mercoledì 31 luglio 2013

Midsummer Night's Dream

      In queste lunghe sere d'estate, in cui il sonno tarda ad arrivare (se mai arriva...) e il lavoro urge, la mente si riempie di sensazioni diverse, che vanno dai ricordi, alle riflessioni, ai proponimenti, a tutto quanto attraversa la testa.
      La sensazione più sgradevole, più difficile da accettare, man mano che il tempo passa, è quella delle occasioni perdute, delle esistenze sprecate, delle opportunità buttate via per futili motivi.
      Se ho qualcosa da rimproverare alla vita, nel declinare della mia, è che essa sia una lunga catena di incomprensioni e inganni, dominata da considerazioni di carattere socioculturale che ci impediscono di goderne appieno i frutti. Di fatto, potremmo essere "cavalieri" che sanno gustare, al tempo stesso, la carne, la morte, il diavolo, ma in realtà restiamo immersi nelle repressioni, nelle inibizioni, nelle mille considerazioni di carattere sociale che ci fanno da freno, che ci impediscono di vivere di più, di andare oltre.
      Il fatto è che, trascinando i giorni nelle rinunce - auto od etero-imposte che siano - ci ritroviamo vecchi senza aver goduto che una minima parte di ciò che la vita ci avrebbe potuto offrire. Dovremmo ritrovarci più liberi, e ci ritroviamo invece repressi più che mai e l'incedere del tempo rende più urgente il senso di aver perso molto, se non tutto, e pressante il desiderio di colmare i vuoti esistenziali che ciascuno di noi porta con sé.
       Beato chi non ne ha! Ho sempre amato - e molto! - il carpe diem, ma mi accorgo di averlo amato soprattutto da solo, in un mondo di "ragionieri del corpo e dell'anima" che, in definitiva, mi ha privato di molti piaceri possibili. Piaceri ricercati non per mero edonismo, ma per gusto di esplorare tutte le potenzialità esistenziali, al di là e al di sopra di ogni possibile limite. Nel tentativo di "cavalcare la tigre" e domarla; o di esserne scavalcati e travolti, avendo però vissuto mille vite, mille esperienze e diecimila di quelli che i moralisti chiamano "peccati". Volerne ancora commettere - e molti! - è ciò che mi tiene in vita: la ricerca del piacere.
 
                            Piero Visani

Perché offendersi?

       In tutti i tipi di giochi (personali, collettivi, relazionali, professionali, sportivi, di carte, etc.) esiste un comportamento di fondo ispirato a regole che sono di norma definite di fair play. A proposito di queste ultime, visto che oggi è esattamente un anno che ho chiuso certi giochi, vorrei ricordare quanto segue:
 
- se nessuno mi fosse venuto a cercare, io sarei rimasto per i fatti miei;
- se nessuno mi avesse lasciato degli spiragli aperti, dopo certe mie prese di posizione, io avrei lasciato perdere;
- se questi spiragli non si fossero progressivamente ampliati, almeno fino al marzo 2012, io avrei lasciato perdere;
- se, dopo che avevo capito che il clima era cambiato, mi fosse stato esplicitamente detto di togliermi di torno, io l'avrei fatto. Invece, in qualche brutto caso, si è anche continuato a giocare con me e con la mia disponibilità a mediare...
 
       Con queste premesse, una volta che me ne sono andato, sia pure sbattendo la porta e lanciando qualche impropero, perché offendersi? Forse perché, oltre che portare via me stesso, mi sono portato via anche una società che poi è cresciuta e prosperata? Quella società era mia: avrei dovuto lasciarla in comodato d'uso? O fare il socio di maggioranza e comportarmi al tempo stesso da utile idiota?
       Me ne sono andato e, come capita tutte le volte che uno se ne va, ho portato le mie cose con me. Non le cose altrui, le mie. Dunque perché offendersi? Io non mi sono offeso. Ho fatto la valigia e l'ho riempita delle cose mie. Dovevo lasciare dei regali?
 
                                 Piero Visani
 
        
 
    

martedì 30 luglio 2013

Ardisco non ordisco



       Ci provo sempre, ad ardire, mai ad ordire. L'ultima volta che ci ho provato, ad ardire, sono stato respinto piuttosto duramente. Capisco e non mi lamento. Rammento solo le mie ragioni: volevo "andare oltre". Non era un desiderio condiviso, il mio, dunque giusto respingere il mio ardire. Non era però un desiderio particolarmente iconoclasta. Direi umano. Giusta la rottura, condivido. Meno la damnatio memoriae. Dopo tutto, mi sono comportato da uomo e da maschio. Non da mostro. O uno che è uomo e maschio è contemporaneamente anche un mostro...? Bel quesito, eh?
       Non sono pentito, ci ho provato. Avrei dovuto ordire? Ho preferito ardire. E' andata male? Pazienza. Personalmente ritengo che il mio coraggio avrebbe meritato l'onore delle armi, più che il disprezzo eterno. Ma rispetto ogni scelta.
 
                                Piero Visani

Nel sole

       Il sole picchia, lungo il Po. Dopo il nubifragio di ieri, che ha spazzato via - oltre a molte altre cose, ahinoi! - l'umidità da calura che gravava su Torino, l'intensità dei raggi solari è formidabile.
       Corro un po', da solo, nel silenzio.
       Il percorso lungo le rive del fiume è deserto. C'è un tempo infinito per pensare, e infiniti sarebbero pure gli argomenti.
       Procedo lentamente, senza scatti. Punto a rafforzare le mie doti di fondo, per utilizzarle quando gioco a tennis.
        Questo percorso così dritto è una sorta di metafora esistenziale. Ogni tanto incontro una persona, a piedi o in bicicletta. Perfetti estranei, ma la solitudine è tale per cui ci scappa un cenno del capo, un abbozzo di saluto.
        Ho voglia di solitudine, una straordinaria voglia di solitudine. Vengo da esperienze di vita abominevoli e, anche se per lavoro devo incontrare molta gente, anche se il mio quadro di affetti familiari è solido e rappresenta un punto fermo, non mi sento bene. Il mio animo è squassato da un dolore intenso, frutto di esperienze molto negative, dalle quali mi sto allontanando, giorno dopo giorno, ma con le quali non mi sento a posto.
        Soffro per ciò che ho dovuto subire. Soffro per non aver potuto reagire come avrei voluto. Soffro perché mi sento insoddisfatto. Riesco a chiudere le situazioni, quali che siano, quando sento i conti in pari, e questi non li sento.
         Una domanda mi assilla: chi mi restituirà tutta la vita che ho buttato, tutto l'impegno che ho profuso, tutta l'energia che ho disperso, tutto l'amore che ho dato? Nessuno, lo so bene.
       Mi chiedo che cosa avrebbero fatto altri al posto mio e mi chiedo perché proprio a me è toccato quel destino infame. Io amo le esperienze totali e totalizzanti, e mi è toccata una via di mezzo tra una "morte a credito", un coacervo di rinunce e divieti, e un'esistenza residuale. Non riesco a capacitarmi di aver commesso un errore così enorme. Anzi, per dirla tutta, non sono nemmeno convinto di aver commesso un errore. Diciamo che, a un certo punto, ho alzato il livello del gioco. E' chiaro che non sono stato seguito. Ma non sono per nulla convinto di essere stato l'unico ad avere perso... Non sarei qui a correre, a curare la forma fisica, a mettere il mio intelletto continuamente alla prova, se non fossi convinto che essere uscito da una competizione, invero molto particolare, molto "diversa" (spero di non offendere alcuno usando l'aggettivo "diversa"...), mi abbia fatto perdere il gusto per la sfida e la voglia di buttarmi a capofitto in nuove competizioni, uguali o "diverse" che possano essere... Mi chiamo Piero, dopo tutto, e sono una "peste"...
 
                                                 Piero Visani

Misteri

      Ci sono certe donne che, quando le conosci (non biblicamente, ça va sans dire...), capisci fin da subito che ti voteranno all'astinenza. L'interesse reciproco è forte, evidente: il tuo è a tutto tondo, include tutto, non esclude niente, lascia aperta ogni opzione e, siccome noi sei né uno stupratore né uno stalker, inserisce ogni possibile sviluppo in una linea di condivisione.
       Ma il suo - questo l'interrogativo che comincia ad affliggerti dopo le prime ore che l'hai incontrata - quale tipo di interesse è il suo? Sentimentale? Non parrebbe. Sessuale? Tanto meno... Intellettuale? Esiste un interesse definibile come intellettuale...? Estetico? Ma davvero pensi di essere un uomo così bello...?
        E' allora, che diavolo di interesse è? Semplice curiosità, come se fossi una "bestia rara"? E probabilmente lo sei. Interesse "interessato"? Puoi servirle a qualcosa, in campo professionale, relazionale, umano? Puoi pagarle di tutto e di più? Che altro? E in cambio di che...?
       A me queste donne piacciono. Le trovo divertenti. Mi hanno inferto ferite mica da ridere, ma continuo a trovarle interessanti.
       Il perché è semplice: prima di passare a miglior vita, vorrei riuscire a comprendere che cosa frulla nella mente di almeno una di loro. Vorrei capire se è mero desiderio di prenderti in giro o assoluta follia, interesse privato in atto pubblico o bizzarria estrema, odio e disprezzo per i maschi o imposizione di potere seduttivo talvolta in via di riduzione per ragioni anagrafiche. Oppure tutte queste cose assieme.
       Mi piacerebbe discuterne, fuori da implicazioni di natura sentimental/sessuale, con qualcuna, ovviamente con qualcuna appartenente alla categoria testé descritta. Ho conosciuto e amato un discreto numero di pazze, in vita mia, ma lì c'era coinvolgimento individuale, e tutto è diventato progressivamente più difficile, compreso il capirsi sine ira nec studio.
       Tuttavia - rimanendo nel campo del divertissement intellettuale - c'è qualche soggetto inscrivibile nella categoria di cui sopra disposto a soddisfare le mie curiosità? Sto indagando sulla "follia" femminile, datemi una mano. Cercherò di illustrarvi a mia volta quella maschile, di cui sono un esemplare non indifferente. E' un piacere fatto a un uomo ormai sul viale del tramonto, siate comprensive e (intellettualmente, of course...) "crocerossine". Grazie.
 
                               Piero Visani

lunedì 29 luglio 2013

Avventura a Durango

       "Peperoncini rossi nel sole cocente,
         polvere sul viso e sul cappello,
         io e Maddalena all'occidente,
        abbiamo aperto i nostri occhi oltre il cancello

       Non so perché, ma l'incipit di "Avventura a Durango", versione italiana - opera di Fabrizio De André e Massimo Bubola - di "Romance in Durango", di Bob Dylan, mi è sempre piaciuta moltissimo:

"Hot chili peppers in the blistering sun
Dust on my face and my cape,
Me and Magdalena on the run
I think this time we shall escape"


       Con poche, magistrali pennellate, ci porta nel clima di un Messico di fantasia, dove la vita è avventura e l'avventura è vita (e forse anche morte, ma di quel tipo di morte che dà senso alla vita).
        Non so perché, ma è una canzone che mi è sempre piaciuta, fin da quando uscì, contenuta nell'album "Rimini" (1978). Disegna un'ipotetica avventura, quasi certamente non a lieto fine, in mezzo a toni volutamente sovrarappresentati.
        Non penso di aver mai avuto una vita come quella ritratta in questa canzone, ma la rottura della quotidianità, dell'ordine pseudonaturale delle cose, è comunque un fattore che esercita su di me un'attrazione fortissima. Sono sempre alla ricerca di "Avventure a Durango", letterali o traslate. Non smetto mai di cercarle. La vita che va a sfiorare la morte (latamente intesa, poiché è una morte che si presenta come possibile esito di un grande azzardo) è qualcosa di infinitamente migliore del piatto vegetare quotidiano. Quanto meno, a me piace di più.
 
                                      Piero Visani

I did it for love

      Fare tutto per amore non è soltanto "al di là del bene e del male", come nella nota affermazione nietzscheana, ma è - al tempo stesso - una benedizione e una dannazione. Lo dice uno che fa tutto, per amore/passione.
       E' una dannazione perché espone a rischi tremendi, nel senso che sono molto poche le persone che, a questo mondo, si lasciano guidare dalla passione. I più preferiscono lasciarsi guidare dall'interesse.
       E' una benedizione in quanto consente di portare tutto, ma proprio tutto, con sé. Così, ci possono essere molte delusioni e rimpianti negli sviluppi, ma mai nelle premesse. Le premesse di chi agisce mosso dalla passione sono sempre le migliori e le più giuste.
       Chi agisce in questo modo pensa: "Omnia vincit amor". E allora si butta, si impegna, si getta nella mischia. Fa proprio il famoso principio napoleonico per cui "On s'engage, puis on voit". Purtroppo, gli sviluppi di questa corretta disposizione d'animo non sono, di norma, particolarmente esaltanti, in quanto, appena ci si guarda un po' intorno, ci si accorge che il motore comportamentale di molti altri (non di tutti - è ovvio - non bisogna generalizzare) è semmai l'interesse, non necessariamente l'interesse materiale, anche quello personale o sentimentale, oppure la paura, il timore di affrontare rischi, di percorrere territori inesplorati, di lanciarsi senza rete, di fare i conti con le proprie remore inconsce. Capita così di partire per avventure che formalmente appaiono assolutamente eccitanti e ritrovarsi, dopo un po', in perfetta solitudine, costretti tristemente a constatare che i propri entusiasmi sono poco o punto condivisi e che subentrano i calcoletti, gli interessucci, i mezzucci, i comportamenti strumentali, le paure, le ritrosie, l'inclinazione a gettare le pietra e togliere la mano.
       Sono tutte delusioni, anche gravi, che ti lasciano un po' deluso, un po' più triste, ma mai pentito. Dal momento che hai fatto e fai tutto per amore, ti ricuci stoicamente la ferita e riparti. Puoi ricominciare già domani, anzi già oggi. Dovunque tu veda vita, non morte o repressione o rinuncia. Gusto per la sfida, per andare - sempre e comunque - oltre.
 
                                      Piero Visani

domenica 28 luglio 2013

Come i gatti

       Come i gatti, ho molte vite e le vivo contemporaneamente e in parallelo. Mi uccidono in una e io sopravvivo in un'altra e in un'altra ancora decido di imbarcarmi in qualche nuova avventura. Sono uno e trino, e prego chi di voi è cristiano di non considerarmi blasfemo. Molto più semplicemente, conduco esistenze parallele, che talvolta convergono e talvolta no.
       A livello personale, trascino con me una vecchia ferita che tarda a rimarginarsi; a livello professionale sono in mille faccende affaccendato; a tutti i livelli mantengo un occhio vivo e curioso sul mondo, sempre attento a conoscere nuove persone, a fare nuove esperienze, a cercare di "vivere di più" in tutti i campi e in tutti i sensi.
        Velocità, sincerità, pervasività, passionalità sono elementi che connotano quotidianamente il mio agire. Non mi sottraggo a nulla, non rinuncio a nulla, non mi accontento di residui di qualsiasi genere. Voglio sempre tutto e di più.
         Mi capita spesso di imbattermi in persone che mi chiedono di fermarmi, che cercano di impormi le loro regole, i loro ALT, le loro frustrazioni e inibizioni. Non accetto le loro richieste e, se non posso andare fino in fondo, mi allontano di mia spontanea volontà. Non intendo vivere una "vita a credito". Non l'ho mai fatto né mai lo farò. Ho rotto rapporti cui tenevo moltissimo semplicemente perché si voleva che questi rapporti fossero sottoposti a regole. Non accetto regole: donne che volevano essere solo amiche, soci che mi volevano come partner a sovranità limitata, un universo di soggetti che accettava, nella migliore delle ipotesi, "pezzi di me", non me. Sfortunatamente per loro, io sono un soggetto a tutto tondo, animato per di più da una visione olistica dell'esistenza. Se non posso essere tutto, scelgo deliberatamente di essere niente. Non mi presto a "saldi", a vendite di fine stagione, a essere quello che vogliono gli altri. Quando si vuole che io sia qualcosa, e non tutto, scelgo io - con estrema tranquillità - di essere niente. Non intendo partecipare a nessun gioco di cui non abbia contribuito a definire le regole.
       Ho raccolto molta ostilità, comportandomi in questa maniera. Ma non mi premeva di essere simpatico o accettato nei "salotti buoni". Mi premeva di non essere banale. Ho conosciuto tutte le pattumiere del mondo, ma nessuno può dire di avermi mai esibito come un soprammobile. Sono un soggetto a rischio, un partner ideale per chi abbia voglia di rischiare, di sperimentare, di "andare oltre"... Oltre la banalità, oltre le regole, oltre il perbenismo.
 
                          Piero Visani

Voltare pagina

      Per una serie di questioni legate al calendario, ricevo da alcuni cari amici pressanti inviti a "voltare pagina". Li tranquillizzo: l'ho voltata da tempo e mi sto dedicando soprattutto a me stesso, alle letture, alle nuove amicizie, ai nuovi incontri.
       Non posso però rinunciare alla mia concezione olistica dell'esistenza. Dovunque io vada, qualunque cosa io faccia, porto sempre con me la mia valigia esistenziale, e non vedo perché non dovrei fare così. E' una valigia piena di buchi, con qualche dolore di troppo, ma è la mia e non vedo perché rinunciarvi. Se volete, la si potrebbe definire la "valigia delle mie ingenuità", e delle ferite che ne sono conseguite e, anche se qualcuno penserà che io sia masochista, in realtà ne vado terribilmente fiero. Passo sempre attraverso le vicende esistenziali, non sopra le medesime, e anche se tutto questo ha comportato costi tremendi, non ho alcuna intenzione di cambiare. Sono pieno di difetti, ma falso e utilitarista non lo sarò mai. Sono piccoli lussi che amo concedermi, pagandone ovviamente il conto, spesso a caro prezzo...
 
                               Piero Visani

Il tempo "medico"

     Si dice che il tempo lenisca ogni tipo di ferita e certamente è vero. Si dice altresì che certe ferite si rimarginino più facilmente di altre. Sulle mie, non ho opinioni, nel senso che, a tutt'oggi, il tempo sta facendo i suoi effetti. Così, comincio a credere di essermi sognato tutto: luoghi, persone, situazioni, mail, telefonate. Tutto. E' vero che conservo documentazione di ogni cosa, ma quante dimensioni esistono, nella vita umana? E se avessi condotto un'esistenza parallela? E se avessi avuto a che fare non con una persona reale, ma virtuale?
       In verità, ne sono sempre più convinto, e questo in fondo mi favorisce. Sono convinto di aver condotto un'esperienza extrasensoriale. Non mi sentirei infatti di definire altrimenti un'esperienza in cui da un dialogo fitto si è passati, molto in breve, a un silenzio totale, totale e tombale.
       Ne ho preso atto e ormai sono convinto di aver sognato. Beh, a parte la conclusione, non è stato un brutto sogno, anzi... La cosa che mi rende maggiormente felice, ora, è che, sbalzato con una certa malagrazia fuori dal sogno stesso, non per questo ho perso la mia voglia di sognare. I sognatori vogliono sognare, sempre, e anche se i loro sogni talvolta si trasformano in incubi, io non ho nulla da recriminare. Sono stato vero, non rinnego niente, potrei rifare tutto, anzi lo rifarei esattamente uguale a come l'ho fatto. Segno che ero sincero, che ero me stesso, che non stavo prendendo in giro alcuno, che non tessevo piccoli o grandi inganni. E infatti, a cose fatte, non ho avuto alcun bisogno di fuggire, proprio perché non avevo nulla da nascondere, io. La mia coscienza era ed è totalmente adamantina. Siccome non nutro rancori, auguro ad altri di poter dire lo stesso...
 
                              Piero Visani

sabato 27 luglio 2013

La cartina di tornasole

       L'amicizia è una cosa seria, molto seria, e in effetti sono solito definire "amici" quelli che lo sono davvero, mentre le persone che conosco, ma con cui non ho un rapporto personale piuttosto stretto, preferisco definirle "conoscenti".
       Quando una persona è mia amica, non è un "amico di Facebook". Non perché non si possa essere amici su FB, ma perché l'amicizia vera richiede conoscenza personale, comuni frequentazioni, spesso una convergente visione del mondo. Non a caso, quando si è amici, lo si è per sempre. Intendiamoci, può benissimo capitare di litigare con un amico, anche di non parlarsi o non vedersi più per una maggiore o minore quantità di tempo, ma, se era un amico vero, prima o poi ci si incontrerà e non ci sarà nemmeno bisogno di fare la pace. Sarà un gesto spontaneo corrersi incontro e abbracciarsi.
       Lo sto scoprendo in questi giorni, con estrema soddisfazione, su Facebook, e noto che tutte le persone di cui sono stato e sono amico hanno una parola buona per me, un gesto carino, una evidente gioia di incontrarmi nuovamente dopo tanto tempo. E hanno anche voglia di incontrarmi di persona, non solo in rete.
       Non posso astenermi dal mettere a confronto questi comportamenti, così spontanei e veri, con certe dichiarazioni di amicizia destinate a trasformarsi in odio imperituro alla prima controversia, al primo litigio serio. Ovvio che, da parte mia, non c'è alcuna contrarietà per le decisioni che sono state prese a mio carico, ma quale enorme differenza con chi mi è amico sempre, e da sempre. .Possono esserci state differenze anche gravi, con alcuni, ma l'amicizia è stata più forte delle medesime. Quella è amicizia vera. Sarebbe interessante invece capire come si possano definire quelle amicizie "uniche e complici" che diventano, senza che nemmeno uno ne comprenda bene i motivi, "inimicizie assolute", e unilaterali... La mia ipotesi è che non fossero amicizie così vere, così uniche, meno che mai così complici... Mi sbaglio...?
 
                               Piero Visani

Restructura

      Sto conducendo un'opera di ristrutturazione interiore, intesa ad affrancarmi da dolori passati e a riportarmi maggiormente sul presente. Qualcuno mi ha scritto che starei voltando pagina, ma - mi spiace dirlo - non è assolutamente così. Il libro della mia vita è un volume singolo, non un'enciclopedia e, in quanto tale, ci sta dentro tutto, nel bene come nel male.
       Inoltre - e questo ritengo sia di fondamentale importanza - io non credo a una netta distinzione tra cose buone e cose cattive. Per me è eccessivamente manichea. Credo piuttosto al fatto che spesso non ci capisca in maniera totale, incredibile, e che ciò inneschi reazioni a catena.
       In realtà, la mia vita continua e, siccome sono fin troppo abituato a costruir su macerie, lo faccio sempre con una certa lena. Avrei molte cose da dire, a proposito di tale ricostruzione, ma per il momento preferisco essere un po' misterioso. Non per scaramanzia, ma perché credo sia giusto che delinei un mio nuovo posizionamento: sicuro, fermo, più che mai convinto delle proprie scelte, più che mai pronto a imboccare nuove strade. Le sto aprendo, una dopo l'altra, e sono lieto di riuscire a farlo. Nutro una grande fiducia in me, come sempre, e vado avanti con forte determinazione.
 
                      Piero Visani 

venerdì 26 luglio 2013

Chi mi vuole bene

      Tramite Facebook ho rispolverato vecchie amicizie, magari lasciate colpevolmente decadere, ma vere, sincere, quasi sempre (ma non sempre) dettate da comune militanza politica. Nessun reducismo, però, ma il piacere di ritrovarsi, tra persone che si stimavano e si stimano, magari a distanza di decenni, e che non hanno smarrito una goccia del loro idem sentire. Basta poco per farlo rifiorire.
       Siamo stati una comunità, non priva di difetti, ma una comunità. I nostri cuori hanno battutto all'unisono, per momenti più o meno lunghi e, nel momento in cui lo abbiamo fatto, evidentemente si sono stabiliti tra noi sentimenti che il tempo non ha scalfito.
       Ci siamo voluti bene, a modo nostro, e quel bene emerge senza difficoltà, quando ci reincontriamo.
        Sono naturalmente portato, in queste sere d'estate in cui il lavoro fortunatamente ferve e impegna molte delle mie energie, a tracciare un paragone tra questa dimostrazione di affetto e certe mie sgradevolissime esperienze di qualche tempo fa. E' evidente la discriminante che le separa: il bene che questi vecchi amici danno prova di volermi è vero, non posticcio, o utilitaristico od episodico. E, in quanto affetto vero, ha retto, nella maggior parte dei casi, alla prova del tempo.
        Ho un enorme bisogno di persone vere, di verità. Le menzogne, le prese in giro mi hanno segnato nel profondo. Certo, mi sono ripreso, ma che tristezza, quanta vita sprecata per niente! Quanto inutile soffrire! Senza neppure la certezza di aver almeno pareggiato i conti.
 
                                    Piero Visani

giovedì 25 luglio 2013

Facebook - 2

       Esordire su Facebook, dopo tanto tempo che non lo frequentavo, è stato piuttosto divertente, specie sotto il profilo umano, in quanto sono saltati fuori dalle nebbie della storia e del tempo amici che credevo perduti e che hanno ritrovato di colpo concretezza, profilo, sostanza.
        Sarei bugiardo a dire che non ne ho tratto grande alimento a livello spirituale, perché di fatto mi sono ritrovato all'interno di una grande comunità umana che credevo perduta e che invece esiste ancora, è viva, vitale, combattiva, convinta.
        I miei problemi personali hanno trovato per un momento rimedio e pace, e il fatto che alcuni dei miei primi interventi abbano avuto parecchio successo mi ha divertito, oltre ad avere gratificato il mio orgoglio. Mi sono sentito non dico amato, ma apprezzato, stimato, e questo mi ha confermato nel convincimento che le comunità umane valgono infinitamente di più di qualsiasi società. Dalle comunità puoi uscire, come in fondo ho fatto io per tanto tempo, ma, se ne sei stato membro e non ti sei coperto di disonore, puoi sempre ritornare in seno ad essa accolto come un fratello. Si percepisce nitidamente la fraternità di spirito, il cameratismo, il comune vincolo a determinati valori.
       Il mio animo vuoto e svuotato si è riempito dei miei valori di sempre, e ringrazio tutti coloro che mi hanno accolto a braccia aperte. A livello di stimolazione intellettuale, cercherò da oggi di fare la mia piccola parte, per amore di un mondo che è e resta il mio.
 
                          Piero Visani

Teseo Tesei

     Esattamente 72 anni fa, il 26 luglio 1941, una delle figure più limpide dell'Italia moderna, il maggiore del Genio Navale Teseo Tesei, uno degli inventori dei siluri a lenta corsa, i cosiddetti "maiali" che tanto illustrarono le sorti della Regia Marina nel corso del secondo conflitto mondiale, trovava la morte all'ingresso del porto di La Valletta, a Malta, che stava cercando di forzare insieme ad altri eroici compagni.
      In quest'Italia immemore, priva non solo di un passato, ma anche e soprattutto di un futuro, è per me un obbligo d'onore ricordare questa splendida figura di soldato, un uomo di tale elevata tensione morale da renderlo capace di scrivere:  "Se affonderemo qualche nave, oppure no, non ha importanza, quel che importa è che noi si sia capaci di saltare in aria col nostro apparecchio sotto gli occhi del nemico: avremo così indicato, ai nostri figli e alle future generazioni, a prezzo di quali sacrifici si serva il proprio ideale e per quali vie si pervenga al successo”. E, per non rendere le sue parole vuota retorica, passò senza soluzione di continuità dalla teoria alla prassi, guadagnandosi la medaglia d'oro al valor militare.
      E' tristissimo pensare che questo Paese, che ha dato origine, oltre a Tesei, a figure come Luigi Durand de la Penne, Gino Birindelli, Elios Toschi, abbia visto defraudato il suo impegno per la vittoria dai tradimenti obbrobriosi dei vertici della Marina (non credo di dover ricordare che, ad ostilità appena cessate, l'ammiraglio Franco Maugeri, capo dei servizi di informazione della Regia Marina, venne fregiato (si fa per dire...) di una alta onorificenza alleata, per i servizi resi. Caso crediamo unico nella storia di riconoscimento pubblico di un tradimento...!!!).
       Siccome la nostra storia nazionale è piena di Maugeri, consentitemi di ricordare per una sera un fulgido eroe come Teseo Tesei, di cui si dovrebbe parlare pubblicamente - e spesso - nelle scuole. Con esempi del genere, posso garantire che le nostre generazioni crescerebbero migliori, poiché la gioventù si alimenta di ideale, non di tradimenti e meschinità.
 
                                  Piero Visani

Buon compleanno!

       E' mia abitudine, quando compio gli anni, regalare ad amici e conoscenti una canzone, che rappresenti il mio stato d'animo del momento. L'anno scorso, quando peraltro il mio blog non esisteva ancora, toccò a La ricostruzione del Mocambo, di Paolo Conte. Musica e testo hanno profondi significati, se li si capisce e si ha voglia di capirli. Ma temo che l'esegesi di musica e testo sia un mio hobby personalissimo, assai poco diffuso e condiviso...
       Quest'anno ho deciso di regalare For no one, dei Beatles, che, rispetto a La ricostruzione del Mocambo, dove la situazione era "disperata, ma non seria", registra il fatto che ogni residua speranza viene virilmente messa da parte. A me capita spesso di cadere in inganni, dunque è tutta colpa mia. Ma questo succede non per ingenuità, bensì perché spero sempre di poter dire: "Ma allora è vero! Allons Enfants!". Purtroppo, come nell'omonimo film dei Taviani, in genere arriva la fucilata. Tuttavia, io amo mostrare il petto, in assoluta sincerità, e, se mi sparano, va bene lo stesso. C'è tutta una mitologia, sui "leoni morti", c'è anche un bellissimo monumento a Lucerna, e a me va bene, va bene così.
 
        Piero Visani
 
 
 
 
      

mercoledì 24 luglio 2013

Cosmopolis

       Non avevo ancora avuto occasione di vedere Cosmopolis, di David Cronenberg, e ieri sera ho potuto colmare questa lacuna. Tratto dal romanzo di Don DeLillo, il film mi è piaciuto molto.
       Opera difficile, complessa, claustrofobica e verbosa, è suscettibile di varie chiavi di lettura. I riferimenti alla crisi finale del capitalismo, quella stessa crisi che ci sta distruggendo, sono fin troppo chiari e scoperti per non poter essere individuati e rappresentano ovviamente il filo conduttore del film.
        A mio giudizio, tuttavia, c'è anche molto di più; c'è una forma di tanatofobia (l'ossessione del protagonista per le sue condizioni cliniche, sottoposte a tale proposito a verifica quotidiana) che si trasforma progressivamente in tanatofilia, assumendo le medesime caratteristiche ossessive e sviluppando una singolarità negativa che sento particolarmente mia. La frase "Anche quando ti autodistruggi, tu vuoi fallire di più, perdere di più, morire più degli altri, puzzare più degli altri", avrei voluto scriverla io, mille volte io. C'è, in essa, un senso di morte che devasta tutto e che tuttavia è intriso di un formidabile élan nichilista che fa di quella morte vita, che la riempie di contenuti estetici, che la rende addirittura un estetismo. Che la trasforma in un'opzione per una vita nuova e diversa, che ci invita a distruggere tutto, a fare tabula rasa di tutto, per avere una chance per poter infine rinascere. Dunque la morte non come fine, ma come finalità creativa...
       Emerge chiaramente, dall'opera cronenberghiana, la condanna totale del cybercapitalismo e delle sue logiche, e dunque l'opera stessa è anche un apologo della tragedia epocale in cui siamo immersi. Di quest'ultimo, la filologica fedeltà della sceneggiatura al testo del libro di DeLillo fornisce un approccio che taluni critici hanno ritenuto eccessivamente verboso, ma che a me pare fondamentale per valorizzare la potenza della parola, a fini esplicativi. Attraverso la parola - se se ne sanno discernere i significati - si può ancora pervenire a comprendere le cose, anche se oggi questo fondamentale potenzialità è spesso negata (non a caso...). Per non parlare del fatto che, non meno delle immagini, la parola è enormemente evocatrice e, seppur priva di analogo potenziale empatico, consente tuttavia di raggiungere ben superiori livelli di comprensione. Che sono proprio quelli che più ci mancano, attualmente...

                             Piero Visani

     

martedì 23 luglio 2013

Lost Highway

       Capita, più spesso di quanto non si creda, di imboccare un'autostrada che ci pare abituale e conosciuta, per tante volte che l'abbiamo percorsa, ed accorgersi che essa si trasforma, chilometro dopo chilometro, in una Lost Highway, nella strada dei nostri ricordi, nel mentre, sui binari della ferrovia che la fiancheggiano per lunghi tratti, "il treno dei desideri, nei miei pensieri all'incontrario va",  per citare il buon Paolo Conte.
       Il più delle volte ciò accade quando si guida in perfetta solitudine e, dopo un po', neppure ci accorgiamo più se siamo su una strada o se siamo entrati direttamente in un'altra dimensione, quella dimensione, talvolta amara e talvolta consolante, che è frutto del dipanarsi del nostro flusso di pensieri e che, di fatto, trasforma la strada lunga e generalmente rettilinea che stiamo percorrendo in un campo di aviazione, dove la nostra mente come per incanto mette le ali e decolla, in volo verso orizzonti lontanissimi. Quando abbiamo più coraggio, quando ci scopriamo meno paurosi e tellurici, talvolta è proprio la nostra auto a decollare e così riusciamo a trovare, nella "fatal quiete", un possibile rimedio alle angosce che ci squartano.
       Se le due testé citate sono esperienze di silenzio, esiste poi una terza esperienza, anch'essa pluridimensionale, che ci può trascinare ad altri livelli, ed è quella del dialogo. Può infatti accadere che abbiamo un compagno/a di viaggio e che costui sia una persona gradevole, dialettica, simpatica, aperta. Così, con il fluire dei chilometri, le barriere reciproche si abbassano, si scoprono argomenti di comune interesse, si comincia a raccontare e a raccontarsi, il dialogo si infittisce e le rispettive esperienze di vita diventano un metro di misura delle rispettive esistenze, del loro coacervo di gioie e dolori.
      E' quanto mi è successo oggi, nel corso di un lungo viaggio con una persona intelligente e gradevole, con cui non è stato difficile stabilire dei punti di contatto, delle esperienze di vita analoghe, fino a sviluppare dei racconti convergenti.
       In situazioni del genere è facile - se ve ne sono - che emergano le ferite, grandi o piccole, che ciascuno di noi porta dentro di sé e non è raro, quando i protagonisti della conversazione sono due uomini, che si finisca per parlare di donne e delle gioie - poche, pochissime - che esse possono darci e dei dolori - infiniti - che sanno procurarci.
        Circolano luoghi comuni terribili su come gli uomini affronterebbero l'argomento donne, ma sono lontanissimi dal vero e servono a coprire il 5% del totale della conversazione, quello che definirei di tipo sessual-anatomico. Il restante 95% è una storia di dolori infiniti, di portafogli svuotati (e di questo ad alcuni di noi importerebbe anche relativamente poco), di prese in giro macroscopiche, di turlupinature umane e sentimentali, di infingimenti, di ricatti, di "mondi lontanissimi". E ci scopriamo, noi stupidi maschi cui vengono addossate tutte le colpe del mondo, a chiederci che cosa ancora ci spinge, al di là di una pulsione sessuale fortunatamente in via di ridimensionamento, ad interessarci di un universo che ci è così tanto estraneo, ostile, programmaticamente precluso.
       Non abbiamo risposte, visto che ciascuno di noi è più che altro impegnato a lenire le proprie ferite e in genere, prima che la nostra conversazione approdi a qualcosa, finisce fortunatamente l'autostrada. Tuttavia, le rare volte in cui un abbozzo di risposta tenta di emergere, l'interrogativo è quasi sempre il medesimo: forse avremmo fatto meglio a nascere gay, così avremmo risolto inter nos i nostri problemi e, al tempo stesso, saremmo risultati estremamente graditi all'altro sesso, che avrebbe potuto ignorarci in via definitiva, come peraltro ha cominciato a fare da tempo.
       Sono constatazioni che sono frutto - è vero - di vicende personali, ma il dato inquietante è che tutte queste vicende personali si somigliano, sono incredibilmente simili e riguardano tutti quei maschi che non hanno ancora rinunciato alla loro sessualità, e che, a differenza di molti altri, non sono diventati simili al protagonista dello spot di Viakal, quello che si intende soprattutto di detersivi per lavabi, e ne insegna l'uso a due coetanee...! Tipico maschione del nuovo millennio!!
        Siamo consapevoli - come "ultimi maschi" - del fatto che ci si vuole perfettamente eunuchi e che l'intento che presiede a questo disegno non è sociale o culturale, ma lucidamente politico e mira alla devirilizzazione di una cultura e di un mondo. Ma nessuno(a) si faccia illusioni: proprio in quanto "ultimi maschi" e dunque "ultimi guerrieri", sapremo uscire di scena come si confà alla nostra natura. E questo, nel mentre l'autostrada finisce, ci riempie di gioia il cuore: a volte, quella che potrebbe apparire una Lost Highway finisce per portarci in una giusta direzione, per farci capire quello che siamo: Lost Soldiers. Ma ritroveremo la strada, anche perché la strada dell'onore non è difficile, da ritrovare, se uno ha gli attributi per farlo...
 
                           Piero Visani

lunedì 22 luglio 2013

In ballo

      Passo dopo passo, sto entrando in gioco. Molto prudente, molto attento a leggere i messaggi e sopratutto i segnali che mi vengono dalla mia interlocutrice. Siamo già andati fino in fondo, questo sì, ma il problema in questo caso sono io.
      Dopo essere "passati attraverso", ora sarebbe tempo di "andare oltre", ma preferisco essere estremamente prudente. Il dialogo è al momento tutto via mail. Avremmo potuto accelerare, dopo il nostro primo incontro, ma occorre che io capisca se è stata una classica one night stand o qualcosa di diverso. E, nella seconda ipotesi, a che cosa prelude...
       Ho una grande paura di soffrire. Il sesso non fa soffrire. Il coinvolgimento umano, intellettuale, spirituale, empatico, fa soffrire, e molto. Porto ancora addosso i segni della mia disgraziatissima esperienza precedente, e non vorrei in alcun modo ripeterla. Un rapporto sessuale chiarisce certi aspetti, ma ne complica altri. Dove andare, e come? I nostri corpi si sono conosciuti, ma le nostre anime?
       Vorrei capire con che tipo di donna sto interloquendo. So di lei alcune cose essenziali, ma troppo poco altro. Se storia di sesso deve essere, che sia, ma tale rimanga, per quanto volte lo si voglia fare. Ma, se deve essere altro, il dubbio che mi assale è che io sia pronto. La misoginia in questo momento mi divora, come credo capiti a tuttti coloro che sono stati feriti nel profondo da una donna. Una ferita, per quanto grave, si sopporta. Ma due, riuscirei a reggerne due?
        Non credo proprio, e questo mi rende prudente e incredibilmente diffidente. Questa persona mi scrive, è gentile, tenera. Ma - mi chiedo - che cosa vuole da me? Mi vuole ferire? Odia gli uomini e ha scelto anche lei me come bersaglio? E perché proprio me? Che io sia diventato l'obiettivo di tutte le donne che ce l'hanno a morte con i maschi?
       Cerco di essere dialettico, sereno, gentile, ma devo superare le mie remore. La situazione, in apparenza, è esattamente inversa alla mia esperienza precedente, nel senso che siamo stati tutto subito. Tuttavia mi chiedo: il sesso è tutto? So bene che non è così, ma lo sapevo anche prima e non sono certo finito in mezzo ai rifiuti perché cercavo sesso, tanto più che non lo cercavo.
      Quello che mi frena è evidente: se sviluppo una forma di empatia con una donna, ambirei che andasse oltre a bizzarrie, cambiamenti repentini di umore, alti e bassi della considerazione nei miei riguardi. Non vorre trasformarmi, nel giro di poco tempo, da "santo laico" a "criminale di guerra", da "amico impagabile" a persona cui si rifiuta il benché minimo dialogo.
        La voglia di lanciarmi in un volo senza rete c'è, come sempre, ma sono un paracadutista ferito, un uomo che non vorrebbe in alcun modo ripetere un'esperienza orribile.
        Di conseguenza, mi affido alle mie capacità dialettiche, alla mia voglia di introspezione, alle mie curiosità. Forse la cosa migliore sarebbe che le raccontassi tutto, per farle capire il mio piccolo dramma, ma ci vuole grande fiducia nell'altro per raccontare un insieme di sensazioni così private. E allora navigo a vista, facendomi trasportare dall'istinto. Non è mai stata una delle mie doti principali, l'istinto, ma sono sorretto dal mio amore per il rischio e dalla constatazione che difficilmente ripeterò un'esperienza così abominevole come la precedente. Devo sperare nella buona sorte. E' quello che sto facendo. E poi io amo azzardare, buttare il cuore oltre l'ostacolo...
 
                          Piero Visani

Orgoglio

      Nel mentre il tempo passa e mi trascina sempre più lontano, nel mentre le ferite che mi lacerano dovrebbero rimarginarsi, di una sola cosa, che sottopongo ad attenta riflessione quotidiana, sono contento: del fatto di essermi comportato bene. Avrei avuto mille ragioni per cedere, un po' di voglia di farlo, magari la vaga speranza che, dando tempo al tempo, la mia situazione avrebbe forse potuto migliorare. Ma ero stato solleticato nell'orgoglio, ero stato attaccato frontalmente, trattato come una pezza da piedi (così come sarò trattato anche dopo). Dunque non mi restava che rompere, e ho rotto.
       Il fatto di essere stato all'altezza dell'idea che ho di me è quello che mi ha portato fin qui, è quello che mi nutre quotidianamente, che mi dà alimento. In fondo, esaurita ogni forma di rancore, penso di essere stato messo alla prova - non dalle persone, ovviamente, ma dalle circostanze - e di esserne uscito alla grande. In verità, avrebbe potuto essere il mio personale 8 settembre. Invece, così non è stato.
      Mi è costato parecchio, il tutto, a livello personale, ma, tra i tanti conti passivi - dall'impegno profuso all'energia dispersa - uno è almeno attivo, attivissimo, positivo al punto da rendermi ferocemente orgoglioso di me: ho difeso il mio onore. Ogni volta che ci penso - e lo faccio tutti i giorni - mi sento incredibilmente soddisfatto. Mediazioni a perdere, patti leonini, morti a credito, contratti ricchi di clausole vessatorie. Nulla di tutto questo. Una virile uscita di scena, da dannato, quale sono sempre stato abituato ad essere. Se vi sembra un bilancio poco positivo, quello che posso dirvi è che sono "i domani che cantano" che ho sempre conosciuto. Se non vi entusiasmano, chiedetevi per una volta se entusiasmano me...
 
                             Piero Visani

La lista dei "cattivi"

      Ad un certo punto della mia vita, forse per il mio gusto per la provocazione, forse perché mi ci trovavo bene, forse perché mi è sempre piaciuto andare a "sfruculiare" un po' tutti, sono finito nella "lista dei cattivi". Non l'avessi mai fatto, non ne sono più uscito!
      Si dice che io abbia l'aria "perbene", ma purtroppo tale non sono. Pare che io - quanto meno per le anime borghesi - sia alquanto "per male", affezionato come sono alla carne, alla morte, al diavolo.
      I "salotti" hanno decretato la mia fine e oggi non saprei dire se sono un uomo stimato o disprezzato. Probabilmente tutte e due le cose assieme, il che è un caso di sincretismo mica da ridere...
      Oggi mi resta un grande vitalismo, una voglia di vita feroce, il che, per chi è cresciuto in un Paese cattolico, è un vero "miracolo" (bello no, invertire le concettualità altrui...?).
      Mi hanno voluto morto in tanti, ma sono vivo, vivissimo. Ho traversato cassonetti, discariche, inceneritori e altri centri di smaltimento rifiuti, ma sono sempre qui, piuttosto contento di quello che ho fatto. Ho subito qualche robusto tentativo di presa in giro, ma anche in questo caso sono ancora qui. Intero, non residuo come mi avrebbero voluto. E olistico, nella mia visione del mondo, senza essermi dovuto chinare a raccogliere qualche pezzo di vita graziosamente octroyée.
       Io faccio spesso errori, nei miei comportamenti, ma non credo davvero di essere l'unico a farli. Trattato un po' meglio, magari mi sarei comportato meglio anch'io. E in ogni caso mi rende lieve l'animo sapere che non sono stato certamente io a dare il via alle ostilità. Non essendo pacifista, so bene che cosa sono le guerre... E infatti non attacco mai. Mi limito a reagire.
 
                           Piero Visani
 
                                  

Appuntamento con la Storia

       Con mano ferma e maggiore determinazione che in passato, Shinzo Abe sta riportando il Giappone verso l'unico appuntamento che conti, nella vita di un popolo, quello con la Storia. Catastroficamente sconfitto nella seconda guerra mondiale e sottoposto a un processo di "lavaggio del cervello" che ha pesantemente inquinato - americanizzandole - le nuove generazioni, il Giappone pare deciso ad avviarsi, lentamente ma inesorabilmente, verso la fine di un "passato che non vuole passare", per ritornare ad essere quella grande nazione che è sempre stata e che è nel suo destino storico tornare ad essere.
        Certo, la politica economica del governo Abe, così diversa dalle "morti per fiscalità" tanto diffuse - e gradite (a chi...?) - in Europa ha consentito alla sua leadership di raccogliere vasti consensi e consolidarsi, ma quello che conta è tutt'altro, è la sua consapevolezza che la sovranità nazionale non è una vuota parola, ma è frutto di indipendenza politica, economica e militare. Nessun ambito geopolitico può permettersi - se intende vivere e prosperare - di essere, come l'Europa, "un gigante economico, un nano politico e un verme militare". Nessuna delle tre componenti testé citate può essere trascurata e, per di più, l'Europa non può neppure più essere definita un gigante economico, poiché giorno dopo giorno lo è un po' meno.
        Shinzo Abe sta guidando con mano ferma il Giappone in quella direzione di sovranità che è l'unica che possa garantire un futuro a una Nazione e a un popolo. Noi europei, purtroppo, non abbiamo tale fortuna, in quanto le nostre classi dirigenti sono infeudate ai grandi potentati finanziari internazionali e agli USA, e ci prospettano solo un futuro di orrenda servitù, di sostanziale schiavitù, di povertà totale. Ma il Giappone ci insegna che alternative sono ancora possibili, a condizione di avere classi dirigenti autonome e nazionali. E soprattutto ricordando - a differenza di quello che cercano di farci credere quotidianamente qui - che gli appuntamenti con la Storia sono anche appuntamenti con la vita. Le "assenze", le "vacanze" dalla Storia, quelle sono la morte, la morte di un continente. Non viceversa.
 
                               Piero Visani

Il perturbatore

      Ci fu un momento in cui, in una mia vita precedente, il mio tentativo di modificare una situazione statica per cercare di farla diventare dinamica mi attirò addosso l'accusa di "perturbatore". Sul piano pratico, l'essere bollato con quell'aggettivo mi fece chiaramente comprendere che era stato imboccato un piano inclinato e che, senza mutamenti radicali, presto sarei dovuto uscire di scena, come in effetti puntualmente avvenne.
      Sul piano teorico, tuttavia, ricordo che quell'aggettivo mi piacque particolarmente, perché, se sul piano di quella relazione segnava la mia fine, al tempo stesso forniva un'eloquente descrizione della mia natura.
       Si, in effetti sono un perturbatore e, dovunque io vada, amo "provocare crisi", vale a dire creare situazioni che non si ripetano immutabilmente uguali a loro stesse, ma - se possibile - si modifichino.
       Nel caso di specie, per assoluta indisponibilità della controparte non sono riuscito a modificare in positivo la relazione, ma almento l'ho fatta uscire dal limbo. Eravamo due persone in avvicinamento, ma quale tipo di avvicinamento, e perché? Un avvicinamento "a sovranità limitata", un patto di cui una sola parte stabiliva le regole? Tutto stava diventando ridicolo e penoso.
        La mia capacità di "perturbare" ha avuto il merito di far uscire una situazione dalla situazione di stallo in cui era precipitata. Non avrei potuto continuare a vivere una vita in cui mi si diceva ogni giorno che cosa avrei dovuto fare, e perché. Perturbando, ho creato le premesse per distruggere tutto e fare chiarezza.
        Come tutti gli equivoci, si è sfasciato rapidamente. Mi si era detto che, con una soluzione anodina, saremmo passati oltre i tradizionali limiti del rapporto maschile/femminile. Ma non è stato assolutamente così. Non essendo mai andati oltre, ci siamo fermati prima. Il risultato non è stato un rapporto più maturo e responsabile. E' stato l'addensarsi di un carico di ostilità reciproca che non è mai più sfumato, anzi è esploso.
         Lo ammetto: sono un perturbatore. Amo perturbare. Voglio creare nuove situazioni. E ci sono riuscito. Non sarei mai e poi mai rimasto nell'equivoco. Ci ero rimasto anche troppo. Ora sono un "dannato della terra" - è vero - ma per me è mille volte meglio così che essere una di quelle pallide figure di "amico", persona dall'identità incerta, cui è richiesto soprattutto un ruolo di confidente e consolatore (consolatore non sessuale, ça va sans dire).
        Sono ormai talmente tranquillo e in pace con me stesso da poter dire che è stato meglio così, onde evitare il protrarsi di equivoci che ci avrebbero solo inutilmente complicato l'esistenza. Ci siamo persi malamente, è vero, ma eravamo un "niente" che fingeva di essere qualcosa. Situazione triste e scorante. Ora siamo un vero "niente", come eravamo già, peraltro, senza che alcuno avesse il coraggio di ammetterlo.
         Mi spingo perfino a chiedere scusa per quello che ho fatto, da parte mia, ma ero stato spinto in una strada senza uscita. E io esco da tutto, sempre. E' "il trionfo della volontà". Volevo rischiare e perturbare. In cambio mi è stato offerto un ruolo residuale. Ringrazio, ma non è roba per me. Continuerò a perturbare... Altre donne, ovviamente...

                                                    Piero Visani

                                                            

                                         

domenica 21 luglio 2013

Double Identity

       Sono assolutamente sicuro che, se potessi esibire una doppia identità, vivrei meglio. Potrei contare su una buona dose di menzogne, di situazioni di copertura, di infingimenti vari.
       Sfortunatamente, il mio bisogno di verità mi impedisce di vivere così e - a dirla tutta - io credo che la verità paghi sempre. Ho avuto molte accuse, in vita mia, per questo mio gusto talvolta tranchant per il vero, ma credo che sia un lusso che posso continuare a permettermi.
        Mi è successo molte volte, nella mia vita personale come anche in quella professionale, di essere trattato molto male per questo mio feroce attaccamento alla verità (a quella che io percepivo come tale e difendevo e promuovevo come tale). Tuttavia, debbo riconoscere che, a gioco lungo, le persone che magari avevano idee diverse dalle mie, ma che erano a loro volta vere e sincere, alla fine si sono sempre reincontrate con me. Il perché è semplice: ciascuno di noi - loro o io, questo non conta - può aver commesso errori, sbagliato valutazioni, toni, giudizi, soluzioni. Nell'immediato, possiamo non avere il coraggio di riconoscerlo, per orgoglio, ma poi...
       Una delle più belle soddisfazioni della mia vita (l'ho già raccontato in un post precedente) è stata reincontrare, esattamente dopo dieci anni e per pura casualità, una donna che avevo intensamente amato e con cui non ci eravamo lasciati benissimo. Ebbene, ho atteso dieci anni, ma alla fine siamo riusciti a spiegarci, in un solo pomeriggio milanese. E' vero che avremmo anche potuto riprendere la nostra relazione o una forma di amicizia, ma il fatto di esserci spiegati probabilmente ci ha fatto sentire meglio entrambi, e abbiamo deciso di passare oltre, ma io credo che ci vogliamo bene ancora, anche se sono vent'anni che non ci siamo più visti. I nostri cuori hanno battuto all'unisono per momenti non brevi, perché dimenticarlo? Perché negarlo? Perché buttarci sempre via, se eravamo veri e se i nostri sentimenti erano autentici?
       Ma mi è successo la stessa cosa anche con uomini, con persone con cui c'erano state magari delle divergenze di lavoro, anche gravi. Io credo che, quando sussistono ragioni di convergenza reali, alla fine ci si reincontra sempre. E, se mi capita di ricevere una richiesta in tal senso, non la respingo mai, non programmaticamente.
       Da storico, ho fede nei tempi lunghi. Da uomo, credo nei rapporti veritieri. Talvolta ne nascono delusioni, ma io credo che, alla fine, la verità trionfi sempre.
 
                         Piero Visani

sabato 20 luglio 2013

Ieri, oggi, domani

Ieri: luglio 2012. Mi trovo a gestire lo sfascio di un'amicizia e di un sodalizio professionale. Ci penso su circa un mese, poi giungo alla conclusione che, visto che mi è stato chiesto da una persona che palesemente vuole sbarazzarsi di me, la cosa più logica e corretta sia soddisfare i di lei desiderata. Del resto, qualsiasi altra soluzione, per me, equivarrebbe ad un ripiego nel quale io perderei palesemente la faccia, dunque inaccettabile. A quel punto decido di prendere l'iniziativa io e di distruggere ogni rapporto, personale e professionale. Ne pagherò un prezzo molto caro, ma non avevo altra scelta. Si trattava di salvaguardare il mio onore.
 
Oggi: luglio 2013. I problemi professionali sono felicemente superati, quelli personali sono andati gravemente distrutti e neppure so spiegarmi bene il perché, visto che non ho fatto altro che adeguarmi a scelte altrui. Sono stato "scaricato" in malo modo, ma ho rimesso in piedi la mia vita lungo vecchi e nuovi assetti. Mi dispiace che un rapporto personale sia andato perduto, ma ormai era degenerato e avrei dovuto ridurmi a un ruolo strumentale che non faceva per me. Io avevo proposto altro e, nel momento in cui la mia proposta è stata bocciata, è stato giusto chiudere.
 
Domani: da luglio 2013 a...  Ho elaborato il mio lutto, ho cercato anche di riaprire un dialogo, ma invano. Ora di dialogo ne ho aperto un altro, anche se ancora non riesco a portarlo avanti come vorrei, perché la precedente esperienza mi ha troppo "bruciato". Al tempo stesso, la persona che ho incontrato mi pare estremamente interessante e vorrei ricominciare a sorridere un po' dopo tanto dolore. Ci ho pensato a lungo, in questi giorni, e sono giunto alla conclusione che non devo avere remore, o paure, o preclusioni. Il passato non mi deve condizionare: se una persona ti butta via, è evidente che le fai ribrezzo. E quella deve essere la mia constatazione iniziale: se non le avessi fatto ribrezzo, non mi avrebbe buttato via.
      La paura, a sua volta, è evidente: è il timore di rivivere una vicenda analoga, di sentirmi per qualche tempo felice e poi venire precipitato a freddo nell'abisso. Non avrei voglia di ripetere una così negativa esperienza.
       Resta la voglia di osare. Poiché non c'è alcuna garanzia che quello che è già avvenuto non possa ripetersi, non mi resta che scegliere tra l'aver paura e l'osare. E' ovvio che oserò, è ovvio che mi farò avanti con questa nuova persona da me incontrata.. Il terrore è che è molto simile, da vari punti di vista, alla precedente, il che lascia trasparire inquietanti parallelismi. Così mi chiedo se per caso io non stia precipitando in un nuovo gioco al massacro, quasi che non mi bastasse il precedente. Tuttavia, io voglio osare. E' vero che vengo da una catastrofe, ma io in quella vicenda non ho sbagliato niente, ho fatto tutto giusto. Dunque perché non riprovare? Con una donna diversa, pur se simile alla precedente, tutto può essere diverso. Non può succedere due volte di seguito che un impegno totale e profondo come il mio venga ignorato, disatteso, vilipeso, bastonato. Ho mille e una ragione per ricominciare, e ricomincerò. Non ho paura di amare, né di gettarmi, né mai ne avrò.
 
                              Piero Visani

Tristezza

       Non credo che tutto quello che ho dato, in vita mia, un giorno mi tornerà mai, in un modo o nell'altro. Non l'ho dato perché mi tornasse, dunque è normale che sia accaduto così. Non è una constatazione delle più piacevoli, ma va fatta, per evitare il rischio di incorrere nell'accusa di comportamenti utilitaristici.
       Ho scelto la strada della coerenza e la seguirò fino in fondo. Pensare che qualcuno possa capirlo o condividerlo è davvero alquanto ottimistico, ma "il morale dei paracadutisti è sempre alto" e io sono il nipote di un "folgorino" di El Alamein. Ho l'obbligo di essere all'altezza e di cercare, ovunque possibile, ragioni di vita e di lotta. Lo farò.
 
                                   Piero Visani

Solus ad Solam

       Mail viaggiano nella notte, e anche nel giorno... Forse è la volta buona, dopo tante incomprensioni, tanti silenzi, tanti scontri, tanto Odi et Amo, forse ora è venuto il tempo della parola, del Logos.
       Ero piuttosto pessimista sulla possibilità di riprendere un dialogo profondo con una donna, dopo la negativa esperienza fatta, ma i primi indizi mi dicono che forse ci sto riuscendo. Sono sparsi frammenti, nulla più; spunti che valuto con estrema prudenza. Anche nella mia vicenda precedente le emozioni iniziali, la convergenza, l'avvicinamento, erano stati molto belli, direi incredibilmente belli. Ma poi avevo incontrato un muro e contro quel muro si era infranto ogni mio tentativo di superarlo, anche quelli ispirati alla semplice volontà di tendere una mano.
       Superare il trauma di vedere la tua mano tesa colpita da una violenta mazzata non è facile, per uno che ha un carattere e una psicologia come i miei, ma ho cercato di farlo. E sono qui, a riprendere il mio cammino.
        Il mio livello di diffidenza è aumentato in maniera incredibile, perché certe lacerazioni profonde hanno bisogno di tempo per rimarginarsi, ma guardo avanti e cerco nuovamente il dialogo.
        Le mail si intrecciano, i pensieri fluiscono, lo scambio emotivo si intensifica. Pur nella differenza di personalità, la sensazione di déjà vu è forte. Tuttavia, non si può fare a meno di provare. La ricerca di empatia, infatti, è una delle poche cose che ci rimangono, in questo mondo sempre più arido. Devo convincere me stesso, soprattutto me stesso, che essere stato scaraventato a pedate in un cassonetto, per una volta, non significa che lo sarò ancora, o sempre. Ho provato un dolore talmente intenso, nel subire quella sorte, che si è sviluppata in me una sorta di riflesso pavloviano, per cui ora temo che mi possa capitare nuovamente, e non è un timore legato alla sorte, ma all'intensità del dolore provato nel subirla.
        Tuttavia, il destino del guerriero è combattere (morire è solo un esito possibile, non probabile né scontato), e allora ritorno alle mie nuove mail, augurandomi che questa volta il mio desiderio di dialogo possa avere sbocchi più favorevoli.
 
                                         Piero Visani

venerdì 19 luglio 2013

Facebook

      Sono sbarcato su Facebook. Ancora non so per farne precisamente cosa, ma vedrò, deciderò strada facendo. Considerato che è una vetrina di ego in libertà, ho pensato che potesse starci anche il mio, che è notoriamente formidabile. Ma vedrò meglio che farne in futuro. Per ora, un semplice atto di presenza. Ma migliorerò...
 
                            Piero Visani

Con l'aiuto della sorte

      Con l'aiuto della sorte, desidererei solo chiudere una pagina della mia vita, dove credo di avere dato tanto, tantissimo, e aver ricevuto poco, pochissimo, e aprirne un'altra, meno infelice, meno disgraziata, meno destinata a veder trasformare tutto il mio impegno in nient'altro che in una damnatio memoriae.
       Non ho recriminazioni da avanzare. Accetto tutto di buon grado. Sono cose che capitano quando l'incomprensione è profonda, abissale. Però credo mi sia consentito di formulare la speranza di poter finalmente voltare pagina, a livello personale, visto che non mi sento responsabile di alcunché e guardo avanti.
       Quello che chiedo è semplicemente un po' di aiuto della sorte. Mazzate ne ho prese tante e non mi lamento. Se magari ora, in rapporto con una persona nuova, potessi avere un po' più di fortuna (e un po' più di comprensione), non mi dispiacerebbe.. Speriamo bene. Già è molto positivo veder volare la mente in avanti, e non più all'indietro.
 
                       Piero Visani

Vivere per vivere

      E' splendido pensare di aver incontrato una persona che forse ti aiuterà a toglierti dall'animo i pesi di una vicenda orribile, disgraziata, infame, deprimente. Pesi che fino a ieri hai dovuto toglierti ad uno ad uno, riuscendovi solo in parte, precipitato com'eri in un labirinto di cui non avevi mai - realmente - capito granché.
      Stavo uscendone - questo è certo - ma troppo lentamente, perché ci avevo capito poco o nulla e quel poco che avevo capito non mi era piaciuto proprio per niente.
      Ieri un incontro forse salvifico, forse di svolta, forse di "nuovo inizio". E stamani prime mail di persone che si sono già molto ben conosciute, ma che si sondano, si esplorano spiritualmente e psicologicamente, cercano di capirsi, di valutarsi, di trovare un terreno di dialogo.
      E' incredibile come possa riaffacciarsi rapidamente la speranza, nell'animo umano. Una persona che conosco e che stimo mi invita continuamente ad avere fiducia nelle situazioni di svolta, che possono affacciarsi da un momento all'altro, nella vita di ciascuno di noi. In realtà, non avrei ambizioni così elevate e non sono nemmeno sicuro di crederle davvero. Mi basterebbe poter nuovamente gioire un po', dopo tanta sofferenza.
      Sono molto agitato, e forse anche eccitato. Una luce nel buio non è cosa da poco, per chi viene da un lungo periodo di oscurità totale.
       Leggo e rileggo alcune mail che ho ricevuto. Cerco di individuare e delineare la personalità che c'è dietro. Mi sembra bella, interessante, stimolante. Coperta ma non criptica. Arguta ma non ingannevole. Divertita ma non simulatrice.
       Sono pieno di timori. Non vorrei ricominciare la fatica di Sisifo di correre dietro a qualche donna che abbia solo voglia di prendersi gioco di me. Sono stato "giocato" abbastanza. Mi sento saturo. Vorrei una persona sincera, vera. Ho sofferto troppo per potermi permettere una nuova simulazione. E tuttavia, in casi del genere, occorre audere semper. Lo dicono la mia cultura e la mia ideologia, e io lo farò. Mi butterò, in un volo senza rete, ancora una volta, come ho sempre fatto. Se andrò incontro a una nuova tragedia, sarà tutta colpa mia, ma io non mi tiro mai indietro, dunque andrò avanti. Magari avrò maggiore fortuna, incontrerò minore crudeltà, minore incomprensione, più dialogo.
      Io ci provo. Ho bisogno di tornare a vivere, ho bisogno di tornare a sognare, ho bisogno di tornare a dialogare. Non ne posso più di esperienze di morte. Ho bisogno di un barlume di verità.
 
                             Piero Visani 

Una mail galeotta...

       Sì, d'accordo, ci eravamo scambiati i rispettivi numeri di cellulare, però una mail è decisamente più discreta, non crea imbarazzi, non viene rilevata in ingresso, etc. E' vero che non le avevo dato la mia mail, ma, in un party tra amici e conoscenti, è più che probabile che qualcuno possa conoscerla, per non parlare della possibilità di verificare in Rete...
       Come che sia, la mail "galeotta" arriva, già stamane. Bella, densa di riferimenti letterari, di dotti accenni alla natura di un intercourse notturno. Bella e colta, pas mal.
       Sono piacevolmente sorpreso. Non ci sono richieste pressanti, stile "rivediamoci" e via discorrendo. C'è una certa distratta nonchalance, vera o simulata che sia; una serie di considerazioni intelligenti e una palese volontà dialettica che mi fa capire che, a questo punto, un po' di iniziativa tocca ovviamente anche a me...
       Divertente, vagamente provocante. E almeno una certezza ce l'ho: la signora, se mai dovesse essere bisex, non ha remore neppure sul versante maschile... Questo mi tranquillizza molto. L'astinenza mi disturba, e le paure e le prevenzioni ancora di più. Ma qui sono già oltre, fortunatamente. E coniugare contemporaneamente spirito e fisico resta la mia massima aspirazione.
        Mi metto al computer per rispondere. Ho voglia di giocare senza regole e senza ALT. Non ho remore giudeocristiane (o di altro genere...), io.
 
                                Piero Visani

La nuda verità:"The cats will know"

       L'estate è una stagione dinamica: ci si muove di più, si ricevono più inviti, le persone sono invitate a destra e a manca. Lo stesso nucleo familiare diventa più elastico, al punto che ciascuno dei suoi componenti conduce un'esistenza maggiormente individuale, fruendo di superiori spazi di libertà.
       Gli incontri si moltiplicano e il caldo, talvolta, esercita una benefica azione sui sensi. Può così capitare che, a una festicciola tra amici, si facciano conoscenze nuove e la conversazione si infittisca, stimolata in apparenza dalla comune lettura di un libro o dalla visione di un film e, in sostanza, dalla carica erotica che ciascuno di noi è in grado di emanare, dalla voglia di curiosità, dal desiderio dell'altro. E' una stimolazione superficiale e profonda al tempo stesso, nel senso che il gioco della seduzione si sviluppa in superficie, nelle classiche atmosfere di un party estivo, dove la carne femminile esibita (talvolta ostentata...) è molta e invitante; ma si sviluppa altresì in profondità, perché una conversazione di condivisione d'interesse per un romanzo o una poesia accende meccanismi profondi, fa scoprire empatie, fa nascere desiderio per l'altro.
      Il tema da cui si sviluppa la conversazione è la poesia The cats will know, di Cesare Pavese, tratta dalla celeberrima raccolta Verrà la morte e avrà i tuoi occhi.
      La deliziosa signora che ne discute con me non pare del tutto convinta della mia tesi che si tratti di un componimento intriso di profonda, abissale tristezza. Cerco di persuaderla, ma alcuni sfioramenti di mani che tengono i calici (i primi due probabilmente casuali, i successivi certamente no) di un gradevole vinello bianco frizzante mi fanno comprendere che Pavese, nella circostanza, è forse importante, ma altre cose di più...
       Sono vagamente perplesso. Di fronte a me ho una donna di classe, direi più vicina ai cinquanta che ai quaranta, tirata a lucido, ma con qualcosa, in sé, di innegabilmente mascolino.
       Mi pervade un certo gelo. Non vorrei cadere in una nuova provocazione pseudoerotica di bi- od omo-sex alla ricerca di maschi da prendere in giro. Ho già dato, abbondantemente...
        Assumo quindi un'attitudine difensiva, ma ormai la deliziosa signora è all'attacco e, visto che l'offensiva si sviluppa in profondità e - contraddicendo felicemente, per una volta, il detto clausewitziano - NON "si esaurisce progredendo", metto da parte ogni riserva, remora o paura, e mi abbandono al flusso sensuale della notte d'estate...
        Ormai sono due o tre volte che gli sviluppi dei miei incontri ravvicinati con esponenti dell'altro sesso sono anche meglio delle premesse e, per uno come me, che ha sviluppato un sano terrore delle seduzioni femminili a metà o per odio del maschio, la cosa è di infinito conforto: il sesso è una nuda verità, e solo quella conta. Tutto il resto sono balordi infingimenti che non approdano mai a niente, frutto di disturbi, repressioni, diversità a carico delle quali non ho alcunché, a condizione che non vengano usate strumentalmente contro di me come maschio, ma sviluppate - semmai - con le loro naturali referenti.
         Sono soddisfatto: amo questi rapporti del tipo "tutto in una notte". Sono sinceri, freschi, veritieri, liberatori. E poi sono attratto da una donna che ama le opere di Cesare Pavese, uomo delusissimo dalle donne, ma che continuava ad amarle nel profondo. Ci sono elementi di affinità che dovremo approfondire. E io amo molto, moltissimo le donne colte. Meglio scambiarsi i numeri di cellulare: ho troppo bisogno di tornare a vivere, a provare emozioni...
 
                                        Piero Visani
      

giovedì 18 luglio 2013

Autonomia

       Sto conoscendo molte persone interessanti, a livello di lavoro. Sto definendo il profilo di chi mi interessa, di coloro con cui mi interessa relazionarmi: gente rapida, sveglia, solida, fortemente operativa, decisionista, capace di realizzare molte azioni in rapida sequenza.
       Sto altresì provvedendo a una ristrutturazione di molte mie attività, per gestirle maggiormente in prima persona e con la pervasività totale che mi è propria. Sono all'offensiva su vari fronti e con obiettivi straordinariamente chiari, il primo dei quali è ristrutturare dal profondo, ma direi addirittura rivoluzionare, tutte le mie attività, anche in nome di un dichiarato iperattivismo. Pure nel campo del lavoro, come in molti altri, voglio vivere di più, non rinunciare a niente, gustare tutto, non avere limiti, non pormi limiti e non lasciare che me ne vengano posti.
 
                                 Piero Visani

Nuovi stimoli

      Quello che conta davvero è la ricerca di nuovi stimoli e di persone atte a soddisfarli/intercettarli. Sono diventato molto più selettivo, esigente e sbrigativo. Per ragioni anagrafiche, ho fretta. Grazie al mio lavoro, entro in contatto con molte persone e, quando entro in sintonia con qualcuna, non vorrei passare altri 18-19 mesi a capire che facevo schifo... Dunque accelero. La cosa ha delle implicazioni di vario genere, non tutte positive, ma nemmeno tutte negative. Dirigo io le danze, e stringo i tempi... Così, se non vado bene, non interesso o devo fare "l'amico", me lo dicono subito. E tanti cari saluti...
      La dannazione eterna sì, le manfrine borghesi no, grazie!
 
                                         Piero Visani

La lunga marcia

       Prosegue la mia lunga marcia nel liberarmi dal peso degli inganni, delle prese in giro, delle mie ingenuità, della mia creduloneria. A tale proposito, un vecchio e carissimo amico mi suggerisce di scrivere un libro su una storia che sia stata importante per tutti e due i protagonisti, non solo per me... "So che ne hai avute" - mi dice - "dunque dedicati a una di quelle. Non fare regali alla memoria. Sarebbe un grave errore"...
      Penso che sia un ottimo consiglio. Ci penserò su...
 
 
                           Piero Visani

Speedy Peter - 2

      Ma se una donna, nell'invitarti "cortesemente" a toglierti di torno, ottiene immediatamente quello che cercava, cioè che tu ti tolga davvero di torno, perché arrabbiarsi se, nel mentre te ne vai, le lanci qualche meritata contumelia? Un tempo, in epoche meno sciocche dell'attuale, si diceva: "ai nemici in fuga ponti d'oro". Che poi, fuggendo, magari questi nemici inveissero, era considerato un dettaglio trascurabile. Quello che contava era che sgombrassero il campo. Oggi invece pare che qualche imprecazione/lamentazione dia fastidio, faccia addirittura sentire offesi. Mah, il mondo è ben strano...!
 
                        Piero Visani

Speedy Peter

      Giornata come piace a me: al mattino, di fronte a un aperitivo, si conclude uno di quei noiosissimi love affairs che paiono tanto di moda, nell'universo femminile odierno. L'escamotage di uscita non gronda di fantasia: "Restiamo amici. Sai, tengo molto alla tua amicizia". "Certo cara, grazie, ma c'è un problema: io non tengo per niente alla tua. Mi interessavi come femmina; di amicizie posso trovarmene di migliori, nel caso proprio le cercassi...".
       A pranzo, incontro di lavoro rapido e conclusivo: un possibile affare, una convergenza sul medesimo, e si chiude, positivamente per le parti.
       Tempo impiegato, in entrambe i casi, pochissimo. Un affare concluso, un altro andato a monte. Capita. Però, "amico asessuato" di donne belle, mai. In cambio, un bell'accordo paritetico: io rinuncio a loro, loro rinunciano a me. E un soggerimento, pacato e sommesso, all'universo femminile: rinnovare l'arsenale delle scuse e dei pretesti. "Rimaniano amici" è ridicolmente logoro, banale, borghese, patetico. E "tengo molto alla tua amicizia", poi, è bellissimo: ci tengo talmente tanto che ti invito a toglierti di torno... Prometto: alla prima che mi dirà un sincero, sentito e partecipato "togliti dalle palle!", farò un bel regalo, anche perché talvolta mi prende il sospetto che la frase debba essere interpretata alla lettera... Ma prometto: non chiederò verifiche...
 
                                     Piero Visani
 

Le mie inclinazioni

       Anch'io ho le mie inclinazioni, come potrei negarlo? Ma le ho sempre volute superare, tutte, perché detesto schermi e schemi del perbenismo. Non mi sono mai tirato indietro di fronte a niente. Se lo avessi fatto, non avrei tirato in ballo "le mie inclinazioni". Per buon gusto e onestà intellettuale, le avrei chiamate per quelle che sono: "le mie paure".
        Sarebbe bello, oltre che incredibilmente positivo, se, nei rapporti umani, le cose venissero chiamate per nome. Tutto diventerebbe più facile, perfino capirsi. Pensate a un "le mie inclinazioni" - modesto pretesto borghese - che diventa "le mie paure", fantastica autoconfessione sulla quale cominciare a lavorare, da ambo le parti, per riuscire a superarle, per trovare punti di incontro reali, per capire dove e come sperimentare, per comprendere fin dove sia possibile arrivare...
         Eh sì, la verità è sempre rivoluzionaria, perché consente di cambiare le cose, ma occorre avere il coraggio di dirla, e di dirsela.
         Io ci ho provato, fin da quando avevo molto da perdere. E in effetti non ci ho guadagnato nulla, se vogliamo vederla in termini di vantaggi/svantaggi, ma almeno non mi sono lasciato scivolare nell'ordinarietà. Io preferisco NON essere ricordato, o essere ricordato come "Piero il mostro", che come "l'amico Piero". Che figura banale sarei, uno stronzo qualunque. Almeno così sono unico, uno stronzo unico! Ci tengo molto.
 
                                 Piero Visani

Cose strane

       Mi si imputa spesso di fare "cose strane". E' vero, ma ho mai detto di voler essere banale? Io mi permetto di suggerire - a chi considero all'altezza di compiere certe esperienze - percorsi alternativi, fuoriuscite dall'ordinarietà e dalla banalità, perfino fuoriuscite da una "diversità" che, in quanto regolamentata, è diventata una "non diversità" o comunque una "diversità regolare".
       Mi piace gettare ponti, suggerire percorsi di frontiera, addentrarmi beyond the borders. Trovo comprensibile non essere seguito, in questo mio modo di essere. Trovo anche comprensibile che questi miei suggerimenti vengano respinti, rifiutati, negati. Trovo meno comprensibile che me ne venga fatta una colpa, perché io mi affaccio a una situazione, la valuto e poi cerco di trasformarla nei modi che ritengo opportuni, non la accetto mai per com'è.
       Se mi dicono che ci sono dei limiti insuperabili, cerco di superarli. E se mi ribadiscono che sono insuperabili, dilato la situazione fino a rottura, perché la mia "volontà di potenza" non può trovare limiti. In genere preferisco distruggere tutto, piuttosto che ingoiare gli avanzi che mi si vorrebbero riservare. Andiamo, sono un buongustaio: mi vedete a cibarmi di avanzi...?
       Sono davvero così strano? Non credo. Faccio così in tutti i miei percorsi di vita, da quelli personali a quelli professionali. Cerco di cambiare i rapporti esistenti. Detesto scivolare nella banalità e nell'ordinarietà. Se mi chiedono di essere ragionevole, di accettare l'esistente, divento irragionevolissimo e lo distruggo, l'esistente.
       Non sono una persona ordinaria. Non mi farete diventare mai tale. Vivrete benissimo senza di me, ma siete certi che a mia volta mi mancherete? Ci sono le banche in cui si tengono i denari, e già le detesto, e poi ci sono le banche dove le persone banali conservano gli affetti, le relazioni, la quotidianità, le cose che riconoscono e che danno loro tranquillità. Io invece amo solo le selve oscure, e l'addentrarmi in esse. Posso avere tutti gli ALT del mondo, ma vado avanti comunque. Si è borghesucci piccolissimi nell'anima, non nei soldi. E' l'anima che ci fa borghesi piccoli piccoli, con i loro penosi perbenismi. Io non sono perbene per niente. Io sono il cosiddetto Male... Sono il gusto per l'avventura, quella vera, non quella "politicamente corretta". Quella è da borghesucci...
 
                             Piero Visani