direzioni. Ma sarò sempre io, con i miei pregi (tanti) e i miei difetti (ma ne ho?): inquieto, troppo rapido, egocentrico, per nulla incline all'onanismo e soprattutto tanto bello, tanto elegante, tanto colto, tanto intelligente. Chiaro che, con la selezionata concorrenza maschile che c'è in giro..., mi rifarò rapidamente.
 
                                         Piero Visani