giovedì 27 febbraio 2014

Dicono di me - Esegesi del testo


      L'ho sempre considerato un piccolo inno personale, non quello ufficiale, quello privato. Ora vorrei provare a commentarlo:

"Dicono di me
che non ho paura [Vero, abitualmente non ne ho. Non ho nulla da perdere, cosa dovrei temere?]
Dicono di me
che non ho misure [Ringrazio, lo considero un grandissimo complimento. Sono un soggetto "naturalmente smodato"]
che non ho pietà [Non mi pongo il problema in termini assoluti, ma relativi: non ho pietà per chi non ne ha per me. Amo gli scambi alla pari...]
che non ho candore [in verità forse ne ho fin troppo, e mi danneggia, ma, essendone consapevole, cerco di apparire cinico]
Dicono di me
che non ho pudore [Verissimo, non ho pudori borghesi]
Dicono di me
che non credo a niente [In una cosa ancora credo, in me stesso...]
Dicono di me
che sono insolente [Insolente non penso; arrogante, talvolta, quando è necessario]
che non scanso mai
la scelta incoerente [La scelta incoerente è, per me, quella che gli altri NON si attendono da me. Dunque perché dovrei scansarla? Aumenta il mio livello di imprevedibilità]

dicono che ormai
rischio inutilmente [Ho sempre rischiato inutilmente. Amo vivere pericolosamente...]

Io continuerò [Potete giurarci!]
e mi stordirò [Magari ci riuscissi!]
e mi ferirò [Sempre fatto, perché desistere?]
e mi perderò [Auspicabilmente]
seguirò le mie
strane fantasie [Eh, ne ho tante...]
m'innamorerò...
m'innamoro sempre [Why not?]

M'innamorerò
giorni disuguali [Li cerco, li creo]
m'innamorerò
notti inospitali [Inospitali e... ospitali]
m'innamorerò
lacrime teatrali [Quelle mai!]
m'innamorerò improvvisamente

Penserò poesie [lo faccio di continuo. Dove sta la novità?]

e dirò bugie [raramente distinguo tra menzogna e realtà: il mio mondo è realmente menzognero o bugiardamente reale]
e dirò eresie [Sono nato per dirle]
e farò idiozie [Ho sempre amato farle. Io penso che siano comportamenti saggi, ma molti le chiamano idiozie. Differenza di opinioni...]
brevi allegrie [Brevi e, se in giusta compagnia, neppure brevissime...]
poi malinconie [Quelle sempre, sono le mie costanti compagne]
dicono di me
non m'importa niente [NIENTE!]

E mi stupirò [Amo farlo mille volte al giorno]
mi spazientirò [Sono costantemente spazientito]
mi spaventerò [Per come sono perfetto e mi piaccio...]
mi tormenterò [Ho un animo molto tormentato]
ed insisterò [Sono di natura alquanto pervicace]
m'innamorerò
ma non cambierò [Dovrei...?]
m'innamoro sempre" [Questo è quanto desidero costantemente fare: mi nutro di passioni, per persone e cose]

     Così, in pochi versi, una canzone diventa un convincente autoritratto, il mio.

                                 Piero Visani

Nemici come prima

       Per interesse, sono stato coinvolto in vicende altrui in cui non c'entravo.
       Per generosità e dabbenaggine mi ci sono lasciato coinvolgere, credendo a quello che mi veniva detto e sperando di poter dare una mano.
       A un certo punto, probabilmente è emerso che non potevo dare i risultati attesi, quanto meno non con la rapidità che da me si era attesa la mia controparte, e a quel punto sono stato "dimissionato".
       La mia vita è piena di storie come questa. Sul momento, ci rimango male, poi guardo oltre, fiducioso di trovare persone migliori, e in genere ci riesco.
        Unica precauzione che prendo, nell'uscire di scena, è quella - metaforica - di "bruciare il teatro", nel senso di non lasciare dietro di me i presupposti affinché situazioni del genere possano essere tentate una seconda volta. Me ne è bastata una. Dopo di che, nemici come prima.

                                 Piero Visani





































mercoledì 26 febbraio 2014

L'ascesa agli estremi

       Ricevendo alcuni elogi entusiastici da parte di clienti, oggi mi sono chiesto, per l'ennesima volta nella mia vita, che cosa sia che mi impedisce pressoché costantemente di essere oggetto di valutazioni anodine e distratte, e di risultare sempre o troppo apprezzato o troppo odiato.
        In verità, le ragioni penso di conoscerle, ma non riesco a condividerle, perché mi sembrano un po' esagerate entrambe: esagerati gli elogi, eccessive le critiche.
       Non che ci tenga, ad avere una valutazione anodina; anzi direi che proprio non ci tengo, però devo dire che questa mia collocazione agli estremi, quello superiore o quello inferiore, un po' mi ha stancato, anche perché, se qualche volta succede che da un giudizio altrui assolutamente positivo io precipiti negli inferi di un giudizio assolutamente negativo, la dinamica opposta non mi pare si sia mai registrata.
       Quante persone - specie donne - che mi attestavano amore e stima si sono trasformate in mie acerrime nemiche? Come mai, in campo femminile, quel processo si è innescato un po' troppe volte? Per quale ragione, quel Piero che era un soggetto quasi perfetto è diventato il concentrato di ogni forma di nequizie? E come mai - supremo interrogativo - non registro casi di dinamica inversa: dall'ostilità assoluta al consenso?
       Io le risposte credo di averle tutte ed attengono nella maggior parte dei casi alla mia totale indisponibilità a conformarmi agli altrui desiderata, nel bene come nel male. Non posso dire di farmene un vanto, ma devo ammettere di non aver mai trovato buoni motivi per cambiare: forse avrei potuto cercare di farlo per amore, ma, le poche volte in cui mi ci sono accinto, i risultati sono stati disastrosi e quello che io avevo interpretato come un dialogo fecondo e profondo si è risolto dapprima in un monologo e poi in una vox clamantis in deserto.
       Di tutto ciò che è perso, il Logos è ciò che mi manca e mi ferisce di più. La mia parola, vivida e disperata, ha cercato di gettare ponti e suturare ferite tutte le volte in cui mi è stato possibile farlo, spesso con un enorme dispendio di impegno. Ma i successi sono stati pochi, anche se un successo, in questo campo, è cosa che rallegra il cuore e compensa di mille precedenti insuccessi.

                             Piero Visani

The truth is out there

       Può essere una telefonata, una mail, un sms, una chat via Facebook, ma la consolazione infine arriva. Il senso di vuoto si attenua, tutto riacquisisce un significato.
       Che cosa ci resta in quest'epoca di follia, di conformismo, di lento scivolare verso il più assoluto dei totalitarismi? Ci resta qualche persona, la speranza di un dialogo vero con essa.
       L'età ci ha privato di residue speranze, anche se non è certo indispensabile sperare, per combattere, e allora, per riuscire a portare a termine la giornata, ci attacchiamo a quel poco di vita che ci resta, a quello che le burocrazie ancora non sono riuscite a portarci via del tutto - un minimo di libertà residuale, alla ricerca di soggetti a noi affini, con i quali affrontare la battaglia terminale per la sopravvivenza, prima, e la fuga, poi, dalla "Matrice".
       E' molto poco, se vogliamo, ma è quello che ci resta. In mezzo alla solitudine, all'alienazione, alla mancanza totale di dialogo e al circoscriversi del medesimo allo scambio di frasi fatte, povere di significanti e vuote di significati.
       Il solacium è l'incontro nell'oasi, la consolazione del dialogo con chi è come noi, il gusto della scoperta di un "altro da sé" che in realtà non è diverso, ma uguale, e con il quale l'incontro è una gioia.
       E' una delle poche cose che ci resta e a me pare davvero poco. Dovremmo vivere nel migliore dei mondi possibili, e invece, null'altro che un oceano di dolore e silenzio. Ma non sono in moltissimi ad accorgersene. Occorre selezionarli con cura, individuarli e prepararsi alla fuga, dapprima metaforica, ma poi - inevitabilmente - reale. Tra tutte le morti, quella per soffocamento sarebbe la più atroce.

                          Piero Visani


Militaria - 1

     Il generale Charles Lefebvre-Desnouettes (1773-1822), nella rutilante divisa di comandante dei Cacciatori a Cavallo della Guardia Imperiale napoleonica. Uno dei massimi esempi di eleganza militare di tutti i tempi.

                             Piero Visani

lunedì 24 febbraio 2014

Wonderful Sunday

       Domenica divertente: mi si offre su un piatto d'argento (ma sarei addirittura tentato di dire d'oro) l'opportunità di pareggiare un vecchio conto. Per un po' ci rifletto su, incerto se farlo o meno. Gli anni - si sa - passano per tutti e le rabbie magari sbollono. Ma il "fighting spirit" che si cela da qualche parte, dentro di me, ha voglia di venire fuori e, in un contesto familiarmente borghese, non aspetta che il momento giusto per partire all'assalto. Lo so e non faccio alcuno sforzo per frenarlo o eterodirigerlo. 
       Partecipo con finto interesse a quegli splendidi e morettiani "discorsi da autobus" che sono l'essenza delle conversazioni borghesi, specie domenicali, quando la fatuità raggiunge i suoi vertici assoluti e i contenuti della conversazioni il loro punto più basso, tant'è che il sottoscritto non sa mai se scoppiare a ridere o a piangere e poi - avendo ovviamente a che fare con degli stolti, con gente che non dà valore a niente perché per essa, a parte i soldi, nulla ha valore, prevedo con gusto mefistofelico l'evolvere della conversazione in una certa direzione. Facile profezia, la mia: proprio lì si va a parare! E così, mentre tutti si beano della loro vacuità più totale, ecco che parte l'attacco del ferino Piero: diretto, chirurgico, profondo, micidiale.
       Attimi di sgomento. Sguardi interdetti. Un unico pensiero attraversa tante belle testoline vuote sedute in quella sala da pranzo, ma non si palesa, perché è disdicevole che si appalesi, e le finte regole della "buona" borghesia - si sa - devono essere rispettate: "Ma come, gli anni passano ma non ha mai imparato niente? Quando crescerà quel cretino? Quando adotterà le nostre buone maniere, "in articulo mortis"?"
       Tutti sanno che sto regolando pubblicamente un conto che non potevo regolare privatamente, ma lo sdegno non è diretto contro chi a suo tempo mi colpì a freddo. No, lo sdegno è rivolto contro di me, "the rulebreaker"... Devi abbozzare, se sei stato oggetto di una sodomia (anzi il tuo comportamento è addirittura sospetto: come mai non ti piace essere stato oggetto di un trattamento siffatto; non sarai per caso "omofobo"...?).
       Silenzio, sguardi imbarazzati. Passo in rassegna tutti i commensali, ad uno ad uno, soffermandomi un po' più a lungo sulla faccia di chi è il destinatario/la destinataria (lasciamo il dubbio, no...?) della mia stoccata (che poi non è propriamente una stoccata, ma un colpo mortale...).
       Lei/lui mi vorrebbe uccidere, ma non si può, non sarebbe fine. Sarà per un prossimo agguato, ovviamente alle spalle...
       Lo do per scontato e ammicco a mio figlio, che sa e sogghigna in silenzio sotto i baffi che non ha.
       "Leadership by doing", quello è sempre stato lo stile di suo padre e credo che a lui non dispiaccia assistere a una applicazione pratica della medesima.
       Poi il gelo viene sciolto dal giullare di turno, che nei pranzi borghesi non manca mai e di cui è a tutti noto che trattasi di grandioso idiota, ma di successo, e come tale apprezzabile, in un contesto in cui solo il denaro conta (idiota sì, ma ricco: ha bruciato qualche migliaio di posti di lavoro, di lavoratori e relative famiglie, ma le sue regate continua a farsele, mica scemo, lui...). Io invece sono rancoroso, non so stare al mondo e per di più idiota totale: infatti sto solo offrendo il pranzo. a una quindicina di rifiuti umani... Però ho visto e amato la cinematografia di Luis Bunuel, io, e so che ci sono pranzi forse costosi, ma che ti riconciliano con la vita...

                                                 Piero Visani                                                    


domenica 23 febbraio 2014

Il mitico Ezra

      Scrisse uno dei massimi poeti del Novecento, il mitico Ezra Pound che:

"Se un uomo non è disposto a lottare per le sue idee, o le sue idee non valgono nulla, o non vale nulla lui".

       Mi hanno rimpinzato la testa di queste cose fin da adolescente, quando ginnasiale feci timidamente ingresso nella sede torinese della "Giovane Italia", con un unico, antico, appassionato amore assoluto, la mia Patria. E pensavo al grande autore dei "Cantos" rinchiuso in una gabbia per aver simpatizzato per il fascismo. E mi chiedevo se anch'io avrei dovuto dare prova di livelli così elevati di fede nelle mie idee.
       Poi, crescendo e aprendo gli occhi, mi accorsi che la flessibilità era molto ma molto più apprezzata della coerenza iin quellel buie stanze (san)sepolcrali e mi accorsi in fretta che l'unico sport realmente praticato era buttarle via tutte, ad una ad una, quelle idee, senza revisioni, aggiornamenti, ripensamenti. Solo buttarle via.
C'erano pochi e simpatici illusi - che ricordo in fondo ancora a uno a uno - a pensarla come me. Molti altri si preoccupavano soprattutto di trovare una poltrona per poggiare le loro terga e schiacciarci sotto le idee, se ancora ne restavano... Il che a me davvero non pareva.
       Ciò premesso, io non ho insegnamenti da dare ad alcuno. Tengo solo a precisare che Pound parlava di "lottare per le proprie idee", non di venderle o svenderle... E mi pare che abbia saputo farlo anche con estrema dignità, visto che non gli ricordo frasi del tipo "male assoluto", "io non c'ero e se c'ero dormivo", "quello che prima mi piaceva tanto ora mi fa schifo", etc. etc.
      L'unico vero male italico è il cialtronismo, la continua propensione a dire tutto e il contrario di tutto, per soddisfare i potenti di turno. Ma questo è sport tipico da servi. E non desta solidarietà alcuna, nel mondo esterno...
 
                                  Piero Visani

Il dire, il fare e il "governo del fare"


       Non so che cosa rappresenti per voi lo Stato italiano. Per me, assolutamente nulla, anche se, se solo la cosa avesse un senso, una logica, chiederei immediatamente di essere privato della cittadinanza e dichiarato apolide. Penso che festeggerei organizzando una grandiosa festa d'addio con gli amici.
       A livello testamentario, ho già provveduto, nel senso che i miei eredi faranno in modo che le mie spoglie (e mai tale termine, nel Paese di Agenzia delle Entrate ed Equitalia, è più corretto...) NON rimangano in questo Paese, perché una cosa è avere avuto la disavventura di vivere in una cloaca a cielo aperto, un altra è decidere di rimanervi in eterno.
       Sebbene io non sia favorevole alla cremazione, ho autorizzato i miei più stretti congiunti a provvedervi e a spargere le mie ceneri dove vorranno, anche solo sul lungomare di Mentone...
       Qualche amico intimo tempo fa mi chiese le ragioni di scelte tanto radicali. Gli spiegai, con tutta la sincerità che si deve agli amici cari, che il mio comportamento si ispirava a un principio classico, quello del "no taxation without representation". E siccome non mi sentivo per nulla rappresentato (e non era ancora cominciato il periodo degli esecutivi extraparlamentari), non volevo fare il bersaglio statico per il fisco e il suo unico vero obiettivo: TROVARE DI CONTINUO NUOVE RISORSE PER MANTENERE LA CASTA DOMINANTE, I SUOI ACCOLITI E I SUOI SCHERANI ALLE SPALLE DEL POPOLO LAVORATORE.
       Il tempo mi ha confermato in queste mie scelte: dello Stato italiano so che tassa, preleva, multa. Se obietto qualcosa, vengo trattato sempre da SUDDITO, mai da CITTADINO. E allora, siccome da sempre sono risolutamente bonapartista, odio alla follia l' "Ancien Régime", i suoi servi e i suoi utili idioti, e confido sempre nella "Grande Rivoluzione " e nei suoi "rossi cascami". Ovviamente non vedrò niente di tutto questo, ma un posto nel mondo, mille miglia lontano da qui, dove non farmi fare la morale da ladri, assassini, servi dei "poteri forti" e quant'altro certo lo troverò.
       Sono in fuga, ovvio, e bisognerà vedere se il "diritto di sopravvivenza", che il governo italiano riconosce all'ultimo degli immigrati, verrà negato a me. Io sono certo che sì, ma le mie scarse nozioni di diritto internazionale mi fanno illudere che, vivendo in un Paese dove siamo al terzo governo non eletto dal popolo e a molti altri votati da un parlamento eletto con una legge elettorale incostituzionale, magari qualcuno, da qualche parte, mi riconoscerà il diritto all'asilo politico. Ecco, solo quello chiedo, stante anche la mia non più verde età: DATEMI ASILO POLITICO!

                                          Piero Visani

sabato 22 febbraio 2014

No anestetici

       Vagamente disturbato, da una fastidiosa influenza, ne approfitto per fare un po' di pulizia tra le mail e nel rileggere gli ormai oltre mille post di questo blog.
       Per quanto concerne la posta elettronica, il criterio che utilizzo è molto semplice: tengo tutto ciò che ha un senso per me, e lo archivio; cestino tutto quanto è epifenomenico e legato a contingenze di lavoro ormai esaurite.
       Relativamente ai post del blog, faccio un autentico tuffo nel mio recente passato e ne seguo la linea evolutiva: dalle spiacevoli conseguenze di una delusione umanamente profonda al lento ma inesorabile subentrare della volontà di andare avanti, di continuare a vivere, di rimanere aperto al futuro e ai suoi portati, negativi e anche massimamente positivi.
       Si intravede, rileggendo a posteriori, che ho seguito il consiglio della mia psicologa di tenermi lontano da quello che lei ha sempre giudicato come il maggiore dei miei problemi, la coazione a ripetere, e che mi sono aperto a una più diversificata visione del mondo, meno condizionata da pregiudizi e radicalismi, più attenta alla ricerca di valori non necessariamente conformi a canoni da me condivisi.
      Nell'insieme, una lettura assolutamente interessante, dalla quale emerge un cambiamento in corso, ma anche una sostanziale fedeltà ad alcune costanti, prima fra tutto il mio rifiuto di anestetici, di soluzioni di compromesso, di mediazioni, di adeguamenti per far piacere a qualcuno.
       Comunque e dovunque, nel mio passato recente, ho scelto in favore della chiarezza e, quando chiarezza è stata fatta, ne sono stato grato a chi l'ha fatta o, se ho dovuto farla io, ho preferito farla nelle forme radicali che mi sono proprie, perché ci tenevo a non essere scambiato per uno qualunque (che era già cosa che orribilmente mi offendeva...).
       Ed è un'intima gioia scoprire di essere riuscito ad essere ciò che volevo essere, pur se mi ha comportato qualche costo. Grazie a questo mio rifiuto di una componente del vivere umano che detesto - gli anestetici esistenziali - mi sono affacciato ad una fase nuova. Mi è stato detto: "o mangi la minestra o salti dalla finestra" e con il cuore immensamente ilare ho subito effettuato il grande salto, perché detesto prescrizioni e ricatti. Mi è andata molto bene, molto più di quanto potessi legittimamente prevedere, ma l'esito del mio salto nel vuoto non era davvero ciò che mi premeva. In verità, non volevo soluzioni di ripiego, compromessi, anestetici esistenziali. Perché i ricatti funzionino, occorre sempre essere in due: chi li fa e chi li subisce. Io, mai. Saltando nel vuoto, avrei potuto anche farmi molto male, ma il coraggio certo non mi manca. E - si sa - audaces fortuna iuvat.

                                  Piero Visani

venerdì 21 febbraio 2014

I Torquemada

       Un'altra vittima dei Torquemada del fisco italico. Di quei soggetti "inflessibili" che non vedono le travi negli occhi della casta, ma vedono le pagliuzze negli sguardi disperati di poveretti che non tirano la fine del mese, che faticano a mantenere famiglie e figli, ma sui quali sono sempre pronti ad applicare sanzioni severissime, senza fare sconti - come quello, gigantesco - applicato alle società di gestione delle slot machines.
       La mia natura passionale mi impedisce di comprendere quale pavidità possa spingere una persona, per quanto disperata, a farsi intimidire da questi comportamenti. Perso per perso, oltre alle fughe all'indietro - i suicidi - ci sarebbero anche quelle in avanti...
       Decenni fa, in un Italia assai diversa dall'attuale, era molto diffuso il principio di "colpirne uno per educarne cento"... A mio personale parere, sarebbe assai preferibile ai finti "coccodrilli" che riempiono giornali e telegiornali. Non ho mai sentito una parola SERIA di un politico sul "fiscalicidio" cui lo Stato ci sta sottoponendo. Eppure, i morti si accumulano a ritmi quasi ucraini...

                                                 Piero Visani


giovedì 20 febbraio 2014

Perché scrivo

       Caro Andrea,
                                indirizzo questo post a te (tra parentesi, è il millesimo di questo blog), visto che gentilmente avevi sottolineato di non aver ben compreso il mio precedente post "Pagine".
                                         Prenderò la questione da lontano: divoratore di libri, fin dai tempi dei primi anni delle elementari, molto presto ho sentito l'esigenza di scrivere a mia volta e l'ho fatto a partire dalle scuole medie, sempre prendendo voti molto belli in Italiano.
                                           Durante la mia esperienza di assistente universitario (dal 1973 al 1976, a Storia del Risorgimento, Facoltà di Lettere, Torino), ho cominciato anche a scrivere di saggistica, con un po' di recensioni, partecipazione a volumi collettanei, il possibile contratto con la Feltrinelli per la pubblicazione di un libro sulle Forze Armate italiane dal 1861 al 1914.
                                      Poi è stato il momento dell'impegno politico e metapolitico, della mia partecipazione all'avventura della Nuova Destra italiana, delle più diverse collaborazioni giornalistiche.
                                     A un certo punto, poco oltre i trent'anni, mi sono per così dire ritirato a vita privata e, anche se ho continuato a scrivere (la mia bibliografia compare sul mio profilo LinkedIn), ho avuto il mio personale "riflusso nel privato".
                                      Poiché scrivere è sempre stata una mia forte esigenza interiore, ho cominciato ad utilizzare i miei scritti sotto forma di epistolario con persone cui tenevo molto, in genere donne. Questo epistolario si è fatto molto fitto e diversificato dopo l'avvento di Internet e della posta elettronica. E lo scrivere è diventato una mia personale forma di ricerca di anime che sentivo affini alla mia, anime che per me erano elette e con le quali coltivavo una corrispondenza talvolta anche parecchio intima.
                                         Questa abitudine è andata avanti per almeno due decenni e io sempre sapevo che, se una persona mi interessava molto, le scrivevo a mia volta molto, tutto intento a suggellare l'esistenza di un canale di comunicazione privilegiato tra le nostre anime.
                                            Ho mantenuto questa abitudine fino alla primavera-estate del 2012, quando una persona cui tenevo molto mi ha fatto notare, senza girarci troppo attorno, che la mia grafomania la stava infastidendo e che era meglio che smettessi.
                                            Sul momento, non la presi granché bene, ma poi mi resi conto che chi me lo aveva detto, preoccupata principalmente di liberarsi di me, mi aveva fatto un grande favore, rivelandomi un aspetto che io - molto ingenuamente - non avevo mai preso in considerazione.
                                            Feci così una lunga riflessione e decisi che, invece di diventare un perturbatore a livello individuale, avrei dovuto cambiare comportamento e scrivere per tutti, in particolare per quei pochi che volessero leggermi. La nascita del mio blog, "Sympathy for the Devil", fa parte di questa mia personalissima autoanalisi, e lo stesso vale per la successiva decisione di aprire un mio profilo su Facebook.
                                              Oggi non scrivo più per una persona in particolare, quindi, ma per chiunque abbia voglia di leggere me e le tematiche che di volta in volta mi piace sottoporre ai lettori. E' cambiato dunque il senso stesso della mia comunicazione: da privata e bilaterale a pubblica e multilaterale. Una volta sceglievo dei soggetti privilegiati, con cui intavolare un dialogo peculiarissimo; oggi scrivo per chiunque mi voglia leggere, ma spero comunque che quella antica fiamma si accenda ancora, con tutti.

                                                          Piero Visani

                                       
                               
                                         

mercoledì 19 febbraio 2014

Dicono di me

L'ho sempre considerato un piccolo inno personale, non quello ufficiale, quello privato:

"Dicono di me
che non ho paura
Dicono di me
che non ho misure
che non ho pietà
che non ho candore
Dicono di me
che non ho pudore
Dicono di me
che non credo a niente
Dicono di me
che sono insolente
che non scanso mai
la scelta incoerente
dicono che ormai
rischio inutilmente

Io continuerò
e mi stordirò
e mi ferirò
e mi perderò
seguirò le mie
strane fantasie
m'innamorerò...
m'innamoro sempre

M'innamorerò
giorni disuguali
m'innamorerò
notti inospitali
m'innamorerò
lacrime teatrali
m'innamorerò improvvisamente

Penserò poesie
e dirò bugie
e dirò eresie
e farò idiozie
brevi allegrie
poi malinconie
dicono di me
non m'importa niente

E mi stupirò
mi spazientirò
mi spaventerò
mi tormenterò
ed insisterò
m'innamorerò
ma non cambierò
m'innamoro sempre"

Mi piace, perché mi rappresenta bene. Tant'è che non devo aggiungere o togliere alcunché.
                                                         Piero Visani

martedì 18 febbraio 2014

Buoni propositi


       Non porgere MAI l'altra guancia, regola i conti in sospeso (possibilmente con un'adeguata dose di "overkilling") e vedrai che abbastanza rapidamente tornerai sereno, forse addirittura "Serenissimo"... E non ti capiterà come a Snoopy, qui sotto... Personalmente, anzi, io talvolta ho molto male ai denti, forse da eccesso di pratica della nobile arte di restituzione dei morsi.

                                     Piero Visani           


Ufficialesse e... gentiluomini

     Eh sì, oggi ne è pieno, nel senso che aumentano... Bonne chance!

                     Piero Visani

Pagine

       Pagine che si schiudono davanti ai miei occhi: cose nuove da scrivere, cose vecchie da ricordare. Non ho mai sofferto del classico "blocco da pagina bianca"; anzi, se vedo una pagina bianca tendo a riempirla con considerazioni personali, magari frettolose, ma spontanee e sincere.
       L'età che avanza mi ha regalato molte esperienze, di varia natura, ma la mia indole resta curiosa e naif, bramosa di vita e di realtà nuove. Sono stato scritturato in numerose "compagnie di giro" e raramente mi ha detto bene, ma ora delle scritture non mi interessa più e comunque sono decenni che sono impresario di me stesso.
       Ho raccolto stima a livello professionale, accompagnata da un certo distacco. Ho raccolto giudizi altalenanti a livello personale, ma comprendo benissimo che non potrebbe essere diversamente. Molto rispettoso delle opinioni altrui, sono peraltro assai attaccato alle mie, e non le cambio facilmente.
       Molto attento a interpretare ruoli sempre nuovi, anche in piccole pièces di autori semisconosciuti, desidero però costantemente che la scelta di ruoli e testi sia mia. Non solo mia, ovviamente condivisa, ma dove possa esprimere la mia opinione sulla parte che mi verrà assegnata. Non accetto più, da tanto tempo, ruoli precostituiti e devo dire che una scelta del genere non mi ha molto giovato, né personalmente né professionalmente, ma la mia solitudine è meno grande di quanto si potrebbe a prima vista supporre, anzi è ricca di amicizie profonde e radicate, di conoscenze ed esperienze nuovi, di un continuo mutamento di ruoli e posizioni.
       Da soggetto in continuo divenire, quale mi ritengo, porto con me sconfitte e vittorie, ma soprattutto porto con me un'idea di me stesso alla quale sono fedele, e che mi si adatta. Ho subito delle messe all'indice, com'è ovvio; mentre in altri casi sono stato io a chiamarmi fuori da situazioni che mi parevano strette o inaccettabili, ma sono molto sereno perché, in qualsiasi circostanza, ho sempre espresso chiaramente il mio pensiero e, quando non l'ho visto condiviso, ho preferito fare le mie scelte, anche molto nette.
       Ho inseguito qualche miraggio, ma ho adottato anche in quel caso la medesima tattica, in quanto preferisco di gran lunga essere "primo in Gallia che secondo a Roma". Inoltre, mi è sempre interessato dialogare fitto e farmi capire, non essere un nome e un numero telefonico su agende più o meno fitte.
       Sono comparso talvolta come un'epifania in scenari complessi e sono scomparso onusto di deplorazione, critiche e recriminazioni là dove mi si voleva far vestire "panni che non son solito indossare".
       Non ho bilanci da tracciare. Sono stato il mio personaggio, sono stato me stesso, e continuerò a esserlo, che piaccia o meno. A me piace.

                          Piero Visani

lunedì 17 febbraio 2014

La leggenda di Ticonderoga (8 luglio 1758)

       Nel 1755, nelle Highlands occidentali della Scozia, il maggiore Duncan Campbell of Inverawe, in servizio presso il 42 Rgt. di fanteria (meglio noto come "Black Watch"), venne avvicinato da uno sconosciuto, che gli chiese di nasconderlo in quanto aveva ucciso una persona in una rissa. Campbell lo condusse in una grotta nelle vicinanze e giurò sul suo onore che non avrebbe svelato il nascondiglio.
       Tornato a casa, Campbell venne informato che il suo fratellastro era stato ucciso. Vincolato dal suo giuramento, non disse nulla dell'uomo che aveva protetto e nascosto.

       Quella stessa notte, il fantasma ancora grondante di sangue del suo fratellastro gli apparve accanto al letto e gli disse con tono lamentoso: "Duncan, Duncan, è stato sparso del sangue, non proteggere l'assassino!".

      Campbell si precipitò alla grotta dove aveva nascosto lo sconosciuto, salvo constatare che questi si era dato alla fuga.
       La notte successiva, il fantasma del fratellastro gli apparve nuovamente, questa volta molto più pallido e indistinto, e gli disse: "Addio Duncan, Addio, fino a quando ci reincontreremo a Ticonderoga!", poi scomparve.
       Passò qualche anno e il Black Watch, il reggimento in cui il maggiore Campbell prestava ancora servizio, venne inviato in America, e qui - l'8 luglio 1758 - venne lanciato in un disperato assalto contro il Forte Ticonderoga, occupato dai francesi.
      La notte prima dell'attacco, il maggiore Campbell, dopo avere appreso il nome del forte che il suo reggimento si apprestava ad assalire, disse ai colleghi - con aria cupa - che non sarebbe sopravvissuto alla battaglia del giorno dopo, cosa che puntualmente avvenne, nel corso del disperato e celeberrimo attacco lanciato dal Black Watch contro il forte, che si concluse con perdite superiori al 50% degli effettivi del medesimo.
       Quella qui sintetizzata è una delle più famose storie scozzesi, a cavallo tra realtà e leggenda.

                                                   Piero Visani




domenica 16 febbraio 2014

Soldati perduti

       Un riferimento, in data odierna, su Dien Bien Phu, mi ha fatto venire in mente la tematica dei "soldati perduti", cui, nel lontano 1967, George A. Kelly dedicò un libro omonimo (Sansoni), che mi piacque molto e che credo abbia influenzato non poco la mia visione delle cose militari e del rapporto tra guerra e politica.
       Mi colpì, in particolare, il tema di una professione intrisa di valori di dovere e onore in un contesto come quello delle società democratiche postbelliche, sempre più penetrate da valori mercantili.
       Ci ho ripensato rivedendo giorni fa uno splendido film di Pierre Schoendoerffer, "La crabe-tambour" ("L'uomo del fiume", in italiano), uscito nel 1977.
      Credo che ci tornerò su, non appena avrò tempo, non solo per il tema in sé, ma perché amo quelle vite in cui i protagonisti si interrogano di continuo su se stessi, si mettono in discussione, riflettono sull'evoluzione della loro professione e del loro ruolo nel mondo, in preda al dubbio che le certezze che li hanno animati a lungo non trovino riscontro in una realtà in continuo mutamento, alla quale i loro principi ispiratori risultano ogni giorno più estranei, per non dire confliggenti.
       Ma consiglio la visione del film a chiunque ami il tema (e il cinema, perché sono fatti bene), e ami altresì la problematica della Guerra d'Indocina e di quella d'Algeria.

                                                                   Piero Visani

venerdì 14 febbraio 2014

I processi alle intenzioni

       Ne ho subiti tanti, in vita mia, e spesso erano processi alle intenzioni altrui, molto più che alle mie. Con il tempo ci ho fatto il callo, perché, se c'è qualcosa che non amo, è vedermi rovesciato addosso ciò che non mi riguarda in alcun modo.
      Come scrisse Paolo nella sua "Epistola a Tito", "omnia munda mundis". La citazione di un cristiano è per me un'autentica fatica, una forzatura intellettuale che amo assai poco. Lo faccio per chiarire il mio pensiero. Se poi a qualcuno dovesse suonare come "omnia immunda immundis", per me potrebbe andare bene ugualmente: detesto i manicheismi...

                                      Piero Visani

Scelte di campo

       In tempi di "buonismo", intinto di ipocrisia e melassa sparse a piene mani per nascondere orrendi misfatti, non è male ricordare a noi stessi che cosa ci piace davvero nella vita, e farlo con le parole di uno dei giganti della letteratura del Novecento:


       Il mondo perfetto, che non esiste, serve ai criminali per nascondere i loro misfatti. Il mondo vero è invece quello dove gli uomini veri possono trovare un equilibrio, al di là delle sodomie concettuali e delle ipocrisie. Chi si nutre di una propria verità, può confrontarla con le altre. Chi si fa propugnatore di UN'UNICA VERITA' è un terribile totalitario e talora - se è sciocco - neppure se ne rende conto...

                                               Piero Visani

"Frecciarossa"

       Maledetto il traffico milanese! Quello che doveva essere uno spostamento lungo ma tranquillo, da una parte all'altra del capoluogo lombardo, diventa una sorta di rally urbano, condotto in un crescendo di follia, grazie alla complicità di un taxista felicemente cooperativo.
       Sono in Centrale poco prima della partenza del mio "Frecciarossa", ma, grazie al mio costante allenamento alla corsa, riesco a salire per un pelo sull'ultima carrozza, appena un attimo prima che le porte vengano automaticamente chiuse.
       La mia carrozza è in testa al treno, il che significa che dovrò risalirne una decina, ma è fatica da poco, considerato lo scatto fatto per arrivare qui per tempo.
       Riprendo fiato, attendo che la respirazione si regolarizzi e poi inizio la mia traversata fino alla carrozza di testa, dove ho il posto prenotato.
       Stanno calando le prime luci della sera e il treno trabocca di viaggiatori. Di conseguenza, la risalita verso la carrozza di testa è simile a un percorso di guerra in cui dopo ogni singolo metro si incontra un ostacolo.
       Armato della massima pazienza, di quel distacco di cui sono solito fare sfoggio quando sono in mezzo alla gente, attendo pazientemente il mio turno per risalire, carrozza dopo carrozza, verso l'agognata meta.
       Il mio incedere è talmente lento che ho tutto il tempo di guardare i passeggeri, i loro volti, le occupazioni cui sono intenti.
       All'inizio della carrozza 6, una coppia di ottuagenari incontra molta difficoltà a sistemare il proprio bagaglio, troppo voluminoso per essere gestito direttamente da loro. Alcuni passeggeri di buona volontà li aiutano, ma ci vuole tempo prima che la situazione si sblocchi.
        Nell'attesa, il mio sguardo corre intorno ed ecco - di colpo - una visione e un tuffo al cuore: all'inizio della carrozza 6, nell'ultimo sedile prima della passaggio che conduce alla carrozza 5, un volto familiare, un'espressione familiare, perfino un abbigliamento familiare. Donna di classe, vestita con eleganza low profile, intenta nella lettura di qualcosa che non riesco a vedere, forse un libro.
          Lei non mi ha visto, non credo ne abbia avuto modo: sono in piedi, circondato da quattro o cinque persone. Tuttavia, in me si scatena una sorta di tempesta emotiva: chi se lo sarebbe mai aspettato, un incontro così fortuito? E che fare: salutarla con calore, farle un freddo cenno del capo, ignorarla del tutto?
        Dovessi dare retta a me, mi siederei e intavolerei con lei una conversazione destinata a durare fino al nostro arrivo a Roma (se va a Roma...). L'ho molto amata e non vorrei perdere un'occasione del genere. Al tempo stesso sono consapevole che ci siamo lasciati malissimo e, per una volta che ci siamo ritrovati, è andata anche peggio.
         Risalgo lentamente il vagone, preceduto da due persone che non paiono avere granché fretta, anche perché una delle due sta addirittura telefonando.
       Io non smetto di guardare quella donna - che per me è stata a lungo un concentrato di ansie,pensieri, speranze, desideri - e di interrogarmi sul da farsi. Il mio cuore vorrebbe che mi fermassi, la salutassi, dessi fondo a tutte le arti di fascinazione di cui sono capace per riuscire a parlarle, almeno un po', per ritrovare il filo di un dialogo, anche solo per dirci addio in maniera più urbana. La mia mente, per contro, si rende conto che probabilmente farei la figura dello sciocco e mi sollecita con forza a desistere.
         Sono a non più di tre-quattro sedili da lei, quando i nostri sguardi infine si incrociano. Ha un leggerissimo moto ti trasalimento, perché mi riconosce immediatamente, ma fa studiatamente finta di nulla. Ruota il capo a 180°, come se volesse abbracciare con lo sguardo l'intera carrozza e i passeggeri, si sistema con seduttiva eleganza i capelli, poi si rituffa nella lettura (sta leggendo un libro, ora lo vedo).
         Il passeggero che telefonava ha infine trovato il suo posto e si ferma ad armeggiare per sistemare il trolley che porta con sé. Ne consegue un'ulteriore pausa, che io trascorro fissando la testa di quella donna, sperando che la risollevi. Non avviene. Probabilmente sta calcolando mentalmente quanto tempo deve tenerla china, onde essere certa che io passi senza che i nostri sguardi possano nuovamente incrociarsi.
       I successivi 45 secondi sono tra i più lenti della mia vita, anche se la decisione che devo prendere non me ne può concedere di più. Immagini di varia natura si affacciano alla mia mente: da splendidi incontri a mail affettuose, controbilanciate da sguardi algidi, da silenzi, mutismi, reprimenda.
       Mi sale alla mente un interrogativo: "ho ancora voglia di tutto questo, di un infernale stop and go che già tanto mi ha provato in passato?". Ci penso un attimo, non più di un attimo, e la risposta è no: ho troppo sofferto e non ho alcuna intenzione di ricominciare. Ho fatto tutto il possibile e, se non è bastato, è perché nulla poteva bastare. Meglio prenderne atto e guardare avanti.
      Sfilo accanto al suo posto e la porta che conduce al piccolo corridoio che precede la carrozza 5 si apre con un perfetto automatismo. La grande capacità di visione periferica di cui godo mi consente di vedere che, man mano che io mi sposto in avanti, la sua testa si rialza dal libro nella cui lettura era (fintamente) immersa.
      Raggiungo il mio posto in preda ad emozioni contrastanti. Sono combattuto tra il desiderio di tornare alla carrozza 6 e parlarle, e il sentimento di inutilità totale di un gesto del genere. Sono consapevole che, nella migliore delle ipotesi, tutto si ridurrebbe a una fredda conversazione, carica di imbarazzi, tra due vecchi "amici"...
       Il resto del viaggio è una tortura, con la mente che caracolla fra ricordi di tutti i tipi. Non faccio nulla e, una volta a Roma, vado dritto a prendere un taxi, senza nemmeno girarmi indietro una volta. Che senso avrebbe, del resto?
       Le cicatrici profonde - si sa - tardano a rimarginarsi, ma quando le storie sono piene di "non detto" tardano a trovare un senso, una collocazione precisa nel nostro cuore, perché è come se non avessero avuto una fine, e quella è la sensazione più dolorosa, la più difficile da accettare. Tuttavia, per quanto io sia molto orgoglioso e pieno di autostima, ancora so come fare a prendere atto di una "rottamazione", tanto più quando è netta e inequivocabile. E poi, domani è un altro giorno e la vita, per mia fortuna, offre moltissimi spunti, dato che, per una porta che si chiude, talvolta si spalancano portoni. Tuttavia, onde evitare problemi, rientro a casa in aereo...

                                               Piero Visani
       

"Ludi cartacei"


       Dopo esserci sorbiti per qualche decennio infinite tirate moralistiche sulla spregiativa definizione mussoliniana delle elezioni come "ludi cartacei", i "maestri di democrazia" nostrani si sono stancati delle medesime (non delle tirate moralistiche, proprio delle elezioni...) e hanno deciso che votare non serve a niente.
        Personalmente, l'ho sempre detto - anche in illustre compagnia - ma ora vedo che il numero degli spregiatori dei "ludi cartacei" sta aumentando in maniera esponenziale, nella nostra casta politica.
       Terrorizzato da simili "compagni di viaggio" e sapendo bene che non diventerò mai un estimatore della democrazia, né di quella vera (ma esiste?) né di quella falsa (con cui mi trovo a fare i conti da quanto sono nato), mi rifugio nell'ironia e apprezzo con un risolino sarcastico lo straordinario senso di coerenza di quei "sinceri democratici" che ora, nel loro infinito spirito predatorio, legittimati dalla "naturale superiorità" della loro ideologia, hanno deciso che votare non serve più. Forse servirà solo se a pagamento, come nelle primarie del Pd...
       Tutto questo mentre - la citazione gaberiana è d'obbligo - "e l'Italia giocava alle carte e parlava di calcio nei bar..."
      Chi nasce servo, non diventerà mai padrone di sé e del proprio destino, e si farà pure prendere per i fondelli dagli amanti di una democrazia che preferisce consultare il meno possibile il demos...

                                                                        Piero Visani