lunedì 30 settembre 2013

Carisma, fascino, personalità

       Fino a più di trent'anni, mi sono considerato un timido, riservato, introverso. Ero abbastanza certo di avere un personale carisma, ma me lo avevano detto in poche, e io ritenevo che fosse piaggeria.
       L'illuminazione la ebbi nell'autunno del 1988, nel corso della riunione del venerdì di uno studio associato in cui lavoravo all'epoca. In tale circostanza, il professionista che era azionista di maggioranza di quella struttura chiese, con aria stizzita, alle segretarie per quale ragione dessero a tutti del "tu", lui compreso, e a me no. La risposta fu lapidaria, e per me altamente illuminante: "perché il dottor Visani ha carisma!".
       In quegli anni stavo approfondendo i miei studi nel campo della comunicazione e pensai che fosse giusto unire l'utile al dilettevole, per cui, a fronte di quella autentica rivelazione, per me, cominciai a chiedermi in che cosa consistesse il carisma, e a cercare di gestirlo a mio vantaggio, vale a dire per accrescere la mia credibilità personale.
        Per il pubblico riconoscimento, quanto meno da parte femminile, del mio fascino, dovetti attendere ancora qualche anno, diciamo intorno ai 43-44, quando i casi della vita mi portarono a lavorare in ambienti istituzionali estremamente qualificati. Mi avevano sempre detto, fin da bambino, che avevo i lineamenti delicati, poi da ragazzino che ero carino, poi da più grande che ero bellino, ma non ci avevo mai fatto troppo caso, pensando a complimenti interessati e a piaggerie momentanee.
        Furono due signore dell'alta borghesia romana, conosciute in circostanze diverse ma ravvicinate, a dirmi frasi tipo "bello come un dio!" (non scherzo...), fascinosissimo, elegante, di classe". Quasi di colpo, a fronte di un tale riconoscimento da parte di persone abituate a frequentare certi ambienti, le mie residue insicurezze vennero meno, e cominciai a cercare di capitalizzare su quei riconoscimenti.
       Una parte di me - non preponderante, ma forte - è vanesia e frivola, e sviluppai così l'intima convinzione che, se donne non propriamente ordinarie, per bellezza e censo (anche se non necessariamente per intelligenza), avevano una tale opinione di me, forse era giusto che cominciassi a coltivare anche l'aspetto fascino. E lo feci, ampliando altresì i miei studi di comunicazione da quella più strettamente verbale a quella non verbale, semiologica, comportamentale, etc. Fu un periodo di forse eccessiva superficialità, ma forgiò l'uomo che sono ora.
       Intorno al 2006, una volta effettuate scelte professionali molto nette, tese a sbarazzarmi di un certo passato e a costruirmi una personalità nuova, ho cominciato a prestare la massima attenzione alla mia personalità, che è sempre stata molto forte, ma che per ragioni essenzialmente sociali avevo un po' mantenuto compressa (e repressa...). Sulla personalità non ho dovuto lavorare, a differenza degli altri due punti. Mi sono limitato a lasciare libero corso a tutto quanto avevo sempre cercato di occultare.
       Ed eccomi qui, sempre più proiettato all'esterno ma pure sempre più attento alla mia interiorità, abbinata ad un'estrema cura della mia personalità. In quest'ultimo triennio, i casi della vita hanno voluto che rimanessi immerso in qualche problema di troppo, sia a livello personale sia professionale, ma ho fatto riferimento - come a una stella polare - alla mia personalità, definendo spazi e identità strettamente connessi al mio specifico sentire. Fascino e carisma - mi dicono - sarebbero aumentati, ma questo al massimo potrebbe essere un frutto degli anni che passano. Io ho preferito invece curare la personalità, per esercitare una sorta di arte maieutica su tutte le caratteristiche della medesima che più mi sono care. Un autentico maieuta di me stesso.
       E' la personalità che mi ha portato fuori da certe spiacevoli vicende individuali. E' la personalità che mi ha soccorso nei momenti di difficoltà. E' la personalità che mi ha portato, quando l'ho ritenuto necessario, a reagire con atti ostili ad atti altrettanto ostili, senza cercare stucchevoli mediazioni, ma semplicemente per sottolineare che, se non vado bene per intero, non intendo andare bene in parte o residualmente. Ma senza recriminazioni o rimpianti: so bene chi sono e che cosa valgo. Se non vado bene, pazienza. Ma non "amici come prima", semmai "estranei più di prima", perché chi mi conosce e mi ama è un soggetto di categoria 1; chi mi conosce e mi odia è un soggetto di categoria 2, ma non meno apprezzabile di quelli della categoria 1, per la sua chiara linearità di valutazione; chi mi conosce e tenta di prendermi in giro, esibisce comportamenti mutevoli e cerca soprattutto di sfruttarmi per quanto io possa essere sfruttabile, beh quello non è soggetto che meriti attenzione ulteriore, anche se ovviamente negherà ogni possibile intento utilitaristico, perché non ha nemmeno il coraggio delle proprie azioni.
       Ed eccomi qui, a vivere con divertimento e partecipazione una fase ulteriore della mia vita, e a viverla con impegno, passione e furia creativa, come sempre bramoso di ogni tipo di stimolo ed esperienza, purché vera, non ispirata ad interesse, presa in giro o funzione rassicuratoria delle capacità seduttive di ultraquarantenni in cerca di residue conferme del loro declinante (o dubitabile...) sex appeal. Talvolta si paga qualche prezzo di troppo - è vero - ma un'ingenua Ferrari rimane sempre una Ferrari, così come una Panda scaltra, esaurita la sua modesta ruse, rimane sempre una Panda...
 
                              Piero Visani

domenica 29 settembre 2013

Percettori e produttori

      Continua - ormai inarrestabile - la spirale fiscale che sta letteralmente uccidendo l'Italia. Ora è la volta di un altro punto di IVA, dal 21 al 22%. Logica vorrebbe che, per rilanciare i consumi e dare un po' di ossigeno a un'economia che si sta avviando al disastro, l'IVA venisse abbassata, non aumentata, ma - quesito essenziale - alla categoria dei percettori interessa qualcosa delle sorti della Nazione? Ovviamente no! A loro interessa soltanto proseguire in una spirale che dura esattamente da un ventennio e che non ha prodotto una sola inversione della deriva che si intendeva - a parole... - bloccare, vale a dire l'aumento del debito pubblico, che infatti è continuato allegramente a lievitare, fino a travolgerci tutti.
       L'Italia dei percettori - di quelli che, per poter avere uno stipendio netto da 600.000 euro l'anno se ne assegnano uno lordo di circa il doppio, così risultano anche fiscalmente "virtuosi", mentre noi poveri produttori dobbiamo innanzitutto cercarci un mercato e poi, se e quando siamo riusciti a trovarlo, con inenarrabili sforzi, ci vediamo decurtare i nostri introiti di cifre che vanno dal 70 all'87% per mantenere i percettori - ha letteralmente spazzato via una Nazione un tempo prospera e ora si appresta alla fase più difficile. Eh sì, perché una volta fatti a pezzi noi (e non è detto che sarà un'operazione del tutto indolore, in quanto chi ha le spalle al muro o i piedi sull'abisso poi non si contenta più di suicidarsi, ma magari comincia allegramente a "suicidare"...), dovranno ovviamente cominciare a mangiarsi fra loro.
       Trovo infatti risibile lo zelo con cui i piccoli tirapiedi della classe percettrice compiono il loro pseudodovere senza rendersi conto che, una volta spariti i produttori, totalmente "vampirizzati" dal Moloch burocratico e statale (e ormai ci manca poco), toccherà a loro, perché i grandi percettori, non producendo niente e non avendo più produttori da spogliare, dovrammo inevitabilmente cominciare a rifarsi sui piccoli percettori. E lo faranno senza esitare.
       Questa spirale in effetti è chiarissima. Quando - molto presto - lo Stato italiano NON avrà più abbastanza soldi per pagare gli stipendi dei dipendenti pubblici, non avendo più produttori da depredare, perché o li avrà depredati tutti, o saranno fuggiti, o si saranno suicidati per disperazione, non potrà fare altro - come ogni Moloch che si rispetti - che cominciare a divorare se stesso e quindi i grandi pescicani di Stato cominceranno a depredare i piccoli, diminuendo i loro stipendi e costringendoli prima alla fame e poi alla morte per inedia.
       E' un quadro già tracciato, chiaro, evidente, inevitabile, se non con uno scatto di furiosa ribellione. Se tale ribellione non ci sarà, saremo tutti morti, uccisi dal Moloch omicida dello statalismo. E' una storia già scritta, più volte: perché l'Italia dovrebbe esserne immune? Se la si sa leggere, Historia magistra vitae, sempre.
                                          Piero Visani

venerdì 27 settembre 2013

Storia della guerra - 7: L'alto Medioevo

  Quando, nel 732 dopo Cristo, l’espansione araba verso l’Europa occidentale raggiunse la Francia e venne fermata a Poitiers dai Franchi, guidati da Carlo Martello, il Vecchio Continente era già da tempo in preda ad una trasformazione di carattere politico-militare, oltre che economico-sociale, destinata a durare per parecchi secoli, ben oltre l’anno Mille.

   È impossibile tracciare un quadro unitario, specie nei ridotti spazio qui disponibili, di un fenomeno complesso e multiforme come il Medioevo. Si può solo accennarne, molto a grandi linee, le caratteristiche essenziali, che sono comunque di grande importanza per la storia della guerra.

   Tutto il sistema feudale, a ben guardare, è dominato da esigenze di carattere militare e di sicurezza. Nella parte occidentale dell’Europa, infatti, la caduta dell’impero romano ha determinato una frammentazione di poteri alla quale non è facile porre rimedio. Gli Stati che nascono in quel periodo sono strutture fragili, alquanto frammentate, dove il potere centrale ha difficoltà a fare sentire la propria presenza sulle periferie e dove la rudimentale struttura amministrativa, se e quando è presente, non riesce ad organizzare un sistema che consenta ai vari monarchi di reclutare eserciti anche solo per periodi relativamente brevi e a dotarli di un armamento adeguato. La più efficace soluzione che viene trovata per risolvere questo problema consiste nella concessione a un certo numero di signorotti locali, da parte del potere centrale, di appezzamenti terrieri, denominati “feudi”, all’interno dei quali i feudatari instaurano la loro autorità. In cambio, essi si impegnano a servire il loro sovrano per un limitato periodo di tempo (in genere non più di 40 giorni), mettendosi a sua disposizione a livello personale come cavalieri e aggiungendovi una porzione più o meno vasta di milizie a piedi (le quali devono tenere conto, nella loro composizione, del fatto che, per ogni uomo che va in guerra, ne devono rimanere almeno altri due o tre nei campi a coltivare la terra al posto di costui). In conseguenza di questo fenomeno, molti Stati europei cominciano a caratterizzarsi per la nutrita presenza di feudi, in genere contraddistinti da un insediamento fortificato – dapprima rudimentale e in legno, poi sempre più raffinato e in pietra o in muratura.

   Acquisire il diritto a diventare titolari di un feudo è un’operazione alquanto onerosa. Gli storici hanno infatti calcolato che un proprietario terriero dovesse poter disporre di almeno 160-180 ettari di terra per riuscire a fornire al proprio signore un singolo cavaliere (in genere sé medesimo). Con queste premesse, non è certo sorprendente che il potere e la ricchezza si fondino sulla proprietà terriera e sui castelli che ne testimoniano la presenza.

   Le conseguenze di questo fenomeno sull’arte della guerra sono notevoli e tutt’altro che positive: se quello che conta è riuscire a mettere a disposizione del sovrano una forza di cavalleria e dei contingenti di fanteria, e se la cavalleria è l’arma di cui fanno parte, per scelta di prestigio sociale e valenza militare, tutti i feudatari, è naturale che essa diventi l’arma più diffusa, relegando la fanteria in un ruolo subalterno. Si tratta di una cavalleria che viene impiegata, nella logica che si era affermata dopo le invasioni barbariche, essenzialmente come cavalleria corazzata, ma il suo numero è in genere talmente modesto da non consentire di parlare di un suo impiego a massa. Più semplicemente, siamo di fronte alla “regina della battaglia” medievale, nei cui confronti la fanteria svolge nulla più che un ruolo di supporto.

   Non si tratta di un’evoluzione casuale, ma è frutto del fatto che, nell’VIII secolo, con l’introduzione della staffa, muta radicalmente la tecnica del combattimento a cavallo: fino a quella data, infatti, il cavaliere aveva avuto non pochi problemi nel controllo dell’animale; con la staffa, per contro, egli non è più costretto a stringere con forza le proprie cosce al costato del cavallo, può ergersi sulle staffe e – soprattutto – può maneggiare con molta maggiore libertà armi decisamente più pesanti, flettendo anche il corpo in varie direzioni, ciò che gli permette altresì di accrescere la forza che conferisce ai fendenti che mena.

   L’invenzione della staffa conferisce alla cavalleria, che già godeva di un superiore prestigio sociale, anche una superiorità tecnica sulla fanteria, destinata a durare, pur con qualche incidente di percorso su cui ritorneremo, fino al 1300. Questa convergenza socio-tecnica si rivela irresistibile ai fini della supremazia tattica e strategica della cavalleria, anche se si tratta di una supremazia monocorde, che nell’impiego sul campo si traduce in soluzioni assolutamente primitive e prevedibili, come l’impiego a massa contro cavallerie di composizione e condotta analoga, o contro fanterie che si sentono socialmente inferiori, prima ancora che militarmente, ai loro avversari. Non è un caso che, quando questa condizione di subalternità non è percepita – come a Legnano nel 1176 – e quando i fanti sono liberi cittadini decisi a combattere per la difesa delle loro terre e delle libere istituzioni che si sono date, la fanteria si dimostra un difficile ostacolo per la cavalleria, dal momento che è praticamente impossibile indurre i cavalli ad attaccare i quadrati di fanti, irti di lance, spade e picche.

   Tuttavia, la strenua difesa del Carroccio a Legnano, da parte dei fanti della Lega lombarda, è un’eccezione che conferma la regola, e la regola è che, per buona parte del Medioevo, la guerra è soprattutto una guerra di cavalleria e, in subordine, di assedio, poiché i numerosissimi centri fortificati che costellano la geografia di ogni territorio di buona parte dell’Europa devono essere conquistati per non vedersi bloccato lo svolgimento di qualsiasi tipo di operazione a largo raggio. Non sorprende, dunque, che quello medievale sia il periodo per eccellenza della guerra d’assedio e delle macchine che ne costituiscono l’essenza.

   Sotto il profilo culturale, come ha egregiamente dimostrato Franco Cardini in un’opera magistrale quale Quell’antica festa crudele (Firenze, 1982), l’interazione fra il ruolo politico, sociale e militare della cavalleria, e quello religioso del cristianesimo (e la sua concezione della “guerra giusta”), ha contribuito in larga misura alla nascita di quel codice d’onore che è passato alla storia con la denominazione di “cavalleresco”. Come ha fatto notare il grande storico fiorentino, con l’affermazione del concetto di “cavalleria” si sviluppa una dimensione della guerra che presuppone una drastica limitazione del ricorso alla violenza e una forma di autolimitazione nel comportamento bellico. Tutto questo non è ovviamente frutto del caso, ma di un’omogeneità socioculturale che è generata dal riconoscimento, su versanti geografici e politici diversi, del medesimo status di “cavaliere”, figura da identificare con quella di un guerriero di professione che combatte con onore, rispetto del nemico e rifiuto della crudeltà. Come ha riconosciuto lo stesso Cardini, non sempre i comportamenti sul campo risultavano in linea con i solenni principi del codice d’onore, ma è molto importante sottolineare, proprio trattando di storia della guerra, che il codice cavalleresco continuerà a vivere (e in una certa misura vive tuttora) nel mondo militare.

   Altro aspetto che dimostra l’importanza della Chiesa in quei secoli sono le Crociate, cioè le varie spedizioni militari con cui i guerrieri cristiani tentarono di salvaguardare la Terrasanta dall’occupazione musulmana. Nel corso di esse, si poté assistere all’applicazione, da parte cristiana, del concetto di “guerra giusta”, cioè di conflitto sostenuto da motivazioni che erano talmente elevate da essere per ciò stesso giustificabili agli occhi di chi, come la dottrina cristiana, si è sempre dimostrata assai poco comprensiva nei riguardi del fenomeno bellico latamente inteso. Naturalmente, proprio per la loro natura intrinsecamente religiosa, le Crociate si distinsero per un elevato contenuto di violenza, dal momento che il nemico non era un avversario in qualche modo riconosciuto, ma un “altro da sé” nei confronti del quale, in quanto “infedele”, ogni violenza era legittima. Sul piano militare, tuttavia, esse dimostrarono che l’arte della guerra medievale, pur se primitiva rispetto ai vertici toccati ad esempio in epoca romana, era pur sempre sufficiente ad affrontare con buone prospettive di successo, per di più in un terreno relativamente poco noto, gli eserciti musulmani. Sicuramente non ci fu, da parte dei Crociati, una dimostrazione di superiore capacità tattico/strategica rispetto agli Arabi, ma ci furono grande esibizione di coraggio e valore personali, e il manifestarsi di un sistema di guerra che, per quanto imperfetto, quasi sempre si dimostrò superiore a quello dei loro avversari.

   Per concludere, nel corso del Medioevo la storia della guerra andò avanti, anche se talvolta l’arte della guerra parve andare indietro, ma si deve sottolineare che si tratta di un giudizio – quello sull’arretramento dell’arte militare – che un sempre maggior numero di storici non riconosce come fondato, preferendo evidenziare il fatto che la pratica bellica, confermando una volta di più gli stretti rapporti che la legano all’evoluzione politica, economica, sociale e culturale, assunse forme che erano quelle peculiari del suo tempo. Grandi mutamenti, del resto, erano alle porte.

                                                                 Piero Visani




Teoria del partigiano


   Quando, nel 1963, il grande giurista e politologo tedesco Carl Schmitt diede alle stampe un aureo libretto intitolato Teoria del Partigiano (tradotto in italiano solo nel 1981 dal Saggiatore e ripubblicato nel 2005 da Adelphi), l’intento di fondo del suo breve scritto pareva essenzialmente quello di completare e integrare il suo concetto di “politico”, per di più in un’ottica alquanto legata agli eventi di quegli anni, dalla “guerra rivoluzionaria” di matrice comunista ai tentativi di contrastarla ad opera di quelli che Giorgio Galli ebbe modo di definire “i colonnelli della guerra rivoluzionaria”, vale a dire quegli ufficiali – prevalentemente francesi – che cercarono di batterla in breccia rovesciandone principi e metodi. Riletto oggi, per contro, e sfrondato dai richiami agli eventi coevi, l’agile volumetto di Schmitt acquista un valore ben più profondo e apre significativi squarci anche sull’interpretazione del terrorismo.

   Il punto di partenza del grande politologo è che, nella classica concezione europea della guerra fra Stati, il partigiano non poteva che rimanere una figura periferica, capace di manifestarsi a più riprese ma mai di consolidarsi, perché il conflitto interstatale era caratterizzato dal fatto che i contendenti non erano nemici assoluti, ma solo relativi, capaci sì di farsi la guerra ma anche di intavolare trattative di pace non appena se ne manifestasse l’opportunità.

   Escluso dall’ambito dell’inimicizia convenzionale tipica della guerra controllata e circoscritta caratteristica dello ius publicum europaeum, il partigiano opera in un’altra dimensione, quella dell’inimicizia reale, un ambito a forte componente politica e “di parte” (termine da cui trae la sua stessa etimologia).

   Il concetto classico di “politico”, stabilito nel XVIII e XIX secolo, poggiava sullo Stato inteso secondo il diritto internazionale europeo e, in esso, la guerra era considerata come un puro conflitto interstatuale. A partire dal XX secolo, tuttavia, questa guerra fra Stati, con le sue regole ben codificate, viene messa da parte e sostituita con un conflitto di tipo nuovo. Fu Lenin il primo a convincersi del fatto che il partigiano era destinato a diventare una figura cruciale di un nuovo tipo di conflitto, nazionale e internazionale, in cui il nemico veniva privato di qualsiasi tipo di legittimità e diventava un vero e proprio criminale con il quale non ci si poteva porre alcun obiettivo di futura pacificazione, ma solo una prospettiva di annientamento. In quest’ottica, l’esplosiva efficacia rivoluzionaria della criminalizzazione del nemico era tale da trasformare il partigiano nel vero protagonista della nuova tipologia bellica.

   Solo la “guerra rivoluzionaria”, per Lenin, era guerra vera, poiché era l’unica a fondarsi sull’inimicizia assoluta, l’unica in grado di trasformarsi in uno strumento efficace agli ordini del comunismo internazionale. Tutto il resto era puro gioco convenzionale, assai prossimo alla guerre en dentelles dell’epoca dei sovrani assoluti. La guerra dell’inimicizia assoluta, per contro, non conosce alcuna limitazione e il partigiano è chiamato a darle concretamente corpo. Fu Mao a spingersi ulteriormente oltre in questa visione, interpretando la pace stessa come semplice aspetto esteriore di un’inimicizia reale, da gestire con mezzi diversi da quelli apertamente violenti, ma con finalità sempre molto aggressive.

   Per Schmitt, in definitiva, il partigiano è la figura centrale di una guerra di justa causa che non riconosce uno justus hostis. La bontà della causa per cui combatte è talmente elevata e indiscutibile che, per affermarla, nessun prezzo è troppo alto da pagare. Ed è proprio in questo totale misconoscimento delle ragioni del nemico che risiede la causa dell’ascensione della guerra verso i più terribili estremi, una realtà sempre più tristemente nota man mano che il conflitto è uscito dalla dimensione dei rapporti interstatali per entrare in una dimensione “altra”, molto più ideologizzata.

   Quello che è importante notare è che, sebbene scritta all’inizio degli anni Sessanta, quando il fenomeno del terrorismo aveva dimensioni ben più limitate di quelle attuali, Teoria del partigiano apre interessanti prospettive di indagine proprio sul terrorismo e la “guerra asimmetrica”. Operando da irregolare come è proprio della sua condizione di combattente atipico – scrive infatti Schmitt – il partigiano crea un nuovo e diverso ambito di azione e costringe il suo avversario ad entrare in questa dimensione diversa, che da un lato è spaziale, ma dall’altro è molto più indefinibile, oscura, profonda. Tale mutamento di dimensione dà origine a quello che Raymond Aron ha definito un etrange paradoxe e produce gravi difficoltà per chi è abituato ad operare nello spazio tradizionale ed a dominarlo. L’avversario diventa infatti impalpabile, usa una logica e una grammatica del conflitto che sono completamente diverse e – se davvero si intende sconfiggerlo – occorrerebbe fare proprio l’insegnamento che Napoleone diede al maresciallo Lefebvre nel settembre del 1813: «il faut opérer en partisan partout où il y a des partisans». Facile a dirsi ma non facile a farsi per uno Stato dotato di un esercito regolare. Non a caso, quando diventa evidente – e in genere, nella storia recente, lo è diventato molto presto – che la soluzione napoleonica è inapplicabile o risulta fallimentare, l’unica possibilità che resta a chi combatte in forma regolare contro elementi irregolari è quella di deplorare tale nuova forma di conflittualità, di cercare di criminalizzarla. Proprio tale tentativo di criminalizzazione rappresenta, alla lunga, un pericolo mortale per l’operato del partigiano, il quale ha bisogno di una legittimazione se intende restare nella sfera del “politico” e non sprofondare in quella criminale, dove la sua azione risulterebbe gravemente indebolita. Tale legittimazione – per quanto paradossale ciò possa sembrare – può venire al partigiano solo dall’esistenza di quello che Schmitt chiama un “terzo interessato”, cioè di una realtà “regolare” (in genere uno Stato) che gli offra aiuto e protezione, e magari anche riconoscimento formale. Tale riconoscimento, ottenuto dall’esterno o conquistato con le sole proprie forze, è un viatico indispensabile per acquisire una nuova “regolarità”, in quanto – come accennato – la dimensione irregolare non può essere mantenuta in eterno, pena lo scivolamento nella sfera criminale.

   Alla luce di queste considerazioni, non è una forzatura affermare che il terrorista è il partigiano di questi anni convulsi. In effetti, l’uomo della galassia del terrore è il portatore di un’inimicizia talmente assoluta che non solo non è disposta a concedere la benché minima legittimità all’oggetto del suo odio, ma non discrimina nemmeno più tra combattenti e non combattenti, tra militari e civili, e vede di fronte a sé solo bersagli da colpire con qualsiasi mezzo, anche il più atroce. In secondo luogo, la dimensione in cui opera è incredibilmente dilatata, è uno spazio di conflittualità nuovo, nel quale il terrorista si muove come un pesce nell’acqua, animato unicamente dal desiderio di creare ambiti di scontro nuovi. In terzo luogo, la sua natura “partigiana”, in senso etimologico, è dimostrata dal fatto che il terrorista è molto spesso eterodiretto e, anche se ama presentarsi come membro di un universo a sé stante, in realtà è sovente la longa manus di potentati di varia natura, statali ma anche no. Dunque è anch’esso un “irregolare alla ricerca di regolarità”, nel senso che sa bene che l’esito finale della sua lotta non può che essere quello di ritrovare una dimensione regolare che lo restituisca alla politica, sottraendolo alla trappola dell’emarginazione criminale.

   Se una differenza c’è, tra il partigiano e il terrorista, essa risiede nel fatto che il primo aveva un legame molto più stretto con un territorio di provenienza, un legame definibile appunto come “tellurico”, mentre il secondo è il combattente occulto e misterioso di un pianeta ormai globalizzato, dove queste appartenenze di tipo tradizionale sono ormai superate da altri legami, altre connivenze, altre contiguità.

   Il partigiano e il terrorista, in quanto portatori di un’inimicizia assoluta, sanno bene chi sia il loro nemico reale e si comportano di conseguenza. Non altrettanta lucidità paiono possedere i poteri statali, i quali sono invischiati da tempo in un circolo vizioso privo di sbocchi concreti: da un lato, infatti, denunciano l’idra terroristica in forme apocalittiche con evidenti intenti di rafforzamento del fronte interno, ma con risultati dubbi a causa di un eccessivo ricorso a forzature psicologiche e mediatiche; dall’altro non hanno ancora elaborato una strategia controffensiva che non sia basata sulla semplice potenza militare e sulla criminalizzazione di un nemico la cui identità resta però talmente vaga da renderne impossibile l’effettiva individuazione. Bisognerebbe avere il coraggio di dire di più, di identificare chiaramente connessioni e connivenze, ma spesso si preferisce non farlo perché si ritiene che una scelta del genere indebolirebbe la coesione delle nostre società. Così, alla lucida individuazione del nemico reale si preferisce la semplicistica rappresentazione mediatica di un nemico ipotetico che spesso è una caricatura, non una precisa raffigurazione della realtà. Ne consegue che, mentre il partigiano operava all’interno di una nuova e poco esplorata dimensione spaziale, il terrorista si situa al centro di una dimensione iperreale e addirittura onirica che ne amplifica – invece che limitarne – le potenzialità effettive. Carl Schmitt purtroppo è morto, ma se fosse ancora tra noi non potrebbe mancare di aggiornare le sue riflessioni scrivendo una Teoria del terrorista, che è proprio quanto ci manca.

                                                                           Piero Visani

martedì 24 settembre 2013

Storia della guerra - 6: Gli Arabi




6. Gli arabi

   Tra le varie minacce che l’impero bizantino dovette affrontare nel corso della sua millenaria esistenza, l’Islam – come si è accennato nella puntata precedente – fu quella che più spostò verso nuove direzioni l’evoluzione della guerra. Fino a quella data, infatti, anche se il nemico era spesso stato percepito dai combattenti come un “altro da sé”, nei confronti del quale nessuna pietà era auspicabile (prima ancora che possibile), non era in pratica mai accaduto che questo nemico fosse mosso da motivazioni diverse da quelle tradizionali di conquista: ricerca di nuove terre, espansione del proprio impero, abbattimento dei propri avversari.

   L’affermazione dell’Islam, a partire dal VII secolo dopo Cristo, apre una fase e una dimensione nuove nella storia del conflitto. Purtroppo, nella realtà odierna, è difficile parlare sine ira nec studio dell’Islam, che da qualche tempo è diventato, per ragioni ben note e per nulla condivisibili, una delle tante reincarnazioni del “Male assoluto” che i padroni del mondo, quando fa loro comodo, sono soliti evocare ogni volta che vedono seriamente messa in crisi la loro indiscussa (e indiscutibile) posizione di primato. Tale atteggiamento, tuttavia, è inaccettabile dal punto di vista scientifico e si nutre di esigenze di propaganda che in questa sede non possono ovviamente trovare ospitalità. Tenendosi lontani da queste ultime, è innegabile che, a partire dal 600 d. C., l’Islam appare come una forza nuova, spinta da una motivazione potentissima, quella religiosa. Dalla penisola arabica, i seguaci di Maometto, pur non disponendo di una dottrina militare propria e potendo contare su forze numericamente modeste, cominciano ad espandere rapidamente i loro territori per la gloria di Allah e la propagazione dell’Islam. Un’ardente fede religiosa costituisce il loro principale motore e li spinge ad affrontare rischi notevolissimi, nella serena coscienza – come è scritto sulla spada stessa del Profeta – che “La viltà non salva dal destino” (un’affermazione, sia detto per inciso, sulla quale anche molti europei di oggi farebbero bene a riflettere, perché riassume in poche parole il loro, anzi il nostro, triste futuro).

   La vulgata corrente vuole che, ogni volta che si parla di espansione islamica, sia di prammatica il riferimento alla jihad, cioè alla “guerra santa”, vale a dire a un tipo di guerra che, per come viene rappresentata, sembrerebbe un esercizio di follia isterica condotto da bande di assatanati. In realtà, nella sua accezione originale, il termine sta piuttosto ad indicare la lotta che ogni musulmano autentico deve condurre, tanto all’interno del suo animo quanto nel mondo, per rendere più forte l’Islam. Nulla di trascendentale o di particolarmente innovativo, dunque, ma probabilmente nessuno, in passato, aveva trovato nella motivazione religiosa un così poderoso fattore di espansione e conquista.

   Stretti tra l’impero bizantino, da una parte, e quello persiano, dall’altra, i musulmani d’Arabia non disponevano di forze organizzate lontanamente paragonabili, in termini qualitativi e quantitativi, a quelle dei loro avversari, ma seppero presto fare tesoro degli insegnamenti dedotti dalla pratica del conflitto. In una fase iniziale, il tradizionale metodo di guerra arabo consisteva essenzialmente nell’effettuazione di incursioni, anche a lunga e lunghissima distanza, che avevano lo scopo di indebolire la capacità del nemico di sopravvivere in un clima assai difficile. Sotto questo punto di vista, fondamentale per le forze arabe fu la loro capacità di sfruttamento del deserto, grazie alla superiore conoscenza delle scarse sorgenti d’acqua disponibili e degli altrettanto scarsi pascoli; per non parlare del fatto che il loro consumo medio di acqua era assai inferiore a quello degli eserciti nemici. Grazie a tale conoscenza, infatti, era consentita ai loro reparti una mobilità strategica che le condizioni geografiche e climatiche avrebbero indotto ad escludere (e che troppo spesso i comandanti degli eserciti avversari furono erroneamente indotti ad escludere). Tale mobilità era resa possibile dalla disponibilità di cammelli e dromedari per gli spostamenti di tutto l’esercito, fanteria compresa, mentre i cavalli dei reparti equestri erano risparmiati con grande cura e utilizzati solo nell’imminenza dei combattimenti.

   A livello tattico, costanti erano l’estrema mobilità, la ricerca della sorpresa (la soluzione tattica più diffusa era il cosiddetto karr wa farr, una sorta di anticipazione di un espediente moderno come il ben noto hit and run della tradizione militare anglosassone, vale a dire colpire di sorpresa e sottrarsi rapidamente alla reazione dell’avversario), l’impiego della cavalleria a massa e il ricorso al condizionamento psicologico del nemico mediante l’utilizzo costante e ossessivo del suono dei tamburi. Molta attenzione era prestata pure all’armamento: l’arma per eccellenza era la spada, leggera e piuttosto corta, ma molto usati erano anche le lance e gli archi. La protezione del corpo dei combattenti era relativamente leggera, in quanto le condizioni climatiche non consentivano soluzioni diverse. Tuttavia, con il passare del tempo e con il perfezionamento dell’organizzazione militare e della struttura logistica, la cavalleria – la cui importanza sul campo di battaglia stava diventando costantemente crescente – venne organizzata in modo da poter fare ricorso, al momento del combattimento, su armature decisamente più pesanti.

   In battaglia, gli eserciti arabi erano soliti sfruttare alla perfezione le caratteristiche del terreno. Inoltre, consapevoli della loro superiore adattabilità climatica, erano soliti attaccare il nemico nelle ore più torride della giornata, al fine di sfiancarlo più facilmente. La tradizione occidentale ha attribuito loro una reputazione di grande ferocia, che in realtà non è pienamente riscontrabile nelle fonti e che potrebbe in una certa misura dipendere dalla sensazione di paura diffusa dalla straordinaria espansione dell’Islam. Di sicuro, come è tipico di quell’epoca storica (e purtroppo anche di quelle successive), è probabile che i comportamenti più estremi siano stati superiori a quelli di autolimitazione.

   Un aspetto che è importante sottolineare è il ruolo attivo riservato dai primi eserciti musulmani alle donne in battaglia, un comportamento che in una certa misura le avvicina alle Amazzoni della mitologia greca. A questo proposito, val la pena di raccontare un gustoso episodio: durante la fondamentale battaglia di Yarmuk (636), che sancì la conquista islamica della Siria, un contrattacco bizantino riuscì inaspettatamente ad irrompere nell’accampamento delle forze musulmane, dove però si trovò di fronte ad un’orda di donne, armate di tutto punto e ben decise a tradurre in pratica l’ordine dell’anziana signora che le guidava, che nelle fonti viene eufemisticamente (e pudicamente) tradotto con le parole “Accorciate la terza gamba del nemico!”. Di fronte a tanta determinazione, ed ai rischi conseguenti per la loro virilità, non sorprende che i Bizantini preferissero battere rapidamente in ritirata...

   Al di là dei tocchi di colore, resta il fatto che la grande espansione geografica dei popoli arabi (dall’Indo ai Pirenei, passando per il Medio Oriente e l’Africa del Nord), dopo la loro conversione alla fede musulmana nel VII secolo, rimane uno degli eventi più straordinari della storia mondiale. Naturalmente non si trattò di un impero unitario, ma di una realtà alquanto frazionata, spesso divisa da rivalità interne, nella quale i soli veri legami erano rappresentati dalla religione musulmana e dalla lingua e dalla scrittura arabe. Come tutti gli imperi destinati ad un’esistenza non effimera, anche quello musulmano si preoccupò di consolidare la propria struttura, dotandosi di un sistema politico-amministrativo e di un’organizzazione militare permanente, ma soprattutto badò a fare opera di proselitismo religioso e culturale, spesso operando con mano tutt’altro che leggera.  

   L’evoluzione del fenomeno bellico non risultò particolarmente condizionata, nei suoi aspetti fondamentali, durante l’espansione islamica, anche se la mobilità strategica evidenziata dagli eserciti musulmani, la loro flessibilità operativa, il ricorso a soluzioni tattiche in grado di sopperire agli elementi di debolezza e a valorizzare i fattori di forza, devono essere tutte considerate novità di notevole rilievo. La discriminante fondamentale, tuttavia, fu rappresentata dalla sovrarappresentazione della componente religiosa, in termini che fino a quel momento nessun esercito aveva praticato. I guerrieri dell’Islam erano spinti da una fede profonda, da convincimenti apparentemente incrollabili, e stavano spostando il conflitto da una dimensione essenzialmente politica, nella quale era rimasto circoscritto fino a quella data, ad una dimensione “altra”, nella quale nuovi e diversi fattori diventavano cruciali, e dove l’ostilità reciproca si allargava a territori nuovi, in buona parte inesplorati. La guerra tra avversari che si riconoscevano, per quanto talvolta a fatica, una legittimità reciproca, tendeva a mutare natura, a configurarsi come un gioco al massacro tra nemici implacabili, dove l’altro era sempre un “altro da sé”, con il quale nessuna reale mediazione era possibile. Si delineavano i contorni di una dinamica che aveva ancora molta strada da fare e che, purtroppo per noi, l’avrebbe percorsa fino in fondo.
 
                                              Piero Visani

"E se ti perderai, nel labirinto di un amaro autore?"

       Il meraviglioso incipit di "Happy Feet", di Paolo Conte, mi è sempre girato nella mente ogni volta che conoscevo una donna nuova che mi interessasse. A quelle che mi interessavano sul serio, nel profondo, potevo pure cantarglielo (sono discretamente intonato... ed esibizionista...):
 
Cosa leggerai?
Con che libro affascini il tuo cuore?
E se ti perderai
nel labirinto di un amaro autore?
 
 
      Non avrei mai immaginato, visto che nella mia vita ho scritto solo quattro libri di saggistica, che un giorno mi sarebbe venuto voglia di fare il "salto della quaglia" e di poter essere io colui che "affascinava i cuori" con un mio libro, "l'amaro autore" nel cui labirinto (e io sono pieno di labirinti quasi impenetrabili) qualche donna di classe potesse "perdersi". E invece... (come direbbe la buona Fiorella Mannoia: "come si cambia, per non morire; come si cambia... per ricominciare...").
       Ma ormai, quel momento è venuto. Il 12 dicembre 2013, quando il mio blog "Sympathy for the Devil" compirà un anno (il primo della sua esistenza), partirà la realizzazione di un libro, in forma probabilmente diaristica, di storie di vita vissuta, una mia particolarissima "Storia di un anno", un anno dapprima cupo, triste e disperato, e poi improvvisamente squarciato da un raggio di luce intensissima.
       Sto lavorando a questo libro con assiduità: seleziono i post, li raggruppo per tema e penso a come legare le varie parti. Sarà il mio debutto in un'editoria diversa dalla saggistica e la sfida un po' mi sitmola, più che altro per mettere alla prova le mie capacità autoriali.
       Sotto traccia, per contro, continua lo sviluppo del romanzo che racconterà la storia di tre anni che hanno cambiato la mia vita, in negativo come in positivo. Il personaggio centrale sarò io, o comunque una figura a me assimilabile, mentre ho ancora molti dubbi sulle protagoniste femminili e sui personaggi di contorno. Una trama di fondo l'ho già, ma la sto affinando, perché vorrei narrare il senso di un cambiamento e di una trasformazione.
        Non pensavo che, da circa un anno a questa parte, si sarebbe aperta per me una fase di così straordinario fervore creativo. Se dovessi utilizzare un'immagine - che tutti riterrebbero un'esagerazione e invece, vi assicuro, è fortemente sottorappresentata - direi che il mio computer scrive per me, tante sono le parole che riesco a produrre in un solo giorno, per lavoro e per attività personali come il mio blog o Facebook. E' come se una straordinaria energia interiore, ogni giorno più formidabile, mi spingesse a scrivere, a raccontare e raccontarmi, a sviluppare la mia componente autoriale, sempre rimasta sepolta sotto altri miei diversi profili professionali.
         Ma ormai ho deciso: la fase finale della mia vita sarà autoriale. Come dice Francesco Guccini ne "L'Avvelenata", non me la sento più di tacere, voglio scrivere, perché "ho ancora tante cose da raccontare, per chi vuole ascoltare, e a culo tutto il resto"...
         Dunque preparatevi a perdervi nei labirinti di questo amaro autore...
 
                           Piero Visani

Viaggi e miraggi

       C'è una canzone di Francesco De Gregori, Viaggi e Miraggi, che mi piace tanto e che inizia così:

Dietro a un miraggio c'è sempre un miraggio da considerare,
come del resto alla fine di un viaggio
c'è sempre un viaggio da ricominciare.
Bella ragazza, begli occhi e bel cuore,
bello sguardo da incrociare,
sarebbe bello una sera doverti riaccompagnare.
Accompagnarti per certi angoli del presente,
che fortunatamente diventeranno curve nella memoria.
Quando domani ci accorgeremo che non ritorna mai più niente,
ma finalmente accetteremo il fatto come una vittoria.

Perciò partiamo, partiamo che il tempo è tutto da bere,
e non guardiamo in faccia nessuno che nessuno ci guarderà.
Beviamo tutto, sentiamo il gusto del fondo del bicchiere
e partiamo, partiamo, non vedi che siamo partiti già?



    
    Gli esegeti più attenti sostengono che si tratti della metafora di un rapporto sessuale e, personalmente, concordo con loro, ma trovo bella soprattutto l'atmosfera di Lustigkeit in cui è immersa la canzone, che rende il tutto leggero, lieve, divertente, vitale, privo di sensi di colpa o di peccato.
      Anch'io percepisco la mia vita come una metafora a cavallo fra viaggi e miraggi, con i secondi che spesso mi catturano l'anima e mi inducono a partire, e i primi che mi portavo verso mete e vite diverse.
       Ho seguito tanti miraggi, nel corso della mia vita, ma non ne sono pentito. A me parevano mete di viaggio e, se si sono trasformati - strada facendo - in semplici miraggi, non credo sia stata colpa mia o della mia ingenuità. Da buon navigatore, quando ho visto quello che era un miraggio, ma a me davvero non pareva tale, sono salito sulla mia barca e ho preso il largo. Poiché la mia è una barca che appartiene a una Blue Water Navy, e non a una Brown Water Navy, mi sono spinto molto al largo, sognando mete lontane, e li ho scoperto che erano miraggi, piccole trappole borghesi, stagni (beneolenti, per carità...) spacciati allegramente per vaste distese oceaniche. Il tutto immerso in un greve senso di colpa da prefiche ormai un tantinello cresciute, ma sempre intrise di repressioni giudeocristiane.
       Sono ritornato a riva e, siccome sono paziente, tenace, perseverante, curioso e amante delle sfide, ho cominciato a cercare, fino a che non ho trovato chi mi spiegasse che ci sono anche i viaggi che sono davvero tali, e non solo miraggi.
       Ora la differenza tra viaggio/miraggio e viaggio/viaggio è fin troppo evidente: il secondo è reale, il primo fittizio. E siccome amo molto la realtà, la concretezza e la parola, ho deciso non solo di scrivere di viaggi/viaggi, ma di viverli proprio, fino in fondo, insieme a persone vere, e non a miraggi, a pallide o corvine epifanie dell'inconsistenza e della falsità borghesi.
        E ora sono in viaggio e - posso garantire - non è per nulla un miraggio. Per riprendere le parole della canzone, il segreto di questo cambiamento epocale è semplice, lineare:
 
Dietro a un miraggio c'è sempre un miraggio da desiderare,
come del resto alla fine di un viaggio,
c'è sempre un letto da ricordare.
Bella ragazza ma chi l'ha detto che non si deve provare?
Ma chi l'ha detto che non si deve provare a provare?
        
       Da bravi esploratori, da autentici navigatori d'altura, e non da mari chiusi, come il Mediterraneo, siamo partiti seguendo un miraggio che, grazie alla nostra volontà di esplorare, si è trasformato in breve, dopo aver percorso non troppe miglia nautiche, in uno splendido viaggio. Abbiamo provato, e chi l'ha detto che non si deve provare, che non si deve provare a provare...? E' il segreto del viaggio vero, dell'esplorazione vera, di chi non si accontenta dei porti, dei miraggi o... delle finzioni... di viaggio.
       Perché a noi piace navigare, non ingannare. Perché noi amiamo i viaggi - cioè le cose vere - non i miraggi - cioè quelle false. E nessuno, per nostra fortuna, ha troppi problemi di identità di genere.
 
                        Piero Visani
 

lunedì 23 settembre 2013

Disabitudine

       Sofferenza, egoismi, egocentrismi. Un arrotarsi intorno a sé che ha senso se si è soli. Ma io non lo sono più. Come faccio a non ricordarmene, a essere così cieco, a pensare solo a me stesso e alle mie piccole rabbie quando c'è chi palpita per me non chiedendo altro che incrociare i nostri idem sentire?
       E' la forza della disabitudine. E' un paradosso dire così, ma è dannatamente vero. Perché tenere la testa scioccamente voltata indietro, to look back in anger, quando c'è tanto di bello davanti? Ci sono forse sweet memories da riportare alla mente? Se ci si occupa di equini forse sì, magari misurando l'intensità dei loro calci con un apposito apparecchio.
       Ma, se ci si occupa di umani? Perché far scontare a chi non ne ha le colpe di certi miei comportamenti pregressi? Sarebbe inutilmente crudele e ingiusto. Perso in mezzo alle "anime nere", ho trovato un'"anima bianca", una splendida "pescatrice di sogni", un'amante - come me - delle cose inutili, non di quelle utili. Una che spregia il perbenismo interessato. Non devo farle del male. Non lo merita. E' un piccolo angelo. Perfino chi, come me, ha una dichiarata "Sympathy for the devil" non può non tenerne conto. Sarebbe pura follia, dopo la mia "traversata del deserto".
 
                        Piero Visani

Sparire... con classe

      A volte è necessario sparire. A volte è indispensabile. A volte è bello, a volte semplicemente non se ne può fare a meno, per varie ragioni.
      A volte si tratta di decisioni prese d'impulso, senza ponderarle bene, e può capitare in qualche caso di pentirsene. Ma, quando la scelta di sparire è quella che appare più corretta, quella su cui si è riflettuto molto e di cui si sono analizzati i pro e i contro, allora si può procedere senza problemi.
       Agli egosintonici come me, infatti, l'autostima non va mai via e si tratta soltanto di capire come e quando esercitarla. Leggi le cose che scrivi, rifletti su quelle che pensi, ti guardi attorno e cerchi di analizzare ogni singolo segnale o stimolo che ti perviene dalla società circostante.
      A quel punto, le decisioni sono mature e diventano infinitamente più facili, perché la tua grande personalità deve essere spesa su versanti positivi, non negativi. Devi andare ad aggiungere colori, i tuoi colori, ad un mondo che spesso a te appare troppo opaco. Devi vivificarlo. Serve la tua opera di maieuta, di interprete, di sensibile descrittore di persone, ambienti, situazioni.
       E ci vai, con tranquilla naturalezza, contento di non essere nemmeno da solo. Eh sì, perché nulla della tua capacità di fascinazione è andato perduto, e non è che ne avessi poca, già prima... Anzi, passare attraverso le "tempeste d'acciaio" te ne ha aggiunta ancora, e te la riconoscono pure...
       Vai, Piero, vai...!
 
                     Piero Visani

Tempeste d'acciaio


   Per chi – come chi scrive – l’attrazione per le cose militari risale alla prima infanzia, in termini da poter essere definiti, parafrasando Hillman, “un terribile interesse per la guerra”, inspiegabile se non facendo riferimento a vite precedenti, l’incontro in età giovanile con un libro come Tempeste d’acciaio di Ernst Jünger è stato un appuntamento cruciale. C’era infatti bisogno di qualcosa e di qualcuno che mi aiutasse a sciogliere alcuni nodi concettuali, che mi servisse a comprendere, in un periodo della vita in cui mancano ancora strumenti interpretativi adeguati, in che cosa consistesse la mia personale diversità rispetto al blando pacifismo diffuso nella società italiana degli anni Sessanta.

   Lo acquistai per caso, su una bancarella di libri usati, attratto soprattutto dal titolo, dato che dell’autore, all’epoca, sapevo davvero poco. E fu quasi un’eccezione, visto che le mie preferenze di lettura andavano (allora come ora) alla saggistica. Quanto lessi nella prima pagina mi fece capire che si sarebbe trattato di un libro interessante: «Cresciuti in un secolo di sicurezza e di certezze, sentivamo tutti la nostalgia dell’insolito, del grande pericolo. Allora smaniavamo per la guerra». Io, nato pochi anni dopo la fine del secondo conflitto mondiale, non smaniavo per la guerra, ma sentivo l’attrazione per il “grande pericolo”, così come me l’aveva descritto mio nonno materno in lunghi racconti delle sue esperienze sul Carso e come lo vedevo rappresentato in mio zio, ardito, combattente di Abissina e di Spagna, paracadutista della “Folgore” preso prigioniero ad El Alamein nel’ottobre 1942. In maniera confusa, ma forte, sentivo che a me mancava quell’esperienza che Alan D. Altieri ha brillantemente sintetizzato nella formula “andare dentro” e invidiavo chi – come mio zio – l’aveva fatto volontariamente.

   Sotto questo profilo, la lettura di Tempeste d’acciaio è quasi un percorso di formazione, compiuto per di più in compagnia di un uomo che non solo è uno dei pilastri della cultura del Novecento, ma – fatto che nel mio personale metro delle cose rimane a tutt’oggi più importante – è anche uno dei pochissimi tedeschi che, nella lunga e brillante storia militare del suo Paese, ha saputo meritare una decorazione ambitissima come la croce Pour le mérite (appena 5.430 assegnazioni dal 1740 al 1918).

   Chi si aspetta di trovare in Tempeste d’acciaio l’acritica esaltazione di una personale esperienza bellica, magari intrisa di reducismo e di un tocco di autocompiacimento per quanto fatto in battaglia, è completamente fuori strada. Il libro è semmai il resoconto di un itinerario personale dagli esiti per nulla scontati. La vulgata dominante in materia, esclusa la trappola del reducismo, vorrebbe che un’opera del genere rappresentasse l’esito classico del divario tra teoria e realtà, dunque tra i furori bellicisti di una generazione cresciuta nei miti del nazionalismo e dell’imperialismo e la tragica realtà della guerra, con il suo carico di sangue, morte, sofferenze, mutilazioni, fino alla “naturale” conclusione del rinnegare le proprie illusioni giovanili ed il tranquillizzante approdo ad un pacifismo “politicamente corretto”. Niente di tutto questo. L’itinerario personale c’è e consiste in una descrizione per nulla agiografica del conflitto, con le sue violenze e le sue distruzioni («Quel luogo era il regno assoluto della sofferenza ed io,…, guardai come attraverso una fessura infermale nei suoi abissi), ma accompagnata da un’incredibile capacità di essere al tempo stesso dentro e fuori ciò che accade. Il pluridecorato combattente Jünger è “dentro” la battaglia e – la prima volta che ciò accade – non ha difficoltà a dichiarare che ciò lo riempie «di una gioia pazzesca»; lo scrittore ne è “fuori”, la guarda dall’alto, ne studia gli effetti su di sé e sugli altri uomini.

   È una guerra relativamente cavalleresca, almeno negli intenti di fondo, quella che viene combattuta sul fronte occidentale nel 1914-18, ma tende rapidamente ad evolvere in una “battaglia di materiali” (Materialschlacht), dove le virtù individuali cedono il posto allo scontro tra sistemi produttivi. Su questo sfondo, gli spazi per i singoli si restringono, ma non scompaiono; anzi, si forgia una comunità di guerrieri che del combattimento conosce più «l’esaltazione del cacciatore» che «l’angoscia della preda». Una comunità legata da vincoli solidissimi, animata da un’assoluta lealtà reciproca, forgiata emotivamente dal suo desiderio di “vivere di più”, capace di provare sensazioni difficilmente descrivibili o da risultare – se descritte – incomprensibili ai più: «In quegli attimi non mi prese affatto la paura, ma ebbi la sensazione, quasi demoniaca, di una estrema leggerezza; ogni tanto mi assalì anche un riso convulso, che non riuscivo in alcun modo a frenare». Un sentimento difficile da spiegare e che ai più potrebbe apparire altamente inquietante, ma che Jünger chiarisce con estrema naturalezza: «Quegli uomini erano animati da qualcosa che non negava l’atrocità della guerra, ma la spiritualizzava, una voglia autentica di affrontare il pericolo, il desiderio cavalleresco di vincere la propria battaglia. Nel corso di quattro anni, il fuoco forgiò combattenti sempre più puri e audaci».

   Un’esperienza estrema, dunque, anzi quasi un percorso esoterico. Ma non fine a se stesso, bensì fondamentale per il conflitto ed i suoi esiti, dal momento che, «per quanto colossali fossero le masse di uomini e di materiali, il lavoro, nei punti decisivi, era sempre portato a termine da pochi uomini» coraggiosi e disposti ad andare fino in fondo nell’assolvimento del loro compito. Ritorna dunque con forza, quanto più il conflitto si protrae, il concetto di una comunità di guerrieri, i «principi delle trincee» forgiata nel ferro e nel fuoco, oltre che nel sangue, dalla quale scaturisce un insegnamento fondamentale, quello per cui «…non si conosce nessuno se non lo si è visto nel pericolo».

   Malgrado tutti questi sforzi, le sorti del conflitto, per la Germania guglielmina, volgono al peggio, anche se la chiusura delle ostilità sul fronte orientale consente di concentrare su quello occidentale tutte le risorse ancora disponibili per un’ultima disperata offensiva, con la quale ribaltare la situazione. In una circostanza del genere, quando l’entità della posta in gioco è altissima, non c’è spazio per la paura, ma solo per i guerrieri: «Nell’avanzare, un terribile furore bellico s’impadronì di noi tutti. Una smania incontenibile di uccidere accelerava i miei passi. Avevo in corpo una tale rabbia che mi fece piangere. L’immensa volontà di distruzione che pesava su quel campo di morte si concentrava nei cervelli, avvolgendoli in una rossa nebbia. Singhiozzando e balbettando ci scambiavano frasi senza senso e uno spettatore non prevenuto avrebbe certo immaginato che fossimo sul punto di soccombere ad un eccesso di felicità».

   Sono parole forti, straordinariamente forti, ma anche terribilmente sincere, e non privano certo chi le ha scritte di una dimensione di umanità, se lo stesso Jünger, guardando il corpo di un giovane inglese da lui ucciso, scrive: «Lo Stato che si solleva dalla responsabilità [per il comportamento dei combattenti in guerra], non ci può liberare dalla tristezza; la dobbiamo sopportare fino in fondo, sin nelle profondità dei nostri sogni».

   Personalmente poco incline alle verità rivelate, quali che siano, la lettura giovanile di Tempeste d’acciaio mi ha ulteriormente rafforzato nelle mie convinzioni e mi ha persuaso del fatto che persino un fenomeno estremo come la guerra possa essere oggetto di interpretazioni “altre” rispetto a quelle correnti e banalissime propugnateci ogni giorno dalla cultura dominante. La guerra che emerge dalle pagine di Jünger è certamente una “festa crudele”, ma è anche qualcosa di infinitamente superiore, è un’esperienza iniziatica che, se nelle sue forme più rarefatte appare riservata a soggetti raffinati come lo scrittore tedesco, nelle sue forme più generali è la cartina di tornasole di quanto di meglio (e anche di peggio) possa offrire un popolo.

   Viviamo in una civiltà anestetizzata, dove le uniche sensazioni forti ammesse sono quelle della “violenza rappresentata” in ambito mediatico e dove tale rappresentazione ha raggiunto estremi talmente marcati che occorre perfino chiedersi – e in taluni casi non sarebbe neanche infondato a livello molto concreto – se dietro la rappresentazione ci sia violenza vera, o soltanto un impiego artificioso e strumentale della medesima. A livello ufficiale, la violenza non esiste o, più correttamente, è la peggior forma relazionale possibile, la più deprecata, la più stigmatizzata. Eppure, se usciamo dalla dimensione mediatica e entriamo in quella reale, ci accorgiamo che non di semplice rappresentazione si tratta, ma di un qualcosa che possiamo toccare concretamente con mano e alla quale non ci possiamo in alcun modo sottrarre, ma che siamo obbligati a subire. Viene di continuo agitato su di noi lo spettro della più oscura e terribile delle violenze, quella terroristica, ma la reazione ad essa varia dall’inanità totale all’aggressività cieca e senza senso.

   Il fatto è che per troppo tempo la cultura dominante in Occidente (termine che mi repelle quasi fisicamente) ci ha spiegato che la violenza è insensata e, ora che l’Occidente stesso ne è pesantemente oggetto, non può negare le sue premesse, ma deve puntare sulle guerre “asettiche” dei bombardamenti a distanza, sulle guerre “segrete” delle forze speciali o su quelle “per procura” degli Stati clienti. Le “tempeste d’acciaio”, oggi, non sono semplicemente ammissibili. Potrebbero far sorgere, in chi le combatte, cattivi pensieri e “inaccettabili” interrogativi. Potrebbero indurre il “consumatore indifferenziato” ad “andare dentro”, e non necessariamente solo nei supermercati. Potrebbero far nascere una nuova comunità di guerrieri. Non sia mai. Ma siamo vicini ad "albe tragiche", non necessariamente dorate, e dobbiamo con forza sperare nell'eterogenesi dei fini; anzi, dobbiamo darci da fare per determinarla.

                                                                              Piero Visani

Una notte speciale

       In sottofondo, Alice canta "Una notte speciale". Le immagini del clip scorrono sul video del mio pc, riportandomi indietro nel tempo.
 
 
 
 
      La sera è settembrina e al caldo del pomeriggio si è sostituita una temperatura decisamente più bassa, ma ancora gradevole.
      Attendo un collegamento in chat che puntualmente arriva. Espongo le mie sensazioni della sera, a cavallo tra sensi, fisicità, lontananza, desiderio.
      La proposta che mi arriva è di quelle che non ci si attende, di quelle che raramente arrivano dalle donne "normali", più facilmente dalle dee.
       Sono sorpreso, un minimo, ma affascinato dalla naturalezza con cui viene formulata: totale, assoluta, tellurica. Completamente priva di qualsiasi senso di colpa o di dimensione morale. Primigenia, direi, nella sua avvolgente icasticità.
       Quello che ne scaturisce successivamente è un duetto fantastico, dai toni reciprocamente ispirati, dove - esattamente come nella canzone - in pochi attimi riusciamo ad andare "oltre la montagna" e ad amarci "come la mente non sa".
       Sensi acuiti, libertà assoluta, sincerità estrema, complicità totale.
        Good vibrations di "una notte speciale". Per sentirsi veramente liberi, per amarsi "come la mente non sa"...
        Found Highway di un'intesa perfetta. Perfetta in quanto assolutamente naturale, al di là e al di sopra di qualsiasi piatto conformismo.
 
                          Piero Visani

domenica 22 settembre 2013

Astenersi perditempo e... "beneducate"!

       Quando uno vive una fase estremamente positiva della propria esistenza, ha tempo di guardare dietro di sé e di farlo non per "ricordare con rabbia", ma per fare chiarezza con e in se stesso, dato che la serenità gli conferisce lucidità.
      Ripensavo stanotte, invece di dormire, alle varie tipologie di donne che ho incontrato nel corso della mia vita, ovviamente non nelle situazioni sociali e lavorative superficiali, ma tra quelle che, in un modo o nell'altro, hanno destato il mio interesse, e sono giunto a dividerle - tra il serio e il faceto, ma più prossimo al serio - in quattro categorie (non amo le generalizzazioni, è solo per provare a sistematizzare un po'):
 
a) le donne totali, olistiche. Quelle che sanno riconoscere - e farti conoscere - "sacro" e "profano". Che non hanno paura di niente, che non indietreggiano di fronte a niente. Compagne eccellenti di vita e di avventure. Autentici tesori. Pronte a destreggiarsi senza alcuna difficoltà tra dionisiaco e apollineo. Intellettuali, quando serve; baccanti, quando piace. Complici, sempre. Purissime perle.
 
       Attualmente sono in compagnia di una donna di categoria a) e dunque posso parlare sine ira et studio di quelle delle altre categorie. Mi hanno riempito di dolori, in fasi diverse delle mia vita, ma non ho rimpianti, se non di vita buttata via. Me ne hanno fatta buttare via tanta, ma non è stata tutta colpa mia. Sono sprecone esistenziali. La paura di amare le induce allo spreco.
 
b) le donne votate al rifiuto. Per loro è sempre no. In particolare sesso no. Sono quelle che ti vogliono a tempo indeterminato come "amico eunuco". Forse asessuate, forse omosessuali, forse spaventate dagli uomini, forse non so. Amano "l'infinito presente" del loro rifiuto e in quello vorrebbero mantenerti a tempo indeterminato. Se provi ad essere paziente e ad aspettare, con loro, ti ritroverai sempre al punto di partenza. Non portano da nessuna parte: l'inizio - l'astinenza - è uguale alla fine, con loro: sempre astinenza è.
 
c) quelle "dalla vita in su". Talvolta interessanti, spesso colte, hanno un'esistenza che arriva fino all'ombelico e al limite, riparte dalla coscia. Quello che c'è in mezzo, più che tabù è "terra ignota". Sicuramente per te, probabilmente per gli altri/altre, INNEGABILMENTE PER LORO. Ottime per mostre, pranzi e regali a fondo perduto. Se tocchi il tema "sesso", in genere ti lasciano con uno sguardo di commiserazione, come se fossi una bestia immonda.
 
d) quelle "dalla vita in giù". Magari non sempre intellettualmente dotatissime, hanno però altri pregi e spesso ti affezioni loro, perché hanno qualcosa da darti, e non è solo quello cui voi - menti volgari - pensate, ma è anche calore, piacere, gioia, passione: vita, in una parola. Personalmente, sono quelle che amo di più, dopo quelle della categoria a). Spesso non del tutto in grado di raggiungere alte vette di cerebralità, sono però fantastiche e impagabili nel carpe diem. E sono sempre loro molto grato.
 
       Come tutte le categorizzazioni, anche questa è una generalizzazione, da prendere con beneficio d'inventario. Per ragioni anagrafiche, ho conosciuto (nei casi b) e c) non biblicamente, ovvio...) donne di tutte e quattro le tipologie e sono giunto - visto che molte mi dicono affascinantissimo, seducente, etc. etc. - a una conclusione tanto semplice quanto lapidaria: "astenersi perditempo e... beneducate!". Alle categorie b) e c) ho dato pezzi interi della mia vita, ricavandone solo lacrime e rimpianti, Con una a) sto e vorrei continuare a restare il più a lungo possibile. Per le d), la porta è sempre aperta, parliamone...)
       Più chiaro di così!
 
                                                  Piero Visani
 

sabato 21 settembre 2013

In Treatment

      Giochiamo tutto sul filo del paradosso: nell'ultimo triennio sono stato più volte "in treatment", a vari livelli, da una psicologa professionista, di cui non posso che dire tutto il bene possibile, per la sua preparazione e capacità, e le cui terapie mi hanno sicuramente giovato, a tutta una serie di "psicologhe" amatoriali, ciascuna delle quali, a modo suo, mi ha messo "in treatment".
       Sono così passato dal trattamento più ruvido, fatto di pedate (metaforiche), silenzi, mutismi, divieti, rifiuti, pagelle, lezioncine impartite da una "maestrina con la penna rossa", che aveva cominciato il suo rapporto con me trattandomi molto bene, ma poi aveva mutato progressivamente approccio al suo "paziente" (invero alquanto "impaziente"...), fino a decidere che preferiva depennarlo dalla lista di quanti da lei "trattati", a molti altri "trattamenti", impartitimi da "psicologhe" amatoriali di vario genere e natura, di cui avevo dovuto amaramente constatare, nell'insieme, banalità e ordinarietà di approccio.
       "Forte" di tali illuminanti esperienze, ho fatto una scelta di vita: d'ora in avanti, o continuerò ad essere "in treatment" con l'unica psicologa professionista che conosco, che è di alto livello, oppure, quando ne incontrerò una dilettante, la manderò direttamente a quel paese non appena avrà modo di palesare qualche intenzione di mettermi "in treatment".
       Sono consapevole, come maschio, di essere considerato dalle donne una sorta di gorilla mononeuronico con pulsioni esclusivamente bassoventrali, ma io sfuggo a tali canoni, anzi mi sottraggo a qualsiasi tipo di canone interpretativo, perché sono IO, non un appartenente a un genere per lo più odiato, oltre che incompreso. Il che significa che sono sottoponibile a "trattamenti" molto individuali e personalizzati, non a "trattamenti" di genere... Dunque, onde evitare i problemi testé citati, saluto senza rimpianti le "psicologhe" amatoriali e cerco (e trovo) le donne vere, quelle che non si preoccupano di spiegarmi come devo stare al mondo, anche perché, alla mia età, forse un po' già lo so...
         Mi scuso con le "psicologhe" amatoriali e adduco una motivazione che mi è già stata rovesciata addosso dalle medesime con il suo "enorme" carico di "amore e comprensione": "ognuno è quel che è": vero, verissimo, sacrosanto, innegabile... Travolto da questo "carico d'amore", ho scelto di rimanere me stesso. Come la vogliamo definire, la mia: autoconsapevolezza "criminale"...?
         Per mia fortuna, sono sorretto da un forte senso dello humour...
 
                                                   Piero Visani

venerdì 20 settembre 2013

Il prezzo da pagare

       Il prezzo da pagare, come conseguenza della visione del mondo da me descritta nel post "On s'engage, puis on voit", è che spesso rischio l'emarginazione sociale, perché non ho un'immagine pubblica o, se ce l'ho, per alcuni è di profilo eccessivamente elevato.
       Nessuno ti perdona una cosa del genere. Non ho una dimensione borghese, non partecipo a conversazioni salottiere, non ho hobbies che piacciano ai più. Ho una dimensione mia, e solo mia. Soprattutto, non sono un soggetto NEUTRO, INDIFFERENZIATO, INTERCAMBIABILE. Sono io, solo io. Non ho neppure una rete particolarmente solida di relazioni sociali. Sono un lone rider, un maverick, e, se nei salotti faccio schifo, io esulto.
      Ne consegue che non ammetto residualità. Mi pongo e mi propongo. Se mi si accetta, tutto diviene possibile, ma realmente tutto. Se non mi si accetta, non mi faccio mettere nella lista degli amici di Facebook, né di quelli per fare numero né di quelli cui attingere ogni tanto.
       Posso essere tutto, o nulla. Se non sono tutto, in genere amo essere nulla, perché il nulla è sincero e per nulla borghese. Non sarò l'amico di..., non farò le vacanze a..., non giocherò a tennis (o a qualsiasi altro sport) in quello specifico club... Non scriverò frasette idiote conformi al livello intellettuale di molti pseudo-amici. Scriverò per me.
       Non voglio essere residuale, non mi interessa. Se non posso essere vivo, vivace, stimolante, penetrante, coinvolgente, totalizzante, non mi interessa andare ai parties, ai ristoranti con un'allegra brigata di "amici" o alle feste di Natale e Capodanno. Sto da solo. Detesto la dimensione sociale del vivere. La mia concezione olistica ammette sono il "con me". L'alternativa non è necessariamente il "contro di me", ma sicuramente il "senza di me". E, siccome so bene che di me si può fare tranquillamente a meno, specie se l'uso del cervello è un esercizio faticoso, sto da solo o con chi - e qualcuno c'è - mi apprezza per quello che sono, per la verità e la sincerità che mi porto dentro.
       Non chiedetemi l'orrendo sacrificio di vivere la vita delle "persone perbene". Io non sono "perbene". Sono "permale", "permalissimo". Non chiedo di essere accettato, mi va bene essere liquidato, a condizione di non essere "uno dei tanti amici". Non si adatta alla mia personalità. Non voglio vivere la vita degli altri. Voglio vivere la mia. Non voglio condurre un'esistenza sociale, ma profondamente asociale. Sono abituato fin da bambino ad essere considerato un alieno, a me va bene così. 
       Mi si rimprovera spesso di "morire alle persone e alle cose", ma è un falso macroscopico, neppure del tutto disinteressato, tra l'altro, visto che l'accusa arriva puntualmente dopo che non mi sono piegato a qualche rinuncia. Non sono io che sono morto. Io sono vivissimo e più debordante che mai. I morti sono altri...
 
                                  Piero Visani

On s'engage, puis on voit

      Lessi questo motto napoleonico all'età di 11-12 anni. Ero un lettore onnivoro, allora come ora, ma il Grande Corso all'epoca era un mito, per me.
      Adolescente (ma anche dopo), quando leggevo alcune frasi che ritenevo di importanza epocale, per me, le memorizzavo e giuravo a me stesso di attenermi ad esse. E così ho fatto, nel senso che, da allora, e in ogni cosa, je m'engage, puis je vois. Amori, lavori, imprese, avventure, attività varie: io calcolo poco e mi butto molto. Nell'ordine: prima mi butto e poi penso se ho fatto bene a buttarmi. Il massimo dell'irrazionalità. Il mio modo di essere.
      Ho inseguito obiettivi difficili, corteggiato donne che odiavano gli uomini o erano omosessuali dichiarate, avviato imprese lavorative complesse, tentato missions impossibles. La mia stella polare è sempre stata una sola: OSARE.
       Il mio volontarismo, il mio ego e la mia personalità debordante mi hanno sempre indotto a fare, prima ancora che pensare. Talora ho avuto successo, talaltra no, ma ho sempre vissuto e, oggi che non sono più un giovinotto, di una cosa sono certamente soddisfatto: ho sempre provato a "vivere di più" e ci sono riuscito.
       Certo, ho incontrato ostacoli, rifiuti, negazioni, barriere, blocchi. Non me ne è mai importato granché. Ho provato ad abbatterli e, quando non vi sono riuscito, ho pensato che è mille volte meglio PROVARE che AVERE RIMPIANTI. Ho subito un discreto numero di mazzate, ma non c'è una cosa sola di cui possa dire: non ho provato. Certo, magari ci possono essere cose che devo ancora provare, perché non me ne è capitata l'occasione, ma dovunque l'occasione mi sia capitata, e l'abbia sentita confacente a me, mi sono buttato, seguendo la mia enorme voglia di vivere.
       Quando scrivo, come sto facendo adesso, posso dire di aver cercato infinite volte di "passare attraverso", per "ANDARE OLTRE". Se, in talune circostanze, non vi sono riuscito, non è dipeso da me, ma da chi si è rapportato con me. Società abortite, amori falliti, iniziative inariditesi, tutto è dipeso dal fatto che non sempre ci si intende, con le persone, e che non tutte si ispirano - ovviamente - a una concezione olistica come la mia. Ho sempre rispettato le scelte altrui e, quando non sono stato messo da parte da loro, me ne sono andato spontaneamente io, perché non c'è nulla che divida più che le visioni del mondo: quelle ispirate alla rinuncia, al perbenismo, ai confini dati e non superabili, alla precisa definizione di ruoli e all'impossibilità di progredire, nei rapporti come nelle attività, non fanno per me. Se avessi voluto essere borghese, lo avrei scelto da giovane. Ma io ho sempre odiato la concezione borghese dell'esistenza, dunque...
       Oggi sono sereno, in quanto, se uno continua a marciare, esce da una condizione ed entra in un altra. Lascia determinate persone e ne conosce altre. Rinuncia al noto per buttarsi verso l'ignoto e, se il noto gli è poco gradito o lo fa soffrire, l'ignoto racchiude in sé una fascinazione che può rivelarsi anche estremamente positiva. Muoversi, in questo caso, è come gettare un sasso in uno stagno: scuote acque destinate a rimanere altrimenti ferme, e sempre più paludose...
        Dunque, più che mai, e anche se gli anni passano, il mio motto resta: on s'engage, puis on voit. Non me ne sono certo pentito e - soprattutto - non ho mai dovuto vivere situazioni di "vita a credito", di residualità, di barriere frapposte, di accettazione passiva dell'esistente. Il mio è sempre stato "il trionfo della volontà". Protagonista sempre, comprimario o comparsa mai. E molti, magari a distanza di parecchi anni, finiscono per rimpiangermi. Non perché "gli angoli del presente diventino curve nella memoria". Ma perché chi cerca di fare storia di sé, e lo fa con sincerità, lascia sempre memoria di sé. Io la lascio, non ho dubbio alcuno in tal senso, e pure molte testimonianze.
 
                        Piero Visani
 

giovedì 19 settembre 2013

Quello che so di lei

       L'ho incontrata. Non posso e non voglio dire come. Ma era come se ci conoscessimo da secoli.
       L'empatia e l'idem sentire non si trovano ovunque. Sono gioielli rari, cui io, nei miei percorsi esistenziali, do continuamente la caccia.
       Mi interesso solo di persone con cui si sviluppano connessioni di quel tipo. Altrimenti sono gentile, disponibile, ma in me non si accende alcunché. Cerco the happy few, con una costanza e un'applicazione feroci. Perché so che costoro possono arricchire la mia vita, non depauperarla.
        Sono perfino disposto a correre rischi molto elevati per realizzare l'incontro, le rare volte in cui ha luogo. Non mi sono mai sbagliato, non mi sono mai rimangiato una valutazione. Io so chi sono, per me, quelli che io chiamo gli (un)happy few. Li individuo sempre, al primo colpo, e comincio a cercare di sviluppare intensi rapporti con loro.
       Può succedere - mi è successo - che incomprensioni caratteriali e comportamentali portino a divergere coloro i quali sarebbero irrimediabilmente portati a convergere, ma questo, in definitiva, nulla cambia. Io so bene che il soggetto A, per dargli un nome, è un (un)happy few, esattamente come me, ma naturalmente può succedere che l'affinità che abbiamo in assoluto non trovi riscontro in relativo, o si fermi, o venga bloccata. Gli (un)jhappy few, infatti, nella mia visione si pongono al centro di una dialettica dinamica, che non può essere arrestata, ma deve essere fluida, evolutiva e olistica. Chiaro che, se tutto questo si blocca, se non risulta condiviso dai miei referenti, allora il rapporto muta e si esaurisce, senza che per questo tali persone mutino natura. Per me, infatti, restano tali, restano per l'appunto (un)happy few, ma il bel rapporto potenziale che avremmo potuto avere si esaurisce o si blocca. E queste sono, per definizione, relazioni dinamiche, non statiche. La staticità le snatura, le arresta, le trasforma in banali relazioni borghesi.
 
       Quando invece la fortuna o un superiore livello di empatia aiutano a superare questa fase di blocco, allora tutto diventa possibile. L'esplorazione comincia, perché questo è per definizione un percorso di esplorazione. Esplorazione reciproca.
       Di fronte ci si trova un gioiello raro e occorre capirne natura e composizione: caratteristiche, peculiarità, sedimenti, strati, identità.
       Le identità di un soggetto di natura siffatta sono sempre molteplici. Non è raro, anzi è abituale, che in lui/lei alberghino identità diverse, talvolta convergenti, talaltra divergenti. L'importante è capire dove stanno i punti di giunzione, dove la sintesi, dove il sincretismo.
        L'importante è comprendere la polifonia di un soggetto del genere e riuscire a farne vibrare tutte le possibili fonti di suono, perché nessuna deve tacere, mai.
        L'importante è condurre un'azione di scavo psicologico che, sotto il primo strato della donna in carriera, professionalmente realizzata e universalmente stimata, trovi la bambina con i suoi sogni esauditi e con quelli rimasti irrealizzati; l'adolescente con palpiti, vibrazioni e sensualità in sboccio; la giovane donna alla ricerca di un'identità, di un posto nel mondo, di un'aspirazione di felicità da realizzare; la donna matura a cavallo tra soddisfazioni e insoddisfazioni, sogni realizzati e sogni infranti.
        Da maieuta quale mi considero, mi inoltro nell'esplorazione psicologica delle donne che attirano profondamente la mia attenzione. Di norma, tutte riconoscono la mia capacità di indagarle nel profondo, anche se solo alcune ne sono contente, mentre altre tendono a chiudersi a riccio, sentendosi come violate. In realtà, il mio è un itinerario bilaterale, non unilaterale, in quanto io, nell'indagare e nello scoprire, a mia volta mi apro, parlo, dichiaro, illustro, confesso tutto ciò mi viene chiesto di dire apertamente. Non mi sottraggo a questo, mai.
 
       Quello che so di lei, dopo circa un mese e mezzo che ci frequentiamo, è che una scoperta continua, non solo per questione di novità, ma per progressivo accrescimento di empatia. L'aspetto forse determinante è che si tratta di una sommatoria di positività. Non c'è, tra noi, negatività. Non ci sono zone d'ombra. Il dialogo è molto diretto, immediato, reciproco. E non c'è una figura dominante, ma una perfetta reciprocità. L'empatia è assoluta, misteriosamente ma nitidamente assoluta. E l'apertura reciproca fa sì che di tutto si possa discutere, risolvendo in trenta secondi eventuali incomprensioni.
       La sua lealtà è assoluta, e così la mia. E altrettanto vale per la reciproca sincerità. Siamo entrambi perfettamente a conoscenza di essere al centro di una strana dinamica che, a dirla tutta, ha del miracoloso e ci abbandoniamo ad essa, felici, appagati, ma perfettamente consapevoli - ed è questo che ci rende straordinari, l'uno all'altra - che l'eccezionalità del tutto è che questo è un punto di partenza, non di arrivo.
 
                                                  Piero Visani