lunedì 31 marzo 2014

La "grande bruttezza" e le sue conseguenze

       Si leggono spesso molte banalità sulla completa mancanza, in Italia, di una cultura del merito, e certamente questo Paese ne è privo. Tuttavia, a me pare che si rifletta assai meno sul fatto che il merito non piove dal cielo, ma è frutto, oltre che di talento e intelligenza, anche di studio, applicazione, metodo, fatica quotidiana.
       Ricordo che, quando mio figlio si affacciò per la prima volta, nel 1989, alla scuola elementare, fui costretto a combattere per anni una dura battaglia contro le continue richieste, da parte dei genitori dei suoi compagni su sabati liberi, pochi compiti a casa, meno compiti della vacanze, ponti e ponticelli, e così via.
       Di fronte alle mie resistenze, al tentativo di porre in connessione studio, cultura, elevazione della mente e della capacità di giudizio, la risposta era sempre una sola: "quello che conta è una buona raccomandazione". E questa frase, in un Paese come il nostro, chiude in genere la possibilità di qualsiasi resistenza e/o obiezione, perché tutti sanno che è tragicamente vero.
       Poiché da noi si ragiona - quando si ragiona - in una prospettiva tattica e mai in una strategica, i genitori che mi contornavano, tipici esemplari da collina torinese dei roaring Eighties, erano apertamente e dichiaratamente convinti che il patrimonio di ottime relazioni sociali di cui erano provvisti avrebbe sopperito alla mancanza di cultura, e spesso anche di intelligenza tout court, dei loro rampolli.
       Il problema è che, a gioco lungo, queste scelte diventano devastanti, disastrosamente devastanti. La mitica "prevalenza del cretino", condannata a suo tempo da Fruttero & Lucentini, finisce per collocare, in tutte le posizioni di responsabilità, una massa crescente di cretini, con i risultati che abbiamo sotto gli occhi: presidenti del Consiglio che dicono "barbaria" invece di "barbarie"; economisti che non sanno fare neppure i conti della serva; incompetenti piazzati un po' ovunque. Gente che non crede nello studio, nella cultura, nell'importanza della ricerca, dell'innovazione, della necessità di cambiare di continuo, per non farsi superare dalla concorrenza, perché non ha mai avuto concorrenza, al massimo ha avuto dei rivali nella corsa alla posizione cui ambiva. Privilegiati arrivati nei posti che occupano "per grazia ricevuta". Non succede soltanto da noi, ovvio, ma da noi una condizione del genere sviluppa solo un malinteso senso di superiorità, come per il marchese del Grillo: "io so' io e voi nun siete un cazzo!". Con il corollario che chi (s)ragiona così non solo non si preoccupa di sopperire alla propria impreparazione, ma se ne fa addirittura un vanto, in quanto, nella società italiana, essere "cretini vincenti" è segno di appartenenza alla "casta", è innegabile indizio di essere "figli di un dio maggiore".
       Il disastro in corso in tutti gli ambiti della società italiana è anche figlio di questa cecità assoluta e soddisfatta, che ci sta precipitando indietro in tutte le classifiche planetarie, qualunque tipo di settore esse riguardino. Perché noi italiani, da terribili equalizzatori ed omologatori quali siamo nel nostro profondo, pensiamo di essere sempre i migliori del mondo e che il mondo stesso non possa andare avanti senza di noi. Invece ci va benissimo e ci lascia sempre più indietro. Così ci crediamo dei Napoleoni Buonaparte e in effetti realmente lo siamo: sì, ma in un manicomio, ovviamente aperto, come da legge Basaglia...

                                                                 Piero Visani

domenica 30 marzo 2014

Un destino borghese

       Arrivi - non ti aspettava, così come tu non aspettavi lei - e diventi subito la star della collezione autunno-inverno, o primavera-estate, a seconda delle stagioni.
       Parecchia noia sua, in quella fase, e forse insoddisfazioni e incompiutezze anche superiori, e così diventi "il fenomeno del semestre, o dell'anno".
       Si aspetta qualcosa da te e deve capire che cosa puoi dare. E lei prendere, ovviamente, poiché quello è il cuore di tutto.
       Siccome tu hai navigato molti mari e qualche esperienza l'hai fatta, ti aspetti qualcosa in cambio, che non è necessariamente quello cui pensano tutti in prima istanza. Semmai, è un percorso di possibile crescita comune, con esito finale auspicato, non scontato.
       Dunque fai buon viso a vari tipi di giochi, anche a quelli cattivi, e ti impegni a fondo per la maturazione del tutto, per quella che a te - e ciò dimostra inequivocabilmente che sei alquanto ingenuo - pare una possibile relazione, mentre per lei è solo una transazione commerciale. Pure squilibrata - devi ammettere - perché devi pagare molto e ottenere nulla, in nessun senso.
       La tua fortuna è che hai compiuto almeno tre volte vent'anni e quindi, dopo un periodo più o meno lungo, apri clamorosamente gli occhi e metti le carte in tavola.
         Non l'avessi mai fatto! Ti stridono ancora le orecchie per le urla belluine e le accuse sprezzanti a carico del tuo deplorevole e lussurioso materialismo. Abbozzi, finalmente sorridi, e ti chiedi - e le chiedi: "ma ci stai o ci fai?". E la domanda - inevitabilmente rivelatrice - ti spedisce nel lunghissimo elenco dei soggetti venuti a noia alla cara vivente, ma in realtà estinta.
         Per la verità, una via d'uscita ti viene offerta, poiché la mentalità borghese non ha nemici, ma solo clienti: va beh, puoi sempre rimanermi amico o possiamo collaborare sul piano lavorativo, così nel primo caso ti convocherò se e quando mi servirai; nel secondo mi "tirerai la volata" nell'eventualità che ce ne fosse bisogno, visto che non mi dispiacerebbe utilizzare a mio vantaggio il tuo patrimonio di relazioni.
          A volte, questi esiti possono provocare in te esplosioni di collera, anche e soprattutto contro te stesso, per quanto sei stato sciocco, ma poi la vita - per tua fortuna - ti fa incontrare persone più vere, meno scopertamente fasulle ed egoiste, e te ne vai per la tua strada, pensando a godertela.
         L'unico interrogativo che ti potrebbe rimanere un poco in sospeso è relativo al fatto che, per una mentalità borghese, molte cose possono costituire una transazione commerciale. Dunque ti chiedi - credo legittimamente: ma perché non "quella", la più classica delle "transazioni di genere", da che mondo è mondo?
        Ma pure su questo aspetto hai una tua risposta, anche se sarebbe assai poco da gentiluomini fornirla qui. E te ne vai verso la vita, insalutato ospite. Per fare il soprammobile c'è ancora tempo e a tutto anelo meno che a un destino borghese. Mi è stata offerta Thanatos, vado dritto vero Eros, che preferisco di gran lunga.

                                       Piero Visani
        

sabato 29 marzo 2014

Montagnes Valdotaines

      Per anni, da bambino a ragazzo relativamente cresciuto, ho amato questo inno, sebbene rappresentasse solo la metà delle mie radici (e nemmeno integralmente, perché ci sono anche abbondanti contaminazioni dalla Savoia, cioè di là dal confine).
       Però la Valle d'Aosta - da me vissuta tra Aosta, Courmayeur (per un tempo infinito) e Cogne (più di recente) - resta sempre una specie di piccola Patria, nell'accezione germanica di "Vaterland".
       Più da grande ho scoperto la Romagna, da cui palesemente derivo per cognome e carattere. Ma "Montagnes Valdotaines esercita su di me un'antica fascinazione, una specie di malia.
       Da ragazzino, capendo perfettamente il dialetto locale (il "patois"), mi divertivo un mondo, durante le vacanze di Natale o le "settimane bianche" o i weekend, a sentire i reali pareri dei maestri sulle nostre qualità sciistiche (che venivano ovviamente declinati tra loro in dialetto), o anche a orecchiare le loro tattiche per "farsi" le molte madri con prole sparse negli alberghi di "Courma" o di La Thuile, le quali, in assenza di mariti al lavoro in città, durante i giorni feriali parevano alquanto "disponibili", non appena i pargoli si addormentavano...
       E questa continua frequentazione della "Vallée", oltre ai nonni e agli altri parenti, fa della Valle d'Aosta una presenza costante nella mia vita, una serie di immagini e di emozioni del mio "album di famiglia".

                                            Piero Visani

venerdì 28 marzo 2014

Io devo - io voglio

       Appena adolescente, credo intorno ai 14 anni, lessi questo passo di Nietzsche, tratto da "Così parlò Zarathustra". Non fu una rivelazione per me, semmai la scoperta di qualcuno che diceva cose che pensavo, ma che ovviamente non sapevo esprimere con tanta lucida intensità:

"Il drago immane si chiama 'Tu devi'. Ma lo spirito del leone dice: 'Io voglio'. 'Tu devi' gli sbarra il cammino scintillante di scaglie d'oro, e gli splende su ogni scaglia 'Tu devi!'. Valori di millenni risplendono su quelle scaglie e così parla il più potente fra i draghi: 'Tutti i valori delle cose - rifulgono su di me'.
'Ogni valore fu già creato e io tutti li rappresento. In verità non deve più esistere l'io voglio'. Così parlò il drago".

       Sentendomi animato dallo spirito del leone, poco sotto lessi ancora:

"Anche il leone non può ancora crear dei valori nuovi: ma procurarsi libertà per opere nuove - questo può la forza del leone. Procurarsi libertà, opporre una negazione divina allo stesso dovere: questo, o fratelli, è il fine per il quale occorre il leone".

       Da allora, e fino ad oggi, ho cercato - nel mio piccolo - di fare il leone e, tutte le numerose volte in cui mi è stato detto "Tu devi!", non ho fatto altro che rispondere, nelle parole e nei fatti: "Io voglio!!".
      Chiunque mi conosca, personalmente o per aver letto qualche mio scritto, sa che mi sono sempre comportato così e che, anche nella vita privata, tutte le volte che ho sentito "tu devi!", ho sempre risposto orgogliosamente "io voglio!". Forse i miei comportamenti non sono un viatico di simpatia, ma - posso garantirlo - sono un viatico di assoluta indipendenza. Qualcuno mi ha preso in giro, NESSUNO mi ha mai fatto fare ciò che voleva. Non sarò molto amato - credo - ma per me è una questione di orgoglio essere uscito da molte rubriche. L'omologazione delle persone è così terribilmente "cheap"...

                                                        Piero Visani

giovedì 27 marzo 2014

Stille Nacht

       Mi capita spesso - più per inclinazione personale che per reale necessità - di lavorare o leggere o scrivere fino a notte fonda, mediamente fino alle due e anche oltre. Abito in una casa singola alquanto silente, dove la notte ha inizio una sorta di second life.
       Il mio studio è immerso nel silenzio, i miei familiari dormono e io, con il passare degli anni, ho cominciato a distinguere ogni singola componente dell'universo animale che si attiva intorno a me in queste ore notturne.
       A parte il latrare dei cani - animali che per me abbaiano mediamente troppo e che per fortuna si dedicano alla loro attività preferita da una distanza di sicurezza - la notte sento i miagolii dei gatti, lo stridore crudele e assassino delle faine, i movimenti circospetti delle volpi (queste ultime solo d'inverno), l'indaffarato via vai degli scoiattoli, il curioso girovagare dei topi, la chiassosa e distruttiva presenza dei cinghiali (in genere in gruppo), più il rumore di qualche uccello e dei pipistrelli. 
       Sono descrizioni incomplete, che faranno probabilmente sorridere un vero esperto di presenze animali, ma è quanto sento.
      Adoro il silenzio. Vivrei immerso nel più totale dei silenzi, intento solo a parlare con me stesso e con poche persone care, ma queste presenze animali, a volte generiche e indistinte al punto da far temere le incursioni di qualche ladro, sono un indizio che vivo dentro un mondo che non capisco e non amo, ma che comunque esiste. Ne prendo atto, ma mi sento estraneo a tutto. Ascolto, ma raramente partecipo. Cerco una via di fuga e spero di trovarla.

                                             Piero Visani

Auto-Necrologio

       Leggo - sul quotidiano torinese "La Stampa" di oggi - che negli USA dilaga la moda dei "self-written obituaries", vale a dire dei necrologi scritti dal "caro estinto" (lapalissianamente, "quando era ancora in vita"...).
La notizia ha acceso in me il desiderio di esercitarmi a scriverne uno, che è il seguente:

"Ho trascorso buona parte della mia vita in un Paese di purissimo guano, da cui - come vedete - sono almeno riuscito a portare via le mie ceneri, così non dovrò patire da morto quello che ho subito da vivo.
In quella cloaca a cielo aperto si è consumata la 'tragedia di un uomo ridicolo', io, e tuttavia non mi pento di nulla di quel che ho fatto, perché sono sempre riuscito a seguire il mio personalissimo codice etico.
Dopo tutto, da bambino volevo essere solo un guerriero e credo di esservi riuscito. Non ho conseguito molte vittorie, ma ho combattuto sempre e comunque, perché volevo, sopra ogni cosa, "salvaguardare l'onore". Anche ora, sono decisamente più vivo - ne sono certo - di molti che si pretendono tali".

       Un po' lungo, ma chiaro. E, in ogni caso, soggetto a nuove versioni...

                                                                         Piero Visani

Bette Davis Eyes


      Siccome mi è stato chiesto PERCHE' non mi piacesse riascoltare questa canzone, ipotizzando - come si fa spesso - che fosse una questione di melodia - tengo a specificare che sì, forse la melodia mi ricorda atmosfere passate, ma che è soprattutto il testo, come quasi sempre mi succede, a influenzarmi, farmi ricordare, disturbarmi, emozionarmi.
      Per il mio modo di ascoltare, il testo è inseparabile dalla musica, è datore di senso alla medesima, è la parte di "storytelling". E questa canzone mi ricorda una persona in particolare e il suo modo di agire:

Her hair is Harlow gold, her lips sweet surprise 
Her hands are never cold, she's got Better Davis eyes 
She'll turn the music on you, you won't have to think twice 
She's pure as New York snow, she got Bette Davis eyes 

And she'll tease you, she'll unease you 
All the better just to please you 
She's precocious, and she knows just 
What it takes to make a pro blush 
She got Greta Garbo's standoff sighs, she's got Bette Davis eyes 

She'll let you take her home, it works her appetite 
She'll lay you on the throne, she got Bette Davis eyes 

She'll take a tumble on you, roll you like you were dice 
Until you come out blue, she's got Bette Davis eyes 

She'll expose you, when she snows you 
Hope you're pleased with the crumbs she throws you 
She's ferocious and she knows just 
What it takes to make a pro blush 
All the boys think she's a spy, she's got Bette Davis eyes 

And she'll tease you, she'll unease you 
All the better just to please you 
She's precocious, and she knows just 
What it takes to make a pro blush 
All the boys think she's a spy, she's got Bette Davis eyes.


                                            Piero Visani

mercoledì 26 marzo 2014

Ricorda senza rabbia


       E così il quadro si è completato. Il diario è finito. Il ricordo fissato nel tempo e nello spazio. Rileggo, a volte con partecipazione, a volte con distacco. Mi chiedo, con una certa insistenza: "io sono colui?". E la risposta è inevitabilmente affermativa.
       Tuttavia, quando si tratta di decidere se pubblicare il tutto, anche semplicemente come e-book, i dubbi e le incertezze paiono avere la meglio sul desiderio di raccontare. Quest'ultimo c'è, innegabilmente, ma mi chiedo se qualcuno dei lettori capirebbe, se condividerebbe con me il senso di vita buttata via, e per cosa, poi?
       Forse, se la vita fosse realmente sogno, allora la mia potrebbe apparire come una esperienza onirica, relativamente interessante. Ma la vita sogno non è, e questo mio concentrato di rabbie e delusioni merita di essere pubblicato?
       A me personalmente è servito fissare una serie di vicende personali su un supporto elettronico, ma a chi potrebbero interessare? Al massimo, la sua valenza è in negativo: che cosa non fare, nei comportamenti umani; per quale ragione non farlo. Ma anche così non si tratta di un'interpretazione corretta, perché io in realtà sono contentissimo di averlo fatto. Se non lo avessi fatto, sarei pieno di rimpianti; così, invece, "I had my sentence", anche se - probabilmente - "I committed no crime".
      Dunque queste mie vicende rimarranno ancora segrete, non saranno rese pubbliche, neppure in forma traslata e "coperta". Prima o poi, tuttavia, usciranno dal cassetto e diventeranno una storia, magari in forma più romanzata, meno diaristico-cronachistica. Sarò io a decidere quando.
       Del resto, ho poco tempo: troppi impegni di lavoro e uno stimolo sicuramente irresistibile: la possibilità di VIVERE da vincitore ciò che HO RACCONTATO da "quantité négligéable", se non proprio da sconfitto. C'è ancora tempo per le mie memorie, meglio continuare a vivere (e scrivere) la mia storia personale. Ora almeno mi appassiona...

                        Piero Visani

Il vero problema

       Si leggono solo storie di suicidi, di gente sfrattata e che vive in auto o per strada, di aziende ed esercizi commerciali che chiudono, mentre i centri delle nostre città diventano una via di mezzo tra un deserto e una favela, ma il vero problema della catastrofe sociale in atto sono - per i nostri governanti, europei o nazionali - "i populismi".
      Non riesco a comprendere se dichiarazioni del genere siano attestazione di insipienza o di follia pura. Qualcuno che capisca di essere seduto sopra una polveriera no, eh? E' chiedere troppo.
       O anche accorgersi che "il migliore dei mondi possibili" possa essere tale solo per le élites finanziarie e politiche, mentre possa essere un dramma di enormi dimensioni per gran parte del resto della popolazione, è chiedere troppo - ovvio - a certi "geni" che ci governano.
       Non finirà bene, in ogni caso. Per noi questa è ormai certezza; per loro, "lo scopriremo solo vivendo", ovviamente se riusciremo ancora a farlo: è proprio questo il problema...

                                                                               Piero Visani

Ubique - Un piccolo successo

       Non ho mai creduto che l'editoria individuale e autoprodotta potesse dare risultati significativi. Devo invece riscontrare - e lo faccio con paterno orgoglio - che "Ubique", il romanzo di esordio di mio figlio Umberto, senza godere altro che di modestissimi supporti promozionali, sta ottenendo un più che confortante successo di vendite, soprattutto con la versione e-book, ma anche con quella cartacea. Il dato è molto significativo, credo, perché siamo già nelle centinaia di copie, e perché questo piccolo successo è stato ottenuto senza alcun supporto esterno, salvo un po' di promozione da parte della rivista "Mistero", qualche presentazione in libreria e ovviamente - e questo è stato fondamentale - il sostegno degli amici.
       Colgo dunque l'occasione, nel caso qualcuno avesse interesse a organizzare una presentazione del libro (o dei libri, perché c'è anche il saggio "Mondo Alieno"), a dare una nostra disponibilità di massima, ovviamente compatibilmente con gli impegni di lavoro e le distanze. E mi rendo disponibile ad accompagnare il giovane autore, così da eventualmente animare una presentazione con la mia nota vis polemica...

                                                              Piero Visani   

martedì 25 marzo 2014

A Kind of Magic

       Il segreto è tutto lì, nella magia, nell'alchimia. A volte si innesca, a volte no. Se non accade, sono dolori, se per qualcuno dei due protagonisti era una cosa vera, e per l'altro molto meno. Se si innesca, la differenza si nota subito e la clausewitziana "ascesa agli estremi" è rapida e immediata.
       Il secondo esito è tutt'altro che facile, ma qualche volta può capitare, è allora è felicità vera. Riconoscere le due situazioni e le rispettive diversità è un fatto di percezione individuale, che per me si identifica nel venir meno di qualsiasi tipo di barriera e nello sviluppo di una comunicazione olistica che non solo non può escludere ma deve necessariamente inglobare la dimensione sessuale.
       Il tutto è tutto, sempre e comunque. Non ha limiti, percentuali, distinguo, riserve di caccia o sacri pomerii. Non si può comunicare con la mente e non con il corpo, e nemmeno viceversa, se si cerca una relazione soddisfacente e integrale.
          A volte si trova la persona che comprende e condivide questi delicatissimi meccanismi, ed è facile essere molto felici con lei. Più spesso non la si trova e, se ci si ostina a cercare di farglielo capire, comincia "la ricerca dell'infelicità". Per fortuna, ogni tanto capita di trovare chi è consapevole che, in definitiva, "it's a kind of magic", e vuole condividerlo con te.
       Espresso in termini grossolani, è il passaggio dalla filosofia "platonica" al dionisiaco. Io preferisco il secondo e chi condivide con me la medesima passione, ma non ho nulla - le rare volte in cui incontro una donna realmente interessante - con le seguaci delle filosofie "platoniche": si dialoga, ci si "pesa", si comprende che i nostri obiettivi sono radicalmente diversi e ciascuno riprende la propria strada. Per me, se una donna mi piace davvero, "amici mai!". Preferisco piuttosto ricordarla per quello che ella - molto shakespearianamente - è stata per me: Much Ado about Nothing... E continuare a perseguire quel Kind of Magic che è il sale della vita e che altre donne sanno generosamente dispensare. Dopo The Comedy of Errors - per restare in metafora - il ben più gradevole, quando condiviso dai due protagonisti, As you like it. Meglio: As we like it...

                                    Piero Visani 

lunedì 24 marzo 2014

Le rose che non colsi

       Sono state un discreto numero e alcune - inutile negarlo - le avrei colte molto volentieri. Ma non volevano me, bensì un mio surrogato o simulacro, e io sono una persona del tutto ostile a mediazioni. Con tutte, ho puntato ad ottenere il massimo e, se ciò talvolta non è accaduto, non mi sento in colpa o particolarmente sconfitto. Mi sono sempre presentato per quello che sono e, se non andavo bene subito, ne ho preso atto. Più spesso, ne ho preso atto dopo un po', quando avevo avuto modo di farmi maggiormente conoscere, e mi era stata assegnata una casella nella quale stavo stretto.
       A volte, nell'uscire da queste situazioni ho anche un po' sofferto, perché sentivo buttata via la passione che avevo profuso in quell'incontro, ma - come mi è stato detto ieri da una persona molto sensibile e saggia - non potevo accettare una situazione nella quale veniva posto arbitrariamente un limite alla mia curiosità e al mio desiderio di conoscenza.
      Del tutto restio a soluzioni di compromesso, quando quest'ultimo mi è stato offerto ho preferito uscire di scena. Del resto, se la mia curiosità e il mio desiderio di fare esperienze nuove, magari anche estreme e/o inusuali, non venivano soddisfatte, che ci stavo a fare io, in certe situazioni? Non ho esigenze borghesi, non partecipo a parties, non frequento salotti, detesto il chiacchiericcio superficiale. Ne ho preso atto e sono andato a soddisfare altrove la mia curiosità, il mio gusto per la novità, il mio radicalismo. Qualche volta questi miei comportamenti sono stati oggetto di biasimo, ma io non me la sono mai sentita di spegnere così malamente il mio gusto per la diversità, quella vera. Ne sono scaturite incomprensioni anche gravi, ma non mi ci vedo proprio come "animale da compagnia". O meglio, mi ci posso anche vedere, definendo però con molta precisione i livelli di animalità e quelli di compagnia. Se c'è la possibilità di essere veri, curiosi e dionisiaci, non mancherò di essere presente. Per i "giochi di ruolo", meglio cercare altrove. Non lo dico per fare polemica, ma semplicemente perché sono inadatto.

                                  Piero Visani

L'Ancien Régime

       Non mi unirò al coro degli entusiasmi filolepenisti, non mi pare il caso. Partirei invece dalle ultime righe dell'editoriale di Massimo Nava sul "Corriere della Sera" di oggi: "Marine è riuscita, come altri capipopolo europei, a sfuggire all'esorcismo inutile di quanti si ostinano a definire populismo ed 'eurofobia' le domande di sicurezza, di giustizia fiscale, di difesa delle identità nazionali, di sviluppo e lavoro. E a predicare nel deserto sociale il verbo dell'austerità e dello spread".
       Poche righe, ma un'analisi eccellente: oggi l'Unione Europea vive un momento di gravissima crisi, in cui le "nuove aristocrazie" dell'economia, delle burocrazie e della politica, conducono un'esistenza che è RADICALMENTE DIVERSA da quella della gente comune. Non ne condividono UN SOLO PROBLEMA E SPESSO NEPPURE NE SANNO NIENTE. Hanno ottimi stipendi, prebende, relazioni privilegiate e preferenziali; non hanno problemi con il fisco, in quanto palesemente intoccabili; non hanno necessità di crearsi un mercato, in quanto vivono da "percettori", non da "produttori". E, nel caso si accorgessero che tutto questo non basta a garantire il proprio benessere, possono sempre rubare, molto spesso impunemente grazie alla complicità della magistratura.
       Il popolo - definizione che oggi comprende di tutto, dal Lumpenproletariato alla media borghesia ormai seriamente impoverita - vive un'esistenza radicalmente diversa, cerca di lavorare e di produrre, ma si accorge quotidianamente a proprie spese che è destinato a un unico ruolo, quello del pollo da spennare: i "percettori" hanno continuo bisogno di denaro e, anche se ci dicono che viviamo nel migliore dei mondi possibili, ogni giorno ci stringono un po' di più il cappio al collo.
       Questa contrapposizione frontale tra chi è ricco e privilegiato, e chi è povero e "figlio di un dio minore", in Italia non ha ancora trovato adeguati interpreti, in quanto la profonda immoralità che permea la società italiana fa sì che molti elettori abbiano paura a distruggere un sistema che in realtà è essenzialmente una "partita di giro", dove il lavoro è figlio è spesso frutto di una concessione (un vero e proprio "octroi"...) dei "percettori", non di un diritto riconosciuto ai "produttori".
       Le condizioni per un mutamento profondo ci sono tutte, ma occorrerebbe che si cominciasse a INDIVIDUARE E DESIGNARE IL NEMICO, ed a presentarlo per quello che è: non un AVVERSARIO POLITICO, ma un NEMICO che ci vuole morti, e che sta facendo di tutto per ucciderci (qualcuno lo vede, tra i nostri politici, il tremendo deserto sociale che si è creato in questo Paese?).
       E' una questione di vita o di morte, dove, per sopperire ai nostri problemi di sopravvivenza, ci somministrano ogni giorno restrizioni sempre più gravi e veleno, sapendo che a piccole dosi non è meno mortifero, ma consente di salvare la faccia...
       Abbiamo di fronte un regime, uno dei peggiori, perché è totalitario ma ovviamente - e furbescamente - cerca in tutti i modi di occultarlo, nei riguardi del quale non è più - come opportunisticamente si tenta di far credere - una questione politica o di qualità della vita, bensì una questione di vita e di morte, dove di mezzo non ci sono soltanto i nostri diritti politici o le nostre ormai scarsissime risorse economiche, ma il nostro diritto a un futuro.
Non abbiamo più pane e sappiamo che certo non ci inviteranno a mangiare brioches, quelle di cui si nutrono quotidianamente. C'è un Ancien Régime, signori miei! Posso permettermi di suggerire un ripasso di qualche libro di storia...?

                            Piero Visani                              

sabato 22 marzo 2014

Let's spend the night together

      Tra i possibili esiti di una relazione a due, quello indicato qui è uno dei più soddisfacenti e - come notava ieri una bella citazione di Oriana Fallaci - uno dei più intrinsecamente dialettici, dei più prossimi alla comunicazione totale, assoluta, integrale.
       Sfortunatamente, non tutti lo comprendono e spesso si fanno condizionare da considerazioni di vario genere, intrise di timori, sensi di colpa, repressioni e proibizionismi vari.
       Ogni tanto, tuttavia, si incontra chi queste paure davvero non le nutre, chi è vocato e votato alla comunicazione totale e senza limiti. E così, "sull'orlo della notte", una dedica a una donna vera, assoluta, consapevole, è un omaggio insufficiente ma doveroso, che lei certo apprezzerà.
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                                      Piero Visani

Giochi di ruolo

       A volte, ripercorrendo a ritroso la propria esistenza, capita di soffermarsi su persone che ti hanno colpito, talvolta anche parecchio, e che sono sparite con la stessa rapidità con cui erano comparse.
        Non sai dartene una spiegazione logica. Non ci hai litigato, ma sai che in quel rapporto, per quanto superficiale, a un certo punto si è introdotto un tarlo che, in breve, ha consumato tutto.
         In genere, si è trattato di un contrasto di direzioni: tu spingevi nell'una, lei nell'altra, e questo ovviamente - neppure troppo alla lunga - è assolutamente dirompente. Tuttavia, non puoi fare a meno di chiederti come certe empatie, che per un periodo neppure troppo breve sembravano vere e assai forti, poi si deteriorino con tale e tanta facilità da risultare assolutamente fasulle. E subentri il più assordante dei silenzi.
         Erano fasulle fin dall'inizio? A te non pare. Le interpretazioni che ciascuno dei protagonisti ha dato all'incontro sono state radicalmente diverse? Questo è certo ed è sicuramente la causa del vuoto pneumatico successivo.
        Sono situazioni che creano dolori e talvolta anche rancori, ma credo che sia giusto che si chiudano di netto, senza possibilità di recupero. Tu cercavi qualcosa di molto coinvolgente, la tua interlocutrice no. Lei ti voleva come amico, tu non fai l'amico di alcuna donna che ti piaccia. Piuttosto scompari.
       La cosa più saggia, quando si parlano linguaggi radicalmente diversi, è chiudere le comunicazioni. Una donna può giustamente non gradire un certo tipo di attenzioni. Un uomo può non gradire di essere destinato, fin dall'inizio, nel parcheggio senza uscite degli "amici eunuchi". Lei ti può trovare invadente, tu ti puoi sentire castrato. E se poi tu pensi che, se non c'è linguaggio del corpo, non c'è linguaggio dell'anima, e non vuoi vivere una relazione incompleta, è giusto prenderne reciprocamente atto.
       La vita, per molti versi, è un "gioco di ruolo". Se non ci sentiamo di interpretare la parte che ci è stata arbitrariamente assegnata, è il tempo degli addii. Avremmo potuto parlare, ma solo linguaggi frammentari e parziali, mai una koiné. E vedersi davanti agli occhi chi potrebbe essere tutto e ha scelto di essere nulla, è un esercizio incredibilmente doloroso, da terribili masochisti, per cui - se non lo si è - è giusto scomparire in silenzio.

                                        Piero Visani
        

Certe notti - 2

       E' bello viaggiare nel buio, in un'autostrada deserta, in certe notti di primavera. C'è tempo per pensare e pure per sorridere, per riflettere sugli errori commessi, le vite che ti hanno bruciato, e farsi prendere da un formidabile desiderio di ricominciare tutto, continuando a costruire, a creare, ad essere se stessi, a cercare nuovi obiettivi e nuovi stimoli.
       L'interno dell'auto è silente, non c'è musica. Per quanto utile, una colonna sonora romperebbe la sacralità di questi momenti, che sono tali in quanto uno li usa per confermare i propri percorsi esistenziali o per disegnarne altri nuovi. Se ne esce contenti, confermati, battaglieri. A volte, dopo essersi scontrati con il massimo dell'aridità interiore altrui, la sorte ti spinge in altre direzioni - dove la vita pulsa continuamente e con intensità assoluta, e dove l'interesse è un termine riferito a tutte le forme espressive, non all'economia o alla carriera... Ne prendi atto con soddisfazione e la strada davanti a te, nella notte nera, si fa improvvisamente più stimolante. Non c'è niente di più eccitante che scoprire che c'è anche chi ti regala terre promesse, e le mantiene...
       Certe notti è bello scoprire che non solo "chi si accontenta gode così così", ma che per di più lo fa pure da onanista. E tu invece NON ti accontenti mai e sei dionisiaco. E vai più che mai verso la vita.

                                                                                 Piero Visani
                 

venerdì 21 marzo 2014

Le passanti - 2


       Una persona amica mi chiede quali siano le precauzioni che ho preso nei riguardi di certe "interessate passanti", in modo da poter fare come me e cautelarsi a propria volta. La mia risposta è semplice, da persona che lo ha appreso a proprie spese: ricercare sincerità e verità, ricercarle con estrema applicazione; non farsi ingannare dalle apparenze o dal fumo gettato deliberatamente negli occhi; capire se c'è apprezzamento reale o solo interesse personale passeggero, nutrito di varie "arrière-pensées". Ricordarsi che i rapporti con le persone in reale empatia con noi stessi maturano in fretta e si sviluppano verso l'alto, mentre le "passanti" sono sempre sfuggenti, evasive, irreperibili. Sei sempre "back to square one", con esse.
       Loro infatti lo sanno benissimo che sono lì per passare, dopo aver arraffato il più possibile; oppure per lasciarti fermo lungo un circuito - il loro - dove poter ripassare se e quando servi. 
       Non a caso, uno può intrattenere rapporti di vario genere, nel corso della propria vita, ma con quante "passanti" ha conservato forme anche modeste di contatto? Esaurita la "presa di interesse" e la "presa in giro", servono altri "polli" da spennare. Tu hai già dato e non servi più. Sei al più un "Kentucky Fried Chicken". E peggio per te, ovviamente. O - a ripensarci bene - meglio per te...

                                                              Piero Visani
   

Le passanti

       Sono stato avvicinato, nel corso della mia vita, da un discreto numero di "passanti" (nell'accezione di Brassens/De André). La differenza fondamentale - rispetto alla canzone - è che si avvicinavano loro, non io. Non ho mai realmente compreso perché lo abbiano fatto e da tempo ho smesso di chiedermelo. Ho le mie opinioni, in proposito, ma le tengo per me: nessuna è particolarmente elogiativa, anzi...
       Le esperienze fatte mi hanno indotto a grande cautela, perché le passanti - a differenza di un certo passato - vogliono sempre e solo passare, spesso e volentieri portandosi via pezzi interi di una persona. Ho preso le mie precauzioni... e funziona!

                                               Piero Visani


Peter von Hohenfall

       Sto scrivendo, per conto di uno studioso straniero mio amico, un piccolo "background work" sulla defenestrazione di Praga (1618).
       Siccome sono stato anch'io vittima a suo tempo di un evento analogo, sempre per mano "locale", mi identifico - nel descriverne le vicende - con i tre involontari protagonisti, peraltro tutti sopravvissuti alla defenestrazione, e mi auguro di poter essere - come uno di loro - gratificato del titolo nobiliare di "von Hohenfall" (devo ancora capire se ironico o autoironico...).

         "Peter von Hohenfall" [letteralmente "Piero della caduta dall'alto"], in ogni caso, mi piace molto, mi si attaglia. Per un certo periodo, forse avrei potuto perfino firmarmi così, in stile "il lutto si addice ad Elettr[o]"... Ora, invece, potrei continuare ad adottare quella firma nello stile dell'intera vicenda: "True lies"...

                                           Piero Visani




giovedì 20 marzo 2014

Lettera aperta agli aspiranti suicidi

       E' incredibile come, in un Paese dove si trova sempre una scusa o una giustificazione per le nequizie di chiunque, l'assoluta indifferenza con cui si accolgono le notizie, ormai pluriquotidiane, relative ai sempre più numerosi suicidi per disperazione economica o fiscale.
       Da una parte LE PAROLE: Matteo Renzi, il governo, il futuribile, quello che si farà e naturalmente si deve ancora fare. Dall'altra I FATTI, il continuo sommarsi di tragedie quotidiane, di gente indotta dalla disperazione e dalla mancanza di un futuro a gesti estremi, senza ritorno.
       Ma non c'è sdegno: ce n'è molto di più se uno solidarizza con la politica estera o con le scelte di costume di Putin, per fare solo un esempio. Per i morti di casa nostra, silenzio. Le riserve di solidarietà sono già state spese per qualsiasi altra categoria. Per i disperati da economicidio, "pietà l'è morta".
       Potenziali suicidi - vi prego - non aggiungete alle beffe il danno, non regalate le vostre vite a chi ve le ha già tolte! ANDATE A RIPRENDERVELE! Potrete finire male, ma non peggio di come siete finiti, E NON DA SOLI. E magari, grazie al vostro esempio, prenderemo tutti coraggio, smetteremo di tacere e subire, ci ricorderemo che non siamo sudditi o schiavi ma cittadini, con fondamentali diritti di cittadinanza che continueranno ad essere calpestati, se non cesseremo di lasciare ai nostri assassini il diritto di ucciderci (o di spingere a suicidarci) impunemente!

                                Piero Visani                          

L'amicizia

       Che cos'è l'amicizia, in quest'epoca distratta e superficiale? Sul versante dei rapporti tra i sessi, la questione è relativamente semplice: quando un uomo viene "caldamente" invitato da una donna a esserne solo "amico", ha già compreso il destino eunucoide che lo attende e può farsene una ragione: o accetta quel tipo di rapporto tra repressi, salvo magari accorgersi che, per di più, funziona pure "a tassametro", nel senso che, se è un soggetto potenzialmente utile, allora è possibile che la donna si rivolga a lui più o meno frequentemente, mentre, se è ritenuto "inutile", spesso e volentieri scompare anche dal novero degli "amici" della medesima; oppure può andarsene tranquillamente per i fatti suoi, insalutato ex-ospite. E fin qui, tutto chiaro: uno comprende la natura assolutamente "disinteressata" di certi soggetti e si mette il cuore in pace, sapendo che lui ne ha uno, di cuore, mentre lei ha altre priorità, per così dire...
       Più complesso è il rapporto tra soli uomini, dove l'abuso del termine "amico" è sempre più frequente e i contenuti dell'amicizia sempre più superficiali, vuoti, diretti solo dall'interesse. Niente empatia, niente "idem sentire", solo convergenze saltuarie di interessi, che si aprono e si chiudono con grande celerità. Non c'è niente di male in tutto questo, in quanto il mondo è da sempre mosso dall'interesse, ma sarebbe bello - direi auspicabile - poter tornare a chiamare questi rapporti "conoscenze", non "amicizie". Si restituirebbe a quest'ultima la sacralità che purtroppo ha perduto e che, per chi ci credeva, riempiva i cuori.

                                                                     Piero Visani