sabato 31 agosto 2013

The Portrait of a Lady - 5

Dal diario di Isabel Archer:

Da bordo del "Savannah", 17 settembre 1880

       Decisamente Mr. Victor non è un uomo di mare! E' bastato un giorno e mezzo di viaggio, con il mare un po' mosso, per metterlo in difficoltà. Si vede che soffre. Ma si vede altresì che sta facendo ogni sforzo per non far vedere che soffre. Encomiabile!
      Lo spazio a bordo è ristretto, le nostre cabine vicine, ed è normale che ci si veda spesso. Da bravo "Southern Cavalier", il signor Victor è molto assiduo nei miei riguardi, ma non posso fare a meno di notare che, nel giro di sole 36 ore, il suo atteggiamento nei miei confronti è cambiato. Ora mi sta facendo una corte serrata e devo confessare a me stessa che la cosa è lungi dal dispiacermi. Anche mia zia se ne è accorta e, siccome credo che il signor Victor le sia gradito, ci lascia spesso soli, con qualche amabile scusa.
     Non avevo mai parlato tanto a lungo con questo gentiluomo del Sud e ho notato che è persona estremamente galante, colta, conoscitrice della vita e ricca di esperienze. Mi circonda di attenzioni e dialoga fittamente con me, sui temi più diversi. Sono sorpresa dal suo livello di conoscenze, poiché credevo che fosse soprattutto un militare. Ma tale semplicemente non è. Ha letto molto, in vari campi, e la sua cultura è evidente, ricca, densa, profonda.
     Parliamo spesso, a lungo, degli argomenti più diversi, ma ho notato che alcuni di questi li usa come pretesto per cercare di indagare su di me, per capire i miei gusti, predilezioni, inclinazioni.
     E' un bell'uomo, di statura appena superiore alla media. Il suo fisico asciutto appare scattante, elastico, come se fosse abituato a sopportare sforzi di vario genere. La sua aria non è mai completamente rilassata. Parla con me, con interesse e partecipazione, ma tiene d'occhio il resto dei passeggeri, come se qualcuno di loro potesse rappresentare una qualche forma di minaccia, per lui.
      Le sue attenzioni nei miei riguardi sono costanti, affettuose, come se cercasse di farmi capire che nutre una particolare predilezione per me. Le nostre conversazioni ancora non hanno preso una direzione particolarmente personale, ma sono certo che la prenderanno nei prossimi giorni.
      Quando mi parla, Mr. Victor mi fissa nel profondo degli occhi, come se volesse scrutarmi nel mio intimo, e lo fa con la naturalezza e la maestria di un uomo maturo, di un uomo che certamente ha già conosciuto molte donne. Tuttavia, non potrei dire che il suo comportamento sia meno che irreprensibile. La sua correttezza è totale. Credo che mi stia studiando, valutando il momento favorevole per far scattare il suo affondo.
       La situazione che si è creata - devo dire - mi diverte. E' bello sentirsi oggetto delle attenzioni e dell'interesse di un uomo di siffatta natura. E' una sensazione che non avevo mai provato così nitidamente, certo non quando posta a confronto con qualche giovane e acerbo corteggiatore che ho avuto.
        Il fascino e il potere di seduzione di Mr. Victor, per contro, sono quelli di un uomo vissuto, di un uomo che in vita sua ha fatto le cose più diverse. Quando si avvicina a me, sento al tempo stesso desiderio di fuga e attrazione: desiderio di fuga perché quell'uomo tanto singolare mi ispira un certo timore; attrazione perché la sua essenza virile è forte, potente, innegabile, totalmente espressa ed evidente.
       Così, questo viaggio mi appare ormai una metafora, una metafora esistenziale di un percorso che stiamo facendo insieme e che ancora non riesco ad immaginare dove ci porterà. Il porto di destinazione lo conosco - è vero - ma come ci arriveremo, Mr. Victor e io? Questo è il dubbio che angoscia le mie notti.
 
(continua)

I mercanti dell'anima, del corpo, della mente

     Fin da ragazzo ho in odio le convenzioni borghesi. Un odio profondo. Quel prenderti a bordo, per interesse, in un'intrapresa di cui tu sei la linfa vitale, e quello scaricarti quando non servi più.
      Quel fingere che potresti essere interessante, come uomo, perché in quel momento occorre eterodirigerti, e poi buttarti via, come una pezza da piedi, quando la tua funzione è esaurita. E la meraviglia che mostrano di fronte alla tua reazione infuriata, arrivando persino a chiederti: "non capisco le ragioni di tanto risentimento!". Ah no, eh? Vorrà dire che te le spiegherò meglio... Al che diventi villano, maleducato, importuno, e ti meriti solo uno sdegnoso e sdegnato mutismo.
      Quell'accettare sempre e comunque i tuoi inviti, in posti di pregio, salvo dirti sempre no e giustificare i propri comportamenti - dopo aver pranzato e bevuto lautamente, ça va sans dire - con la propria personale "ingenuità", quasi che tu, con i tuoi sessant'anni suonati, ti accompagnassi con liceali e non con signore che veleggiano, talvolta abbondamente, oltre i 40...
      Comprendo benissimo il tutto e sarei anche disposto ad accettarlo, se mi venisse detto francamente: "Caro Piero, ti abbiamo preso in giro; dopo tutto, sei tanto ingenuo, per cui non avertene a male...".
       Invece no: cominciano le neutralizzazioni: "io non sapevo, io non capivo, hai interpretato male i miei segnali, anzi per la verità non te ne ho mai mandati". Come se, questa volta, il liceale fossi io, e non un uomo che la sua vita e le sue esperienze le ha avute, e di borghesucce ne ha conosciute, anche biblicamente, non traendone peraltro ricordi incancellabili...
       Eh sì, le borghesucce italiane potranno pure atteggiarsi a "diverse", ma sono tutte dannatamente uguali, prevedibili e incapaci di rinnovare linguaggio e "contenuti" (si fa per dire...) culturali e comportamentali. L'importante, per loro, è poterti sfruttare. Quando ti hanno spremuto ben bene, e prevedibilmente non servi più, cominciano le neutralizzazioni.
      Per mia fortuna, frequento solo occasionalmente salotti borghesi, per cui di finte bionde, finte "rosso menopausa" e nere tinte ogni tanto mi capita qualche esemplare, ma in genere mi salva la mia ricerca costante e continua di donne vere, quelle per cui "no" è "no" e "sì" è "sì", senza che i loro comportamenti siano correlati all'utilità o meno che puoi avere per loro. Per mia fortuna, SONO UN ESSERE TOTALMENTE INUTILE, e non devo partecipare a commerci dell'anima, del corpo o della mente. Infatti, nei pochi ambiti borghesi che frequento non ho soprannomi. Non sono "Pucci, Cicci, Ricky" e via vomitando. Al massimo sono quel che sono, cioè quel "gran bastardo di Piero". Il che, detto da loro, è meglio di una medaglia al valore, è la mia personale "Pour le Mérite"...
 
                    Piero Visani
 

venerdì 30 agosto 2013

The Portrait of a Lady - 4

Dal diario di Peter Henry Victor:


Albany, 12 settembre 1880

       Non avrei mai pensato che incontrare, dopo cinque lunghi anni, miss Isabel mi avrebbe così turbato nel profondo. La ricordavo splendida, la sera del ballo a Georgetown, ma dentro di me era presente l'immagine di una giovane di grande bellezza ma ancora acerba, piena di vita ma ingenua e inesperta.
       Oggi ho ritrovato una donna con cinque anni di più, nel pieno del proprio fulgore, matura, arguta, attenta a non perdere una battuta, una singola parola delle nostre conversazioni.
      La proprietà della zia è sita lungo il fiume Hudson ed è una bella dimora, che reca in sé tracce della sua origine olandese, della precedente colonizzazione olandese negli Stati Uniti, che in questa zona ebbe il suo centro.
      La signora Touchett mi ha riservato una splendida stanza con vista sul fiume, ma la mia attenzione si è subito concentrata sulla cara Isabel. Incontrarla nuovamente mi ha toccato nel profondo e ha ravvivato una fiamma che evidentemente, nel mio cuore, non era ancora spenta. La mia attenzione si è concentrata su di lei, ma io ho una missione da compiere, di estrema importanza, e non devo farmi in alcun modo distrarre dalla passione che arde nel mio cuore.
       Certo, Isabel è bellissima, più bella ancora di come la ricordassi, ma devo stare attento a resistere al flusso ininterrotto delle sue domande, alle sue tante curiosità, al suo desiderio di conoscermi. Credo di piacerle non poco, ma devo badare a non compromettere, per amor suo, gli esiti della missione che mi è stata affidata.
       Viaggiare insieme a una signora anziana, e alla nipote, è certamente una splendida copertura, per me, ma il vero problema è che io amo Isabel, la amo dalla prima volta che l'ho vista. Poiché non credo di esserle indifferente, dovrò fare ogni sforzo perché il nostro rapporto, che desidererei sopra ogni cosa sviluppare, non interferisca con l'assolvimento dei compiti che mi sono stati affidati dai miei capi.
        Questa sera sarò ospite della signora Touchett, per la cena, poi domani partiremo per New York City. Dovrò stare molto attento a quello che dirò; poi in viaggio, negli spazi più ristretti di una nave, avrò modo di avere contatti più frequenti e diretti con Isabel.
        Avevo pregato il generale Forrest di esentarmi da questo incarico, ma lui ha ritenuto che la mia fosse la più perfetta delle coperture ed ora eccomi qui, diviso fra dovere e amore, tra una missione da compiere e i miei sentimenti da dichiarare a quella splendida donna.
        Ho già deciso: giocherò la mia partita. Dirò ad Isabel del mio amore e, una volta in Inghilterra, vedrò di portare a termine due missioni, quella pubblica e quella privata. Non posso perdere questa occasione. Sarò fedele alla mia causa, ma conquisterò il cuore di Isabel. La amo troppo e non posso vivere senza lei.
 
(continua)

The Portrait of a Lady - 3

     La storia continua, questa volta in forma diaristica.
  

     Dal diario di Isabel Archer:

Albany, 12 settembre 1880.

       Il signor Victor è arrivato stamane, via Washington e Baltimora. Pare abbia fatto parte del viaggio in treno, poi ha proseguito a cavallo. Il suo bagaglio è essenziale, molto ridotto per un imminente viaggio in Europa, trasportato da un solo secondo quadrupede. Circostanza che reputo alquanto singolare.
       Non lo vedevo da circa cinque anni, e posso dire che è molto cambiato: più maturo, più sicuro di sé, senza più quell'aria da bellimbusto "ribelle" che aveva a quel tempo, quando mi venne presentato in occasione di una festa a Georgetown. All'epoca, non era altro che un "Johnny Reb" tardivo e invero patetico, manierato, vestito forse un po' provocatoriamente in una pseudo-uniforme grigia.
       Aveva attirato la mia attenzione per quel suo essere terribilmente demodé, per la sua aria fiera e altera, per i lunghi boccoli che gli ricadevano sulle spalle, per la splendida cortesia delle sue maniere affettate, esageratamente cortesi, da tipico "Southern Cavalier".
       Il suo abbigliamento e la sua parlata lenta e strascicata, da autentico meridionale, non gli avevano certo attirato le simpatie della "buona società" di Washington, ma avevano suscitato la mia attenzione e lui, non so come, forse per un mio sguardo di troppo, se ne era accorto. Tuttavia, non aveva posto in atto alcuna strategia di avvicinamento, ma, molto semplicemente, ad un certo punto mi aveva invitato a ballare. Un po' sorpresa, avevo accettato e avevo dovuto subito riconoscere la sua maestria nella danza.
       Verso la fine della serata, quando l'ambiente si era molto scaldato e il clima era molto allegro, quasi sovreccitato, l'orchestra aveva intonato "Dixie". Ero convinta che quella scelta l'avrebbe entusiasmato e invece notai che si era rabbuiato. La sua conversazione, già non esaltante, si era fatta frammentaria e monosillabica, e quasi subito si era congedato da me con una scusa.
       Non lo vidi più per tutta la sera, ma la mattina dopo, nell'albergo di Washington in cui soggiornavo, ricevetti un suo biglietto in cui si scusava per il suo brusco allontanamento, e si riprometteva di rivedermi al più presto. Rimasi sorpresa, perché non avevamo dialogato granché e gli avevo appena accennato dove risiedessi.
        In realtà, è passato più di un lustro prima del nostro incontro odierno, ma ora egli è qui, nella casa di mia zia, e si appresta ad accompagnarci nel nostro imminente viaggio in Europa.
        Il mio cuore è in tumulto. So poco o nulla di quell'uomo, se non che viene dal South Carolina ed è stato un valoroso combattente confederato, ma mi pare che, dietro il suo sorriso e i suoi modi gentili, egli celi indicibili segreti, che mi sforzo - senza successo - di immaginare. E il suo innegabile fascino mi ha colpito nel profondo fin dalla prima volta che l'ho visto.
        Per cinque lunghi anni il nostro rapporto si è limitato a rare missive, tanto amichevoli quanto superficiali, ma ora egli rientra quasi dal nulla nella mia vita e, nelle settimane a venire, sarà una presenza costante accanto a me. Sono turbata, profondamente turbata. Quell'uomo innegabilmente mi piace, ma percepisco in lui qualcosa che non mi convince, che non mi lascia tranquilla. Tuttavia, l'inquietudine di cui mi ha pervaso accresce la fascinazione che egli esercita su di me.
 
                            Piero Visani
 
(continua)

giovedì 29 agosto 2013

The Portrait of a Lady - 2

    Continuo con la mia storia "parallela", che è cominciata e continua in forma epistolare, ma poi cambierà...


Gentile Mr. Victor,
                                        la Vostra missiva mi ha piacevolmente sorpreso. Indiscrezioni probabilmente partigiane Vi davano coinvolto negli spiacevoli incidenti che hanno turbato alcuni Stati del Sud in questi ultimi anni, per iniziativa dell'ex-generale confederato Nathan Bedford Forrest e di quella strana organizzazione (di cui al momento sinceramente mi sfugge il nome) che costui ha messo in piedi contro i negri e soprattutto - così dicono i giornali - contro il governo federale. Sono felice e al tempo stesso sollevata di apprendere la Vostra estraneità al tutto.
                                           Mia zia ed io saremo liete di averVi come accompagnatore nel nostro imminente viaggio in Europa. Partiremo da New York City il 15 settembre, ma mi permetterei di suggerirVi di raggiungerci ad Albany qualche giorno prima. Mia zia sarebbe infatti lieta di averVi suo ospite e di fare insieme il trasferimento da Albany a New York.
                                            Sono curiosa di conoscere le ragioni che Vi portano a Londra, ma avremo modo di parlarne al Vostro arrivo ad Albany.
                                            Vi chiedo dunque la cortesia di darmi sollecitamente conferma della Vostra  prossima venuta qui.
                                             Nell'attesa di rivederVi presto, Vi saluta la Vostra amica
 
                                                                               Isabel Archer
 
(to be continued)

mercoledì 28 agosto 2013

La dea bendata

    La vita è piena di eventi singolari, di coincidenze più o meno fortuite. Sono arrivato, all'inizio di questo mese di agosto, al compimento di un percorso iniziato oltre due anni e mezzo fa, e speravo davvero che la mia rincorsa non fosse stata vana. Pensavo a vari incidenti di percorso, ad asprezze caratteriali, a incomprensioni varie, ma non avevo mai realmente dubitato che le ragioni di un idem sentire fossero false, infondate, frutto di una mia errata interpretazione. Mi è stato fatto dolorosamente constatare che non era così e ne ho sofferto, molto.
     Ho reagito attingendo a tutto quanto di vivo e ricco sentivo dentro di me, ma pensavo soprattutto a una reazione istintiva, da belva ferita. Quello che davvero non potevo pensare, che mai avrei potuto immaginare, era che, dopo cinque giorni, il caso mi venisse nuovamente in soccorso.
     Gli amici (maschi) da tempo mi suggerivano di svuotarmi la mente, di guardarmi intorno, nella logica tipicamente maschile (che personalmente detesto) del "chiodo scaccia chiodo". Ma io non avevo avuto a che fare con "chiodi", ma con persone vere, che avevano attirato la mia attenzione, coinvolto i miei pensieri e le mie emozioni. Certo, avevo cercato di distrarmi, ma il tutto si era risolto in qualche one night stand o poco più, in un clima di totale incomunicabilità.
      Mai avrei potuto pensare che, nel giro di pochi giorni, avrei avuto la fortuna di incontrare un'altra persona singolarissima, una di quelle persone che piacciono a me, che avrebbe concentrato la mia attenzione e della quale avrei a mia volta concentrato l'attenzione.
      Ora sono settimane che questo dialogo va avanti, migliorando giorno dopo giorno, e posso dire che sono felice. Ma non sono felice - come si potrebbe superficialmente ritenere - perché ho smesso di aggirarmi in un universo di divieti e ho trovato solo empatia, accoglienza, comprensione. No, sono felice perché ho trovato un'altra persona singolarissima, con cui l'alchimia è scattata praticamente in immediato. Erano passati 27 anni da che si era attivata una chimica analoga, dunque pensavo che dovessero passarne altrettanti, e facevo un conto non propriamente incoraggiante: 63 (la mia età) + 27 = 90. Incontrare una persona interessante a 90 anni, ammesso e non concesso che ci arrivi, non è acquisizione cognitiva particolarmente confortante, credo...
      Il fato ha voluto diversamente e, dopo soli 5 giorni dall'aver toccato il fondo del mio abisso, ho avuto la fortuna di incontrare una persona splendida, straordinaria, con cui ci siamo intesi, con assoluta e totale naturalezza, fin da subito. Non riesco neppure bene a crederci, ma in realtà ogni giorno che passa è meglio del precedente e questo, se da un lato aumenta il mio stupore, dall'altro mi riempie di gioia.
       Non credo, in vita mia, di avere mai avuto molta fortuna, ma questa volta credo proprio di averla avuta...

                   Piero Visani

The Portrait of a Lady

       Un piccolo omaggio a una persona cara. Un abbozzo di storia parallela che si fonde con un'altra, ben più famosa...
 
       "Cara Miss Archer,
                                          ho appreso da comuni amici che Vi apprestate a partire per l'Inghilterra, in compagnia di Vostra zia.
                                          Apprezzo la Vostra decisione di cogliere questa favorevole opportunità per abbandonare temporaneamente il Nuovo Mondo e visitare la Vecchia Europa, da cui tutti noi in fondo proveniamo, dove sono le nostre radici.
                                          Come forse saprete, attualmente risiedo a Richmond, in Virginia, ormai in ripresa costante dopo le distruzioni della Guerra Civile. Tuttavia, sarei molto lieto di poterVi raggiungere ad Albany, prima della Vostra partenza, in quanto una felice coincidenza mi conduce proprio in Inghilterra, per la precisione a Londra, dove ho una serie di contatti da prendere e di affari da sbrigare.
                                           So che Gardencourt, la proprietà di Vostra zia, non è lontana dalla capitale britannica, e sarei molto lieto di poter fare il viaggio con Mrs. Touchett e con Voi, e naturalmente, una volta sul suolo inglese, di poterVi venire a trovare ogni tanto, o nel corso di una delle Vostre visite a Londra, che mi immagino frequenti.
                                           Vi chiedo la cortesia di rispondere con sollecitudine a questa mia, di modo che io possa raggiungerVi rapidamente ad Albany, o direttamente a New York City. I miei bagagli sono già pronti, ma converrete con me che un viaggio con Vostra zia e con Voi sarebbe infinitamente più piacevole di una traversata da solo.
                                           Confido che le mie speranze non saranno deluse e resto in attesa di una Vostra risposta.
                                            Sinceramente Vostro.
 
                                                                                     Peter Henry V.
 
(to be continued)

martedì 27 agosto 2013

Essi vivono...?

      Nella "virtualità reale", tutti noi crediamo di essere vivi e invece - ahinoi! - siamo morti. La nostra condizione non è neppure assimilabile a quella di Truman Burbank, nel film "The Truman Show" di Peter Weir, in quanto Truman IGNORA di essere protagonista di uno spettacolo televisivo, mentre noi CREDIAMO di essere vivi e siamo già morti, siamo proiezioni olografiche di noi stessi a grandezza naturale, immerse in una virtualità reale in cui siamo utilizzati come comparse, non come protagonisti, deuteragonisti o tritagonisti. Semplici comparse, figuranti, gente (virtualmente defunta) che serve a fare numero. I più accorti e intelligenti di noi, come "Neo" in "Matrix" (film dei fratelli Wachowski), hanno capito di essere immersi in una matrice e cercano disperatamente di uscirne, ma non è facile, non è per niente facile.
      Racconti ai tuoi simili che gran parte di quello che vedono e leggono NON è vero e ti guardano come se fossi un alieno (tu, non loro...!). Gli racconti in dettaglio le "costruzioni di realtà" che vengono quotidianamente operate per presentare loro un quadro il più possibile distorto e ti guardano come se fossi pazzo (tu, non loro...!). Gli spieghi che gli Stati Uniti hanno tanto impatto metapolitico, nel loro modo di presentarsi al mondo, perché, fin dalle loro origini, più che AVERE una storia, SONO essi stessi una storia, cioè sono la più gigantesca operazione di "storytelling" mai tentata (e riuscita...), e ti guardano come se fossi uscito da un manicomio ("ancora tu, ma non dovevamo vederci più...?").
      Allora pazientemente gli spieghi che non sei solo tu un visionario. Lo sono anche loro. Visionari e pure creduloni, visto che credono passivamente a chi gli dice che versare tutti i soldi di una nazione a uno Stato diretto da Dracula il Vampiro e i suoi accoliti possa migliorare il debito pubblico, che invece continua a crescere a ritmo sostenuto. Dracula ci succhia il sangue e, naturalmente, il nostro sangue non gli basta mai, perché non lo usa per il bene comune, ma per sé, per soddisfare le sue esigenze, sempre crescenti, sempre insoddisfatte, mai soddisfabili, perché lui vuole solo le nostre vite e i nostri soldi. Del nostro bene non gli può fregare di meno...
     A quel punto, forse l' "utile idiota" ancora non ti crederà, ma il passo successivo è d'obbligo: mio caro amico, chi vive in una "virtualità reale", tu o io: io che non credo a nulla di ciò che vedo e dubito di tutto, o tu, tu che credi a tutto e che, in quel modo, stai rovinando la vita di tutti noi, con la tua credulità?
       Chi è immerso in una "matrice"? Sei davvero sicuro di essere ancora vivo? Suvvia, non ci resta che risorgere, e non è per niente semplice, credimi... Non siamo "Lazzari" e il problema della resurrezione, nella "virtualità reale", è ancora tutto da affrontare e risolvere... Da spirito laicissimo, quale sono, dico: "Alziamoci e camminiamo", ma, se qualcuno ha un Messia, o anche un semplice pifferaio di Hamelin, si faccia pure avanti, ormai va bene tutto, pur di dimostrare che "essi (cioè noi) vivono..."
 
                       Piero Visani

lunedì 26 agosto 2013

Vive la rentrée

      Non so come la pensiate voi, ma per me l'anno inizia il 1° settembre, più che il 1° gennaio. Una ripartizione di tipo scolastico, se volete, ma che io preferisco a quella tradizionale.
       Quest'anno ho deciso che, dopo un relativamente lungo periodo di iscrizione presso una prestigiosa High School (dicembre 2010 - agosto 2012) e dopo qualche fallito tentativo di farmi riammettere alla medesima, sia preferibile per me cambiare decisamente indirizzo di studio.
       Ero stato bene, all'inizio, in quella prestigiosa High School del Nordovest, ma poi ero venuto in uggia al corpo insegnante e soprattutto alla Direttrice, che pure, per un po' di tempo, mi aveva evidenziato il suo favore. Tuttavia, di colpo, senza nemmeno capirne del tutto le cause, mi ero ritrovato iscritto all'elenco dei "cattivi" e le mie pagelle, sempre piuttosto brillanti, avevano subito un netto peggioramento. Avevo cercato di capire perché, lo avevo persino chiesto, ma mi ero scontrato con un mutismo assoluto. Allora avevo lasciato il prestigioso istituto sbattendo la porta, ma, per circa un annetto, mi era rimasto un certo qual desiderio di tornare e, in alcune occasioni, avevo pure bussato alla porta di quel prestigioso centro di sapere. Invano. Nessuno mi aveva aperto. In una recente occasione ero pure riuscito a introdurmi di soppiatto in quelle magnifiche aule, traboccanti di sapere, di cortesia, di savoir faire, ma il mio piccolo stratagemma era stato scoperto, ed erano stati fuochi e fulmini contro di me.
       Stavo pensando che cosa fare per l'anno nuovo, quando mi si è presentata l'opportunità di iscrivermi a un'ancor più prestigiosa istituzione universitaria e, una volta valutato il livello dell'offerta, non ci ho pensato su due volte: voi non passereste dalla Bocconi (dove manifestano palese insofferenza nei vostri confronti) ad Harvard (dove vi accolgono a braccia aperte)?
       E così eccomi qui! Anno nuovo, vita nuova! Tutti sono gentili con me e il rettore (donna) del prestigiosissimo istituto mi mostra un grande favore e mi riserva una grande attenzione. Potrei anche diventare il suo allievo prediletto! Lo so che talvolta mi "inguaio" con le mie mani, che in qualche caso vanifico con i miei comportamenti le benemerenze precedentente accumulate, ma colei che dirige con mano ferma questa Alma Mater del sapere appare donna piena di cuore, più che di algore, e io, che sono uno studente anagraficamente un po' fuori corso, ma sempre pieno di sentimentali furori, ho già fatto la mia scelta: anno nuovo, scuola nuova!! Magari anche in in questo centro di sapere elitario riuscirò presto a farmi conoscere in negativo, ma l'accoglienza che ho ricevuto è tale per cui il cambio d'istituto si impone, subito. E poi, come matricola, mi sento stimato, che è sempre meglio che sentirsi disprezzato ed essere trattato di conseguenza. Pensate che il rettore (donna) mi parla persino...! Il che, dopo una lunga esperienza con una Direttrice Grande Muette, non mi fa credere... alle mie orecchie...!
        Vive la rentrée, dunque!
 
                         Piero Visani 
 
 

domenica 25 agosto 2013

Displacement

       Inutile negarlo: quando una persona passa dal troppo brutto al troppo bello in tempi relativamente ristretti, la sensazione di spaesamento, per quanto piacevole, è fortissima, e condiziona le sue reazioni. Dopo un lungo periodo di silenzi, mutismi, mazzate varie, ora che dialogo fitto con una persona gentile, dolce, aperta, talvolta sono il primo a sorprendermi della soavità con cui vengo trattato. Paio un bambino cresciuto in un orfanotrofio e transitato, come per incanto, in una famiglia normale, dove il quadro affettivo è ricco e caldo.
     Non mi sento fuori posto, anzi, ne sono molto lieto, ma le mie reazioni sono talvolta quelle di colui che, avendo conosciuto solo ruvidezze e offese, davvero non pensa che possa esistere un mondo diverso da quello che ha sperimentato a proprie spese.
      All'inverso, chi mi tratta con una dolcezza che le è abituale, consustanziale, si interroga a sua volta su dove sia stato io, nella mia vita precedente o - più correttamente - nel più recente periodo della medesima, e trasecola nel notare l'entusiasmo perfino soverchio con cui accolgo gesti carini, ma per me del tutto inusuali, probabilmente chiedendosi dove sia stato, e con chi.
      Sto riflettendo da qualche settimana su tutto questo e credo che ricorderò a lungo questo agosto 2013, con i suoi formidabili alti e bassi e le sue incredibili accelerazioni. La mia vita è così, sempre molto giocata sul filo del rasoio e dei radicalismi più estremi, e non riesce a cambiare, né io riesco a cambiarla.
       Registro però un dato importante: una cosa è cercare di DARE, e vedersi rifiutato tutto, perfino quello che è ispirato alla massima gratuità ed è totalmente privo di secondi fini, un'altra è invece vedersi accolto tutto, con una disposizione di spirito che incanta per la ricchezza di cui è intrisa, che ciascuno di noi è ovviamente portato a mettere a confronto con l'aridità assoluta con cui ha dovuto fare precedentemente i conti.
      Voi cosa scegliereste...?
 
                           Piero Visani

venerdì 23 agosto 2013

Isbuschenskij

      Esattamente 71 anni fa domani, la mattina del 24 agosto 1942, il reggimento "Savoia Cavalleria" si rese protagonista, a Isbuschenskij, in Unione Sovietica, dell'ultima carica di cavalleria della storia (in verità, l'ultima fu quella di Poloj, condotta il 17 ottobre dello stesso anno dai "Cavalleggeri di Alessandria" contro reparti partigiani titini, ma, proprio perché condotta contro forze irregolari, gode di una considerazione diversa, legittimo o meno che sia tale atteggiamento).
     A Isbuschenskij, ben due squadroni del reggimento vennero impegnati in diverse cariche. L'azione si concluse in un successo, al prezzo di 32 morti e 52 feriti.
     L'evento è passato in pompa magna in tutti gli annali della storia militare ed è giusto ricordarlo, soprattutto per coloro che seppero compiere, con grande senso del dovere, un'azione così anacronistica. Nel ricordarlo, e nel tributare loro il più doveroso degli omaggi, non possiamo cancellare la tristezza di aver affrontato in condizioni di questo genere una guerra assolutamente rivoluzionaria come il secondo conflitto mondiale, privi di armi, di mezzi, di una dottrina operativa degna di questo nome, di comandi all'altezza della situazione e talvolta anche pieni di traditori...
     Come sempre nella storia italiana, l'eroismo di pochi dovette cercare di supplire al fallimento del sistema statale, al fallimento di un regime che aveva parlato tanto di guerra, ma non l'aveva preparata adeguatamente, alla differenza enorme che sempre sussiste tra la retorica e la realtà.
     Il ricordo di coloro che, chiamati dalle circostanze a compiere un atto anacronistico come una carica di cavalleria contro un nemico armato di armi automatiche, di mitragliatrici e di cannoni, fa venire in mente la carica dei 600, a Balaclava, in Crimea, con la non piccola differenza che in quel caso correva l'anno 1854, e che già allora le cariche di cavalleria stavano diventando alquanto rare. Dunque è giusto tributare agli uomini del "Savoia Cavalleria" gli onori che si devono ai combattenti eroici, ma sarebbe giusto altresì interrogarci sul perché, quando ci sono di mezzo lo Stato e le sue istituzioni, l'Italia debba fare sempre riferimento al valore dei singoli e alla capacità individuale di "arrangiarsi", e non a quello che oggi si chiamerebbe "il sistema-Paese".
     Compito dello storico militare è ricordare gli eventi. Compito di ciascuno di noi è cercare di evitare che i singoli siano chiamati a sopperire, talvolta con la vita, alle macroscopiche insufficienze della nostra struttura statale, al suo essere sempre indietro sui tempi, le esigenze, le situazioni, gli obiettivi. Una carica di cavalleria nel 1942 è uno straordinario atto di eroismo per chi la condusse. Un terrificante atto di accusa per chi la rese possibile, salvo poi cercare, il successivo 8 settembre 1943, una comoda fuga tra le braccia degli Alleati. Il "Savoia Cavalleria" caricò in avanti; la classe dirigente dell'epoca, come quelle che l'avevano preceduta e quelle che seguirono, all'indietro... C'è tutta la storia d'Italia, in questa dinamica inversa.
                                               Piero Visani



The long and winding road

     I miei percorsi esistenziali sono stati sempre alquanto tortuosi, probabilmente perché la mia anima è tortuosa, contorta. Cerco - l'ho scritto più volte - "l'alba dentro l'imbrunire" e spesso ho trovato soltanto la notte più nera.
      Non so nemmeno io perché, dal momento che mi "spendo" sempre al massimo in ogni situazione. Raramente, tuttavia, trovo la giusta misura, o quanto meno così mi dicono: sono troppo, troppo poco, eccessivo, ridondante, tendo ad allargarmi, tendo ad assentarmi, sono soverchiante, sono assente.
      Credo che ci siano pochi uomini che sono stati oggetto di tanti brutti "voti" quanti ne ho presi io e tuttavia, in ultima analisi, ho continuato imperterrito a procedere per la mia strada. Non si può piacere a tutti e naturalmente, se la tua personalità è ad alto profilo - e la mia lo è -, a molti puoi non piacere.
      In questi ultimi anni ho avuto qualche problema di troppo, sotto questo punto di vista, ma credo di esserne venuto fuori alla grande e aver desunto, dalle situazioni di "crisi" (latamente intesa), notevoli risultati in termini di creatività. Scrivo molto di più, molto meglio (credo...) e con molta maggiore partecipazione personale. Scrivo ancora più in fretta di quanto non facessi una volta e avrei voglia di pubblicare qualcosa di nuovo, e non più nel campo della saggistica.
      Ad onta di tutte le frustrazioni e le delusioni subite, infine, continua la mia ricerca di "anime elette", di "happy few" che - come me - abbiano una visione olistica dell'esistenza, priva di sensi di colpa, di rifiuti, di limiti, di esclusioni a priori. Anime che cerchino lo scambio, e non rapporti "a sovranità limitata".
       Poiché mi sono sempre ispirato - nella mia azione - al detto di Guglielmo d'Orange, per cui "non occorre sperare per intraprendere, né riuscire per perseverare", io ho sempre continuato a intraprendere e non ho mai cessato di perseverare. La mia pertinacia, come sempre, è stata premiata.
       Incontro "anime belle", che parlano la mia stessa lingua, e che non hanno paura di dare e di darsi. Anime che non cercano "vite a credito", ma vite vere. Anime che sanno "andare oltre", in tutto e per tutto. Anime non borghesi. Ci sono sempre albe, dentro l'imbrunire. Occorre solo continuare a cercarle, con pazienza, con tenacia. E infine le si trova.
 
                         Piero Visani
     

giovedì 22 agosto 2013

Tranquillo, Piero!

     Una persona mi scrive: "Ognuno è quel che è. Tranquillo, Piero!" E, subito dovo aver profferito queste fatidiche parole, mi lascia cadere da un'imbarcazione dal nome perraultiano, che avevo raggiunto con infinita fatica.
      Anche se la circostanza non era delle più divertenti, credo di aver avuto il tempo e soprattutto la voglia di rispondere, mentre cadevo, nelle acque fortunatamente non troppo fredde di questa estate mediterranea: "Giusto!".
      Eh sì, perché le persone occorre sempre vederle alla prova dei fatti e così ho capito che sì - è vero - "ognuno è quel che è" e qualcuno ha una vocazione al suicidio, altri all'omicidio, altri ancora sono "buoni e comprensivi", e, nel lasciarti deliberatamente affogare, ti invitano pure a stare tranquillo... La fortuna del "politicamente corretto" e dei suoi estimatori è che ti consente di ammazzare dicendo che non stai uccidendo, ma stai facendo "diversamente vivere"...
      Mi sento meglio, mi sento decisamente meglio. Mi sento quasi "tranquillo"...
      Eh sì, "ognuno è quel che è"...
 
                                                               Piero Visani

martedì 20 agosto 2013

Marie Joséphine Rose Tascher de la Pagerie - 2

Ci sono donne castranti (tante, troppe direi). Donne il cui unico obiettivo pare quello di far soffrire gli uomini, che intimamente devono odiare profondamente, per sottoporli a tale trattamento. E ci sono invece donne che sembrano nate per fare la gioia degli uomini, con i loro vezzi, la loro esasperata femminilità, la loro chiara consapevolezza dell'enormità, in ogni tempo e luogo, del pussy power. Non che anche queste ultime non facciano soffrire, ma chi le corteggia sa che, in caso di successo, avrà un'adeguata ricompensa... E non sono neppure e necessariamente - come vuole certa agiografia femminista e omosessuale - delle sciocche puttanelle che hanno una redditività solo "localizzata", cioè a letto.
Sono donne che sanno farsi amare, che sono "dispensatrici di amore", condizione che - intesa correttamente e non volgarmente - è in verità la sublimazione della condizione femminile di ogni tempo, poiché consente alla donna di esercitare il proprio potere supremo, quello consolatorio, senza peraltro inibirle la possibilità di fare - e in maniera eccellente - qualsiasi altra cosa. Ma resta quel "tocco in più" senza il quale il mondo sarebbe un luogo ben triste, popolato solo di virago o di civette che promettono ma non mantengono.
E' questo il caso di Marie Joséphine Rose Tascher de la Pagerie, bella e soprattutto sensualissima creola nata nel 1763 in Martinica, da una famiglia di piccola nobiltà terriera e andata in sposa, nel 1779, al visconte Alexandre de Beauharnais.
Perso il marito nel turbine rivoluzionario, la bella Joséphine - donna che i suoi numerosi amanti descrivono come ardentemente sensuale - divenne in breve l'amante di Paul Barras, una delle figure dominanti del periodo rivoluzionario e, quando costui decise di liberarsene, la spinse tra le braccia di un giovane militare emergente, il generale Napoleone Buonaparte.
Molto si è scritto del matrimonio e della burrascosa relazione tra i due. I dati permanenti che emergono è che entrambi fossero molto amanti della vita e che nessuno dei due rinunziasse a un nutrito stuolo di relazioni extraconiugali. Tuttavia, il legame personale tra i due rimase sempre solidissimo.
Tra i meriti della Rivoluzione Francese, occorre indubbiamente annoverare un mutamento dei costumi che deve essere visto, per quanto possibile, con occhi non intrisi di sessuofobia. Dopo le nefandezze del periodo del Terrore, era normale che la joie de vivre si impadronisse di tutti e portasse a un allentamento dei comportamenti individuali, ma faccio fatica ad adottare il termine "allentamento", in quanto, se a livello di comportamenti sessuali gli umani seguissero la biologia, e non la religione o la sociologia, la vita di tutti noi sarebbe infinitamente più libera, più serena e meno complicata. Quando ci libereremo da ideologie e da religioni che passano attraverso i genitali (e questo, in una certa maniera, serve anche a qualificarne il livello oggettivo - delle ideologie e delle religioni, intendo, non dei genitali...), faremo un gigantesco passo avanti, anche se temo che quel momento sia ancora lontano.
Anche dopo che, nel 1809, Napoleone, divenuto imperatore nel 1804, fu costretto a ripudiarla e a risposarsi con Maria Luisa d'Austria per garantirsi, per ragioni dinastiche, una discendenza, i suoi rapporti con la ex-consorte continuarono ad essere buoni, poiché il vincolo che li legava era solido e andava al di là delle vicissitudini della vita.
Alla sua morte, avvenuta - probabilmente per una polmonite - nel maggio 1814, quando Napoleone era stato costretto all'esilio all'isola d'Elba, egli non volle vedere nessuno per due giorni, travolto da un profondo dolore. Probabilmente Joséphine, più ancora di Maria Walewska, fu il grande amore della sua vita.
Donna abile, scaltra, di bassa statura, ma incredibilmente seduttiva e sensuale, Joséphine Beauharnais è una di quelle figure femminili che piacciono molto agli uomini. Non una "dark lady", perfetta sintesi di Eros e Thanatos, ma un soggetto capace di mettere gli uomini ai propri piedi grazie alle sue arti seduttive e sensuali. Un modello probabilmente superato dall'evoluzione dei tempi, ma che i maschi, alla prese con un altro sesso ormai completamente autoreferenziale, talvolta non possono fare a meno di rimpiangere.

                                              Piero Visani

lunedì 19 agosto 2013

Beyond the borderline

    Sono stato per un anno e mezzo circa parcheggiato davanti a una barra di confine (confine di genere...?), sulla quale stava scritto, a caratteri cubitali, un gigantesco ALT. A seconda delle circostanze, i caratteri un po' rimpicciolivano, ma diventavano nuovamente enormi quando io - come sempre un po' ingenuo - facevo dei tentativi to cross the border...
     A un certo punto, anche la mia pazienza - che peraltro non è la più sviluppata delle mie qualità - è venuta meno, ho fatto marcia indietro e sono tornato (a nuoto...?) da dove ero venuto.
     Tuttavia, la mia "voglia matta" di traversare confini non è mai venuta meno e ho scoperto che, se si sviluppa una nuova affinità elettiva, con una persona nuova e diversa, che non si pone come proprio principale obiettivo quello di farti impazzire e magari ha un'identità di genere un po' più chiara e definita, tutto diventa infinitamente più semplice e più bello.
      Oggi vivo un'esperienza nuova e diversa, ma non "ricordo con rabbia". Ricordo con stupore. Comincio a chiedermi se fosse tutto vero, perché non tutti i mondi, non tutte le persone, sono chiusi in negazioni, rifiuti, ostilità, ALT, barriere, confini, respingimenti, giudizi, voti e pagelle.
        Mi sono fermato a lungo dov'ero perché pensavo che fosse una condizione psicologica, momentanea e superabile. Invece è un odio atavico, un odio forse di genere, un'ostilità programmatica. Ma io, invero, non sono per nulla pentito di essere nato uomo, e uomo a tutto tondo, non eunuco. Credevo di essere già molto diverso dalla media, nella mia indole maschile attenta, affettuosa e gentile. Ma non basta mai nulla, alle "maestrine dalla penna rossa". Il problema è che sono plurilaureato, e le elementari le ho finite da un pezzo... Dovrei farmi giudicare dalle maestrine? Suvvia, senso del limite, prego...
 
                                Piero Visani

sabato 17 agosto 2013

Non sarà il canto delle Sirene...

      Come gli affezionati lettori del mio blog sanno bene, un po' più di un anno fa sono stato precipitato in una benne à déchets, dove ho trascorso un periodo piuttosto lungo. Lungo ma formativo, durante il quale ho potuto riflettere su me stesso, su altre persone, su situazioni varie, etc.
       Ne sono uscito a fatica, facendomi forza e, una volta on the road again, non ho avuto idea migliore che mettermi a rincorrere colei che nella benne à déchets mi aveva precipitato...
       "Sei proprio fesso!", direte voi, e come non darvi ragione... Ma - sapete - "tutto ciò che è fatto per amore è al di là del bene e del male", e io a tale principio ho sempre ispirato la mia condotta.
       Dunque lunghi appostamenti, ricerche, tentativi di provocare intersezioni più o meno casuali, mosso anche dall'orgoglio tipico di "un cavaliere che voleva fare l'impresa". E l'impresa, alla fine, l'ho fatta, ho scovato e raggiunto la mia damigella, ho posto le mani sulla splendida barca a vela su cui veleggiava e ho chiesto a little help from my friend (friend...?) per salire a bordo. La gentildonna mi ha porto, per un po', le sue lunghe mani affusolate, ma poi mi ha chiesto, pur vedendomi stremato: "ma sei giunto fin qui in base alle vigenti leggi?". Avrei voluto chiedere, con tono e stile fantozziani: "Non ci sarebbe la domanda di riserva?", ma, per dignità, non l'ho chiesto e ho confessato l'atroce verità (quella però che "a me sì cara viene"): "no, mia dolce navigatrice degli high seas, purtroppo non faccio nulla in base alle leggi, né a quelle vigenti, né a quelle abrogate, né a quelle future...!"
      Sul volto di lei, già raramente tenero nei miei confronti, si è dipinta una nuvola di autentico furore, ha lasciato andare le mani che mi tenevano faticosamente attaccato allo scafo del veloce veliero, ha girato il capo e non mi ha guardato più.
       Altro che la benne à déchets! Sprofondare nelle acque del Mediterraneo, nel bel mezzo delle isole greche, può essere un'esperienza assai sgradevole, specie per un nuotatore provetto ma affaticato dagli anni e dagli sforzi come il sottoscritto. Però, in quelle terre che odorano di Omero e di Odissea, la lunga navigazione, per quanto un po' "truffaldina", di chi ha sempre inteso seguire "virtute e conoscenza", pur rimanendo sempre - agli occhi incantevoli della mia bella - nulla più che un abominevole "bruto", non poteva finire così. Audaces fortuna iuvat ed io, condannato per una seconda volta alla damnatio memoriae e, per una prima, all'annegamento, ho sentito levarsi sullo sfondo un canto sottile, dapprima flebile poi sempre più intenso, scaturente da una voce soave di una sirena dolce, misteriosa, affascinante.
      Condannato a morte certa, a meritata fine da gaglioffo qual sono, ho avuto un'incredibile botta di fortuna: niente più benne à déchets, niente affogamento certo, ma il volto gentile e l'animo accogliente e comprensivo di una misteriosa ma promettente sirena, che mi chiamava elegantemente a sé.
       Voi cosa avreste fatto? Viste le circostanze e il trattamento avuto dalla vostra damigella, certo avreste ascoltato il canto della sirena! L'ho fatto anch'io, ma avendo bene in mente il testo della canzone di De Gregori:

Non sarà il canto delle sirene che ci innamorerà,
noi lo conosciamo bene, l'abbiamo sentito già,
e nemmeno la mano affilata, di un uomo o di una divinità.
Non sarà il canto delle sirene in una notte senza lume,
a riportarci sulle nostre tracce, dove l'oceano risale il fiume,
dove si calmano le onde, dove si spegne il rumore.
non sarà il canto delle sirene, nel girone terrestre,
ad insegnarci quale ritorno, attraverso alle tempeste,
quando la bussola si incanta, quando si pianta il motore.
Non sarà il canto delle sirene ad addormentarci il cuore,
quando l'occhio di Ismaele si affaccia da dietro il sole,
e nella schiuma della nostra scia qualcosa appare e scompare.
Non sarà il canto delle sirene che non ci farà guardare.
Sarà la voce delle nostre donne, a guidare i nostri passi,
i nostri passi nel vento, e il vento ci prende per vela.


           E così, nuotando verso quella Sirena, ho capito che quasi certamente non era tale, ma era una donna vera, così diversa dalla sirena che avevo seguito fino a quel momento. E ho capito che forse avevo trovato un approdo nuovo, decisamente più accogliente della benne à déchets e assolutamente meno ostile della Sirena ingannatrice inseguita inutilmente tanto a lungo. Non ho ancora scritto questa nuova storia, ma voglio scriverla giorno dopo giorno. Non è bella?
                 Piero Visani  

venerdì 16 agosto 2013

À bout de souffle

       Hai rincorso, hai rincorso molto a lungo. Sei arrivato alla meta quando già non ci speravi più e continuavi a correre essenzialmente per onore di firma e, nel mentre assaporavi la gioia non della vittoria, ma dell'impegno premiato (che è cosa diversa dalla vittoria), ti sei beccato un gigantesco sputo.
       Un po' di sorpresa l'hai provata, perché, anche se ne hai viste di cose, in vita tua, magari proprio uno sputo (metaforico, sia chiaro) in quelle circostanze non te l'aspettavi, ma poi - come per incanto - ti ha colto una calma profonda, una calma piatta, di fronte a una così enorme rivelazione. Dunque era quello il premio che ti era riservato per il tuo impegno, la tua ostinazione, la tua ammirazione, il tuo interessamento...! A quel punto, di colpo, ogni collera è sbollita, ogni cosa che avevi fatto fino a quel momento ha perso senso, perché hai compreso, in un solo attimo, quanto fossi stato sciocco, ingenuo e soprattutto fuori luogo per aver concentrato a lungo le tue attenzioni su una persona per la quale sei, palesemente, un assoluto NULLA. E così, quella soglia sul cui limitare eri fermo da tempo, senza mai riuscire a varcarla, non per mancanza di coraggio, ma per amore di una persona, l'hai varcata in automatico, chiedendoti dove avessi dimenticato la testa, la ragione, l'intelletto, per un periodo così lungo.
       Dunque avevano ragione gli amici a metterti in guardia, a dire che eri completamente pazzo. Sì, avevano ragione, ma probabilmente mi serviva essere oggetto di un gesto tanto carino, aggraziato e amichevole per essere dove sono adesso: OLTRE E ALTROVE. Con l'animo finalmente lieve. Dunque grazie all'autrice del medesimo. Avevo bisogno di capire e ora ho capito. Chiarezza è fatta, all'ultimo respiro.
 
                              Piero Visani

giovedì 15 agosto 2013

Stimoli della mente e del cuore

       Sto attraversando una fase di grande creatività e scrivo a getto continuo. Temevo che alcuni atteggiamenti ostili e ostativi mi potessero danneggiare, rinchiudendomi nel campo delle recriminazioni fini a se stesse, ma, per una serie di circostanze tanto fortuite quanto fortunate, il mio flusso emotivo non solo non si è interrotto, ma si è arricchito.
       Vengo da una lunghissima fase di comunicazione unilaterale, di monologhi, di tentativi - falliti - di riaprire un dialogo. Il caso ha voluto che trovassi finalmente una voce, una voce che sa parlare e sa ascoltare, e la cosa ha avuto su di me un effetto positivo, quasi elettrizzante.
       Già adrenalinico di natura, oggi mi sento ancora più tale e la mia mente corre, corre più veloce che mai, traversa temi e situazioni, e trova nello scrivere non un rifugio, com'è successo negli ultimi 13-14 mesi, ma un territorio sconosciuto da esplorare e fecondare.
      Non conto nemmeno più le pagine che scrivo in un giorno, tanto sono numerose. Ma sono felice, intimamente placato. Esco da un periodo di trattamenti piuttosto sgradevoli, ma da un lato credo di averne comprese le cause e, dall'altro, ho superato il rancore, il risentimento e l'ostilità. Se una persona ti disprezza, ti è ostile e si chiude con te in un perenne mutismo, giusto fare qualche tentativo per indurla al dialogo, poi è meglio lasciar perdere. Non si può essere apprezzati da tutti. Si prende atto di tale ostilità e si guarda altrove.
       E' quello che sto facendo, a tutti i livelli, dal personale al professionale, con una lucidità mentale ed emotiva che non mi riconoscevo da tempo. Un dionisiaco non deve mai commettere il tragico errore di farsi trascinare lungo percorsi di "non vita": la recriminazione, la rinuncia, il rifiuto. Deve sempre "andare oltre", sapendo che il domani appartiene a chi è in sintonia con te, non a chi ti manifesta un sordo rancore.
       Come sempre, più di sempre, "vado" - d'annunzianamente - "verso la vita".

                        Piero Visani

La punition

       Quando un individuo ha una personalità ad alto profilo, un carattere con qualche spigolo e una scarsa inclinazione a piegare la testa, è possibile che faccia scattare in qualcuno/a che soffre di complessi di inferiorità nei di lui confronti, oppure si sente in soggezione per ragioni di età/prestigio/carattere, o intellettualmente meno preparato/a, un larvato o nemmeno troppo larvato desiderio di punizione, il cui intrinseco vigore aumenta con il crescere di tale sentimento di inadeguatezza. E la cosa si fa ancor più grave quando una relazione di questo genere si stabilisce tra due persone di sesso diverso e magari chi si sente inadeguato è pure afflitto da problemi di identità sessuale, per cui il rapporto diventa altresì una nitida cartina di tornasole di altre questioni irrisolte, a livello di identità di genere.
      A quel punto, qualsiasi pretesto è buono per far scattare il meccanismo della punizione, in quanto esso rappresenta una potente attestazione di una logica di Odi et amo: ti odio per quel che sei, per come sei, per come metti a nudo (non all'esterno, ma dentro di me) tutte le mie contraddizioni, ma in realtà tutto questo odio non è altro che una forma mal espressa e contorta di amore, perché in realtà ti amo, ma, per arrivare a te, dovrei cambiare me e ho paura, una terribile paura a fare i conti - tutti i conti... - con me stessa.
     In passato, ho cercato di gestire una situazione del genere, ma la cosa è possibile solo in una condizione di dialogo. Se il dialogo viene a cessare, allora il rapporto si trasformerà in una serie di urti e scontri continui, perché tutto diventera un pretesto per tenerti lontano. Lontano perché non sei insopportabile in sé, ma per le dinamiche che inneschi. E la verità - si sa - è sempre rivoluzionaria. Allora, per proteggersi, per non fare i conti con se stessa, scatta la punizione... Ma non sei tu a essere punito. Quella non è flagellazione dell'altro, è autoflagellazione, sommata a incapacità totale di giudicarla come tale, o di confessarla in primo luogo a sé medesimi...
 
                            Piero Visani

mercoledì 14 agosto 2013

La procedura

       Da bambino, schiacciavo il mio viso contro le recinzioni che delimitavano quel club prestigioso. Era un complesso polisportivo: tennis, nuoto, calcio (all'epoca il calcio a 5 ancora non esisteva), vela (vivevo in una città di mare), sci nautico, basket, pallavolo, palestre. La piscina - un'olimpionica da 50 metri - confinava con il lussuoso ristorante e, d'estate, gli iscritti al club mangiavano in un'elegante terrazza posta subito sopra il margine settentrionale della medesima.
       Per me, quel club era il concentrato di tutte le fortune. Figlio di una famiglia della piccola borghesia, sapevo bene che non sarei mai potuto entrare in quel circolo esclusivo e allora mi limitavo a guardarlo da fuori: da piccolo seguendo le evoluzioni dei tennisti sugli eleganti e ben tenuti campi di terra rossa; da un po' più grande, seguendo le evoluzioni delle splendide ragazze che affollavano il ristorante. Tutte alte, belle, ricche. La sommatoria di tutto ciò che io non avrei mai potuto avere. Ma non sentivo invidia, è un sentimento che non ho mai provato. Mi limitavo a guardare e ad ammirare. Ricordo che, siccome da distante non sentivo le voci degli iscritti al club, da molto piccolo pensavo che fossero tutti muti (avrei poi scoperto più tardi che in parte dicevano un sacco di sciocchezze, in parte muti lo erano davvero...).
      Poi la mia vita cambiò, la mia famiglia fece un po' di strada nella società e un po' ne feci anch'io. Mai, tuttavia, mi venne in mente di iscrivermi a quel club così riservato, elitario, esclusivo. Troppo lontano dalla mia mentalità, dai miei interessi, dalla mia visione del mondo.
       Il caso volle che, per una presentazione di un amico comune, conoscessi un dì una socia di quel club esclusivo: donna di sicura classe, di buona conversazione, un po' singolare ma certo interessante. Tra noi nacque una simpatia, un rapporto che non saprei nemmeno bene come definire, che andò avanti per un po'. Io la colmavo di regali, le facevo un po' da mentore su argomenti a me cari e a lei poco noti (non che non fosse donna di cultura, per altro), cercavo di sviluppare business congiunti. Poi - come chiunque abbia frequentato certi ambienti sa bene, e io già ne avevo frequentati, ormai, vista la mia età - le venni in uggia: ero diventato un giocattolo vecchio, usato, noioso. Era tempo di giocattoli nuovi. La mia parte e il mio tempo li avevo fatti.
      Allontanato dalla gentile signora con procedura un poco tranchant, rimasi deluso per quel trattamento e, una svolta sbollita la collera per il mio troppo celere dimissionamento, cominciai a chiedermi come sarei potuto ritornare nel giro, come sarei potuto tornare a rivederla, a parlarle. Avevo provato le vie ordinarie, ma non mi rispondeva, dando concreta attestazione ai miei dubbi giovanili sul fatto che gli appartenenti a quel club fossero muti... (e forse anche sordi...).
       Di natura - e forse è per questo che non sono mai stato ammesso in club esclusivi - sono una via di mezzo tra varie cose e personalmente mi sento assai vicino all'immagine de Lo straniero, la nota canzone di Georges Moustaki:
 
"Con questa faccia da straniero sono soltanto un uomo vero,
anche se a voi non sembrerà.
Ho gli occhi chiari come il mare, capaci solo di sognare,
mentre ormai non sogno più.
Metà pirata, metà artista, un vagabondo, un musicista
che ruba quasi quanto dà,
con questa bocca che berrà a ogni fontana che vedrà
e forse mai si fermerà.
Con questa faccia da straniero ho attraversato la mia vita
senza sapere dove andar,
e' stato il sole dell'estate e mille donne innamorate
a maturare la mia età.
Ho fatto male a viso aperto e qualche volta ho anche sofferto
senza però piangere mai...
"
 
       Come tale, non speravo certo di essere ammesso in un club esclusivo, però ci tenevo tanto, infinitamente tanto, a rivedere quella gentile signora, a parlarle, a riprendere un dialogo con lei, e così incominciai a pensare come fare. Soluzioni dirette non ce n'erano, ma escamotages sì, quelli tanti, e io, per mia personale indole, non mi sono mai fermato di fronte a niente.
        Mi presentai dunque alla segreteria del club, vestito da gran signore (sull'abbigliamento vado assai bene, direi meglio della media dei soci, e anche sul fisico, dopo tutto), e chiesi di potermi iscrivere, vantando credenziali che non avevo e seminando qua e là qualche bugia, di quelle che un tempo si definivano "a fin di bene".
       Poiché l'abito fa il monaco, venni immediatamente iscritto e invitato ad usufruire subito delle strutture, per cui, per due giorni indimenticabili, potei ritrovare quella bella signora e parlarle, scoprendo che, se uno aveva le credenziali, non è poi che fosse così muta, un pochino parlava, anche a me, che pure ero un reprobo, uno ormai "scaricato".
        Tuttavia, dopo 48 ore di felicità, la mia domanda di ammissione, palesemente dolosa (non troppo, ma un poco sì), venne sottoposta a verifica dalle competenti autorità e mi venne notificato un provvedimento di espulsione, con la motivazione di "non aver rispettato la procedura di iscrizione".
       Per nulla preoccupato da un provvedimento di cui mi importava poco o nulla, mi recai dalla mia bella signora per dirle che sì, mi dovevo forzatamente allontanare, ma ovviamente avremmo continuato a dialogare tra noi anche se io dal prestigioso club venivo espulso.
       Immaginatevi la mia sorpresa quando la soave signora mi disse che no, non avremmo più parlato, che sarebbe rimasta muta per sempre, con me, perché non avevo rispettato la procedura di accesso a lei...!!!
       Avete mai sentito parlare di rapporti umani, per quanto superficiali, che cessano "per il mancato rispetto della procedura"? Nelle burocrazie certamente sì, ma nella vita reale, tra esseri umani (o presunti tali)...? Davvero è possibile condannare una persona per il mancato rispetto della procedura? Ho forse ucciso qualcuno, nel violarla? Paiono procedure da Herrenvolk, o sbaglio...? Dopo tutto, anche il "popolo eletto" è una forma di Herrenvolk, come negarlo...?
       Per un attimo, per un breve attimo, mi è crollato il mondo intorno, ma poi mi sono reso conto che non avevo mai visto tanta stupidità tutta concentrata in uno spazio così ristretto e che comunque determinati atti, proprio per la loro natura off limits, ti dimostrano che cosa c'è al di sotto di certi burocratici protocolli: L'ASSOLUTO NULLA. Mi ero dannato l'anima per arrivare a un obiettivo, l'avevo conseguito, e ora mi si cacciava via per "mancato rispetto della procedura"...!!
      Travolto da una tale ondata di stima, affetto, solidarietà, empatia, ho restituito la mia tessera, ho capito che quell'esclusivo club e i valori "altamente umani e solidali" che lo informano non fanno per me (sono infatti provvisto di uno spiccato senso dello humour, io...) e ho capito che, da piccolo, quando pensavo che i soci di quel circolo elitario fossero muti non mi ero sbagliato, ma avevo visto con "gli occhi del cuore e non con quelli dell'interesse". I miei occhi erano così già allora e, per mia fortuna, sono rimasti tali anche dopo...
       Ora so che, se per caso vi capitasse di conoscerli, mi permetterei di suggerire che sarebbe meglio evitarli. L'ho imparato a mie spese, ma questo - si sa -  è il prezzo dell'esperienza. E, dopo tutto, non è capitale investito male, perché prima soffrivo per la mia emarginazione, ora soffoco sotto il peso di omeriche risate. Perchè io valgo, io. E voi, burocratici cialtroni dell'anima...?
 
                                      Piero Visani
 
 
 

martedì 13 agosto 2013

Dalla realtà virtuale alla virtualità reale

     Si parla tanto, troppo, di "realtà virtuale". Così facendo, si fa riferimento a un concetto che è aggiornato quanto un semplice telefono cellurare rispetto a uno smartphone o a un tablet. La "realtà virtuale", infatti, da tempo ha ceduto il posto alla "virtualità reale", che è qualcosa di molto più artificioso e complesso.
      Se noi parliamo di "realtà virtuale", ci viene naturale pensare a una realtà con componenti virtuali. Se accettiamo questa prospettiva, allora dobbiamo subito renderci conto che la "virtualità reale" è qualcosa di radicalmente diverso, anzi antitetico. E' una dimensione "virtuale" che - grazie alla sua sovrarappresentazione e alla sua narrazione prima e metanarrazione poi - diventa reale, con tutte le conseguenze del caso.
      Per non rimanere nel vago, facciamo un esempio ormai classico, quello delle "primavere arabe". Quanto di quello che si vedeva sui media, nuovi o vecchi che fossero, stava realmente accadendo sull'altra riva del Mediterraneo, e quanto non veniva invece prodotto in studi appositamente attrezzati e poi, una volta diffuso in varie forme, diventava "reale" nonostante fosse originariamente "virtuale"?
      La chiave di tutto è lo storytelling: prendete una storia, dotata di forte potere empatico, di capacità di attrazione; raccontatela bene, diffondetela con i giusti strumenti per i giusti canali, et voilà: il gioco è fatto! Diventa non solo reale, ma più reale del reale. Questa è la virtualità reale.
      Ne siamo pieni, ne siamo saturi, e i nuovi media hanno accentuato in misura esponenziale tale aspetto, consentendo non solo a metanarrazione e narrazione di procedere di pari passo, ma consentendo altresì che la narrazione sia essa stessa una metanarrazione. Se così è, allora potremmo tutti trovarci chiusi all'interno di una "Matrice" di cui non conosciamo l'esistenza, essere TUTTI protagonisti di un colossale "Truman Show", senza avere minimamente la possibilità di scoprirlo, o di raccontarcelo, perché noi non lo sappiamo e chi lo sa si guarda bene dal dircelo...
      Su versanti più specifici, questo dilata enormemente le possibilità della "strategia mediatica", argomento sul quale scrissi un libro nell'ormai lontano 1998 (Lo stratega mediatico, Cemiss - Edizioni della Rivista Militare, Roma). Certo, da allora tutto è cambiato sotto il profilo degli strumenti tecnici disponibili, che si sono fatti molto più complessi e sofisticati, ma la ratio di fondo rimane la medesima, vale a dire utilizzare i media come strumento strategico, per di più sub-liminale, con effetti di distorsione della realtà e di persuasione dei destinatari della comunicazione che è riduttivo definire devastanti.
       Il problema è che oggi tale capacità non è ancora percepita nitidamente da tutti. Vorrei utilizzare il mio blog, nel prossimo futuro, anche per analizzare a fondo questo argomento. Dobbiamo infatti evitare di sprofondare in una Matrice, e purtroppo ci siamo già abbondantemente dentro, spesso inconsapevolmente.
                                         Piero Visani




lunedì 12 agosto 2013

No Sex, Many Lies and No Videotapes

      D'accordo, ragazzi, il mio ruolo di shit-eater l'ho svolto con diligenza e parecchio a lungo. Però, quello dello sterco è un gusto che non inebria mai troppo (almeno non me) e, accompagnato da pedate varie, monosillabi e silenzi, ha avuto come esito terminale to break my balls.
      Credo che un osservatore esterno possa dire che ho fatto di tutto e di più - e invero me l'hanno detto in molti, scongiurandomi di piantarla, di arrendermi all'evidenza - ma il mio problema è che sono molto cocciuto e per nulla incline a dare retta ai consigli, buoni o cattivi che siano.
       Avevo bisogno di un atto che distruggesse la persona ai miei occhi, altrimenti non avrei mollato mai. Ora quell'atto c'è stato, ora il mio animo è veramente libero, ora il mio orgoglio è placato, ora posso veramente voltare pagina.
       Mi dispiace, ma avevo bisogno di sapere che non conto nulla e valgo ancor meno. Ora lo so e posso andarmene per la mia strada. Perché sono un soggetto eccellente e valgo moltissimo. Dunque è chiaro che le rispettive valutazioni divergono, e questo è sempre un elemento alquanto dilacerante...

                                  Piero Visani

sabato 10 agosto 2013

Vogliamo scolpire una lapide...

       Sì, sì, lo vogliamo. Solo che questa volta non è la mia. E' quella - ovviamente metaforica, per carità, nessuno fraintenda, qui si vuole il bene di tutti - di chi ti apprezza al punto che, scoprendo che per ritrovarla hai usato un piccolo escamotage, non gioisce per il ritrovamento, ma si arrabbia per il modo con cui l'hai ritrovata...!
       A volte, certi piccoli gesti spiegano quanto conti per una persona e possono essere definiti, per l'appunto, gesti tombali. Non ci resta dunque che scolpire una lapide, perché altro da fare, in un clima così caloroso, davvero non si vede...

                                     
 A    X.Y.
 
GRAZIE PER TANTA ILLUMINANTE CHIAREZZA
IN UN'ORA HO COMPRESO QUELLO CHE NON AVEVO CAPITO IN TRE ANNI
 
PIERO
 



Quella riservata a me è invece la seguente:


 QUI GIACE P. V.
 
ARRIVATO NUDO ALLA META DOPO UN LUNGO E DEFATIGANTE CAMMINO,
GLI VENNE FATTO SILENZIOSAMENTE NOTARE CHE NON ERA
IMPORTANTE CHE FOSSE GIUNTO A UNA META COSI' AGOGNATA,
MA CHE ERA ETICAMENTE DEPLOREVOLE CHE VI FOSSE GIUNTO NUDO...
DI FRONTE A TANTO BUROCRATICO SENTIRE, IL SUO CUORE NON RESSE.

VIANDANTE, FERMATI E MEDITA SULLA PROFONDITA' DEI SENTIMENTI "UMANI"


    E naturalmente, oltre al viandante, su tale profondità ci ho già meditato anch'io...
 
                    Piero Visani

Tutto chiaro!

       Hai fatto tanto, hai penato, hai agito against all odds. Alla fine sei riuscito a penetrare il "muro di gomma". Non ti senti particolarmente soddisfatto, perché non lo facevi per amor proprio, ma per desiderio di dialogo.
       Per arrivare a un obiettivo non così agevole, hai dovuto infrangere qualche regola non scritta, ma tu tenevi al merito, non al metodo. Alla persona, non al modo con cui raggiungerla.
       A quel punto, vedere che il metodo che hai utilizzato per arrivare dove sei arrivato è quello che disturba, è quello che ti ributta indietro, da un lato ti fa male, ma dall'altro ti chiarisce definitivamente le idee (e tu ne avevi certamente bisogno...). Una persona che tenesse un minimo a te non ne farebbe una questione formale, guarderebbe alla sostanza dell'essersi ritrovati. Non è così, qui si guarda alla forma. Una forma appena appena forzata, giusto per poter leggere cose che ti hanno fatto maggiormente conoscere e apprezzare quella persona. Di fronte a tale constatazione, credo non resti più niente da dire. E' straordinariamente desolante.
 
                   Piero Visani

venerdì 9 agosto 2013

What a difference a day makes!

      Pare che io abbia una capacità eccezionale di passare "dalle stelle alle stalle"! Pare che dovrei dolermene, ma non vedo perché. E' una mia forma di Lustigkeit, sono the merry old Peter. Di cosa dovrei dolermi? Sono formidabilmente provvisto di sense of humour e sono altrettanto formidabilmente sprovvisto di morale borghese. Ergo, dove sta il problema?
      E poi, suvvia, che avrei fatto di così grave? Niente più che una "zingarata" da "Amici miei", in perfetta letizia e volendo bene a una persona! Non sapevo come ritrovarla e così l'ho ritrovata! Non molto a lungo - credo - ma a volte l'impresa non è meno bella dell'happy end, specie se la ricerca di quest'ultimo richieda anche di "comportarsi bene". Ma io sono "Pierino la peste", mi vedete voi a comportarmi bene...? Io in genere mi annoio e - questo non lo dico io ma l'ho letto da fonte accreditata - pare che non ci sia niente di peggio di un uomo che si annoia... Mi sa che sono io, quel "niente di peggio"... I casi della vita... Un conforto però ce l'ho: nessuno mi ricorderà come un ordinary man, sai che palle!!
       Ritorno nel mio dimenticatoio e nelle mie pattumiere. E poi dicono a me che mi prendo troppo sul serio!  Mah....
 
                                Piero Visani

Un giorno da leone

     Pare che io mi sia trovato a vivere davvero "un giorno da leone" e che ora mi tocchino "cento anni da pecora". Che dire? Pentito? No, non direi. Mi sono attenuto al principio napoleonico, a me molto caro, per cui on s'engage, puis on voit. Non mi è andata particolarmente bene, ma più per eccesso di sincerità che per altri motivi.
     In ogni caso, come sempre, sono andato dove mi ha portato il cuore e, anche se magari mi ha portato troppo in là, ho potuto vivere come piace a me, in forma dionisiaca, sfidando tutto e tutti, incorrendo in possibili riprovazioni, ridendomene delle convenzioni borghesi e suscitando ire che per me restano incomprensibili, tanto più da parte di chi vorrebbe essere come me (ma non ci riesce...). Sono uno spirito libero, non conosco il valore delle convenzioni sociali e morali, e tendo sempre a lasciar dilatare il mio Ego smisurato. Immagino che la cosa possa dare fastidio a qualcuno, ma ho una solida, risaputa e direi coltivata "impossibilità di essere normale". Volete che mi smentisca? Non sia mai!
 
                                Piero Visani

giovedì 8 agosto 2013

Dare

       Questa volta voglio dare. Di norma do sempre. Sono colui che, in qualsiasi relazione, dà più degli altri. Tuttavia - come credo sia umano - ci sono momenti in cui mi capita di fare i conti, e spesso quell'attività di computo è deludente e frustrante, per me, perché mi sembra di aver dato più degli altri.
       Questa volta mi sottrarrò alla conta, proverò a essere umile, disponibile, votato e vocato a una persona in particolare, nonché animato da uno straordinario senso del tempo. Farò di tutto e di più. Mi metterò a disposizione. Farò forza e violenza a me stesso. L'itinerario A l'ho percorso fino in fondo. Ora percorrerò il B e, se necessario, il C, poi il D, e quelli che mi verranno chiesti. Non guarderò neppure ai risultati, guarderò semplicemente alla mia disponibilità. Potrà succedere qualsiasi cosa, anche la peggiore, ma nessuno potrà dirmi che non ho capito o che "ognuno è quel che è". Scelgo di non essere quel che sono, di fare una scelta non abituale per me, di mostrarmi radicalmente diverso. Non è un sacrificio - tengo a precisarlo - è una scelta volontaria e assolutamente consapevole.
 
                               Piero Visani

mercoledì 7 agosto 2013

Io ti so

     Questo è il post più breve che abbia mai scritto, ma ci tenevo a scriverlo, per dimostrare che sperimento non solo nelle direzioni che piacciono a me, ma anche in quelle in cui mi viene richiesto di sperimentare. Bene, lo faccio, perché so cambiare: IO TI SO.
 
                                 Piero Visani
 
                                     

Un dionisiaco - Autoritratto

      Ogni tanto, quando mi autodefinisco "un dionisiaco", noto balenare negli occhi dei miei interlocutori un lampo e, se la conversazione si sviluppa, devo dolorosamente constatare che mi considerano a metà tra un vecchio pazzo e Rocco Siffredi (chiaro che, almeno a livello "prestazionale", temo di somigliare più al primo che al secondo...).
      In verità, essere dionisiaco per me è un semplice atteggiamento verso la vita, che ha certamente dei riferimenti teorici, ma che intenderei sintetizzare qui di seguito in forma piana e assolutamente non scientifica.
       Nella mia visione del mondo, un dionisiaco è:
una persona curiosa. Non ha particolari certezze e, nel caso ne abbia, ne cerca riscontro nella prassi e nella realtà, piuttosto che nella teoria.
Non si nutre di preclusioni di alcun genere, a carico di niente e nessuno.
Odia le rinunce, sia quelle che cercano di imporgli dall'esterno, sia quelle autoimposte.
Ha fame di vita, sempre e comunque.
Vuole compiere continuamente nuove esperienze, quali che siano. Più che il noto, infatti, ama soprattutto l'ignoto, l'inesplorato, l'ineffabile.
Non ama le morali e neppure i moralisti. Anzi li detesta. E' dunque un esploratore, ma non da salotto. Non si fa bello con gli amici. Sperimenta davvero. Da solo e/o in compagnia.
Il suo obiettivo di vita è quello di spostare il proprio limite sempre un po' più in là, giorno dopo giorno.
Non cerca tranquillità, sicurezza. Cerca ansia, adrenalina, nuovi stimoli. Costantemente nuovi stimoli. Non intende affondare nella noia. La vita per lui è comunque troppo breve, e il tempo costantemente gli manca.
Non rifiuta la contemplazione, ma la intende come riflessione che lo porti dalla teoria alla prassi, dall'introspezione all'azione.
Ama tutte le persone intelligenti, tutte quelle che sono disposte ad esplorare con lui. Ama i "percorsi delle vette". E' disposto comunque ad affrontarli anche in perfetta solitudine.
Non può diffondere sicurezze. Non è il suo compito. E' un poderoso diffusore di incertezza, dubbio, ansia, stress. Vuole "cavalcare le tigri", non sfuggirle. Non cerca un angolo ove rifugiarsi, cerca la lotta, cerca di affermare il proprio Warrior Ethos.
In effetti, il dionisiaco è un "guerriero esistenziale", nel significato più pieno e pregnante del termine.
Amerebbe muoversi in gruppo, insieme a quelli come lui, ma in sostanza è un lupo solitario.
Ama le donne, tutti i tipi di donne, a condizione che vogliano sperimentare con lui e come lui. Dicendo questo non fa riferimento diretto al sesso: il sesso è un'opzione, una delle tante possibili, non l'unica. Esistono anche rapporti asessuati che possono essere molto belli, a condizione che quello che non viene dato sul versante fisico venga dato sul versante spirituale.
Il dionisiaco, dunque, cerca il Dioniso che c'è in ognuno di noi e solo i più sciocchi, i più superficiali e i più incolti individuano questo con una visione orgiastica da pornofilm. Siamo molto più in là, siamo all' "andare oltre". E l' "andare oltre" è frutto di una ricerca complessa, di un'affinità elettiva, di un interscambio di magie individuali e anche di malie, altrettanto individuali.
Il "dionisiaco" cerca molto di più, cerca di "trovare l'alba dentro l'imbrunire" e, anche se è molto difficile, sa che alla fine ce la farà.
Infine, il "dionisiaco" è perfettamente consapevole che dovrà cavalcare spesso da solo e che, molti di coloro che inviterà a cavalcare con lui, lo lasceranno per paura, paura di lui o delle imprese che prospetta. Lo sa e cerca di farsene una ragione, anche se spesso, magari dopo aver individuato una persona molto "giusta", sarebbe più lieto di poter trovare qualche splendida compagna di avventure e di giochi che incorrere nell'ennesimo rifiuto. Un uomo normale direbbe: "non si può avere tutto dalla vita". Il "dionisiaco" odia queste definizioni rinunciatarie e afferma: "la troverò, e anche presto...!"
 
                               Piero Visani