lunedì 30 giugno 2014

Testimone della storia

       Arthur James Lyon Fremantle (1835-1901), tenente colonnello di un celebre reggimento dell'esercito britannico (le Coldstream Guards), dopo aver incontrato a Gibilterra, nel 1862, il capitano Raphael Semmes, comandante di una nota unità corsara confederata, il SUMTER, decise di voler vedere di persona la guerra civile che stava divampando in quegli anni in America e raggiunse avventurosamente il Messico nell'aprile del 1863. Da lì risalì verso Nord, traversando quasi tutta la Confederazione sudista, fino ad essere ricevuto, a Richmond, dallo stesso presidente Jefferson Davis.
       Desideroso, per ragioni professionali, di assistere personalmente al conflitto, e molto ben trattato dalle autorità sudiste, che pensavano fosse una sorta di inviato del Governo britannico, di cui intendevano garantirsi l'amicizia, Fremantle chiese e ottenne di unirsi all'Armata della Virginia Settentrionale, comandata da Robert Edward Lee, che nel giugno del 1863 aveva iniziato la sua invasione della Pennsylvania e del Maryland.
       Per una serie di circostanze realmente fortuite, Fremantle venne presentato al generale James Longstreet, il braccio destro di Lee, il 27 giugno 1863 e tre giorni dopo - il 30 - venne introdotto alla presenza di Lee.
       Con qualche altro ufficiale straniero, Fremantle ebbe il rarissimo privilegio di poter assistere di persona alla battaglia di Gettysburg (1-3 luglio 1863), esperienza che ricordò successivamente in un libro di grande successo.
       Nel 1993, il film "Gettysburg" lo ritrasse come una sorta di singolare presenza all'interno del Quartier Generale confederato nei giorni dell'epica battaglia. Prendendosi non poche libertà, il film lo raffigura come un eccentrico ufficiale inglese, vestito nella scarlatta divisa delle Guardie, spesso intento a degustare un buon tè.
       In realtà, Fremantle fu molto altro, oltre che un testimone di un evento storico cruciale. Passato al Nord, egli infatti poté assistere ai tumulti di metà luglio 1863 a New York contro la leva obbligatoria e agli autentici pogrom che la popolazione newyorchese in rivolta scatenò contro i neri, dando prova di grande obiettività nel riportarli e lasciandoci un'illuminante descrizione di un'Unione assai diversa, nel suo spirito pubblico, da quella dell'iconografia postbellica...
Ritornato in patria, la sua carriera continuò brillantemente, specialmente nelle guerre contro i Dervisci sudanesi.
       Il suo libro "Three Months in the Southern States" è a tutt'oggi una delle migliori testimonianze straniere sulla vita nella Confederazione sudista.

                                                               Piero Visani

La forza dell'abitudine

       Ho passato una parte predominante della mia vita coinvolto in relazioni con donne che, per vari motivi, odiavano gli uomini, in maniera più o meno accentuata e ne ho fatto un tema conduttore della mia esistenza in misura tale per cui, a un certo punto, ho finito per pensare che quell'atteggiamento così ostile fosse tipicamente femminile. Mi sforzavo di dare tutto il meglio di me e di mostrarmi dialettico, ma nulla da fare: per qualunque cosa di positivo facessi, non andava mai bene niente, nel migliore dei casi, e non andavo bene io, nel peggiore.
        Poi una mia amica, valente psicologa, mi ha fatto nitidamente comprendere che dovevo smetterla di cercare archetipi estetici o psicologici o comportamentali, come in fondo avevo fatto fino a quel giorno, e mi ha esortato a cercare donne vere, che non mi odiassero o diffidassero di me in quanto maschio, ma che mi apprezzassero come tale.
       Le ho dato ascolto, ovviamente, e la sorte mi è stata benigna, ma mi pervade tuttora il dubbio se una serie di esperienze di vita così assolutamente simili l'una all'altra sia stata solo colpa mia, della mia insipienza, della mia incapacità di scegliere, o non sia anche possibile che un modello femminile di tal fatta sia un po' troppo diffuso.
       Come mi ha detto una amica molto saggia, "sei stato molto poco amato", e forse è vero, e forse è tutta colpa mia. Mi assumo virilmente la responsabilità di avere un carattere tutt'altro che facile, ma forse, se talvolta avessi trovato un briciolo di comprensione, invece che tante "maestrine dalla penna rossa", alcune mie vicende di vita sarebbero state diverse.
       In ogni caso, da convinto vitalista, sono attivamente à la récherche du temps perdu. Non mi ritengo immune da colpe, ma la mia feroce autostima fa sì che non mi scoraggi mai, ma proprio mai. Come tutti gli egosintonici, mi amo molto e non sono eventuali incidenti di percorso a farmi cambiare idea.

                         Piero Visani


domenica 29 giugno 2014

Volubilità

       Si parte primi, poi si scende in classifica, spesso per ragioni arcane, e ci si ritrova ultimi. Inutile chiedersi perché, specie se si constata - e sovente accade -. che nemmeno essere primi aveva un senso. Dunque perché cercare una logica là dove davvero non c'è? Meglio cambiare campionati, gironi, avversari. Cambiare sport però no, quello non è il caso di farlo. Ci sono sport che piacciono troppo per poterli cambiare a cuor leggero. Se uno è tennista, ad esempio, può essere sufficiente cambiare club, oppure - meglio ancora - cambiare partner di gioco... Rimanendo nel singolare, ovviamente. A me il doppio (come gioco...) non è mai piaciuto.

                               Piero Visani

Inni nazionali


       Vedere i calciatori delle Nazionali di Cile e Brasile cantare i rispettivi inni nazionali, accompagnati a gran voce dai compatrioti, lascia lucidamente comprendere come la "dimensione dell'economico" sia la più vile possibile e la più distante dall'autentica natura umana. La comunità - in particolare la comunità nazionale - resta una fantastica dimensione metapolitica, la "terra dei padri" (Vaterland) dove tutto ha avuto inizio e avrà una fine.
       Chiunque, entrando in quella dimensione, ne esce sublimato. Un'esperienza umana esattamente inversa a quella che si prova quando si entra nella dimensione dell'economico, dove tutto ha un prezzo. Qui, invece, tutto ha un VALORE.

                            Piero Visani

Il grafomane

       Accusato di grafomania, per non disturbare coloro cui davo fastidio, ho dato vita a questo blog e non ne mando i contenuti ad alcuno, in nessuna forma. Chi vuole, mi viene a leggere. Qualcuno avrà tirato un sospiro di sollievo e, in cambio, io mi sono fatto qualche nuovo lettore, magari pure interessato a ciò che scrivo. 
       Provocare fastidio è molto sgradevole, specialmente se uno scrive a chi non intende proprio leggerlo, e così sono riuscito a porre positivamente rimedio a una situazione imbarazzante. Ora scrivo esclusivamente per me, e credo di fare anche molte altre cose esclusivamente per me. E devo ammettere che chi mi invitava a fare così aveva ragione: i soggetti olistici - come il sottoscritto - cercano rapporti olistici. Se non li trovano, è bene che si tolgano di torno. In effetti, i "rapporti a mezzo servizio" sono deprimenti e poi - a dirla tutta - qual è il "mezzo servizio" che va bene: quello che piace a me o quello che piace agli altri? Per educazione e stile, rifiuto ovviamente la prima opzione; per dignità e scarsa inclinazione a farmi prendere in giro, rifiuto comprensibilmente la seconda.
        Come sempre, o tutto o niente! E io adoro essere sottovalutato e le missioni impossibili. Così le rendo possibili, sempre. Capita a chi nutre un'incrollabile fiducia in se stesso e ama i ruoli da protagonista, non quelli da comparsa.

                      Piero Visani

sabato 28 giugno 2014

Rock'n'roll suicide

       Uno si immerge nella notte del suo rock personalissimo, animato da intenti che gli sono assolutamente chiari e fermamente deciso a metterli in atto. Ha varcato da tempo la soglia che porta oltre la maturità, ma cerca gesti teatrali, ridondanti, quasi gotici, forse perché tutti conformi alla sua natura complessa e multiforme.
       La sua estetica del vivere lo fa sentire solo e non pare lasciargli speranze, ma forse qualcuno cui tendere la mano, e che gli tenda a propria volta la mano, forse qualcuno c'è. Trasformare un'estetica di morte in un'estetica di vita non è da tutti, ma si può fare. Occorrono un po' di buona sorte, esagerato vitalismo e qualcuno che, alla fine, ti capisca e ti venga incontro. A quel punto, qualsiasi soluzione non è più individuale, ma diventa scelta condivisa, per la quale possiamo contare - a soffocare le nostre solitudini - su una straordinaria colonna sonora, una delle canzoni per me più belle in assoluto: "Rock'n'roll suicide", di David Bowie. Con quella musica di sottofondo, con quelle sue parole che ci trapassano l'anima, ogni decisione che vogliamo prendere è perfetta, è il più classico dei "suicidi rigeneratori", è morte che crea nuova vita, quella che vogliamo vivere: la nostra "estetica dell'incontro"!

Time takes a cigarette, puts it in your mouth
You pull on your finger, then another finger, then your
cigarette
The wall-to-wall is calling, it lingers, then you forget
Ohhh, you're a rock 'n' roll suicide

You're too old to lose it, too young to choose it

And the clock waits so patiently on your song
You walk past a cafe but you don't eat when you've lived
too long
Oh, no, no, no, you're a rock 'n' roll suciide

Chev brakes are snarling as you stumble across the road

But the day breaks instead so you hurry home
Don't let the sun blast your shadow
Don't let the milk float ride your mind
You're so natural - religiously unkind

Oh no love! you're not alone
You're watching yourself but you're too unfair
You got your head all tangled up but if I could only make you care
Oh no love! you're not alone
No matter what or who you've been
No matter when or where you've seen
All the knives seem to lacerate your brain
I've had my share, I'll help you with the pain
You're not alone

Just turn on with me and you're not alone
Let's turn on with me and you're not alone
Let's turn on and be not alone
Gimme your hands cause you're wonderful (x2)
Oh gimme your hands.


                                                 Piero Visani



venerdì 27 giugno 2014

Il "Divino Marchese"

       Assistere ai telegiornali italiani è da tempo paragonabile ad assistere a una "sana" dimostrazione di sadismo: vengono infatti elencate con gioia sadica tutte le decine di nuove tasse decise dal "governo del tassare" di Renzie e dei suoi "(Un)happy Days", e tale elencazione è paragonabile a un crescendo rossiniano, palesemente inteso a provocare, negli spettatori, una "akmé" orgasmica, accompagnata da urletti di assoluto godimento.
       Un telegiornale come esperienza "fetish" o forse, più correttamente, BDSM. Quello che conforta, in definitiva, è che tutto si svolge con perfetta simmetria parafiliaca: i sadici esercitano la loro - di parafilia - e i masochisti, a loro volta, se la godono.
       Altro che interrogativi sociologici sulla causa di tutto questo: è un rapporto causa-effetto e per di più investe la sfera sessuale. Ecco perché alla fine sono tutti contenti: i sadici perché hanno inflitto dolore, i masochisti perché lo stanno subendo!
        La "philosophie du boudoir" applicata alla politica! Grande Renzie, chapeau!
        "Up masochists, to shackles...! Engagez-vous!".

                                                  Piero Visani


Il documentalista

       Fin da ragazzo, ho palesato l'inclinazione a raccogliere ampia documentazione su tutto ciò che mi interessava, dalla storia alla comunicazione politica, dalla guerra alla musica popolare. Questo interesse mi accompagna ancora oggi e la ricerca documentaria è addirittura diventata una componente delle mie attività professionali.
       Forse proprio per deformazione professionale, con il tempo ho cominciato a raccogliere documentazione anche a livello personale, conservando lettere, bigliettini, mail. Nessun interesse morboso, ma la semplice preoccupazione di mettermi al riparo da certe contorsioni dell'animo delle persone, talora inclini a dire una cosa e a farne un'altra; oppure - il che è anche peggio - a negare prese di posizione, affermazioni fatte, giudizi pronunciati.
        Mi è talvolta capitato, di conseguenza, di utilizzare la documentazione in mio possesso per ricacciare in gola certe affermazioni avventate che erano state fatte a mio carico o - più sovente - per dimostrare in forma inoppugnabile che mi si stava mentendo.
        Quando queste cose accadono con una signora, spesso si entra in una dimensione davvero divertente, ai limiti del surreale: non potendo infatti negare l'evidenza, supportata da documentazione non manipolata né manipolabile, la malcapitata non ha altra possibilità che trovare rifugio nell'esegesi delle fonti, e così qualche volta mi è toccato di essere colui che "non capiva, non aveva inteso, aveva mal interpretato, era andato oltre le di lei intenzioni", etc. etc. Però nessuna ha mai voluto sottoporre le mie fonti, così scrupolosamente raccolte, all'arbitrato di un soggetto super partes... Tra l'altro, una delle cose che mi interessano di più, in linea generale, è l'esegesi dei testi, per cui sarei stato felice di vedere se un arbitro imparziale considerava le mie interpretazioni frutto di una corretta lettura dei testi o di vaneggiamenti da illetterato o di forzature da "maschio in calore".
       Nessuna signora mi ha mai voluto concedere questa soddisfazione e io - da perfetto gentiluomo quale spero di essere - non sono mai stato così indiscreto da sottoporre queste missive così personali e riservate all'occhio potenzialmente curioso di una terza persona. Però ogni tanto rileggo documentazioni di varie epoche della mia vita e mi chiedo se sono pazzo io, se erano bugiarde le mie controparti, o semplicemente se alcune persone cambiano i loro atteggiamenti come gli abiti. In tal caso, invece che negare l'evidenza, sarebbe sufficiente dire: "mio caro, ho voglia di cambiare abito!". L'ho cambiato tante volte anch'io e non mi sognerei mai di rimproverare a qualche esponente del gentil sesso una scelta così legittima. Cambiare è naturale, oltre che perfettamente lecito. Mentire è un po' più fastidioso, ed è per quello che è sempre utile raccogliere un po' di documentazione, così, tanto per evidenziare contraddizioni, repentini mutamenti di rotta, sbalzi umorali e comportamentali, bugie grandi e piccole. Ah, che figura noiosa e ingombrante, il documentalista...!

                                 Piero Visani
       

giovedì 26 giugno 2014

Pensieri in libertà

       Mentre questo spicchio di mondo in cui vivo precipita nella notte, è bello stare davanti al computer a rileggere vecchi scritti, a ripensare a fatti, memorie, esperienze; a ciò che mi ha dato gioia e a ciò che mi ha dato tristezza; a un presente tanto difficile ma anche tanto stimolante, per chi - come me - ha ancora voglia di combattere per ciò in cui crede.
       E' bello ripensare alle amicizie vere e a quelle false; agli amori che hanno retto la prova del tempo e a quelli abortiti o finiti miseramente; alle poche luci di comprensione e dialogo che illuminano una vita e alle tante ombre di fraintendimenti e mutismi che l'hanno oscurata.
       Bilanci del genere possono essere molto amari, ma non lo sono mai del tutto per chi ha fatto ciò che riteneva giusto. Senza pretendere che fosse giusto davvero, ma seguendo quello che gli diceva il proprio cuore.
        Di tante strade percorse, a fine itinerario molte si sono rivelate modesti passaggi, ma è bello sapere che il gusto per la ricerca non è mai venuto meno e perdura a tutt'oggi. Così come non è mai venuto meno il fittissimo dialogo con me stesso e con tutti coloro che hanno la compiacenza di dialogare con me. Se penso a quanti impegni dialettici sostengo in un giorno, ho di che essere contento, perché i referenti non mi mancano.
       Sono un solitario - è vero - ma non autoreferenziale. Amo guardarmi di continuo intorno e vedere tutta la potenziale bellezza che mi circonda. Sono molto contento di tale mio atteggiamento, poiché mi ha sempre aiutato a trovarne. E' sicuramente difficile - come si dice - riuscire a "trovare l'alba dentro l'imbrunire", ma, se si ha fortuna, lo si può fare. Non è raro che la scintilla dell'idem sentire si manifesti; il problema è verificare se sia autentica. Quando si scopre che lo è, la terra ci è più lieve, e siamo ancora vivi...

                          Piero Visani

Italiani


       Un singolo italiano, posto a contatto e confronto con il mondo, spesso rifulge per qualità positive. Un gruppo di italiani, nelle medesime condizioni, raramente fa altrettanto e talvolta addirittura "rifulge" per qualità negative.
       Abbiamo una cultura individualistica, mentre quella collettiva è complicata e compromessa da sempre da quella "demeritocrazia" che è un dato consustanziale della nostra storia unitaria. Se agisce da solo, o insieme a soggetti individualisti come lui, le qualità del singolo possono rifulgere. A livello collettivo, per contro, la melassa buonista, collettivista ed egalitaria è in grado di sommergere tutto, è il "brodo primordiale" in cui sguazzano legioni di incapaci, che pretendono egalitarismo solo perché sanno bene che è l'unico modo di cui dispongano per mascherare la loro totale inettitudine. Ed è un brodo che favorisce anche il sistema della raccomandazione, perché non richiede nemmeno di dover raccomandare un soggetto mediamente capace: un totale incapace basta e avanza, purché disposto a legare l'asino dove vuole il padrone. Ma se il padrone è un asino...?
       Con il tempo, queste "italiche virtù" hanno creato un sistema in cui, tanto meno vali, tanto più emergi e sei lodato; e puoi godere di solide relazioni, poiché tutto procede per cooptazione... all'inverso!. Il risultato è sotto gli occhi di tutti: vi risulta che la "prevalenza del cretino" (possibilmente anche conformista e paraculo) abbia mai creato una grande Nazione?

                                   Piero Visani

mercoledì 25 giugno 2014

Sodomie del corpo e dell'anima


       Adoro il fatto che, quando usciamo dai patri confini (ma anche dentro i medesimi, per la verità...), noi italiani ci troviamo a fare i conti con gente che è disposta a staccarci a morsi un orecchio o un pezzo di spalla pur di vincere una partita di calcio.
      Nessuno più di noi è impreparato a tale formidabile discrasia, in quanto siamo pervasi (artatamente) di una cultura "buonista" che è totalmente priva di significato e valenze concrete nel mondo reale, ma che è utilissima a chi ci governa per farlo per via sodomitica, usando la carota nel modo testé indicato e ricorrendo al bastone (per altro anch'esso utilizzabile ai fini di cui sopra...) solo come "extrema ratio".
       E noi imperterriti, a farci massacrare (spesso e volentieri anche per conto terzi, vedansi le "missioni di pace") in nome di una "bontà" che non esiste, che non è moneta corrente nel mondo reale (dove prevalgono di gran lunga i lupi, non gli agnelli), e con pochissimi che si interroghino su una questione fondamentale: ma la "bontà" di cui ci hanno sporcato l'anima e la mente fin dalla scuola materna, è bontà vera o è un lercissimo modo per sodomizzarci meglio, privandoci pure della voglia di ribellarci, rendendoci imbelli di fronte a tutto ma soprattutto a chi ci malgoverna?
      Se ci aiutasse a fare queste riflessioni, anche una partita di calcio finita male potrebbe rivelarsi utilissima.

                         Piero Visani

martedì 24 giugno 2014

Sparring partner

       "E' un macaco senza storia, dice lei di lui..." Vivendo al Nord, questo formidabile incipit paolocontiano mi è sempre piaciuto molto, anche perché talvolta mi sono pure visto recapitare l'accusa, senza tanti giri di parole.
      Poiché sono molto, moltissimo attento ai testi delle canzoni, allora ho cercato di darmi da fare affinché il brano si sviluppasse nella sua interezza, di modo che, alla fine, le formulatrici di tali affrettati giudizi potessero pensare che fosse stato decisamente preferibile "no, non incontrarlo mai!".
       E' probabile che io abbia un'innata perfidia, che coltivo come un fiore. A differenza di altre persone,  tuttavia, io ho il coraggio di dirlo, non solo di darne prova...

                                                     Piero Visani

domenica 22 giugno 2014

Il miracolo della notte

       Mi piace moltissimo viaggiare di notte. L'ho già scritto, ma mi ripeto volentieri. Se sono solo, quel tunnel nero che si snoda davanti ai miei occhi, illuminandosi progressivamente, è una perfetta metafora di quello che si svolge nella mia mente, con il buio delle mie emozioni che metro dopo metro si schiarisce, consentendomi di capire ciò che fino a pochi secondi prima mi pareva assolutamente criptico. Se sono in compagnia, la compagnia diventa più intima e l'automobile si trasforma in un piccolo scrigno privatissimo, per viaggi nello spazio e - contemporaneamente - nel tempo e nella psiche.
       Ho sempre amato molto anche la velocità, per quel senso di provvisorietà che mi regala, per l'adrenalina che mi insuffla nel corpo e nella mente.
       Ogni tanto, con qualche anima eletta, riesco a parlare di queste cose e a raccontarle il mio amore assoluto per la notte. Non ho bisogno che lo condivida, mi basta che mi ascolti. Io parlo, lei mi ascolta. Lei parla, io l'ascolto. La notte è un'intima alcova di dialogo, a condizione - ovviamente - che ciascuno dei  due protagonisti abbia voglia di ascoltare l'altro e che entrambi abbiano qualcosa da dirsi...
       La notte detesta i monologhi e favorisce i dialoghi, anche quelli con se stessi, se non c'è un'altra persona con cui parlare. E, quando si arriva a destinazione, che albeggi o meno, si è già diventati un'altra persona. E' il miracolo - iterabile ad libitum - della notte.

                                 Piero Visani

*

Jealous guy

       Fin da bambino, cioè da quando ho cominciato a interessarmi di soldatini e guerre, per poi passare all'uniformologia, alla storia militare, alla strategia e infine alla polemologia, sono sempre stato convinto che la vita e la guerra abbiano molti punti in comune, a cominciare dal fatto che la più parte di ciò che in esse accade è noia, per poi essere sostituito da fasi - in genere brevi - di purissima adrenalina.
        La mia vita, quanto meno, è stata così, nel senso che, tra le mille cose che ho fatto e le non minori esperienze che ho vissuto, solo poche hanno avuto un valore elevatissimo per me, mentre le altre sono tutte connesse alla quotidianità e alla gestione della medesima.
        Questo vale anche  per gli amori, gli incontri personali: molti assolutamente ordinari, alcuni di grande valore, per me. E quando dico per me non intendo che fosse la stessa cosa per la mia controparte di dati momenti e circostanze. Dico per me, e magari solo per me, non per lei. Persone che mi hanno colpito nel profondo e alle quali mi sono dedicato con impegno e passione assoluti.
        La cosa peggiore che potrei fare - io ritengo - è chiudere questi libri. E' vero, sono nella mia biblioteca e non sulla mia scrivania, ma dovrei buttarli via solo perché mi hanno dato (o tolto...) qualcosa? Sono i "classici" della mia vita, sono il senso ultimo del mio passaggio su questa Terra. Dovrei bruciarli o cessare di leggerli? Ogni tanto li apro, li vado a sfogliare; cerco pagine che mi abbiano emozionato nel profondo, e ve ne sono. Non recrimino né rimpiango mai. Guardo con occhio distaccato, da storico. Immagino i tradizionali "what if scenarios" (esercizio classico da amante della strategia), ma so bene che sono pagine chiuse.
        Sono pagine chiuse per volontà altrui, dunque chiusissime, perché io - per mia natura - non chiudo mai niente, se prima non si chiude CON me. Poiché ciò, nella quasi totalità delle mie esperienze di vita, è avvenuto per volontà altrui, non ho nulla da dire o da recriminare. Ho preso atto, talvolta con dolore o con rabbia, o con entrambi, ma ho preso atto.
       Quello che mi piace andare di tanto intanto a ricordare è la passione personale che vi ho profuso, perché il farlo mi serve a caricarmi. Faccio tutto con passione e vedere quanto ho partecipato alle poche storie di vita che mi sono realmente interessate mi dà la misura di me, del mio esistere, del mio essere uomo. Non voglio tornare indietro, desidero semplicemente riconoscere me stesso nel mio passato, perché è il mio passato che dà senso al mio presente e al mio futuro. Voglio essere certo di avere fatto tutto nel migliore dei modi, profondendo tutto me stesso, voglio essere certo NON di non avere sbagliato nulla (non sono sicuramente immune da errori), ma di avere fatto le cose con dedizione, amore, partecipazione, passione, apertura, volontà di dialogo, disponibilità.
       Non si può essere gelosi del passato di una persona, non ci si può chiedere se siano storie chiuse o meno. Nel mio caso, lo sono sempre, perché, se così non fosse, probabilmente in una certa misura sarebbero ancora aperte. Io non chiudo mai, per mia natura, l'ho già scritto. Chiudo con chi mi ha buttato via, perché - anche se talvolta ne ho sofferto - rispetto le scelte altrui. E anche perché - orgoglioso e narciso come sono - non mi piace granché sentirmi rifiutato. Tutto molto semplice. Prendo atto e vado a cercare chi mi apprezzi. Per quanto possa sembrare singolare, qualcuna c'è.

                           Piero Visani




                                     

venerdì 20 giugno 2014

Sympathy for the Devil - Top ten posts

       Dopo la verifica fatta il 22 maggio, è tempo di aggiornare la classifica dei dieci post più letti del mio blog. A tutt'oggi, la classifica è la seguente:

  1. 1.          It’s just like starting over    564 (+1)
  2. 2.       Quantum mutatus ab illo  151 (+10)
  3. 3.       Non, je ne regrette rien  108 (+1)
  4. 4.       Umberto Visani, Ubique  94 (=)
  5. 5.       La rivolta di Pasqua (Dublino 1916), 83 (+2)
  6. 6.       L’istinto di conservazione, 73 (=)
  7. 7.       La verità è sempre rivoluzionaria  71 (=)
  8. 8.       Le donne accoglienti 70 (+2)
  9. 9.       JFK e lo “zio Adolf”  69 (=)
  10. 10.   Toglietemi tutto, ma non il superfluo  65 (=)
  11. 11.   Isbuschenskij 62 (=)


       Si nota la forte progressione di Quantum mutatus ab illo, mentre tutti gli altri post di vertice segnano incrementi più ridotti, o rimangono fermi. Resta un mistero, per me, il favore enorme che il pubblico ha tributato e continua a tributare a tale post, che è personale, ma non più di altri.
       Da segnalare che Le donne accoglienti passa dal decimo all'ottavo posto della classifica.
       Molto importante infine è notare che 30,1 è il numero medio di visioni per post.
       D'ora in poi la classifica verrà ripetuta intorno al 20 di ogni mese, dunque appuntamento al 20 luglio!

                                  Piero Visani


       
               

giovedì 19 giugno 2014

E' lui o non è lui?


        Continua la tragica farsa della povera Yara Gambirasio e del suo presunto assassino, Massimo Bossetti. Stasera, nel solito penoso show delle "armi di distrazione di massa", pare che il presunto colpevole sia un po' meno colpevole e che sia stato fatto qualche "pasticcetto" a livello di accertamenti del suo DNA.
       Bossetti - se è innocente - stia in guardia: tenuto conto di quanto è stato fatto a tanti altri, finiti nelle mani di una giustizia che si comporta essenzialmente da strumento del potere politico, il ruolo di "mostro sbattuto in prima pagina" è dei più scomodi e pericolosi...
       Quanto a noi, non stupiamoci: non veniamo usati ogni giorno come vittime sacrificali da un potere politico che da noi vuole tutto, dalle nostre proprietà alle nostre vite?
       Il volto del Leviatano è sempre uno, mostruoso. Non basta incollarci sopra la faccina di Renzie per farci dimenticare che ormai, da tantissimo tempo, lo Stato è il peggiore e più terribile nemico di noi italiani, cittadini senza diritti di cittadinanza, ergo sudditi della più oscena delle tirannidi, quella che non ha nemmeno il coraggio di presentarsi come tale e si nasconde dietro a un dito, che, a ben guardare, a me appare un medio indirizzato nei nostri riguardi in maniera chiara e inequivocabile...
       Forse sarebbe il caso di cominciare ad accorgersene, perché il gesto è certamente volgare, ma i contenuti sono tragici.

                          Piero Visani

Sovranità

       Stando alla celeberrima formula enunciata dal grande giurista e politologo tedesco Carl Schmitt, "sovrano è colui che decide sullo stato di eccezione". A mio personale giudizio, tale formula non si applica soltanto alla politica, ma a tutti i rapporti umani, tant'è vero che, nelle più diverse circostanze, mi sono spesso sentito coinvolto in situazioni del genere.
       Nell'ambito delle relazioni sentimentali, ad esempio, la sovranità - se il rapporto è equilibrato - è una scelta consapevole di due persone, che può naturalmente esprimersi nelle forme più diverse, a condizione che si tratti di una scelta condivisa e non di un "patto leonino" imposto - bon gré mal gré - da un socio di maggioranza ad uno di minoranza.
        Quando mi è capitata una situazione siffatta, ho sempre cercato di riequilibrare il rapporto, sforzandomi di non finire nella spiacevole condizione di soggetto subalterno. Talvolta, tuttavia, tale situazione di subalternità non mi è parsa poter venir meno, nel senso che mi sono sempre state poste numerose condizioni da soddisfare: essere solo "amico", solo collaboratore di lavoro, solo questo e solo quello.
       Tutte richieste comprensibili - talvolta dettate da considerazioni di carattere sociale, talaltra da paura, talaltra ancora da sessuofobia variamente motivata e motivabile, e via discorrendo. Considerazioni tutte legittime, ma che mi votavano a una condizione di subalternità e di onanismo che non fa per me, che mi costringevano a una soluzione pattizia che non mi interessava, che mi costringevano a una situazione di sovranità limitata che non sento mia.
       In casi del genere, ho provato ad esercitare una positiva opera di persuasione. Poi, una volta constatatane l'inanità, ho preferito uscire di scena.
       Non amo mediazioni e/o compromessi. Sono il classico soggetto da "o tutto o niente", per cui, se non posso avere "tutto", preferisco avere "niente". Non intendo accettare una "sovranità limitata", ma solo una "sovranità condivisa". Se tale approdo non è possibile, meglio uscire di scena e lasciare un ricordo, o forse nemmeno quello.
        Nutro un sano terrore per gli "amici del cuore", i cicisbei, i confidenti, quelli cui le signore amano poggiare il capo sulla spalla per raccontare le loro personali vicende amorose, "consumate" ovviamente con altri.... Sfigati cronici con una forte componente masochistica, che potrebbero esercitare meglio - e con superiore soddisfazione - in contesti maggiormente ritualizzati. Preferisco di gran lunga essere odiato che compatito, essere considerato una persona "impossibile, irragionevole e maschilista" piuttosto che un eunuco. Il semplice ricordo di me susciterà odio e magari fastidio, ma un seguace di Dioniso - quale mi vanto di essere - non ha molte altre soluzioni a sua disposizione: ho presentato la mia offerta, l'ho posta a confronto con quella altrui, si sono rivelate incompatibili e a quel punto non mi restava altro da fare - onde evitare il terribile rischio di diventare un "damo [inteso come maschile di dama] di compagnia" - che togliermi di torno. Con un po' di rimpianto iniziale - inevitabile, visto l'impegno profuso nel declinare la mia offerta - poi cancellato progressivamente dalle mille opportunità che offre il mondo. Dopo tutto, c'è chi vive di rinunce, mediazioni e "sovranità limitate" (e lo scrivo senza acrimonia, è una scelta legittima anche quella), e chi vuole essere libero, ribelle e padrone di se stesso. Due universi palesemente incompatibili. Meglio prenderne atto.

                                               Piero Visani

mercoledì 18 giugno 2014

WATERLOO (18 giugno 1815 - 18 giugno 2014)

       Oggi è il 199° anniversario di Waterloo, una battaglia che cambiò e influenzò per decenni la storia d'Europa. Mi piace ricordare l'ultimo attacco della Vecchia Guardia. Ci sono atti che occorre compiere comunque, perché, quando la vita è in gioco, il futuro ha un senso per chi attacca se la Storia prende una determinata direzione; se ne prende un'altra, ci si può anche accontentare di aver tentato di cambiarla. L'esempio influenzerà i migliori delle generazioni future. La Storia è divenire...

                                 Piero Visani

sabato 14 giugno 2014

Sii ragionevole!!

       In questi ultimi anni, ho ricevuto un discreto numero di inviti alla ragionevolezza, soprattutto nelle mie relazioni interpersonali. Quando mi succede, mi si accende come una lampadina interiore, in quanto, per me, una frase siffatta rappresenta la cartina di tornasole del fatto che la persona che mi rivolge un'esortazione del genere non ha capito nulla, ma proprio nulla, di me.
        Così, se la cosa accade ad esempio nel quadro della relazione con una signora, è chiaro che una frase tanto fatidica mi fa capire che è giunta l'ora di levare le tende, in quanto nessuna persona che mi abbia compreso un minimo mai mi direbbe quelle parole... E' innegabile infatti che io sono naturalmente irragionevole, ma in una forma molto particolare, cioè nel senso che non intendo mai sottoporre la mia personale "volontà di potenza"  (nietzscheanamente intesa) a quella/e altrui. E poiché chi mi esorta ad "essere ragionevole" in realtà sta esercitando la sua "volontà di potenza" a carico della mia, nel senso che vorrebbe cambiarmi e farmi diventare un soggetto di suo gradimento, io declino cortesemente l'offerta e continuo ad esercitare la mia, di "volontà di potenza", e rimango me stesso.
       Quante relazioni ho mandato all'aria per questo motivo? Non poche, devo dire, e non erano neppure tutte relazioni realmente sentimentali, ma anche solo amicali o addirittura professionali. Non ho ovviamente nulla da rimproverare a chi mi voleva diverso, solo che io volevo rimanere uguale...!
       Tengo a precisare che per me rimanere uguale significa in realtà sottopormi a un continuo divenire, in quanto sono un soggetto naturalmente e direi consustanzialmente proteiforme, però ho sempre odiato la ragionevolezza, per non parlare delle esortazioni alla medesima.
      Alle mie orecchie "essere ragionevole" suona come l'invito ad aderire a un canone, a seguire comportamenti stereotipici in cui chi mi esorta alla ragionevolezza possa riconoscermi e, al tempo stesso, riconoscersi. E tuttavia, se avessi voluto essere come lei/lui/loro mi chiedevano, non sarei io. Detesto la riconoscibilità, odio essere inserito in un canone, aborro avere un posto preciso in una griglia mentale, in un cuore diviso a compartimenti, in una mente fatta a scaffali. Non voglio essere classificato o classificabile, eccezion fatta per il fatto che si dica di me che sono "pazzo" o - come minimo - "originale". Quello non mi turba, perché mi classifica senza pretendere nulla da me, mi pone in una lunatic fringe da cui è chiaro che nessuno intende venire a tirarmi fuori. Questa è una soluzione che apprezzo molto e ringrazio chi la fa propria: ognuno per la sua strada e (non) amici come prima!

                                             Piero Visani

Quel fatidico 14 giugno

       Il 14 giugno 1800, dopo aver valicato con il suo esercito il passo del Gran San Bernardo (è estremamente fascinoso ancora oggi ed è bello fermarsi all'ospizio per vedere le tracce del tempo), essere disceso su Aosta e aver superato l'ostacolo rappresentato dal forte di Bard (splendidamente restaurato, anche se in una versione storicamente posteriore a quella dell'anno 1800), l'esercito del primo Console Napoleone Buonaparte cala nella pianura padana per reagire all'offensiva austriaca che, tra il 1798 e 1799, quando egli era in Egitto, aveva compromesso le sue vittorie del 1796-97.
      Il decisivo scontro con l'esercito austriaco, comandato dal generale Melas, ha luogo a Marengo, nei pressi di Alessandria, esattamente il 14 giugno 1800. I luoghi, pur abbastanza urbanizzati, sono ancora oggi molto simili a come erano le campagne dell'epoca, specie se da Alessandria ci si allontana in direzione Voghera, visitando ad una ad una le cascine e i paesini che furono al centro dello scontro (Castel Ceriolo, San Giuliano, Torre Garofoli...).
       Dopo decenni di colpevole trascuratezza, alcuni anni fa le autorità locali hanno finalmente creato un piccolo ma gradevole museo, che ricorda degnamente uno scontro decisivo per la storia dei primi quindici anni dell'Ottocento. Marengo infatti fu due battaglie in una: la prima persa inequivocabilmente da Buonaparte; la seconda, a cominciare dalle ore 15 del pomeriggio, vinta grazie all'arrivo del generale Desaix e delle sue truppe, le quali ribaltarono completamente le sorti dello scontro, trasformandolo in una grande vittoria francese (pagata da Desaix al prezzo della sua stessa vita).


      Napoleone - che credeva molto nella fortuna (sua la celebre frase: "non datemi generali bravi, datemeli fortunati") - fece un esplicito e benaugurante accenno a Marengo la mattina del 14 giugno di 7 anni dopo a Friedland, in Prussia Orientale (circa 45 km a sudest di Koenigsberg). Qui egli - il 14 giugno 1807 - decise di attaccare le truppe austro-russe, con le quali aveva avuto un terribile scontro, dall'esito incerto, nel febbraio precedente (battaglia di Eylau, 7-8 febbraio 1807), sicuramente stimolato a un comportamento molto aggressivo anche da quella favorevole coincidenza temporale. In effetti, la scelta di accelerare i tempi dell'attacco si rivelò felice e, dopo un furioso scontro durato tutto il pomeriggio, Napoleone ottenne la grande vittoria che desiderava e che indusse russi e prussiani a chiedere la pace.

       Considerata la grande attenzione abitualmente posta da Napoleone a queste circostanze fortuite, ma tutte favorevoli, resta da chiedersi per quale ragione egli non abbia iniziato la campagna di Waterloo, nel 1815, il 14 giugno ma il 15, come effettivamente avvenne. Visti gli esiti, resta il dubbio se abbia fatto bene a trascurare un dettaglio tanto importante...

                      Piero Visani




venerdì 13 giugno 2014

Telefono amico

       Sarà l'ora inusuale, saranno le circostanze - anch'esse particolari - ma talvolta una voce amica ti può spiegare, al telefono, dove hai sbagliato, e perché; anzi, meglio: dove NON hai sbagliato e perché sei stato vittima di così numerose incomprensioni.
       Ti può spiegare per quale ragione ciò è avvenuto e quali ne fossero le reali motivazioni. I comportamenti femminili, spiegati da una donna, risultano sempre più chiari, specie ad un uomo che - per naturale disposizione di animo - su certe donne a lui gradite si è sempre fatto qualche illusione di troppo, magari idealizzandole.
       Qualche parola chiara e sincera ridimensiona le cose, e chiarisce lo scontro di mentalità spesso presente a livello di differenze di genere, come pure tutta l'inanità insita nel cercare di farsi capire da chi non ti ha mai voluto capire.
       Io amo il dialogo perché è sempre chiarificatore, perché aiuta e arricchisce. Con il dialogo si fa rotta in varie direzioni. Il mutismo ti fa capire invece che le vele sono definitivamente ammainate e, che se mai sono state al vento, forse è perché la tua barca un tempo serviva, e ora non serve più a chi voleva navigare a tue spese (definizione da intendersi metaforicamente, non materialmente).
       La grande bellezza degli high seas, tuttavia, è che - in quegli spazi enormi e silenti - pur se sei un navigatore solitario talvolta puoi incontrare soggetti come te, e non solo sirene... E' una questione di fortuna, ma anche di perseveranza e solida autostima. A me l'autostima davvero non manca e, quando mi dicono di cambiare, continuo pervicacemente a rimanere me stesso. Per gusto di sfida, se non altro...

                                 Piero Visani


giovedì 12 giugno 2014

La Gauche caviar

       Come consulente di comunicazione istituzionale, non ho mai avuto un cliente - dicasi uno! - sul versante del centrodestra e, quando facevo il consulente del Ministero della Difesa, devo ringraziare tutti i ministri dal 1988 al 2006, meno quelli di centrodestra, ai quali non posso nemmeno dire che facevo ribrezzo, semplicemente non mi conoscevano (neppure quando ero editorialista del "Secolo d'Italia" e membro dell'Assemblea Nazionale di AN...). Dunque in genere mi allontanavano... Nessun problema, tanto poi ci pensavano quelli di Sinistra a riprendermi in forza!
      Queste esperienze mi hanno consentito di frequentare molti ambienti della Sinistra di governo e devo dire che, almeno fino a una certa data, essi sono stati decisamente migliori di quelli della Gauche caviar, che invece ho talvolta frequentato per conoscenze amicali e/o familiari.
       La Gauche caviar italiana è uno spasso. Composta da schizzinosi esperti delle più diversificate forme di egoismo borghese, il solo modo di sentire declinare loro l'affermazione di essere "vicini alla classe operaia" (con la erre finale ben arrotata, à la Gianni Agnelli) è tale da provocare forti coliche intestinali e fa venire inevitabilmente in mente quella frase di un noto polemista americano intento a descrivere, il venerdì pomeriggio dei mesi estivi, i Bostonians della "New Left" impegnati a disegnare percorsi per arrivare a Cape Cod rapidamente e "senza incontrare coloro i cui diritti avevano 'difeso' per tutta la settimana"...
       Tuttavia, incontrarne alcuni a pranzo - come è accaduto a me oggi - mette di buon umore anche in una giornata canicolare, in cui, per soprammercato, mi si è pure rotto per la terza volta consecutiva il climatizzatore dell'auto (per la serie delle "competenze operaiste"... o anche più semplicemente operaie...).
       Sono infatti personaggi assai divertenti, che mettono buonumore e che, se fossero un po' più dotati di senso critico, si renderebbero conto di quel che realmente sono, dei terribili elitisti che concepiscono la società in forma esclusivamente piramidale e, al vertice della piramide, ci sono - ça va sans dire - loro...
       Quando mi intrattengo con costoro, per lavoro o pseudo-rapporti di relazione, non dico quasi mai niente, a parte qualche battuta al vetriolo, piazzata qua e là e regolarmente lasciata cadere nel vuoto (ma non perché siano scaltri, semplicemente non la capiscono...). Osservo e mi compiaccio di me stesso: non sono mai stato democratico e non me ne vergogno certo, ma stare in mezzo ai più "codini" dei reazionari italici è un'esperienza impagabile: se avete senso della Storia, è come mettere un bonapartista convinto (lo scrivente), nel bel mezzo di un gruppo di Marie Antoinettes che si credono giacobine. Per ridere di cuore, che c'è di meglio...?

                        Piero Visani




mercoledì 11 giugno 2014

I primi 18 mesi di "Sympathy for the Devil"

      Era la mattina dell'11 dicembre 2012 quando decisi di trovare uno sfogo per la rabbia che avevo accumulato nel mio animo a causa di una vicenda personale abbastanza sgradevole. Nacque così questo blog, cui diedi un nome che mi piaceva e mi piace tuttora.
       All'inizio, e per lunghi mesi, esso ha svolto una funzione essenzialmente di sfogo, in quanto mi ritenevo vittima di un inganno e volevo comunicare tutta la mia rabbia. Poi, con il tempo, ho compreso che non c'era alcun particolare inganno, a livello personale, ma solo un tentativo di sfruttamento a mio carico andato a male o - più correttamente - esauritosi nel momento stesso in cui qualcuno aveva capito che non avrei potuto avere quel ruolo di roi taumaturge che mi era stato forse frettolosamente attribuito...
       Poiché in quella vicenda avevo profuso tutto me stesso, inizialmente non l'ho presa bene, ma poi ho capito che, se un errore ho commesso, quello è stato cercare di mettere in sintonia (e sincronia) la mia personale mentalità con la mentalità borghese. Un errore che non avrei mai dovuto compiere, poiché era palesemente foriero di (piccoli) disastri personali.
       Così è stato, ma pian piano ne ho preso atto da me, magari anche con l'illuminato parere di qualche buon amico/a. Da quel momento, ho cominciato a conferire al blog nuove identità, che si sono successivamente sviluppate in varie direzioni.
       La componente personale resta forte, perché io vedo e faccio tutto al vaglio della mia personalità, ma con il tempo ho cominciato a occuparmi anche di molti altri temi.
       Oggi posso dire di essere molto affezionato al mio blog, che si muove speditamente verso le 40.000 pagine lette e che resta un modo privilegiato per parlare a me stesso e raccontarmi agli altri. Credo sia una modalità apprezzata anche dai lettori, visto che, in definitiva, le pagine che risultano più lette sono quelle che parlano di me, delle mie impressioni, delle mie emozioni.
        Ho profuso tutto me stesso in "Sympathy for the Devil", così come sono solito profondere tutto me stesso nelle cose che faccio. C'è chi l'ha capito e chi no, ma questo è normale, nella vita. Come dicevo giorni fa a chi l'ha capito, talvolta mi sembra di essere un militare del Genio pontieri, nel senso che io provo continuamente a "gettare ponti" verso chi ritengo possa condividere la mia concezione della vita. A volte mi sbaglio clamorosamente, e ne soffro, a volte ci riesco. Questo blog è nato come strumento di dialogo e tale resta. Gli sono molto affezionato, perché mi ha aiutato in un esercizio fondamentale: distinguere il vero dal falso, capire chi ti prende sul serio e chi ti prende in giro. Esercizio riuscito.

                          Piero Visani

martedì 10 giugno 2014

Ricorrenze familiari

       Mio padre si sposò con mia madre il 10 giugno 1940. La sede del PNF di Aosta aveva dato notizia, nel corso della giornata, che alle 18 il Duce avrebbe parlato alla nazione...
       Penso a questo quasi ogni 10 giugno, da quando mio padre è mancato, e penso, senza saperlo, che anche lui - forte della sua incoscienza più che del suo sapere politico - abbia fatto una scelta del genere "on s'engage, puis on voit". Credo fosse molto innamorato di mia madre (all'epoca appena diciannovenne) e, dovendosi allontanare da Aosta, dove lei viveva e lui lavorava, abbia deciso d'impulso, come ama fare la nostra genia di romagnoli assai poco calcolatori.
        Cerco spesso, nei miei genitori e nelle mie famiglie d'origine, le radici mie, del mio carattere, delle mie passioni, dei miei gusti e disgusti. Credo di avere preso l'impulsività di mio padre e la follia totale e assoluta - totalmente unworldly, direbbero gli anglosassoni - di mia madre.
       Ho scoperto tardi di come fosse possibile, anche nella mia, delineare un "ritratto di famiglia in un interno". Ogni tanto ci gioco un po'. Io in realtà mi considero senza radici, totalmente privo delle medesime, ma talvolta di fa piacere pensare di averne. E faccio tutto - ma proprio tutto di tutto - in base al principio dell'on s'engage, puis on voit.
           Ho capito una cosa, che mi rende questo principio ispiratore particolarmente favorevole: i borghesi (e soprattutto le borghesi...) scappano a gambe levate solo a sentirlo declinare. Loro basano tutto sulla mercatura. Tutto, ma proprio tutto, e non vorrei proprio essere volgare...

                                 Piero Visani


Sliding lives

       I viaggi lasciano grande tempo per pensare. E' vero che si lavora al computer, talvolta si guida, ma se il viaggio è lungo, in aereo o in treno, dopo un po' l'attenzione viene distolta dalle cure abituali dalla natura stessa del viaggio, il quale ci sposta nella spazio, ma molto spesso - almeno questo è quanto accade a me - ci sposta anche nel tempo. Non a caso, quando viaggio, non è insolito che la mia mente corra al passato, alle vite che ho avuto, alle cose che ho fatto, alle persone che ho conosciuto, ai bilanci che mi è possibile tracciare.
       Rivedo persone, eventi, situazioni, emozioni, e mi chiedo "che cosa sarebbe accaduto se...?". L'interrogativo investe le situazioni più diverse e questi what if scenarios diventano quasi un divertissment, un gioco, talora addirittura una seduzione intellettuale per comprendere meglio ciò che in realtà è stato e ciò che, in teoria, avrebbe potuto essere.
       Sliding lives non è un esercizio che somigli a Sliding doors, però forse un po' sì, perché molte cose, se solo una porta scorrevole si fosse aperta diversamente, avrebbero potuto andare in un modo piuttosto che in un altro.
       Sono certo che qualcuno penserà che le mie siano recriminazioni su ciò che avrebbe potuto essere e in effetti non è stato, ma non è così. E' vero, rivedo molti episodi della mia vita, ma li sottopongo altresì a un attento vaglio critico e mi chiedo se ho fatto tutto quello che potevo e - soprattutto - se nei singoli accadimenti ho profuso il meglio di me. Sarà che sono egosintonico, sarà che ritengo di avere la coscienza adamantina, ma io credo di avere passato i miei anni recenti a dare molto, moltissimo. Per molto tempo, non mi è tornato indietro granché, anzi... Però io sono tenace, testardo e perseverante, e sto ampiamente rimediando. E poi sono convinto che almeno una piccola parte di tutto quello che ho dato mi tornerà, e io - come ho appena scritto - ho dato moltissimo. Questo è certo.

                         Piero Visani