mercoledì 29 gennaio 2014

Bloody Sunday (30 gennaio 1972)


       Esattamente 42 anni fa, il 30 gennaio 1972, una pacifica marcia di protesta, organizzata nella città di Derry (Irlanda del Nord) dal movimento per i diritti civili, venne stroncata nel sangue dall'intervento del 1° Battaglione del "Parachute Regiment" dell'Esercito britannico.
       Nel contesto di un'azione chiaramente intesa a lanciare un monito ai manifestanti e a intimidire l'IRA (Irish Republican Army), i paracadutisti inglesi si abbandonarono ad una selvaggia azione di repressione, di fatto un vero e proprio attacco armato al corteo, contro il quale aprirono il fuoco sparando ad altezza d'uomo.
Il risultato fu un autentico massacro: 13 persone, tra cui moltissimi giovani (di cui 6 minorenni) furono uccisi dalle armi automatiche dei parà (di cui 5 colpiti alle spalle, mentre una quattordicesima persona morì qualche mese più tardi per le ferite riportate). Altre 13 subirono ferite piuttosto gravi.
       Fin dall'inizio, apparve chiara l'inaudita gravità del fatto, visto che non solo venne sparato sulla folla, ma anche su sacerdoti, su gente che innalzava bandiera bianca, sulla stampa (il fotografo italiano Fulvio Grimaldi scampò per miracolo a un vero e proprio tiro al bersaglio, dato che almeno 8 proietti vennero sparati contro la finestra da cui stava riprendendo la scena).
       La gravità del fatto (un'azione di repressione a mano armata contro la cittadinanza - non si deve infatti dimenticare che Derry è nell'Ulster, non nella Repubblica d'Irlanda -condotta nella "civilissima" Gran Bretagna) suscitò una fortissima ondata emotiva a livello mondiale e le numerose testimonianze dirette di quanto era accaduto indussero il governo di Londra ad aprire un'inchiesta, che si risolse in un'autentica farsa, negando ogni responsabilità dei soldati inglesi.
       La certosina azione di ricostruzione dei fatti condotta da molte persone, tra cui Don Mullan (che partecipò alla marcia di Derry quando aveva solo 15 anni e rimase personalmente coinvolto nella sparatoria), portò alla pubblicazione, nel 1997, di un libro assai bello e informatissimo, "Eyewitness Bloody Sunday", nel quale la tragica giornata è ricostruita minuziosamente, grazie alla straordinaria raccolta di testimonianze dirette.
       Sull'onda del grande successo di questa pubblicazione e del processo di pace in atto in Ulster, il governo britannico venne indotto, nel 1998, ad aprire una nuova commissione d'inchiesta, che venne tenuta secretata fino al giugno 2010, quando il primo ministro britannico David Cameron ne rese noti i risultati, che riconoscevano apertamente quello che in precedenza era stato negato, vale a dire il brutale e ingiustificato intervento dei paracadutisti inglesi.
       Nel 2002, intanto, il regista Paul Greengrass aveva riportato la tragica vicenda al centro dell'attenzione con il film (un vero e proprio docu-drama) "Bloody Sunday", che ricostruisce la storia di quella tragica giornata seguendo da vicino le conclusioni del libro di Mullan.
       Consiglio a tutti coloro che sono interessati al tema sia la lettura del libro sia la visione del film, da cui emerge con forza come si possa abitare nella "civilissima" Europa ed essere trattati come carne da macello, specie se si lotta per i propri diritti conculcati.
       A qualcuno potrà far paura, ad altri farà riflettere su ciò che ci attende... L'importante è saperlo e prepararsi ad andare avanti egualmente, fino in fondo.

                                        Piero Visani




Mission, impossible?

       Che c'è di più bello, nella vita, di una mission impossible? Quale soddisfazione maggiore si può trarre, nel caso essa riesca? E quale orgoglioso guanto di sfida si può pensare di aver lanciato, nel caso non riesca?
       Ho dedicato una parte non trascurabile della mia vita ad imbarcarmi in missioni apparentemente impossibili: ho avuto qualche successo, ma ho pure collezionato molti insuccessi. Tuttavia, ad onta dei risultati, solo raramente positivi, non c'è nulla di più elettrizzante che la scossa di adrenalina che si manifesta quando si prende la decisione di imbarcarsi in una missione (apparentemente) impossibile e il constatare che questa scossa si trasforma in scariche reiterate, in vere e proprie vibrazioni adrenaliniche man mano che la missione va avanti.
       Potrei dare definizioni diverse a tutte le "missioni impossibili" che ho tentato e le ho tentate in campo lavorativo, nei miei rapporti con il mondo esterno e ovviamente a livello sentimentale. I migliori esiti li ho forse avuti nei rapporti con il mondo esterno, dove la mia temerarietà è risultata spesso pagante, anche perché io sono solito fare "senza rete" ciò che altri fanno utilizzando almeno tre paracadute e un vitalizio...
        Discretamente bene sono andate pure le cose a livello lavorativo, anche se, professionalmente, nel complesso sono saltato come una trottola in campi molto diversi. Il mio spiccato eclettismo mi ha aiutato. Dove non ho suscitato timori, rivalità o invidie sono andato complessivamente bene. Dove le invidie si sono manifestate, unite a qualche diffidenza di troppo, ne ho naturalmente pagato il fio, ma molto è stato anche frutto non tanto della debolezza del mio quadro relazionale, quanto delle difficoltà a farmi rientrare in qualche specifica casella, visto il mio costante rifiuto ad essere "incasellato", soluzione che socialmente apporta molti vantaggi e che a me fa invece francamente ribrezzo. Ho quindi pagato il fio di non poter essere considerato un soggetto cui applicare un'etichetta. Tuttavia, ne ero perfettamente consapevole fin dall'inizio, e non me ne lamento.
        Dove forse ho raccolto i miei insuccessi più rilevanti è stato a livello sentimentale, ma questo è stato dovuto al mio gusto di evitare sempre la banalità, per "gettare il cuore oltre l'ostacolo". Non posso permettermi, in questa sede, di fare esempi concreti e chiaramente definibili, perché non ho alcuna intenzione di ferire sensibilità, rivangare vicende chiuse, riaprire vecchie piaghe. Tuttavia posso dire di aver ispirato i miei comportamenti a grande disinvoltura e trasversalità. Non mi sono mai fermato di fronte a niente, certo che, se la volontà era reciproca, qualunque ostacolo, di qualunque natura, avrebbe potuto essere superato.
         Spesso, purtroppo, non è stato così e, dall'alto della mia esperienza, credo di poter dire che non ci sia campo maggiore di quello sentimentale in cui le persone sono tradizionaliste, legate a schemi, mentalità e comportamenti vetusti, a chiusure incomprensibili, a scarsa o nulla volontà di sperimentazione, anche quando la sperimentazione che viene loro offerta è graduata, ponderata, delicata, rispettosa.
       Ho sofferto parecchio, per alcune di queste chiusure, specie quando le mie aperture erano state delicatissime e rispettosissime, ma poi ho capito che non tutti possono pensarla come me e che, in fondo, la conservazione si annida soprattutto là ove uno si aspetterebbe la più spiccata delle trasgressioni.
       Talvolta l'ho presa a male, ma poi - elaborato il lutto - sono andato avanti, convinto che solo andando avanti si possa ancora gustare la vita, che solo non avendo paura si riesca a vivere davvero, che solo essendo rapidi, mobili, reattivi, si possa riuscire a vivere di più, che è sempre stato il mio obiettivo.
       Mi sono ritrovato spesso solo, in queste mie fughe in avanti, ma era la solitudine delle vette, dei mari aperti, dell'ardimento. E così ho potuto continuare la mia marcia e approdare su altri lidi, più interessanti e stimolanti di quelli che avevo lasciato o da cui ero stato cacciato. I vuoti - innegabili - lasciati da certe perdite sono stati così riempiti da un senso di pienezza che non riporta certo indietro le persone perdute, ma che mi fa comprendere che io voglio vivere, senza limiti, rinunce, confini, barriere, ruoli precostituiti e immutabili. On s'engage, puis on voit: questa da sempre è la mia massima ispiratrice. A volte on s'engage, e si vive di più. A volte on s'engage e si vive di meno, costretti da terribili chiusure. Nel primo caso si va avanti, in mezzo a scariche di adrenalina; nel secondo ci si annoia e poi si va indietro, si ricorda per un po' con rabbia e poi ci si concentra su dove si va avanti. Le vite a credito sono le più noiose...

                             Piero Visani

                             


Elogio funebre del generale August-Wilhelm von Lignitz

      Scrissi questa recensione nel lontano 1982. La riprendo oggi - con qualche aggiornamento - a gentile richiesta
       L'Elogio funebre del generale August-Wilhelm von Lignitz (Adelphi, Milano, 1989) è un libro affascinante e di grande intelligenza, nel quale - in meno di 100 pagine - l'apologetico ripercorrere i punti salienti dell'esistenza di un immaginario generale prussiano consente all'Autore di fornirci uno splendido quanto lucidissimo quadro del mutare della natura del conflitto nel periodo che va dallo scoppio della Rivoluzione francese alla conclusione dell'avventura napoleonica.
       L'Autore - Jean-Jacques Langendorf, un attento studioso del pensiero clausewitziano, che di recente ha dato alle stampe un saggio magistrale sul pensiero militare prussiano (La pensée militaire prussienne. Etudes de Frédéric le Grand à Schlieffen, Economica, Paris, 2012) - ha scelto la forma romanzata per dare incisività alla sua opera ed è pienamente riuscito nel suo intento, tanta è la facilità con cui si legge il suo libro e - soprattutto - tanto è chiaro il quadro che ne viene fuori. Ma procediamo con ordine.
       August-Wilhelm von Lignitz, di nobile famiglia, crebbe all'ombra dell'assolutismo prussiano. Entrato, come tanti suoi coetanei, in una scuola di cadetti, provò subito - a differenza dei suoi compagni - uno spiccato disgusto per "i misteri dell'ordine lineare, le durezze della Dressur, la puerilità delle esercitazioni tattiche..." (p. 16) e si convinse che "il valore di un esercito scaturi[va] non tanto dalla sua disciplina, intesa in senso meccanico, quanto piuttosto dall'intimo consenso dei soldati che lo compon[evano]" (p. 16).
       Ostile alla meccanicità dell'addestramento militare prussiano, von Lignitz - spirito attento - non perdeva occasione per valutare la validità degli insegnamenti tattici che gli venivano impartiti in conformità alla grande tradizione federiciana. In particolare, quando si fece ricorso ai cadetti della sua scuola militare per porre fine alle malefatte di una banda di briganti che infestavano la zona, egli - incaricato di comandare un distaccamento di 50 colleghi - partecipò all'elaborazione del piano d'azione, perfetto nella sua classicità di manovra. Il giorno successivo, quando si giunse a contatto con il nemico, "l'automatismo della Dressur scattò. Von Lignitz urlò gli ordini imposti dal regolamento. Abbandonando i cavalli, i cadetti misero piede a terra, si raggrupparono secondo il complicato accademismo dell'ordine lineare e marciarono - fedeli ai termini del regolamento stesso - 'diritti al fuoco'. Disgraziatamente, il fuoco era dappertutto..." (p. 24). In questa osservazione, tanto breve quanto penetrante, stava la chiave dell'esito disastroso dell'azione.
       "Von Lignitz non poté astenersi dal riflettere sull'accaduto 'in profondità'. Dunque, ottocento uomini, di cui almeno quattrocento istruiti secondo il miglior metodo d'Europa... non avevano saputo venir a capo di trenta miserabili briganti! Costoro, non contenti di svignarsela, avevano inflitto pesanti perdite agli inseguitori. Von Lignitz avrebbe potuto fermarsi qui, limitandosi a scoprire nell'organizzazione tattica del tentativo... un qualunque banale vizio di forma che ne avrebbe giustificato e chiarito l'insuccesso" (p. 25). Ma il giovane cadetto non era tipo da accontentarsi di così poco. Studiato a fondo l'evento, giunse a conclusioni esplosive: "Anzitutto gli parve evidente che la rigidità dell'ordine lineare non potesse far fronte alla flessibilità e all'ordine sparso, e che la concentrazione di fuoco di quello era surclassata dalla possibilità di sorpresa e di dispersione di questi. In secondo luogo, egli discernette chiaramente - e tutto il valore dell'insegnamento tradizionale si sbriciolò di colpo - che il piano prestabilito nel quadro d'un ordine lineare o d'un ordine obliquo nulla poteva contro il fattore sorpresa imposto dall'avversario. In altri termini... egli scoperse che se uno degli avversari rifiuta di ammettere l'a priori dell'altro e lo costringe a manovrare secondo il suo proprio piano (ovvero sul suo terreno), fatalmente gli toccherà la vittoria. Da tale scoperta conseguiva l'assioma 'che in guerra si è sempre in due', essenziale rivelazione..." (p. 25) che la tradizione prussiana sembrava voler ignorare.
       Da quel momento, von Lignitz si pose in un atteggiamento di contestazione nei confronti della dottrina militare del suo tempo. In particolare, si dimostrò molto critico verso quella "razionalità guerresca" che i teorici del suo tempo invocavano ad ogni piè sospinto. Sulla base della Critica della ragion pura di Kant, von Lignitz comprese che "la ragione ha i suoi limiti proprio come la razionalità guerresca. Se la prima è impotente a cogliere l'in-sé della realtà - il "noùmeno", per riprendere l'espressione del filosofo - la seconda è incapace di comprendere la realtà guerresca; il fatto di guerra non si lascia circoscrivere in alcun modo. Così, il segreto della vittoria non dipenderà mai dal 'piano', dal 'metodo', dal 'sistema' (come avevano creduto tutti i post-fridericiani), poiché l'avversario sfugge per definizione a ogni tentativo di delimitazione, non altrimenti da come il noumeno sfugge ad ogni tentativo di conoscenza. E' vano tentare di capire la guerra com'è: tutt'al più, essa si lascia ridurre a un apparire talmente fluttuante che l'assunzione di un sistema non può avere alcuna presa su di esso" (p. 27 sg.). E la vicenda della vana caccia ai briganti si inquadrava perfettamente in questo contesto.
       Lo scoppio della rivoluzione in Francia fece vivere a von Lignitz la sua prima esperienza bellica. Da tempo egli "si chiedeva se una nuova dottrina, un entusiasmo nascente non fossero per imporre sul terreno la propria legge all'armata fredericiana" (p. 31) e, a Valmy, ebbe una chiara conferma dei suoi dubbi: "Nel momento in cui von Lignitz tentava di riportare la calma tra i suoi uomini" (p. 33 sg.), scossi dal fuoco francese, "il grido formidabile di 'Viva la Nazione!' , ripercuotendosi lungo tutto il fronte nemico, lo colpì in pieno petto. Dunque era lui ad aver ragione! La nuova dottrina trionfava , la guerra e la chiave della vittoria non erano più riducibili a un qualunque sistema. L'entusiasmo aveva la meglio su tutte le sapienti combinazioni dell'ordine lineare. L'entusiasmo! Von Lignitz l'aveva in pugno finalmente, il concetto tanto cercato! Ai soldati-macchine dello Stato Assoluto, la nazione rivoluzionaria opponeva degli straccioni, ma straccioni che lottavano per una causa e che possedevano la grande arma a venire di tutte le battaglie vittoriose, l'arma dell'Ordine e del Mondo nuovi: il sentimento di combattere per qualche cosa!" (p. 34).
       L'esperienza della battaglia di Valmy (1792) fu decisiva per von Lignitz. Da quel giorno, infatti, egli si rese conto del radicale mutamento sopravvenuto nella natura del conflitto e si preoccupò di farlo comprendere ai suoi compatrioti. Invano. La sua idea di un esercito non più emanazione del sovrano ma emanazione della nazione e - in futuro - esso stesso esercito-nazione, era troppo per una Prussia che si ostinava a considerare Valmy come una parentesi negativa e niente più.
       Costretto dal suo stesso isolamento a trasferirsi all'estero, von Lignitz approfittò della forzata inattività per gettare le basi di una sua personale teoria della guerra, esigenza che ormai da tempo sentiva come insopprimibile. In essa, egli sviluppò tre idee centrali: "In primo luogo una scienza della guerra non è possibile, e coloro che hanno voluto scorgere nelle vittorie fridericiane il frutto d'una conoscenza razionale hanno scambiato la loro ansia di teorizzare per la realtà.
       La guerra è il luogo stesso dell'instabile, dell'irrazionale, un 'colpo di dadi', un 'giuoco'... Secondariamente: perché un esercito abbia qualche probabilità di conseguire la vittoria, occorrerebbe che all'automatismo della Dressur subentrasse l'entusiasmo, un entusiasmo alimentato dall'amor di patria, dalla volontà di grandi sacrifici, dalla terra germanica. Da ciò scaturiva che l'esercito dell'avvenire, poggiando sulle forze morali, non sarebbe potuto essere che nazionale e popolare. Infine il terzo punto, le future guerre avrebbero visto la fine degli scambi anodini, dei 'duelli di principi', miranti a costringere alla capitolazione alcune piazzeforti al fine d'ottenere una pace vantaggiosa. Esse sarebbero state brutali, impietose, avrebbero trascinato grandi masse umane, in una violenza totale che avrebbe mobilitato tutte le forze del paese e suggellato, in un comunione quasi mistica, l'unione del sangue e del suolo" (p. 50 sg.). In quanto al grande assioma della guerra moderna, esso avrebbe dovuto essere enunciato così: "semplicità, brutalità, rapidità" (p. 44).
       La tragica sconfitta di Jena (1806) parve a von Lignitz la migliore dimostrazione della validità delle sue teorie e ciò non fece che spronarlo ad un ulteriore approfondimento dei suoi studi: "La guerra si oppone ai sistemi. La guerra è il luogo geometrico dell'irrazionale e dello scatenarsi di forze brutali e violente. Chi fosse riuscito a captare quelle forze si sarebbe imposto come il signore della guerra. Le battaglie dell'avvenire avrebbero reclamato la totalità degli sforzi della nazione; si sarebbero visti eserciti giganteschi affrontare altri giganteschi eserciti. Allora, non si sarebbe più trattato di espugnare qualche piazzaforte, di prendere in garanzia dei territori, di mettere a sacco qualche provincia di frontiera. Si sarebbe trattato di colpire l'avversario politico proprio là dove risiede la sua forza fisica e morale: nell'esercito; l'annientamento di questo comportando la disgregazione di quello. (...).
       Ma questa guerra nuova, rigeneratrice e cosmica - giacché le fondamenta stesse dell'universo ne sarebbero state scosse - avrebbe trascinato nella sua scia sanguinosa centinaia di migliaia, forse milioni, di uomini. Bisognava dunque si alimentasse delle forze vive della nazione. L'esercito nuovo doveva essere l'esercito del popolo, l'esercito d'un popolo galvanizzato e rigenerato dall'entusiasmo patriottico, il quale, a sua volta avrebbe alimentato l'entusiasmo guerriero" (p. 65 sg.)
       Né la sua applicazione teorica si limitò allo studio della guerra regolare, poiché, sulla spinta degli avvenimenti che stavano avendo luogo in quegli anni (1808-1812) in Spagna, egli rivolse la sua attenzione anche alla disamina di quella che chiamava la "guerra occulta" e che in realtà altro non era che la guerriglia. Al riguardo, egli scrisse parole di un'importanza estrema: "la nazione di domani avrà due eserciti. Il primo, organizzato, uniformato, diretto a regola d'arte, avrà come missione di difendere l'integrità del territorio nazionale. Ma, dopo Jena, noi sappiamo quali sventure minacciano spiegamenti di tale potenza e - per il fatto stesso di viverle quotidianamente - non ignoriamo nulla delle tragiche conseguenze che ne derivano. In previsione delle ore buie, ci converrà allestire un secondo esercito, l'esercito occulto, che attingerà la forza dal midollo vivo della nazione, tra i nostri contadini, tra quelli che, giorno dopo giorno, vedranno calpestati i loro campi e insozzate le loro fattorie. Questo esercito - e perché non dovremmo chiamarlo l'esercito del popolo? - immolerà il paese agli dei della guerra, al fine di trasformarlo in un braciere che consumerà il nemico" (p. 72).
       (Il terribile spettacolo offerto dalla battaglia di Borodino (7 settembre 1812) - alla quale von Lignitz assisté personalmente - gli fece comprendere che "l'essenza della nuova guerra sarebbe consistita nel suo carattere di scontro totale, d'una incredibile brutalità. Non si tratterebbe più, come per il passato, di 'scaramucciare', ma di uccidersi l'un l'altro; non sarebbe più questione di occupare del terreno... ma di annientare la parte avversa. Tale massiccia distruzione non farebbe più al caso di un esercito di mercenari. Essa sarebbe espressione dell'intera nazione, e per ciò stesso la sua disfatta significherebbe la disfatta dell'intera nazione. In fondo, la nuova guerra si pone sotto il segno dell'unità. Stato, nazione ed esercito fanno tutt'uno: capi, soldati, popolazione sono legati dallo stesso ideale. I sentimenti e l'entusiasmo che li animano hanno definitivamente scalzato dal trono la ragione calcolatrice tanto cara ai fridericiani, ed ora li incitano alla più sbrigliata violenza. Eccole dunque le parole-chiave della nuova guerra: unità, violenza, entusiasmo. Mettiamoci anche la rapidità di manovra, l'impossibilità di qualsiasi valutazione sicura, l'azzardo e ciò che bisogna proprio risolversi a chiamare (con buona pace dei miei predecessori) lo 'scatenarsi dell'irrazionale', e avrete un quadro fedele di quello che ci attende" (p. 83).
       Il libro si conclude con la morte di von Lignitz e con il tentativo di valutarne il ruolo nell'ambito della lotta della Prussia per la riconquista della sua indipendenza nazionale.
       Che dire di questo piccolo quanto grandioso saggio di Langendorf? Le citazioni sulle quali ci siamo a lungo soffermati dovrebbero risultare più eloquenti - questa almeno la nostra speranza - di qualsiasi discorso, ma è evidente che, nella simbolica storia di von Lignitz e della sua opera, l'Autore ha inteso seguire il processo di evoluzione del fenomeno bellico da fatto rituale - in cui persino le tattiche erano ormai sottoposte a stanche ritualizzazioni - ad evento totale, che coinvolge tutto e tutti, e che su tutto e tutti ha influsso.
       Lucida è in von Lignitz la comprensione della nuova natura della guerra, del suo ascendere verso forme assolute, della necessità di impegnarvi tutte le forze della nazione al fine di conseguire la vittoria, del suo mutare e articolarsi su differenti livelli che non possono essere trascurati, pena gravissime conseguenze. Non meno sentita, poi, è l'esigenza di ripensare il conflitto alla luce delle nuove, terribili forme che va assumendo: "La guerre de la liberté doit etre faite avec colère", così diceva - il 17 giugno 1794 - Saint-Just al generale Jourdan e in questa frase, posta molto significativamente all'inizio del libro, sta una delle chiavi per comprendere il significato del libro stesso, la sua volontà di ripercorrere un itinerario - nella fattispecie uno assai simile a quello del grande teorico militare prussiano Carl von Clausewitz (1780-1831) - che tanta parte ha avuto nella definizione della natura del fenomeno bellico.
       Tuttavia, non c'è soltanto un'acuta riflessione sulle ragioni del passaggio dalla guerra rituale a quella totale e sulle implicazioni che tale sconvolgente salto di qualità ha comportato, poiché - come molto giustamente è scritto nelle brevi note di presentazione - "questo testo è anche un apologo corrosivo rivolto al presente, in quanto lo riconduce alla più delicata delle suture, che non si è mai chiusa, che forse non potrà mai chiudersi: quella fra gli squillanti proclami di Ordine, Ragione e Trasparenza lanciati dall'illuminismo e la replica di Caos, Oscurità e Azzardo che la storia cominciò a manifestare negli anni di Napoleone e del Romanticismo tedesco. Una replica che non si è mai più interrotta".
       Se ancora ce ne fosse bisogno, ecco una ragione di più per leggere questo affascinante libretto - al di là del timore o della diffidenza che un testo solo apparentemente militare potrebbe comunque suscitare (a torto) in taluni - in chiave puramente ed esclusivamente politica. Ma per sanare infine, come il testo stesso propone, una frattura oggi non più giustificabile, a nessun livello.

                                                            Piero Visani

sabato 25 gennaio 2014

Prese in giro

       Sono sempre stato molto suscettibile, in vita mia, alle prese in giro, probabilmente perché faccio tutto con serietà, sincerità e partecipazione. L'idea della presa in giro del prossimo non mi passa nemmeno per la testa e tanto meno la posso prendere in considerazione se vi sono di mezzo persone cui tengo, tanto più se tengo loro molto.
      In un passato ormai sempre meno recente, ho reagito forse un po' troppo vivacemente a una presa in giro che mi pareva macroscopica, ma mi sono sentito punto sul vivo, ferito in tutto ciò che fino a quel giorno avevo fatto in assoluta sincerità e partecipazione.
       Non sono minimamente pentito di quel che ho fatto - è ovvio - e, in circostanze analoghe, rifarei tutto per filo e per segno, però oggi  guardo a quello che è' accaduto con occhi diversi: un tempo ci stavo male e mi assalivano collere feroci; ora ci sorrido su e penso che l'unico vero sciocco, nella vicenda, sono stato io. Avrei dovuto capirlo molto presto che le cose andavano in quella direzione e invece ho voluto tenere gli occhi chiusi fino all'ultimo, tentando disperatamente di acconciarmi a una realtà che era sgradevole da ammettere, per me, ma al tempo stesso assolutamente innegabile.
      Se fossi uscito di scena prima, molto prima, con iniziativa personale e autonoma, sarebbe stato meglio, molto meglio. Mi sarei risparmiato inutili sofferenze e non avrei rischiato di passare dalla parte del torto per eccesso di reazione. Il fatto è che, a caldo, ammettere di essere stati crudelmente presi in giro è molto difficile, poiché occorre fare i conti con se stessi, i propri errori di valutazione, i propri abbagli. Ora quei conti li ho fatti, ricordo senza più rabbia e posso addirittura lodare la maestria di chi mi ha preso fortemente in giro. Non mi sento certo di biasimare chi ha saputo brillantemente approfittare della mia dabbenaggine. Anzi, chapeau! E' stata tutta colpa mia! Le persone sincere e vere sono spesso molto ingenue. Sarebbe molto sgradevole se dessi ad altri la colpa di essere stati loro stessi...
 
                                             Piero Visani

venerdì 24 gennaio 2014

Vuoto a perdere

       Nella mia vita relazionale, sono sempre stato un "vuoto a perdere": conoscevo persone - uomini o donne che fossero - per un po' ci si frequentava spesso e si facevano cose assieme; poi, con la stessa velocità con cui ci si era trovati, tutto finiva.
       Non parliamo poi dei rapporti con l'altro sesso, dove fin dall'adolescenza ho imparato a mie spese di essere un "vuoto a perdere" per eccellenza. Ne ho sofferto molto, per un lungo periodo, non riuscendo a capire per quale ragione potevo piacere molto, di primo acchito, e poi suscitare improvvise e forti repulsioni. Ne ho anche indagato le cause, da possibili odori della pelle, ad alitosi... Non ho rilevato nulla di significativo e, quanto all'igiene, è sempre stata una delle mie ossessioni...
       Escluse le cause "tecniche", per così dire, mi sono soffermato ad analizzare altre possibili ragioni di quella mia sorte e, con il tempo e con qualche sofferenza di troppo, ho capito: ero sempre molto attento a difendere la mia identità, la mia libertà, i miei spazi e soprattutto la mia individualità, e forse la difesa accanita della mia individualità mi ha, ad un tempo, "dannato" e salvato.
      Mi ha "dannato" perché, nei moltissimi casi in cui mi è stato chiesto di NON essere me stesso, di accontentarmi, di mediare, di scendere a compromessi, io ho sempre rifiutato soluzioni che a me parevano inaccettabili, e dunque sono stato riconfermato nel mio tradizionale ruolo di "vuoto a perdere". Mi ha salvato perché, così attento a tutelare la mia individualità, sono riuscito a rimanere me stesso.
      Con il passare del tempo e l'accumularsi delle esperienze, ho incominciato a guardare ai miei incontri esistenziali con occhio disincantato, chiedendomi se chi interloquiva con me mi avrebbe trasformato in un "vuoto a perdere", e in quanto tempo. Raramente mi sono sbagliato nell'anticipare gli esiti, anche se - non ho difficoltà ad ammetterlo - in qualche caso avrei davvero preferito sbagliarmi. Ma cosa potevo fare? Diventare un altro? Acconciarmi a soluzioni di compromesso, che detesto dal profondo? Vivere vite a metà, cosa che odio? Accontentarmi di ruoli residuali, che non sono per nulla adatti alla mia personalità assai spiccata? Per quale ragione avrei dovuto vivere una vita non mia, oppure accettare ciò che odio di più, i compromessi?
       Così, ho continuato per la mia strada e l'esperienza mi ha insegnato addirittura ad anticipare quanto mi sarebbe capitato. Quante volte "ho letto la mia fine sul tuo viso"? Non poche. Ma io, se amavo talvolta anche molto certe persone che avevo incontrato, non ero disposto a diventare un altro o ad accettare un ruolo residuale, da mezzo uomo.
        Mi è costato caro? Sì, certamente. Avrei potuto comportarmi diversamente? No, non credo. Nell'essere trasformato in un "vuoto a perdere", infatti, ho innegabilmente sofferto, ma ho sofferto per un periodo più o meno lungo, con un inizio e una fine ben precisi, per i miei turbamenti. Se invece avessi accettato un ruolo che non sentivo mio, se avessi dovuto ingoiare, per quanto obtorto collo, un ruolo residuale, da deuteragonista o comprimario, avrei sofferto per sempre e probabilmente mi sarei lacerato nel profondo da solo.
        Così, ho accettato virilmente di essere trasformato in un "vuoto a perdere" od ho scelto deliberatamente di diventarlo io stesso. Sicuramente ho rimediato delle ferite, ma continuo ad avere stima di me e dell'immagine che ho di me. Sarò giudicato pazzo dagli altri, ma almeno mi sento perfettamente a posto con la mia coscienza. Ho continuato ad essere me stesso, ad essere ferocemente attaccato all'idea che ho di me. Ho pensato che chi ti vuole cambiare, chi ti vuole diverso, chi ti vuole a metà o chi ti vuole costretto in certi ruoli, in realtà NON TI VUOLE. E ne ho preso atto, continuando a cercare chi mi volesse davvero, per quello che sono. Non credo di aver sbagliato.
 
                                              Piero Visani

mercoledì 22 gennaio 2014

Inimicizia relativa e solidarietà assoluta


       L'intesa raggiunta tra Berlusconi e Renzi dimostra che si è aperta una fase nuova, nella vita politica italiana; una fase di stabilizzazione, in cui l'obiettivo delle principali forze - palesi e soprattutto occulte - presenti in questo Paese è diventato quello di creare un quadro di solidarietà assoluta all'esterno del quale possano essere poste solo alcune "lunatic fringes", che saranno potentemente screditate, nel caso si dimostrassero troppo attive, da un sistema mediatico totalmente asservito ai "poteri forti", e altrimenti saranno semplicemente emarginate grazie a una quotidiana azione di demonizzazione.
       Di fatto, rientra dalla finestra quello che la Corte Costituzionale aveva fatto uscire dalla porta, vale a dire un sistema elettorale totalmente controllato dai partiti, senza alcuna possibilità di scelta da parte dei cittadini.
       Più inquietante ancora, tuttavia, è la convergenza delle due principali forze politiche del Paese sul fatto che quello che conta davvero è il mantenimento di una casta totalmente avulsa da tutto il resto, una casta ovviamente solidale, preoccupata di stabilizzare e non di risolvere le macroscopiche magagne nazionali, in quanto la stabilizzazione è l'unica soluzione che essa ritiene accettabile onde evitare sviluppi potenzialmente critici.
       In pratica, il quadro politico viene bloccato dall'accordo Berlusconi-Renzi, che si garantiscono reciprocamente - e soprattutto garantiscono ai loro grandi elettori - che chiunque andrà al governo farà le stesse cose che potrebbe fare il suo finto avversario (in realtà assoluto sodale): nessun intervento reale sulle problematiche vere (il peso assurdo della fiscalità, i costi inenarrabili della casta e della spesa pubblica, la folle burocratizzazione della macchina statale, il risibile asservimento ai diktat di Bruxelles, etc.), un po' di fumo gettato negli occhi dei più ingenui per alimentare a scadenza fissa un'inimicizia che non solo non è relativa, come ci viene descritto, ma non esiste proprio, e tanta solidarietà assoluta, reale, tangibile, per proseguire con degli assetti e UN SISTEMA POLITICO CHE ORMAI NON HA ALTRO OBIETTIVO SE NON QUELLO DI SOPRAVVIVERE A SE STESSO, BEN CONSAPEVOLE DEL FATTO CHE, SE SOPRAVVIVERA' LUI, OVVIAMENTE SARA' L'ITALIA A MORIRE (danno collaterale di cui non potrebbe importargli di meno...).
       Su questo sfondo, non sorprendono tanto le scelte da "allineati e coperti" compiute da varie formazioni politiche minori, i cui dirigenti - lo sappiamo bene - tengono famiglia (spesso numerosa e vorace...), quanto l'inutile interesse che gli italiani stanno dedicando alle finte polemiche pseudopolitiche di questi giorni. LA POLITICA ITALIANA, INFATTI, COMINCERA' A CAMBIARE IL GIORNO IN CUI LE NOSTRE VITE NON SARANNO PIU' DEVASTATE E IMPOVERITE DA ADEMPIMENTI BUROCRATICI E FISCALI DI TUTTI I TIPI E GENERI.
       LA LIBERTA' DALLO STATO, DA UNO STATO LADRO E VESSATORE, QUELLA E' L'UNICA RIVOLUZIONE POSSIBILE IN ITALIA. TUTTO IL RESTO SONO PICCOLE MANFRINE ESCOGITATE DA UNA CLASSE POLITICA INFAME PER GARANTIRE LA PROPRIA SOPRAVVIVENZA A SPESE DEL PAESE. E' così difficile capirlo?

                                                                              Piero Visani

martedì 21 gennaio 2014

Inganni

       Mi sarebbe piaciuto non dovermi caricare, in vita mia, di tanti inganni. Mi sarebbero piaciuti rapporti semplici, ma chiari, onesti, franchi.
       Non è stato così. Resta un po' di amaro in bocca, e ne avrei fatto volentieri a meno. Tuttavia, questo è quanto mi è stato riservato e questo è quanto mi sono preso. Se fossi stato io a gestire queste cose, le avrei organizzate molto diversamente, in maniera assai più diretta e sincera, ma le ho dovute subire. Com'è mia abitudine, non le ho subite passivamente e così "il criminale" sono diventato io. E' il "bello" della condizione umana: essere accusato di cose che non hai commesso... Per un po' ne soffri, poi ti sovviene quel detto arabo che afferma: "i cani latrano, la carovana passa". E spingi avanti la tua personale carovana...

                            Piero Visani

lunedì 20 gennaio 2014

Egosintonico

       Eh sì, sono egosintonico. Da quando sono nato, o poco dopo, vado perfettamente d'accordo con me stesso. Trovo in genere giusto quello che faccio, approvo i miei comportamenti, ho una mia morale che non è assolutamente simile all'etica collettiva e a quella mi attengo.
        Tutto ciò mi ha complicato e, ad un tempo, semplificato la vita. Me l'ha semplificata in quanto mi ha riempito di fiducia in me stesso e, per quanto io possa cadere anche da grandi altezze, mi rialzo sempre, deciso a riprendere il mio percorso, con un'energia e una foga che ad altri appaiono incomprensibili (talvolta anche inimitabili...).
       Me l'ha complicata in quanto mi ha provocato un discreto numero di nemici e - quel che più conta - un incredibile numero di incomprensioni.
       Innegabilmente, io sono un po' una persona da "prendere o lasciare" e in genere - lo ammetto - vengo lasciato. Ma mi amo parecchio e quindi riprendo il mio percorso, pur se questo non mi impedisce di sottopormi ad autocritica anche feroce.
       Tuttavia, per quanto io non esiti a vivisezionarmi, quando sento di aver commesso errori, l'amore che provo per me mi aiuta a superare ogni ostacolo. Le delusioni, anche brucianti, non mancano, ma la fede che nutro in me è talmente elevata da consentire di rialzarmi sempre in piedi. Anzi, dopo un po', sono perfino incline a pensare che chi si è scagliato contro di me o mi ha buttato via, in definitiva, "non sappia che cosa ha perso".
       Come tutte le personalità ad alto profilo, ho estimatori e detrattori, dal momento che è raro che le mie prese di posizione, in genere nette, passino inosservate. Ho messo il tutto in conto e non me ne preoccupo più di tanto, anche perché il mio obiettivo esistenziale non è rendermi simpatico, ma essere me stesso.
       Poco o punto amante dei compromessi, vado "là dove mi porta il cuore" e ispiro la mia condotta a miei criteri personali, basati sulla dialettica e l'interazione personale, ma resto un soggetto invasivo e olistico. Non a caso, chi non mi sopporta tende a cercare di sbarazzarsi in fretta di me. Giusta precauzione: io mi vendo come originale, non come copia o surrogato. Non sono un soprammobile o un oggetto d'arredamento, ma semmai una personalità alquanto ingombrante, che a molti può dare pure fastidio. In genere me lo dicono e mi invitano o a diventare un altro o a togliermi di torno. Poiché la prima ipotesi non la prendo nemmeno in considerazione, non mi resta che la seconda. Dunque saluto e lascio spazio a chi ha molte più qualità di me. Io in effetti sono un uomo senza qualità (comuni). Di non comuni, per contro, ne ho molte e c'è pure chi le apprezza. Come sempre, audaces fortuna iuvat.

             Piero Visani

domenica 19 gennaio 2014

Le "cavalle pazze"

      Quante ne ho inseguite, anche per anni... Quante cadute da cavallo, anche rovinose... Quanto amore sprecato, quanto dolore provato! Ne valeva la pena? Sì. Chi ha tentato e non è riuscito ha un unico pentimento: il mancato successo o i successivi abbandoni. Lacerazioni talvolta anche gravi, ma frutto di vita vissuta. Chi non ha tentato o chi, sull'altro versante, non ha avuto coraggio di rischiare o di andare fino in fondo, non ha che le proprie paure e i propri dinieghi con cui convivere. Io convivo con sconfitte, ma anche con vittorie. Pochissime sono le mie esperienze di vita negata, e sono quelle che si dimenticano più facilmente, poiché nessuno rimpiange il "non essere". Basta incontrare una persona viva e ti dimentichi tutte quelle morte.

                 Piero Visani

Strade bagnate

       Pioggerella leggera. L'auto corre veloce, guidata con mano sicura. So dove andare, so pure che è tardi. Più di così, però, non posso correre. So già che non basterà e questa consapevolezza in fondo mi tranquillizza.
       Nella mia mente si affacciano immagini, di ieri, di oggi, di domani. Il mio animo è pieno di sentimenti contrastanti. Vorrei urlare, far sentire la mia voce nella notte, ma qualcuno mi ascolterebbe?
       Piove da giorni e il mio animo è invaso di poesia, di sentimenti positivi. Amo la pioggia, la adoro, è un Gran Dama, per me. L'ho sempre amata, fin da bambino molto piccolo, per cui la mia simpatia per essa è una nozione pre-culturale.
       Non so se la amo perché lustrale, forse la amo di più perché ovatta tutto, bagna, induce alla riflessione, alla contemplazione, alla meditazione. Nel silenzio del mio studio, il principale - se non l'unico - rumore che si sente è quello della pioggia che batte un po' dappertutto.
       Stupenda, straordinaria, inarrivabile e impagabile compagna, la pioggia allieta i miei giorni, come una forma di meteopatia al contrario. Per me, è come se dal cielo cadessero lacrime che mi confortano, mi affiancano, mi consolano, mentre tutti i colori virano verso cromatismi scuri, indistinti, neutri, quei cromatismi sfumati e forse seppiati dove solo chi vede con il terzo occhio si trova pienamente a proprio agio, sa trovare una via, sa capire dov'è. Nulla è nitido, come con il sole, tutto è vagamente in ombra, brumoso e forse Brumaio, ma quell'insieme di brume, così simili ai colori della mia anima, dentro di me sono vibrazioni potenti, illuminanti, chiarissime.
       I fautori dell'agire lamentano che, quando piove, non si può fare niente. In realtà si può fare tutto, più di tutto, e si può avere il privilegio di farlo nella più perfetta solitudine, in un contesto finalmente non antropizzato.
       La pioggia mi bagna, mi inebria, mi affascina, mi tiene compagnia. La guardo, la amo; percorro, un po' in auto e un po' a piedi, strade diverse, cercando di percepire le più intime sfumature di una tavolozza apparentemente convergente di colori opachi, che tali non sono, se solo si riesce a capirlo.
       Mi passano volti davanti, volti di persone che amavano la pioggia, e che ancora sono con me o mi sono state vicine, e volti di persone che non la amavano e che sono corse dietro i loro soli. Hanno fatto bene, non le avrei seguite. Io volevo PARLARE a loro e a me, non FARE cose. Cercavo il dialogo, non il silenzio delle azioni.
       Ora sono qui da solo, ma non sono mai stato in compagnia come oggi...

                         Piero Visani


 

venerdì 17 gennaio 2014

Dove meno te lo aspetti

       Una delle cose più divertenti che mi è capitata nella mia vita recente è stata scoprire la presenza di formidabili moralismi là dove, in teoria, si sarebbero dovute annidare sapide trasgressioni. Io ritenevo che, colà, "tutto il resto fosse foja", e mi ero adeguatamente predisposto, a livello mentale e fisico. Immaginatevi la delusione di scoprire che "tutto il resto era noia". Che dire? Grande delusione...

                     Piero Visani









































Corrersi incontro...?

       Se posso permettermi un lieve ritocco alla frase che compare nell'immagine, suggerirei: "è tutto un correre dietro". Quanto agli incontri, la mia esperienza individuale mi suggerisce che sia sicuramente possibile corrersi incontro, a condizione che il "motore" di quella convergenza non sia l'interesse. Quest'ultimo è momentaneo, è un cattivo maestro e induce a correre dietro, per recuperare quello che ti è stato inopinatamente tolto da qualche "ladro di sogni". Il mondo ne è pieno, e si credono pure ricche(i), fino a che non scoprono, a loro spese, il vuoto profondo della loro miseria "umana". Scoprono esattamente quello che hai scoperto tu, solo che lo fanno con un qualche colpevole ritardo... E magari pure ne soffrono, auspicabilmente...
     Piero Visani

mercoledì 15 gennaio 2014

Parole amare

       Leggo parole sgradevoli, non voglio dire dove, sul fatto che talune persone, ideologie, movimenti, sarebbero più "spendibili" politicamente se rinunciassero ad alcune forme loro peculiari, come l'esaltazione della funzione e dell'animus "guerrieri" Mi chiedo che senso avrebbe "spendere" e magari riuscire a "far fruttare" una moneta svalutata...
       Io non credo che il futuro dipenda dal successo, ma dalla capacità di essere se stessi e di avere un progetto culturale e politico serio e valido, che guardi al futuro e alla ricostruzione dell'Europa, Europa come nazione e potenza.
      Davvero è possibile pensare che riusciremo ad avere un futuro come europei senza un "animus" e una funzione guerrieri? Come faremo a ricostruirci come potenza? Con il "politicamente corretto"?
       Il problema - una volta di più - consiste nel capire che cosa vorremo essere: un enorme pensionato, un luogo dei ricordi di uno splendido passato, un "cimitero degli elefanti", o un'area geografica che vuole ancora lottare e immergersi nel mondo per far sentire la sua voce? La fine della propria storia, come Vecchio Continente, non è "la fine della Storia". Il rifiuto del senso del tragico non ci metterà al riparo dalle tragedie. il fatto di non volere più eserciti nostri, non significa che non avremo quelli (di occupazione) altrui...
       Ah, le "anime belle", quali autentiche portatrici di disastri sono sempre state, loro che promettevano (e promettono...) i "domani che cantano"!

                                    Piero Visani

martedì 14 gennaio 2014

Back to the future

     Strade. Strade prestigiose, celebri, ricche. Percorsi noti, sperimentati, svolti in un ruolo incerto, ma che pareva promettente. Che pareva promettere divertimento, gioia, idem sentire, forse piacere.
      Bello ripercorrerle, a oltre due anni di distanza, sapendo che è alle mie spalle. Meno bello pensare che, di tutto quanto ho detto e ascoltato, per quanto fatto con la massima partecipazione, non è rimasto niente, niente di niente.
       Non sono qui a rimpiangere ciò che avrebbe potuto essere e non è stato; non sono qui a commemorare tonnellate di vita sprecata. Mi limito a riguardare i luoghi di alcuni incontri ed a chiedermi se uno dei due soggetti colà coinvolti fossi io e se la persona con cui ho avuto a che fare fosse una persona reale, o una prospezione olografica.
       La vita è strana. Pensavo di soffrire, girando per quelle strade eleganti, ma ormai tutto ciò che mi ricordo (con estrema attenzione ai dettagli, come mi è tipico) mi sembra talmente assurdo che mi chiedo se si sia trattato di un incontro vero, o di che altro...
      Non ho più rabbie, tensioni, delusioni. Ne sono uscito. Ho capito che impegnare tutto se stesso raramente ha senso, se non trovi chi coltiva la tua stessa visione di vita. Non mi sento neppure più ferito, o respinto o liquidato. Sento di non aver compreso, e di non essermi fatto comprendere. E' un peccato, ma è così. E mi consola il fatto che non essere compreso quando dici tutto, quando ti apri nella tua interezza, cercando un incontro non banale, se non vieni compreso è perché non c'era proprio nulla da fare, e/o nulla si voleva fare.
       Ne ho sofferto parecchio, ma sono rimasto fedele al mio modo di essere: profondo, problematico, dialettico. La sorte non è stata benevola con me, ma gli investimenti esistenziali, per mia fortuna, non richiedono ritorni in moneta o in affetto. Ho raccolto la valigia delle mille cose che amo e ho cercato valutazioni meno negative. Il fatto che le abbia trovate è più di un dettaglio, su questo sfondo, perché non ho voluto cambiare nulla di me. Mi amo troppo.

                              Piero Visani

domenica 12 gennaio 2014

Dubbio amletico

Ma di tutte quelle donne che mi avevano chiesto di rimanere semplicemente loro "amico", come mai io non ne ho più rivista alcuna? Semplice frutto della mia calorosa risposta: "Amici mai!!"? O forse perché "rimaniamo amici" è la versione politicamente corretta dello "sfratto immediatamente esecutivo"? In ogni caso, non tutto il male vien per nuocere...

              Piero Visani

Nathan Bedford Forrest

       Noto più che altro per essere stato il fondatore del Ku Klux Klan e - come tale - oggetto di riprovazione politica, il tenente generale Nathan Bedford Forrrest fu probabilmente il più valido leader di cavalleria della Confederazione, decisamente superiore anche al più noto James Ewell Brown (Jeb) Stuart.
       Ricco piantatore del Tennessee, fece una carriera militare strabiliante, visto che in pochi anni passò da soldato semplice a tenente generale.
       Ben consapevole della grande inferiorità materiale della Confederazione rispetto all'Unione, Forrest favorì sempre la conduzione di una guerra basata sulla mobilità, sull'incursione in profondità dietro le linee nemiche, sulla capacità di supplire, con l'improvvisazione e l'innovazione tattica, alla enorme superiorità del nemico.
       Queste sue peculiarità, la sua assoluta disinvoltura comportamentale, lo misero in urto con l'alto comando sudista, che cercò sempre di tarparne le iniziative, dimentico del fatto che un conflitto non convenzionale avrebbe potuto giovare al Sud molto più di uno scontro convenzionale, nel quale, nel giro di pochi anni, l'Unione risultò vincitrice.
       Oggetto ancora oggi di controversie assai aspre, Forrest fu il tipico militare non convenzionale, l'uomo in grado di condurre missioni impossibili e di vincere battaglie ingaggiate in condizioni di incredibile inferiorità numerica. Non fu però in grado di persuadere i suoi superiori dell'importanza di condurre - già allora - una guerra asimmetrica, la sola che avrebbe potuto consentire alla Confederazione la sopravvivenza politica. Questo fu il più grande limite del Sud e una delle principali cause della sua sconfitta. A Forrest deve essere attribuito il merito di averlo compreso fin da subito e di aver conformato i propri comportamenti militari a tale modernissima visione.

                        Piero Visani

sabato 11 gennaio 2014

Sincerità

       Ogni tanto è giusto ammettere pubblicamente quanto si è stati stupidi a subire certe prese in giro che erano evidenti fin da quando si manifestarono, o poco dopo.
         E' giusto anche ricordare senza rabbia le proprie collere, abbastanza infondate, a ben guardare, perché in definitiva chi si fa prendere in giro non è che possa granché lamentarsi di chi in giro lo ha preso. C'è chi le prese in giro le attiva, e chi ci casca... Pare che sia normale, a questo mondo, ed è per questo che vivo da eremita...
        Sono tutte esperienze e, dopo qualche rabbia di troppo, vanno in archivio. Quella che è più difficile archiviare - perché fa male davvero - è aver così pesantemente fallato nella valutazione e nell'interpretazione di una persona. Quello è più difficile da dimenticare, perché mette a nudo miei macroscopici errori. Gli errori propri, nella vita di una persona, sono ferite assai più gravi del dolo altrui. Quest'ultimo si può anche prevedere e mettere in conto, ma l'abbaglio preso, quello resta molto più a lungo una ferita aperta, perché riguarda se stessi e la propria capacità di analisi, non gli altri e i loro penosi giochetti.

        Piero Visani






Match ball

      E' bello, in queste giornate invernali, giocare a tennis sotto un pallone pressostatico, su un campo rigorosamente in sintetico, e pensare a quanto questo sport sia una metafora esistenziale, dove sei sempre solo, alle prese con te stesso, dove l'avversario ti crea mille problemi e dove le difficoltà create dall'avversario A non sono mai uguali a quelle provocate dall'avversario B.
       Quando vinci, non ti puoi e non ti devi rilassare, dal momento che il tennis è un gioco perfettamente simmetrico, per cui tutto quello che tu concedi sarà guadagnato dal tuo avversario. Quando perdi, sei alle prese con la mente e i suoi tarli, e tutto viene fuori, ti assilla, ti angoscia, ti preme, ma tu devi cercare di cavalcare l'ansia, lo stress, la tensione.
        Si nasce e si muore da soli - dicono - e il tennis, in questo, è uno sport altamente esperienziale, perché sei sempre da solo e, se per caso hai un coach (cosa che ai dilettanti da club come me ovviamente non capita...), lui ti potrà consigliare tecniche e tattiche di gioco, ma non riuscirà mai a essere presente in quel crudo rapporto con te stesso cui il gioco ti obbliga.
       Di là dalla rete, a cercare di batterti, vedi volti talora noti e talaltra no, ma in genere diventano maschere, sostituiti da persone immaginarie, con cui hai "incrociato le racchette" e hai perso, oppure vinto. Li guardi e ti chiedi chi realmente siano, chi nascondano, che cosa vogliano da te e perché.
      Scendo sul campo da tennis e vorrei fuggire, esattamente come faccio nella vita, campo in cui scendo ripetutamente, non perché lo desideri, ma perché devo farlo.
      Il gioco che affronto è reale, e non gioco neppure così male, per un amatore, ma questo mio giocare è totalmente metaforico e, se mi fa bene al fisico, mi lacera la mente, me la dilania, mi infligge ferite di cui forse vorrei fare a meno.
       Tuttavia, in definitiva, per me il tennis ha comunque un lato positivo, che consiste nel fatto che, ogni volta che mandi la palla al di là della rete, l'avversario ti deve rispondere, o altrimenti perde. Ho giocato tante partite in cui, anche se lanciavo la palla al di là della rete, e magari pure bene, la mia controparte del momento non necessariamente rispondeva. Ma non sono per nulla sicuro di poter sostenere che quelle partite le ho vinte... Meglio il tennis, allora, mille volte meglio il tennis, gioco inevitabilmente dialettico...

                           Piero Visani

venerdì 10 gennaio 2014

"Lasci il segno"

      Una cara amica, in una conversazione notturna via mail, mi dice una cosa molto carina, che mi sorprende positivamente: "nei rapporti umani, tu lasci il segno".
      La sua affermazione mi emoziona e allora, per stemperare l'atmosfera che si è creata tra noi, le chiedo, con autoironia: "ma positivamente o negativamente?".
       Attimo di silenzio, poi la risposta, superiore alle mie più rosee aspettative: "lasci il segno! Punto!".
      Non indago oltre, non approfondisco, anzi cambio argomento. Mi basta essermi sentito dire quello che volevo sentirmi dire. E, siccome la conosco come persona del tutto immune da piaggeria o volontà di captatio benevolentiae, sorrido tra me e me: sì, lascio il segno, nel bene come nel male, e naturalmente i due modi mi sono del tutto indifferenti, a livello di contenuti. Quello che conta davvero, per me, è lasciare il segno...

                   Piero Visani

giovedì 9 gennaio 2014

Parole

       Tagliano la notte. La traversano. La rischiarano e la fanno giorno. Illuminano, ci fanno capire, diventano Logos.
       Da sempre attribuisco grande valore alla parola, non come esercizio fine a se stesso, ma come fondamentale modalità di comunicazione. E, quando trovo chi è disponibile a dialogare con me, si sviluppano conversazioni spesso assai dense, fitte, partecipate, bellissime.
       La parola è il filo che due o più persone tendono fra loro, è il collegamento che le unisce per periodi più o meno lunghi. E' il vincolo comunicativo che le accomuna, e che - con il tempo - può rinsaldarsi o spezzarsi.
       La parola è fondamentale veicolo di conoscenza e, se non si riduce a vuoto chiacchiericcio, ci porta dentro il cuore e la mente delle persone, ci apre a conoscenze ed esplorazioni nuove, ci avvicina.
         A volte, le parole possono diventare vuoti orpelli, ma tale degenerazione è frutto non di situazioni, bensì di chi le ha profferite non credendovi o per interesse, finzione, utilità momentanea.
       I miei legami esistenziali più solidi sono frutto del potere della parola, dell'idem sentire che essa sviluppa, della conoscenza e della complicità che attiva.
          Anche le mie delusioni esistenziali più gravi sono nate dalla parola, da parole fraintese, disattese, volte a proprio vantaggio, mendaci, interessate o semplicemente vuote, ingannevoli, strumentali.
       Nel mentre scrivo queste righe, mi passano davanti i volti delle molte persone che mi hanno mentito, preso in giro, manipolato, giocato. Ho provato tanto risentimento, per questi comportamenti, ma poi esso si è progressivamente spento, travolto dal mio desiderio di continuare comunque a comunicare. Il bello della parola, infatti, è che quella orale stimola il dialogo e l'interazione reciproca, mentre quella scritta è forse più autoreferenziale, ma può suscitare interesse di lettura, condivisione, amicizia, compartecipazione.
       Così, posso dire di avere sempre ritratto grandi soddisfazioni dalle parole che ho profferito, nei due modi testé citati, perché, anche se talvolta sono andato incontro a incomprensioni e mutismi, in molte altre occasioni la mia parola è diventata uno splendido ponte gettato verso il mio prossimo. Un ponte che è frutto della mia inesausta volontà di comunicare. E così, giorno dopo giorno, ricomincio a parlare e a scrivere. Qualche porta si chiude, qualche altra si apre; a qualcuno do fastidio, e tronca il dialogo; a qualcun altro sono gradito e l'interscambio fiorisce. Il rifiuto del dialogo è una scelta deliberata e rispettabile. l'apertura dialettica è un arricchimento reciproco. Sono grato a chi me ne fa quotidianamente dono, in varie forme.

                                            Piero Visani

mercoledì 8 gennaio 2014

Ferocia

       Una vecchia amica, a proposito del mio "stato" "Le ragioni di una scelta", mi manda una mail dichiarandosi "stupita e ammirata" della mia "perdurante ferocia", del mio "mai dismesso radicalismo ideologico, intellettuale, umano". Non credo che volesse essere un complimento, il suo, ma io lo prendo come tale e ne vado fiero. Non desidero essere apprezzato per come mi vorrebbero gli altri; preferisco essere detestato per come mi interpreto io. Così non correrò mai il rischio dell'omologazione, che mi spaventa non poco... 
       Se c'è una cosa cui tengo molto, è essere considerato "umanamente", oltre che "politicamente scorretto". Chi vuole borghesucci da esibire nei salotti, non ha che da cercarli altrove. Abbondano...

                     Piero Visani


Ubique - 2

      Quanto c'è', di personale, nella scrittura di un romanzo, in particolar modo di un romanzo di genere fantascientifico?
       Ho provato a pormi questo interrogativo leggendo per la seconda volta Ubique, il romanzo scritto da mio figlio Umberto ed edito come e-book su Amazon, e sono giunto alla conclusione che, nel caso di specie, i livelli sono almeno tre.
      Il primo è quello della formazione. Ciascuno di noi forma se stesso intorno a punti fermi, credenze, comportamenti. In questo senso, Ubique è totalmente autobiografico: tutto quello che fa Gianni Luongo, il protagonista dell'opera, avrebbe potuto essere fatto da Umberto Visani, in quanto Gianni Luongo è il suo alter ego, nella finzione romanzesca. Persino i tic, le fissazioni - per chi, come me, li conosce bene... - sono registrati con cura meticolosa, quasi con amore, direi, da parte di chi, in fondo, è ben lieto di esserne depositario...
       Il secondo è quello dell'esperienza: il viaggio che Gianni Luongo compie dall'Ovest all'Est degli Stati Uniti è una sommatoria dei nostri viaggi familiari condotti in quel Paese e alcuni luoghi - e anche alcuni incontri - sono riprodotti in forma talora diretta talaltra traslata, ma di facilissima riconoscibilità, per chi - come me - era a sua volta presente ai medesimi. E, direi, tanto più risaltano e si stagliano sullo sfondo della narrazione quanto più - come supponevo - avevano colpito l'immaginazione del giovane Umberto.
      Il terzo e ultimo è quello dell'acquisizione culturale. Dallo stile, che talvolta riecheggia il mio, a tutta una serie di elementi culturali e valoriali che fanno del libro non una mera vicenda di fiction, ma un lungo viaggio attraverso se stesso, una dichiarazione d'amore nei riguardi di una gioventù e di un percorso culturale, identitario ed esperienziale che sono lieto di aver contribuito a formare.
       Ci sono libri che sono atti d'amore verso se stessi, verso i propri percorsi esistenziali, verso quello che si è stati e si è. Ubique, da questo punto di vista, è estremamente rivelatore per chi, come me, ha preso la mano di Umberto da bambino e ha cercato di accompagnarlo verso la vita. Dal romanzo emerge che non l'ho fatto poi così male e che gli ho quanto meno insegnato a parlare a se stesso, come fondamentale premessa al dialogo con gli altri.
       Ubique, in definitiva, è un grande motivo d'orgoglio per me, che non sono abituato a leggere il significato evidente delle strutture narrative, ma quello recondito, sotterraneo, di seconda lettura.
       Attendo dunque con interesse la seconda prova letteraria cui mio figlio si sta accingendo, per individuare nuovi sedimenti o - perché no? - per assisterne alla inevitabile crescita di personalità e profilo autoriale. Ubique, del resto, si legge con grande scorrevolezza ed empatia, per cui mi permetto di suggerirne la lettura agli amici.

                      Piero Visani