sabato 31 maggio 2014

Jean-Toussaint Arrighi de Casanova, Duca di Padova


       Cugino d'acquisto di Napoleone Buonaparte, Arrighi di Casanova (1778-1853), di famiglia della piccola nobiltà corsa, scelse la professione delle armi e sviluppò la propria carriera all'ombra del celebre e potente cugino.
       Nel 1806, avendo Napoleone deciso di ampliare la cavalleria della Guardia imperiale con un reggimento di Dragoni, posto sotto l'egida dell'imperatrice Giuseppina (ciò che valse loro il soprannome di "Dragoni dell'Imperatrice"), ne nominò colonnello lo stesso Arrighi, che esercitò tale funzione di comando per circa due anni.
       Nel 1808 egli venne nominato Duca di Padova e successivamente - promosso al grado di generale - prese parte a tutte le campagne napoleoniche, fino a Waterloo.
       Uomo di indiscussa presenza ed eleganza, si dice che abbia saputo tenere apprezzabilmente testa all'impegnativo cognome che portava (Casanova...).
      L'illustrazione di cui sotto lo ritrae nella magnifica divisa da campagna di comandante dei "Dragoni dell'Imperatrice".

                                            Piero Visani

Tempo di pagelle

       Fine anno scolastico ormai imminente, tempo di pagelle. Io per la verità sono abituato alle pagelle e ai brutti voti tutto l'anno, ma devo riconoscere che in questo periodo le pagelle si intensificano e i brutti voti fioccano.
       Che dire? Forte del fatto di essere pervicacemente egosintonico, prendo atto e archivio, tanto le cause delle mie pessime prestazioni nella scuola della vita mi sono note da circa mezzo secolo: eccesso di radicalismo, scarsa inclinazione a piegarsi ai desiderata altrui, nessuna inclinazione a legare l'asino dove vuole il padrone (mi riesce difficile anche solo pensare di avere un padrone...), tendenza ad agire in estrema autonomia, etc. etc.
       Sotto il profilo lavorativo, forse avrei potuto ottenere di più e di meglio, ma comunque mi sono garantito una totale indipendenza, per cui non sono comprabile e non ho bisogno di leccare le terga ad alcuno per avere un posticino, una prebenda, una commessa pubblica. Me la cavo da solo, in piena autonomia. Qualcuno mi dice che dovrei essere più dialettico e "moderato", ma non ci penso proprio, anche perché non ho proprio niente da insegnare ad alcuno. Ogni tanto esprimo la mia opinione: se piace, bene; se non piace, anche meglio.
       Sotto il profilo personale, il mio gusto di assoluto mi ha creato parecchi guai, per cui ho raccolto un invidiabile numero di calci nelle terga, ma mi è valso anche enormi soddisfazioni, in quanto, rifiutando programmaticamente di mediare con chi mi voleva diverso da quel che sono, ho finito per riuscire a incontrare le (poche) persone che la pensano come me, nei diversi campi, e con queste mi riconosco e mi identifico. Con loro riesco ad essere me stesso, con le altre sarei un uomo a metà, e a me non piace. Non faccio né la ruota di scorta né il pneumatico sgonfio; non sono convocabile "a richiesta" e quando faccio comodo, ma solo se mi si accetta per intero.
       Non sono un soggetto da mediazioni, sono un tipo da "prendere o lasciare". Ho subito molti abbandoni, ma ho fatto quelle 3-4 conoscenze che ti cambiano in meglio la vita. Con loro, posso andare ovunque: il nostro è un legame di empatia, non di interesse. Non devo mediare per far piacere ad alcuno: siamo perfetti esempi dell' "arte dell'impossibile" e ci riconosciamo reciprocamente per questo. Un sentito grazie a queste poche persone, che mi hanno illuminato e trasformato la vita.   

                                 Piero Visani
                                 i

venerdì 30 maggio 2014

Incomunicabilità

       Leggere i miei diari è sempre un esercizio a cavallo tra l'amarezza e il divertimento. Emerge chiaramente, infatti, quante volte io abbia tentato di parlare, di intavolare dialoghi, di conoscere e farmi conoscere. Ed emerge altresì quante volte tale mio sforzo sia stato respinto, ridimensionato, ristretto, condizionato.
       Da questi resoconti quotidiani emergono ire, collere, frustrazioni, che sul momento mi sono costate sofferenze notevoli, ma che ora, rileggendo un po' alla volta e anche andando indietro nel tempo, mi fanno (moderatamente) divertire e portano alla luce un dato che mi fa riflettere: la mia capacità comunicativa non deve essere eccelsa, e meno ancora deve esserlo la mia capacità di farmi capire, perché una parte non indifferente della mia vita è una storia di difficoltà di dialogo, relazionali e di comprensione reciproca.
       La cosa un po' mi fa male, perché il mio impegno è sempre diretto in senso esattamente contrario, ma gli esiti parlano chiaro: non mi faccio capire e non mi capiscono. Ne ho preso atto da tempo, ma è sempre brutto dover fare i conti con determinate constatazioni, poiché insinuano in me qualche vago senso di colpa.
       In realtà, malgrado questo, io mi sento parecchio a posto con la coscienza, poiché ho sempre cercato di fare e dire tutto quello che pensavo potesse essere utile fare e dire, ma forse con alcune persone non sono mai stato sulla stessa lunghezza d'onda.
       Anche in questo caso, come in tanti altri aspetti della mia vita, si nota una netta polarizzazione, quasi una contrapposizione frontale tra chi mi apprezza a prescindere e chi, sempre a prescindere, mi detesta.
       Forse tutto nasce dalla mia scarsa propensione alla mediazione, ma in fondo, se sono rimasto tale fino alla mia non più verde età, una solida motivazione di fondo ci deve essere: ho sempre voluto, direi preteso, essere me stesso e, tutte le volte che ho deciso di comunicare me stesso, non mi sono presentato a spizzichi e bocconi, ma con un palese invito a prendere o lasciare. Mi è capitato di essere molto più lasciato che preso, ma a gioco lungo posso vantare di aver salvaguardato la mia identità e di avere poche relazioni o amicizie, ma solide e profonde, e fantasticamente olistiche.
       I "passanti" o "le passanti" ci sono state, ma volevano qualcosa che io non potevo e volevo dare loro: una parte di me, più o meno grande (ma forse sarebbe più corretto dire più o meno piccola...).
       Così, rileggo questi diari, queste cronache minute di ciò che è stato, e ritrovo qualcosa che mi inorgoglisce assai, un costante impegno di coerenza con la mia visione del mondo e un grande impegno al dialogo; un dialogo che spesso si è fermato perché presto si è trasformato in un monologo mio, privo di qualcuno che mi ascoltasse o in un rifiuto dialettico altrui, dato che mi venivano proposte solo soluzioni preconfezionate.
       E allora leggo, ricordo, e penso che molto spesso io ho tentato di vivere, ma non sempre ho incontrato chi nutrisse il mio stesso amore per la vita. Con tali soggetti, per quanto pochi, il dialogo è sempre aperto, con reciproca - credo - soddisfazione. Quanto agli altri, tanti ma non spiacevoli brief encounters, di cui mi restano recriminazioni (mie), rimproveri (altrui) e tonnellate di incomunicabilità e incomprensioni. I diari mi danno grande conforto, in questo senso, perché mi ricordano (e mi attestano) che quanto meno a dialogare ci ho provato, talvolta anche al di là del limite della ragionevolezza.

                                 Piero Visani

La pena di morte


       Seguo con interesse lo stillicidio quotidiano dei "suicidi da crisi" e ho notato che l'interpretazione fornita dai media è spesso incentrata sul fatto che questi soggetti "deboli" si sono dati la morte in quanto incapaci di reggere il confronto con l'evoluzione economica.
       A parte il fatto che fare impresa in uno Stato che ti grava sulle spalle con un peso dell'87% appare quanto meno difficile, quello che sorprende maggiormente è la mancanza di qualsiasi riflessione seria su questo darsi la morte.
       In un Paese dove se uno uccide tre persone con l'auto va ai domiciliari; dove la pena di morte è giustamente considerata una crudeltà ingiustificabile e dunque non praticata neppure contro gli acclarati autori dei delitti più efferati, magari a carico di bambini; dove stai in galera se hai commesso reati del peso di quelli commessi da Fabrizio Corona, altrimenti puoi star sicuro che o esci subito o esci presto, questa totale "nonchalance" nei confronti di chi si dà la morte per disperazione è davvero interessante e istruttiva.
       Al di là delle "lacrime di coccodrillo" di prammatica, non credo manchi molto al giorno in cui i commenti dei media nei riguardi dei poveri "suicidi per disperazione" saranno: "Te la sei cercata? E ora te la tieni!". Sei un "debole" in un mondo di "forti", peggio per te!".
       Il terribile problema del "buonismo" contemporaneo è che è buono solo con se stesso e con chi condivide le sue perversioni culturali e ideologiche; con gli altri, per contro, un po' meno, anzi è molto selettivo e discriminatorio. L'assoluzione è concessa a tutti, dai pluriomicidi agli assassini di minori. I suicidi, invece, qualche colpa ce l'hanno. Non erano all'altezza dei tempi, non ne avevano colto lo spirito spregevole, mistificatore e criminale. Dunque meritano la morte.
       La grande saggezza della cultura dominante sta nel non comminargliela, ma nel costringerli a darsela da sé: forma diversa, sostanza uguale. E verginità "buonista" ovviamente salva.
       Salva...?

                              Piero Visani

giovedì 29 maggio 2014

L'Italia della "speranza"...


       La presentazione dell'annuale rapporto ISTAT fornisce un'immagine precisa dell'Italia: un Paese dove nascono sempre meno bambini, dove i vecchi sono sempre più vecchi, dove i giovani fuggono a gambe levate, dove ci sono oltre sei milioni di disoccupati e dove una delle attività individuali più praticate è il suicidio.
         "Le magnifiche sorti e progressive", verrebbe da dire, ma si sarebbe "rabbiosi e pessimisti"...
       Credo che, per una volta, l'analisi renziana sia corretta e non bugiarda o elusiva, com'è abitualmente. Esistono infatti due Italie, quella di coloro che hanno e quella di coloro che non hanno, e agli appartenenti alla prima - in apprezzabile attestazione di sincerità - non importa una cippa di quello che succede agli altri.
       E' la "Sinistra solidarista" al suo meglio, quella impegnata nella costruzione di un regime plebiscitario dove, per chi dissente, si propongono soluzioni diverse, dall'arrivo di Equitalia alle commesse riservate agli "amici degli amici", al "voto di scambio" con grandi e piccoli beneficiati.
       Nulla di particolarmente scandaloso, per un regime che vira sempre più al "totalitarismo dolce", a parte la constatazione di aver reso sempre più ampio il numero di italiani che sono realmente "esuli in patria" e che non godono di pieni diritti di cittadinanza.
       La costruzione di un'egemonia su un Paese vecchio, impaurito, ignorante e poco o punto aggiornato su qualsiasi tema, è sicuramente un obiettivo molto miope, per chi guarda un po' più in là del proprio cortissimo naso, ma tutti i regimi che si autoalimentano vivono di questa osmosi tra quanti possono godere un'esistenza da "beati possidentes" e quanti si devono accontentare di benefici minimali, "octroyés" al fine di creare consenso.
       In definitiva, è proprio l'Italia della "speranza", speranza della pensioncina, dell'elemosinina (80 euro), della disoccupazione totale cui sopperire, quando va bene, con il precariato assoluto (a 2-3 euro l'ora) o addirittura con le "corvées" prestate per ottenere il favore del potente di turno.
       E' un peccato che gli italiani abbiano la memoria corta e non conoscano la memoria storica, perché i passi che sono stati compiuti sulla strada della libertà, della democrazia, dell'uguaglianza di condizioni e di opportunità sono stati realmente formidabili, negli ultimi decenni...
       Il problema vero in realtà sono solo io, la mia "rabbia", il mio essere un "ribelle senza una causa", il vedere come clamorosamente vuoto un bicchiere che invece è pieno, pienissimo. Siccome cerco di non essere mai volgare, eviterò di dire di cosa..., tanto milioni di voi stanno bevendo con me e il gusto è inconfondibile, vero?

                                     Piero Visani

E lasciamo che si tocchino...!

       Una delle peggiori iatture che può essere capitata a chi - come me - è nato in un ambiente piccolo borghese e poi ha fatto qualche gradino all'insù nella scala sociale, e soprattutto per lavoro ha frequentato ambienti alto-borghesi, è stato doversi sorbire i discorsi politici della borghesia stessa, i quali - fatte salve ovviamente le dovute eccezioni - sono in genere di una pregnanza pari ad affermazioni come "non esistono più le mezze stagioni", "è una ruota che gira", "vedrai che quando maturerà capirà anche lui" (io per mia fortuna "non ho ancora capito", ma so bene di essere più stupido della media...).
       Ricordo un numero incredibile di pranzi e cene definibili - à la Antonio Conte - come "agghiaccianti, signori miei, agghiaccianti". Io tacevo sempre (voi parlereste in un porcile, e chi vi ascolterebbe...?) e mi "godevo" fantastiche geremiadi in politica estera e interna, In politica estera, sembrava di assistere a una mal riuscita partita di "Risiko": "gli americani faranno così, i russi faranno così; i cinesi, eh sì, loro sono miliardi; gli arabi ricchi, islamici e con quattro mogli" (qui veniva sempre fuori, dagli uomini, una punta di invidia...).
       In politica interna, invece, il motivo ricorrente era sempre e soltanto uno: "caro commendatore, la verità è una sola, gli estremismi si toccano. Fascisti e comunisti, stessa orribile genia. Gente senza creanza, così volgari. E poi violenti, sempre violenti" (non come voi - pensavo io - che sapete uccidere con molta maggiore raffinatezza...).
       Questa è stata la mia sofferenza di lunghi anni di incontri conviviali o salottieri. All'inizio soffrivo, ma non dicevo mai nulla. Poi, diventando prima maturo e poi anziano, sorridevo con educata degnazione, sempre senza profferire parola. Il motivo l'ho appena spiegato. Al massimo, canticchiavo tra me e me - senza venire meno alle regole della buona educazione, è ovvio - Piggies, dei Beatles.
       Mi immaginavo - questo sì - quanto sarebbe stato bello che gli estremi si toccassero e devo dire che, senza neppure troppo sforzo, qualche "conoscenza" in partibus infidelium sono pure riuscito a farmela, grazie alla "disponibilità" di "compagne" open minded...
       Ora però il problema da personale è divenuto politico, nel senso che gli anni sono passati, le vecchie contrapposizioni frontali sono sfumate e ci si è cominciato a rendere conto, ai punti più laterali dello schieramento politico (dire "estremi" non mi piace granché), che sarebbe assurdo continuare a scannarsi facendo il gioco di un nemico che ha modificato varie volte il proprio volto, ma che rimane sempre quello della concezione borghese della società, quella dove tutti i valori sono economicistici e dove vali in quanto hai, non in quanto sei.
       Ne consegue che, nel momento in cui da più parti si riflette sulla necessità di procedere alla ridefinizione del "nemico principale" (penso ad esempio alle illuminanti e condivisibilissime riflessioni di Diego Fusaro sul tema), sia infine giusto raccogliere le esortazioni dei nostri "cari amici" borghesi e andare a "toccarsi", di modo che essi - tra qualche anno, o decennio o quando sarà - possano dire: "caspita, si sono toccati, pure a fondo, e sono anche riusciti a partorire qualcosa di nuovo. E ora sono cavoli amari, per noi!"
       Non vi sembra un bel programma, uno dei migliori possibili? Magari io a quelle riunioni conviviali non parteciperò più, ma ci potrà sempre andare mio figlio (nel caso, forse improbabile, che lo invitino) e godere pure in vece mia.
      Orsù, dunque, cari estremisti di tutto il mondo, tocchiamoci e uniamoci! Che cosa c'è di più bello che far arrabbiare i "moderati", gli apologeti del denaro, dell' "ipocrisia ben nota", della schiavitù e dell'ordine (quello dei cimiteri e delle pance piene, le loro...)?

                              Piero Visani





                                                        

mercoledì 28 maggio 2014

Grand Hotel

       L'osservazione è assai banale, ma la vita somiglia davvero alla lobby di un grand hotel. Gente che va, gente che viene...
       Fosse per me, la lobby del mio hotel sarebbe molto grande e dovrebbe consentire, magari cercando un po', di trovare le persone che hanno diviso il mio passato, nel bene come nel male. La vita, però, non si piega ad assecondare i miei desideri, per cui resto nella lobby, a guardare chi se ne va, o a ricordarlo, e ad osservare chi viene.
       Di norma, sono molto solitario, ma non mi rinchiudo mai di fronte a volontà di dialogo. Cerco solo di capire - l'esperienza me l'ha insegnato - se si tratti di volontà autentiche o interessate, perché delle seconde sono molto diffidente. Promettono paradisi e recano solo dolori, grandi o piccoli. Tuttavia, non intendo rinchiudermi in me stesso. Sono pieno, direi saturo, di amarezze - questo è vero - ma non sono chiuso al mondo. Tra mille persone sbagliate, ci può essere quella giusta, quella che ti regala un sorriso, un lavoro ben fatto, una gentilezza, una delicatezza, l'apporto della sua intelligenza o della sua cultura, la sua dolcezza e mille altre piacevolezze. Ho perso molto tempo a inseguire miraggi, archetipi, sogni. Non ne sono pentito. Li credevo veri. Non lo erano. Sono più attento alla verità, da un po' di tempo a questa parte e quest'ultima - come qualunque anche modesto cultore di Gramsci sa bene - è sempre rivoluzionaria, cioè muta gli assetti, le relazioni, le cose. Non è statica, ma incredibilmente dinamica, anche se molti preferiscono fingere di non accorgersene.
       Sono sempre molto ferito, forse perché ho dato molto di più di quello che ho ricevuto, ma è la vita che mi ha ferito e comunque ho chi mi medica.

                      Piero Visani



                           
      

martedì 27 maggio 2014

I "diffusori di pubbliche virtù"


       Come soggetto risolutamente e convintamente dionisiaco, detesto le prediche, in genere opera di chi sa fare tutto meno che riuscire a vivere fino in fondo.
       Detesto le rinunce, specie se consigliatemi da quelli che mangiano sulle mie spalle e alle mie spalle.
       Detesto l'accusa di essere diffusore di pensieri violenti, perché non ho mai compito atti violenti e non ho mai tolto il diritto alla vita ad alcuno, anche se, per toglierlo, mica serve una violenza manifesta e rivendicata, basta un subdolo strangolamento progressivo.
       Sono notoriamente irragionevole e me ne vanto, perché in tal modo, a partire dai 35 anni o giù di lì, hanno smesso di darmi "buoni consigli", sapendo dove avrei mandato chi me li dava e cosa avrei fatto dei di lui consigli.
      Infine - e mi permetto di iterare una considerazione appena espressa - anche se ormai sono totalmente e convintamente anarchico, FATICO TERRIBILMENTE A PENSARE CHE, SE UN POPOLO VIENE STRANGOLATO DA PERSONE "RAGIONEVOLI, MODERATE E ILLUMINATE", ALLA FINE RISULTI "MENO MORTO".
E' la sempiterna logica demoliberale: siccome ti uccido "in nome del Bene", NON TI SENTI UN PO' MEGLIO, FIGLIOLO...? Non ti senti un po' meno morto?
Essere uccisi, d'accordo. Non essere presi per i fondelli è chiedere troppo?

                    Piero Visani

lunedì 26 maggio 2014

Tutto va ben, madama la marchesa, tutto va ben...


       Mi sono beccato non pochi rimbrotti, dagli amici, per avere detto e scritto che dei "ludi cartacei" non mi potrebbe importare di meno. Il fatto è che io da decenni ho acquisito la convinzione che, se si fosse votato il 24 luglio 1943, il PNF avrebbe fatto il pieno dei consensi...
       Da allora, la mia unica determinazione è stata quella di dimettermi, in varie forme, da italiano. La confermo.
       Gradirei solo che non mi si rompesse l'uzzolo, in attesa del prossimo "ludo", con le giaculatorie su "troppe tasse", "tutti rubano", etc. etc.
       Per dirla all'americana, il grande vincitore di questa elezione è il ticket Renzi-Greganti, e gli sono bastati 80 denari (lordi...) per comprarsi un popolo (popolo...?). Chapeau!!

                             Piero Visani

domenica 25 maggio 2014

Ch-ch-ch-changes...

       Una persona a me molto cara mi riempie di lodi per come avrei saputo modificare in positivo il suo atteggiamento nei riguardi del mondo.
       Ne sono lieto e sorrido, ma mi permetto di farle presente che è la sua voglia di cambiare, di guardare intorno a sé con estrema apertura, che ha facilitato l'esercizio di un influsso - credo positivo - da parte mia.
       Molte altre volte, il peso della mia forte personalità, la mia capacità maieutica, la pervasività dei miei comportamenti e orientamenti mi sono valsi condanne senza appello e anche qualche damnatio memoriae.
       Me ne sono fatto, con il tempo, una ragione. Io amo mettere le persone a confronto con se stesse, quando si relazionano con me. E qui sta il problema, in quanto, se la relazione con me potrebbe anche essere relativamente facile, quella con se stesse non lo è mai. Quanti amori ho perso perché nessuna delle donne incontrate voleva guardare dentro di sé, e tanto meno voleva farlo con me? Ma non ho desistito, io ho una forte personalità. Non sarò rimpianto - ovvio - ma non rimpiangerò. Buttare via il Sublime, cioè me, è più che un delitto, è un errore...

                           Piero Visani



Battaglie

      Al duca di Wellington viene attribuito il detto che non ci sarebbe nulla di peggio, nella vita, di una battaglia vinta, salvo una battaglia persa. Sarà anche vero, ma i sentimenti che si provano quando si vince sono decisamente diversi da quelli che si provano quando si perde.
        Per restare al dato minimale, il sangue che si è sparso è altrui, non è il tuo. A me non pare così poco.
     Inoltre, in tempi di sempiterne guerre civili, colpire l'inimicus (il nemico interno) - per riprendere la classica distinzione schmittiana - è infinitamente più soddisfacente che colpire l'hostis (il nemico esterno), che in fondo è solo un combattente come te, non un finto amico che ti vuole mentire, tradire, prendere in giro, colpire alle spalle. Anyway, don't tread on me. It's safer.

                                 Piero Visani


sabato 24 maggio 2014

La notte

       Il giorno è dedicato agli altri, alle relazioni, alla dimensione sociale. La notte è dedicata a se stessi, al dialogo con il proprio io, alle riflessioni su ciò che è stato. Il silenzio avvolge tutto e il buio della notte fa vedere tutto più chiaro.
       Si può parlare con sé, analizzare dolori e gioie, verificare dialettiche e incomunicabilità. Si può scrivere, scrivere cose che avresti voluto pubblicare ma che ora preferisci tenere per te, insieme alle tue ferite presenti, passate e future.
       La notte è madre, consolatrice, immagine della "fatal quiete".
        La notte è "quel che resta del giorno"...

                               Piero Visani


Commento a "The great Pretender"

       Le persone, in genere, NON ti vogliono vedere per quello che sei, ma per quello che vogliono che tu sia. Il "Grande Impostore" fa azione di prevenzione, in tal senso, così restano solo i veri curiosi, auspicabilmente amanti della verità, a farsi avanti... Adoro i veri curiosi, sono come me: cercano di farsi largo tra le cortine fumogene e non cercano dimensioni sociali, ma umane. Ne ho incontrati molto pochi/e, ma li ringrazio tutti/e. Con loro si è vissuto, non vegetato. E almeno possiamo dire che ci siamo conosciuti, ciascuno per quello che era, è e sarà. Non per quello che avrebbe dovuto essere. I curiosi, quelli che amano scavare nel profondo e non si contentano della patina delle superfici, sono spiriti liberi. Cercano di conoscersi davvero, non di fare transazioni economiche e/o sociali. Sono una piccola grande gioia esistenziale.

                         Piero Visani

giovedì 22 maggio 2014

(Non) sono come tu mi vuoi


       Ogni tanto mi arriva addosso un anatema, grande piccolo che sia. E' una costante della mia vita, da quando avevo 14 anni, e ha riguardato tanto la vita personale quanto quella professionale. 
       Ne ho raccolti non pochi e ho continuato a comportarmi come ritenevo giusto, senza portare il cervello, e tanto meno il portafoglio, "a bottega"...
       Non ho raccolto molte simpatie e sono stato oggetto di non pochi anatemi, ma io non volevo essere un soggetto "comodo", bensì me stesso. Ci sono riuscito alla grande, per di più senza cumulare incarichi, pensioni e vitalizi. Ho potuto così mantenere la mia autonomia intellettuale e una lingua assai puntuta, sia perché ho sempre avuto un timore folle di "nascere incendiario e morire pompiere", sia perché ho una repulsione quasi fisica per essere considerato una persona "perbene". No, io sono "per male", convintamente e cocciutamente "per male", e non intendo finire, nemmeno in età assai matura, in un "ritratto di un'ipocrisia in un interno"...
       Prendere o lasciare: è la mia filosofia di vita, in qualsiasi campo. Se non piace agli altri, pazienza! Piace molto a me.

                      Piero Visani

"Sympathy for the Devil" - La Top Ten


       Dei circa 35.000 "contatti" che ha avuto il mio blog personale, "Sympathy for the Devil", per un totale di oltre 1.150 post, questa è la attuale "top ten" dei post letti. La trovo divertente, e la propongo:

1) "It just like starting over", 563 (non credo faccia testo, è la pagina di ingresso)
2) "Quantum mutatus ab illo!", 110
3) "Non, je ne regrette rien", 105
4) "Umberto Visani, Ubique", 90
5) "La rivolta di Pasqua (Dublino 1916)", 79
6) "L'istinto di conservazione", 69
7) "La verità è sempre rivoluzionaria", 68
8) "JFK e lo zio Adolf", 65
9) "Le donne accoglienti", 63
10) "Isbuscenskij", a pari merito con "Toglietemi tutto ma non il superfluo", 62

       Se ne può dedurre un equilibrato mix tra argomenti di carattere generale e temi personali, a dimostrazione che i lettori hanno compreso la duplice natura del blog, del che li ringrazio.

                         Piero Visani

mercoledì 21 maggio 2014

Sparire

       Sparire è una delle attività che maggiormente si confanno alla mia indole. Quando le situazioni si fanno pesanti, l'aria diventa irrespirabile, la sensazione di essere sopportati si accentua, non c'è nulla di meglio che prendere atto di quello che si è - persona non grata - e volare alla ricerca di nuovi approdi, di nuovi lidi.
       Non si tratta di un sentimento che riguardi esclusivamente la vita personale; anzi, investe in profondità anche quella professionale. Nei due casi, quando si dà fastidio a qualcuno, meglio togliersi autonomamente di mezzo.
       Può succedere - a me è successo - che uno senta la necessità di rincorrere persone cui teneva, ma il problema delle "minestre riscaldate" è che sono solo un'utopia individuale, quasi mai ricca di riscontri nel reale. Tuttavia, esse hanno un pregio: di aprire definitivamente gli occhi anche a chi li aveva (molto) chiusi e pure foderati di prosciutto. E così la seconda sparizione è quella definitiva e infine senza rimpianti.
       Del resto, chi come me scrive, chi si proietta quotidianamente sulle pagine di qualcosa, non sparisce mai del tutto e neppure muore, perché può sempre essere riletto, può lasciare traccia e memoria di sé, dei propri pensieri, speranze, aspirazioni.
       Io rileggo spesso le cose che scrivo e, se esse si riferiscono a eventi ormai lontani nel tempo, ritrovo emozioni e percezioni di un attimo, di una sera, di una cena, di un amore, di una passione. E' la mia personale forma di immortalità, e la coltivo con grande dedizione: a parte ciò che pubblico, ho diari personali che mi ricordano esperienze non meno personali. 
       Non ho mai pubblicato niente, o non ho ancora pubblicato niente, perché ritengo che i miei racconti non interessino ad alcuno, ma forse, prima o poi, cambierò idea. Pezzi di vita buttati via potrebbero essere in tal modo recuperati, ma io, in fondo, preferisco sparire, concentrarmi su me stesso e su chi mi vuol bene, per compiere - con loro e per loro - l'ennesima epifania. A ben guardare, la mia vita è molto simile a quella di un'Araba Fenice, e forse io l'ho amata e la amo proprio perché è stata così: ho vissuto morendo tante volte, ma agli altri, mai a me stesso e a chi mi ama davvero. Forse era proprio quello che cercavo.

                                  Piero Visani


      

Il cammino di ogni speranza

       Si nasce da soli, si muore da soli. Spesso si vive anche, da soli.
       E' facile? Difficile? La mia risposta personale non conta.
       Posso solo raccontare che cosa ho cercato di fare: ho tentato di sviluppare delle relazioni vere, con chiunque mi interessasse, nella vita. Talora la fortuna mi ha assistito, talaltra no. Però posso dire di non aver mai avuto problemi con chi parlava un linguaggio uguale al mio, una koiné condivisa.
        Purtroppo, ciò è accaduto molto raramente, ma le poche volte in cui è avvenuto sono quelle che hanno dato colore e sapore alla mia esistenza, sono la mia vita, le mie esperienze, le mie passioni.
       Il resto è la superficialità di sempre, tanto di tutto e tanto di niente, emozioni da poco e inganni da molto.
        Se dovessi abbozzare dei bilanci, essendo già abbastanza avanti con gli anni, potrei dire che mi ha ucciso l'interesse, mi ha salvato la passione. Ho superato grandi inganni seguendo gli stimoli della passione, di qualunque forma di passione, e se sono rimasto giovane nell'animo è perché l'ho sempre seguita, facendo solo le cose che mi piacevano, che sentivo mie.
         Ho accumulato grandi delusioni, ma le poche gioie che ho avuto sono state grandissime, e tali da ripagarmi dalle molte sofferenze provate. Forse non mi hanno capito in molti, ma io ho capito me, e mi amo e mi stimo. Qualcuno dirà che è terribile egoismo. No, è solo fredda autovalutazione.

                          Piero Visani

Les rois taumaturges


       Mi pare di notare un'attesa taumaturgica nei riguardi dell'imminente tornata elettorale. La capisco ma non la condivido. Non nego che il desiderio di cambiamento sia assai forte, nella Nazione, ma il sistema dominante ha creato una struttura di sostegno e nugoli di clientele che hanno tutto da perdere da eventuali sommovimenti politici.
       Lasciamo perdere le "anime belle" che credono alla favoletta degli 80 euro. Quanti si lasciano abbindolare da quella fola, sono pronti a berne infinite altre. Pensiamo invece all'universo di quanti - e sono milioni! - vivono sulle capacità distributive del sistema politico, dagli appalti, alle consulenze, alle pensioni (anche non quelle "d'oro"), agli stipendi elargiti in cambio di impieghi lavorativi tali solo di nome, ma in realtà sinecure che si svolgono all'interno di uffici dove il tasso di produttività è zero, l'assenteismo altissimo e il menefreghismo totale.
       Questo insieme di situazioni è la vera forza del sistema dominante. Pensare di abbatterlo con il voto è sicuramente una nobile utopia, che diventa molto meno tale quando si pensa che essa è alimentata - in non pochi casi - non da una reale volontà di opposizione, ma da un desiderio di "entrare" là dove non si è ammessi, per ragioni varie.
       Al tempo stesso, il disagio economico e sociale è aumentato molto significativamente in questi anni, ma le situazioni di disagio estremo sono ancora relativamente poche. Semmai, maturano i meccanismi di disagio socio-psicologico ed è quello che mi fa ben sperare, perché nessuno si illuda che da tutto questo si possa uscire come se niente fosse. L'accelerazione arriverà, quando meno ce l'aspettiamo, perché nessuno può pensare che si possa distruggere una società e un popolo a costo zero. Per gli altri, ma anche per sé.
      Il bello della politica - per citare una nota definizione - è che è fatta di sangue e merda. Della seconda, nella nostra inguaribile coprofagia italica, siamo ormai saturi. Resta il primo, che non è un obbligo e tanto meno un auspicio, ma un terribile fattore che viene scioccamente disatteso quando si lascia degenerare troppo tutto.

                                           Piero Visani

martedì 20 maggio 2014

Amusing (più che Amazing...) Grace


       Nell'orgia delle trasmissioni pre-elettorali, uno dei vertici di divertimento assoluto si raggiunge quando, contestato da qualche comico o da qualche esponente del pubblico, il politicante di turno tenta di sottrarsi alle contestazioni - garbate o meno che siano - con la mitica frase "parliamo di cose serie".

       Un politico italiano che parla di "cose serie"! Quali?
       Spettacolo puro, imperdibile. Ma nulla di fronte al fatto che il pubblico in studio, sentendo la mitica frase, non esploda in un gigantesco pernacchio. No, tutti tacciono, e non credo solo per buona educazione. Molti - temo - perché pensano davvero che i politici nostrani parlino di "cose serie". Questo mi toglie ogni speranza per il futuro, se mai ne nutrissi...

                               Piero Visani

La "variante Visani"


       E' tutta la notte che mi frulla per la testa una celebre frase del drammaturgo tedesco Hanns Johst (1890-1978), il quale, nella sua pièce Schlageter (1933), scrisse la famosa frase: "Wenn ich Kultur hoere... entsichere ich meinen Browning" ["Quando sento parlare di cultura... tolgo la sicura alla mia Browning"].
      Questa celebre espressione - erroneamente attribuita in genere a Goering, ma anche a Himmler e Goebbels - mi è tornata in mente in una variante che mi piace molto (certo infinitamente di più dell'originale...): "Wenn ich Staat hoere, etc. etc.", vale a dire: "Quando sento parlare di Stato... la mia mano corre alla pistola".
E' triste - per chi abbia un retroterra culturale come il mio - dover parlare male di uno dei fondamenti della propria visione del mondo, ma lo Stato che ho conosciuto io è patrigno e matrigna al tempo stesso, è un Leviatano che vuole da me tutto e non mi dà in cambio assolutamente niente. Con lui, è odio incondizionato e guerra aperta. E io amo fin da bambino qualsiasi tipo di conflitto. "Mors tua, vita mea". E viceversa, ovviamente. Non mi faccio illusioni.

                          Piero Visani

domenica 18 maggio 2014

I "Diavoli verdi" di Montecassino

Visto che oggi è giornata di stracche esibizioni di pseudovincitori che farebbero bene infine ad accorgersi che hanno perso, non meno di altri, e di sempiterni leccaterga (noi italiani), nulla vieta di ricordare i valorosi della 1a Divisione Paracadutisti tedesca, che difesero da par loro Montecassino.
Nessun desiderio di impossibili rivincite: ognuno rivendica il valore che preferisce: c'è chi ama la fanteria leggera e chi i bombardieri. Il gusto per l'overkilling, del resto, non pare defunto neppure oggi, in certi lidi...

                           Piero Visani                       

Gli "spaventapasseri"


       Questa storia degli epigoni di Hitler in agguato ovunque comincia a dare leggermente fastidio. Un tempo funzionava - inutile negarlo - con le "anime belle", poiché il retroterra concettuale che la ispirava e animava era di una semplicità palmare: "meglio i ladri che gli assassini..." E le pecore, adeguatamente spaventate, votavano disciplinatamente per i ladri e i loro fautori.
       MA ORA è SUCCESSO IL "MIRACOLO": SENZA UNA GUERRA E LE RELATIVE DISTRUZIONI, I LADRI SONO RIUSCITI A FARE TERRA BRUCIATA DI UN PAESE UN TEMPO ASSAI ABBIENTE, e così il giochino di fare di qualsiasi avversario politico che alzi un po' il tiro un "sempiterno" Hitler di turno riesce sempre meno, anche perché il livello di disastri si sta avvicinando pericolosamente, e non siamo che all'inizio della nuova deriva di morte.
       Urge cambiare gioco, signori, suvvia! Anche le pecore, nel loro piccolo, si incazzano...!

                                                           Piero Visani

sabato 17 maggio 2014

Napoleonica - 6

       Il maresciallo Ney a Napoleone, campagna del 1805: "In quale direzione devono caricare i miei reggimenti, Maestà?"
       Risposta dell'imperatore: "Nella direzione del buco del culo del vostro cavallo, signor Maresciallo! Orsù, affrettatevi!"
       E' noto peraltro che il linguaggio napoleonico fosse alquanto colorito e la sua imprecazione preferita era in italiano: "coglione, coglione!", dispensata a destra e a manca con grande generosità...
       Del resto, se Michel Ney seppe meritarsi l'appellativo di "Brave des braves", è chiaro che non poteva che stare davanti alle sue truppe, non dietro. Dunque l'indicazione imperiale non è certo priva di senso, anzi...

                               Piero Visani

Lo stratega mediatico

       Questo è il libro da me scritto cui sono più affezionato:


Piero Visani
Lo stratega mediatico
Ministero della Difesa, Roma, 1998 - pp. 113 
Collana CeMiSS (n. 92)

Inquadramento
       Nel mondo occidentale, i mezzi di comunicazione di massa con la loro copertura globale e la capacità di diffondere notizie in tempo reale, ma pure con la possibilità di amplificare a loro piacimento anche il minimo episodio, decidendo in piena autonomia il grado di rilevanza politica di ciascun evento dispongano di un potere rilevante che è frutto, tra le altre cose, di una grossa carenza di leadership politica. L'apice di questo potere, di questa massiccia capacità d'influenza sulle dinamiche d'opinione, è da qualche anno a questa parte rappresentato dalla cosiddetta videopolitica.
       La televisione, tuttavia, ha i suoi limiti, a cominciare da un eccesso di emotività, da forti esigenze di spettacolarizzazione, dalla mancanza di approfondimento, dalla propensione a sostituire la realtà con l'irrealtà. Ne consegue che la videopolitica è estremamente pericolosa, poiché obbliga i responsabili politici ad agire non sulla base di un chiaro disegno strategico ma sull'onda di impulsi immediati, provenienti dall'esterno e accresciuti dalla pressione di un' opinione pubblica emotivamente influenzata dai media. Tutto ciò toglie razionalità alla gestione delle crisi e dei conflitti ed obbliga i governi, in tali circostanze, a disporsi a combattere su due fronti: quello propriamente operativo e quello mediatico.
       Proprio per questa ragione è ormai evidente che, in futuro, allo stratega operativo si dovrà sempre più affiancare lo stratega delle immagini.

Finalità
       Lo studio si ripromette di delineare le caratteristiche ed i compiti dello stratega mediatico, cioè di quell'Ufficiale al quale è affidato il compito, operando in stretta connessione con i vertici politico-militari di uno Stato, di dare una veste comunicativa credibile e soprattutto accettabile al grande pubblico a quanto il potere statale decide di realizzare in campo militare.

Contenuti
       La ricerca si articola in cinque capitoli ed una conclusione. Il primo capitolo è dedicato all'illustrazione dei precedenti storici dell'impiego dello stratega mediatico (Vietnam, Falkland, Grenada, Guerra del Golfo e Conflitto nella ex-Jugoslavia).
       I capitoli secondo e terzo trattano, rispettivamente, delle funzioni da svolgere nei rapporti con il mondo dei media e con l'opinione pubblica, e dei limiti e delle modalità di coordinamento dell'azione mediatica nei riguardi della condotta delle operazioni. Nel capitolo quarto sono illustrate le principali caratteristiche della figura morale e professionale dello stratega mediatico, mentre in quello successivo viene delineato il suo iter formativo.

       Nelle conclusioni viene auspicata un'attenzione particolare da parte delle Forze Armate italiane a questa nuova entità professionale destinata a divenire una figura chiave del passaggio dell'Italia ad una maggiore consapevolezza di sé e del suo ruolo internazionale.

                                     Piero Visani

venerdì 16 maggio 2014

Fatti più in là!

       Non c'è niente di più divertente del pensare che, ad onta di:
- avvertimenti
- divieti
- chiusure
- pagelle negative
- sgarbi più o meno grossi
- gesti di degnazione
- mutismi
- fregature
e quant'altro, sei arrivato esattamente dove volevi arrivare, sei rimasto te stesso e il tuo carisma personale è pure aumentato, e parecchio.
       Perfino il tuo gusto per la follia, tanto deprecato, suscita consensi, mentre alle donne, quanto meno a quelle con le gonne..., continui pure a non dispiacere.
       L'important c'est la rose, cantava un dì Gilbert Bécaud. E' vero, verissimo. Ma occorre esserne consapevoli, e soprattutto occorre saperla gestire... Una fleet in being che sa esercitare solo il suo potere deterrente (arrapante...?), ma non diventa mai una vera blue water Navy, prima o poi, complice anche l'anagrafe, rischia di fare la fine di una Spanish Armada...
          I maschi di classe invece sono come il vino...

                                  Piero Visani

I "salvatori della patria"


       Ne abbiamo avuti tanti, in epoche diverse, poi negli ultimi anni sono aumentati e non sono nemmeno più di pubblica nomina. Risultato: il PIL continua a diminuire, le tasse ad aumentare, la gente a fuggire o a suicidarsi, la Nazione ad andare a fondo.
       In qualunque altra parte del mondo, sarebbe già scoppiata qualche rivolta, se non proprio una rivoluzione. Qui stiamo attendendo tutti la morte, contenti: "Verrà la morte e avrà i loro occhi". E già ce li vediamo ben fissi davanti ai nostri...
       Anche le ultime, residualissime remore comportamentali e concettuali sono venute a cadere. Ora si ruba e basta; si tassa e basta, si delinque e basta.
       Non è però - come sostengono alcuni - un soprassalto da impudenza, un'attestazione di impunità, E' CHE NON HANNO PIU' ALTRA STRADA. La situazione generale dell'Italia è tale per cui, PER SALVARE SE STESSI E I LORO PATRIMONI, DEBBONO AMMAZZARE NOI E DEPREDARE LE NOSTRE RICCHEZZE.
       Il dramma italiano è tutto racchiuso qui e non ha più vie d'uscita, se non una, l'ultima. Temo che non sia ancora abbastanza chiaro, ma siamo davvero alla fine, alla morte dei più per miseria procurata dai meno.

                            Piero Visani

La fatica di vivere


       Se - come ci dicono un giorno sì e l'altro anche - viviamo "nel migliore dei mondi possibili", come mai in tutti noi, non necessariamente ottuagenari, è nitida la sensazione di un "mestiere di vivere" che si fa ogni giorno più difficile, sempre più affine all'attraversamento di un campo minato? Dove sta la discrasia, e la noto forse solo io (so bene che non è così, ma siamo ancora largamente minoritari...)?
       Perché non abbiamo più un'esistenza privata e tutto ciò che facciamo è soggetto alle regole del Leviatano? In che cosa divergeranno, tempo dieci anni, il totalitarismo "dolce" (dolce...?) dell'UE e quello della Corea del Nord? Nel fatto che a Pyongyang saranno più felici che nel Vecchio Continente?
La Statolatria ci ucciderà. Siamo già stati da tempo individuati come le vittime sacrificali del nuovo Moloch, che si autodefinisce liberale e che è invece il peggior totalitarismo mai comparso nella storia del mondo. 
       Ho un piccolo sogno privato per i miei ultimi anni: non sentire mai più parlare di Stato. Il mio odio per lui è quello più feroce, quello degli ex-innamorati, degli amanti traditi.

                       Piero Visani

mercoledì 14 maggio 2014

La nozione del tempo


       Non c'è nulla di più disperante, in un rapporto a due, di quel tempo che avrebbe potuto essere utilizzato proficuamente e che invece viene perduto in vuoti chiacchiericci.


                          Piero Visani

Le affinità elettive


Quando ci sono - e sono vere - si manifestano sempre, prima o poi. Al resto viene dato convenzionalmente un senso, ma, a ben guardare, non ne ha alcuno. Sono "jeux interessés", mentre avrebbero benissimo potuto essere - quanto meno - "jeux interdits"...

                     Piero Visani

venerdì 9 maggio 2014

Dress Code

       E' una cosa cui credo molto, anche perché sono dell'idea che l'abito faccia il monaco, e parecchio... Di conseguenza, in ogni circostanza mi attengo a un mio personale dress code, che è ispirato a stile ed eleganza, ovviamente configurati alle diverse situazioni, dal momento che un impegno lavorativo formale è ovviamente diverso da un weekend in una città d'arte.
       Oggi a livello di abbigliamento predomina una deplorevole volgarità, di marca essenzialmente statunitense, che è frutto di imbarbarimento e che si accentua - e molto - d'estate, quando la pratica del "vestire comodo" (versione "politicamente corretta" del "vestire squallido") si afferma nelle nostre città e le trasforma in patetiche (e povere...) "spiagge libere", dove trionfano l'esibizione di adipe, cellulite e cattivo gusto. Senza che nessuno paia rendersi conto che vestirsi in quel modo è l'equivalente di presentarsi in spiaggia in giacca e cravatta...
       "La classe non è acqua" - è vero - ma un  po' di rispetto in più per se stessi e per gli altri non guasterebbe, in un mondo dove, a livello estetico, predomina essenzialmente l'orrore.
       Se gli europei fossero ancora capaci di esprimere una cultura collettiva, una parte non indifferente di essa dovrebbe passare dal rifiuto netto del vestire "easy" di marca statunitense, concentrato di volgarità, sciatteria e barbarie. Per contro, si tende ad imitarli, con risultati che sono sotto gli occhi di tutti.
       Nel mio piccolo, cerco di sottrarmi a tale deplorevole deriva, puntando su un'eleganza ovviamente sobria, priva di una cifra comunicativa specifica, che non sia quella frutto della mia personalità, che naturalmente non sta a me definire, ma di cui cerco di curare molto la componente assertiva e carismatica.

                      Piero Visani


giovedì 8 maggio 2014

Napoleonica - 5

       Alla fine del 1808, un famoso generale della cavalleria leggera della "Grande Armée" napoleonica, il conte Auguste de Colbert-Chabanais, arrivò con due aiutanti di campo alla frontiera tra Francia e Spagna, e si fermò con essi a consumare un breve spuntino. Erano tre giovani ufficiali, nelle rutilanti divise degli ussari e - come tali - attirarono l'attenzione di una vecchia contadina. Costei li guardò scuotendo il capo e, interrogata dallo stesso Colbert sulle ragioni del suo atteggiamento, gli rispose: "Che peccato! Siete così giovani e belli, ma state andando in Spagna, da dove non tornerete!".
       I tre ufficiali alzarono le spalle e proseguirono il loro viaggio. Poco tempo dopo, il 3 gennaio 1809, lo stesso Colbert si trovò a guidare una brigata di cavalleria leggera contro il corpo di spedizione inglese che era sbarcato in Spagna per aiutare il regno iberico contro Napoleone e che ora era in ritirata verso La Coruna, pronto a reimbarcarsi.
       Incaricato di mantenere una forte pressione sulle demoralizzate truppe inglesi, Colbert, abbigliato con grande ricercatezza ed eleganza, e montato su uno splendido destriero, venne notato dal generale inglese Paget, che comandava una forza incaricata di coprire la ritirata, nell'ambito della quale era compreso il 95th Rifles, un reggimento di tiratori scelti vestito di verde scuro, invece che con la tradizionale "giacca rossa" delle truppe britanniche.
       Il generale Paget offrì al migliore tiratore del Reggimento, il fuciliere Thomas Plunkett, una ricompensa in denaro se fosse riuscito a colpire da distante quello splendido ufficiale.
       In verità la questione della ricompensa in denaro resta controversa, poiché contraria allo spirito cavalleresco dell'epoca, e come tale negata dallo stesso Paget e da altri ufficiali superiori inglesi, ma molte altre testimonianze di fucilieri sostengono invece che fosse vera.
      Plunkett, semicongelato nella neve, prese accuratamente la mira con il suo Baker Rifle (arma standard del 95th Rifle, di gran lunga superiore al moschetto Brown Bess in uso nella fanteria di linea inglese) e centrò in piena fronte il generale Colbert ad una distanza di circa 200 metri, poco sopra il sopracciglio sinistro.
      Questo tiro è diventato in seguito leggendario nella storia militare britannica e la distanza da cui il colpo venne esploso è stata progressivamente aumentata, ma in realtà pare non fosse superiore ai 200 metri, comunque un exploit anche per un tiratore scelto, considerata la qualità tecnica del Baker Rifle.
      Quanto al povero Colbert, purtroppo per lui la profezia della contadina si avverò...

                                                        Piero Visani