giovedì 31 luglio 2014

Vacanze

       Ci fu un tempo in cui anch'io facevo ancora le vacanze, talora più stanziali (specie quando mio figlio era ancora piccolo) talaltra più di viaggio.
       Poi, man mano che l'Europa diventava quel lager a cielo aperto che è diventata, in cui lavorare si faceva più difficile, il mercato (praticamente in tutti i campi) si restringeva fino a chiudersi e il fisco ti chiedeva ogni avere, le ho ridotte progressivamente anch'io e ora, da due anni a questa parte, non le faccio più.
       Non è gran perdita, ci sono miliardi di persone che stanno peggio di me. Però, di natura sono molto, moltissimo vendicativo e tendo a tenere a mente nomi, cognomi e indirizzi di tutti coloro che mi fanno degli sgarbi, mi privano di vita, gioie, piaceri, sogni, esperienze.
        Io questi nomi me li sono doverosamente appuntati, a futura memoria. Non succederà, ma - semmai dovesse - una cosa che certamente mi è estranea, anche nella mia modestissima attività di "diffusione culturale", è l'umana pietà per chi mi ha colpito. Non ne hanno avuta con me, non ne avrò con loro. E soprattutto insegnerò ai giovani a non averne. E' tutto quello che posso fare e lo farò volentieri, molto volentieri. Un mio docente, tanti anni fa, mi disse che sarei stato esemplare, come "cattivo maestro". Mi auguro vivamente che avesse ragione...

                           Piero Visani



                                          

No surrender


      Fu intorno ai 18 anni che lessi una affermazione che Nietzsche mette in bocca a Zarathustra: "si chiama Stato il più gelido di tutti i gelidi mostri".
      Da appassionato cultore del grande filosofo tedesco, avrei dovuto farne tesoro e invece - probabilmente per educazione familiare - rimasi intriso di rispetto per lo Stato fino a che le istituzioni non le conobbi da vicino (e dall'interno), cosa che avvenne a partire dai 38 anni.
       Fu una vera rivelazione, per me. Ero molto lieto di poter avere una insider's view degli "arcana imperii", che mi avevano sempre affascinato, ma mi accorsi ben presto che ero in un film dei Vanzina, e non dei migliori. Ero in "Sotto il vestito niente!".
       Prudente e osservatore come sono sempre stato, mi limitai a guardare, imparare e vedere se, per caso, riuscivo a ritagliarmi una nicchia e, in qualche maniera, ci riuscii, anche se, nel fare certe cose, i miei sussulti di libertà e indipendenza furono quasi sempre soffocati, se non nei rari casi in cui potei godere della protezione di sponsor illuminati. Ma di una cosa mi accorsi, e non l'ho mai dimenticata: che le "pubbliche virtù" imposte ai cittadini non valevano proprio per chi esercitava la nobile arte di imporle, per i quali, semmai, era più facile praticare - con aperta soddisfazione - un numero pressoché infinito di vizi privati.
       Presi atto della sperequazione, sempre osservando dall'interno, consapevole che, una volta uscito fuori di lì, non avrei mai più bevuto una frase intrisa di retorica. Fu in quegli ambienti che mi accorsi della assoluta veridicità di una frase di Samuel Johnson, quella per cui "il patriottismo è l'ultimo rifugio delle canaglie". In effetti, tra i "patrioti" che avevo avuto modo di conoscere da vicino io, le canaglie abbondavano, e quanto...!
       Passato a fare altri mestieri, mi accorsi che lo Stato non aveva alcun particolare interesse per me, se non quando c'era da PAGARE. Prima e dopo quell'atto che definirei di fondazione, i pubblici poteri non sapevano chi io fossi, né volevano saperlo, ma l'atto di fondazione era invece determinante: o paghi o muori (nel senso che verrai ucciso).
       Una delle mie caratteristiche caratteriali più spiccate è che non amo i torti e che, fatto oggetto di un'azione, do sempre il via a una reazione uguale e contraria, poco importa chi ne sia stato l'artefice. Ero stato un "ribelle con una causa", potevo tornare ad esserlo, o anche diventare un "ribelle senza una causa", condizione che mi piaceva anche di più.
       Da quando lo Stato mi ha colpito, ho cominciato a nutrire un rancore fortissimo, che ha fatto lievitare in me un virulento spirito di vendetta. Temo proprio che non potrò mai praticarla, e questo mi fa molto male, ma - in una fase storica come la presente, in cui lo Stato italiano si sta palesemente liquefacendo - mi sono preoccupato per tempo di disegnare la mia personalissima "exit strategy".
       Non spero niente, non sono in grado di cercare rivincite (anche se amerei trovarle, oh se amerei farlo...!), però non alzerò bandiera bianca. La mia personale guerra con lo Stato è iniziata nel 2008 e continuerà ad oltranza. Non vincerò, anzi perderò, ma - nel perdere - farò danno - e userò tutte le mie scarse possibilità per ricordare a tutti - come Zarathustra - "che si chiama Stato il più gelido di tutti i gelidi mostri".
      Quell'istituzione che ti toglie la voglia di vivere merita solo odio assoluto. Io sono qui a nutrirlo, già da tempo, senza timore alcuno. La voglia di vivere me l'hanno tolta, ma l'odio no. E quello è da tempo il senso unico e ultimo del mio vivere.

                           Piero Visani




Ricorrenze

       Ci sono date che ci ricordano - direi inevitabilmente - storie, eventi, persone. Alcune sono ricorrenze positive, altre negative, ma, man mano che ci si distanzia cronologicamente da esse, si capisce come pure le ricorrenze negative, ad esempio, possano avere una loro valenza.
       Una data, ad esempio, può ricordarci il giorno in cui,  in anni lontani, abbiamo o ci sono stati aperti gli occhi su un rapporto e noi - con perfetta capacità di sintesi - siamo riusciti in breve a dimostrare come, dopo essere stati virtuosi nell'esercizio delle passioni più sfrenate, sapessimo pure praticare la perversione con una certa, disinvolta innocenza.
         Tutto è divenire e chi scrive ama da sempre il divenire e lo pratica con molto impegno, felice di profondere tutto se stesso in quel che fa. A volte, nel farlo, si incontrano persone che non condividono i nostri livelli di passione e/o impegno, e magari amano ingannarci, prenderci in giro, sfruttarci.
       Sul momento, ci si arrabbia per certi comportamenti, che ci paiono dolosi, ma poi tutto sfuma. Come diceva Eraclito, "un bambino che gioca è l'eterna esistenza". Per noi, quei giochi sono giochi di passione e di sfrenata sensualità, per altri sono piccoli inganni interessati. Vorremmo rimproverarlo loro? Ma perché mai? Ognuno ha diritto di praticare i giochi che più ama. Per noi sono intima essenza, autentica attività ludica, profluvio ed effluvio di passioni. Per altri sono annoiati divertissement borghesi, tesi alla ricerca di qualche modestissimo vantaggio personale e di lavoro. Qualche volta, per mera casualità, questi giochi si intersecano e ne nascono talvolta piccoli attriti, poi ognuno ritorna a ciò che ama: alcuni alle passioni, altri ai piccoli inganni; à chacun son goût.

                       Piero Visani

mercoledì 30 luglio 2014

Il Senato

       Ma nel disastro ormai imminente e previsto per prima di fine anno, che cosa cambierà tra l'avere un Senato elettivo, uno di "nomina regina" e non avere proprio un Senato? Qualcuno è così ottimista da pensare che l'esistenza del Senato sarà un problema? E quello del mangiare, o del riscaldarsi, o del salvaguardare gli ultimi soldi? Suvvia, prepararsi seriamente...

                        Piero Visani

Il conflitto a Gaza


      Il primo dato che emerge con il trascorrere dei giorni è il lievitare delle perdite. Perdite civili, per cominciare, in quanto le più illegittime e intollerabili. Ma anche perdite militari, perché sono ormai oltre 50 i soldati israeliani uccisi in combattimento, un livello di perdite che non credo fosse stato previsto dai vertici dello Stato ebraico.
       La guerra urbana - si sa - è una forma di conflitto terribile e sanguinosa, che moltiplica le potenzialità dei difensori e complica pesantemente quelle degli attaccanti. Ovviamente anche un conflitto urbano può essere vinto dagli attaccanti, ma - e questo è l'interrogativo principale - a quale prezzo?
       Se si comincia dalla questione dei tunnel, è chiaro che essi sono una minaccia molto cospicua, sia sul versante offensivo sia su quello difensivo. Sul versante offensivo consentono ai miliziani di Hamas di irrompere in territorio israeliano. E' chiaro che si tratta di missioni spesso quasi suicide, ma occorre prendere atto della natura del combattente animato da forti motivazioni ideali (che le si condividano o meno): il suo disprezzo per la vita sarà sempre evidente ed esibito. Del resto, ogni cultura ha le proprie caratteristiche e, anche se a certi Stati Maggiori la cosa pare dare molto fastidio, c'è ancora chi si sente GUERRIERO, prima che SOLDATO, e chi alla guerra "post-eroica" preferisce ancora quella eroica.
       Sul versante difensivo, i tunnel sono un incubo per qualsiasi reparto di fanteria, anche il più specialistico: l'imbocco dei medesimi può essere una trappola; il percorrerli richiede grande coraggio e può determinare infinite sorprese; un eventuale scontro sotterraneo è soprattutto un confronto di volontà, dove vince chi ne ha un po' di più dell'avversario. Infine l'uscita, se si riesce a percorrerlo fino in fondo, può riservare terribili sorprese, essendo un luogo di elezione classico per imboscate,
      In effetti, le imboscate sono un'altra peculiarità temibile del conflitto urbano: possono essere organizzate pressoché ovunque e gestite in modo da essere fatte scattare quando possono infliggere perdite tremende al nemico, cosa che a Gaza pare sia avvenuta già più di una volta.
       Una carenza tecnica cui Hamas pare aver sopperito, dopo anni di fragilità da questo punto di vista, è la disponibilità di razzi anticarro, di cui alcuni specificatamente concepiti per il combattimento urbano, come l'RPG-29, di fabbricazione russa. A differenza degli ordigni su cui si è sempre basata Hamas negli ultimi anni, questi razzi sono estremamente efficaci e mortiferi, e non consentono alla fanteria israeliana di utilizzare adeguatamente la protezione offerta dai carri armati, dai veicoli trasporto truppe o dagli stessi edifici. Occorre mantenere i reparti costantemente in movimento, in caso contrario la rete informativa di Hamas farà sì che essi vengano rapidamente attaccati, nel giro di pochi minuti, là dove si sentivano al sicuro, e attaccati con ordigni che provocano loro forti perdite.
       Meglio pare funzionare, da parte israeliana, il sistema di protezione antimissile TROPHY, che individua e neutralizza gli ordigni missilistici in avvicinamento ai carri armati, facendoli esplodere prima del contatto. Tuttavia, questi progressi tecnologici, per quanto importanti, non sono decisivi per vincere un conflitto urbano, che è sempre e soltanto un terribile scontro di fanterie. Per vincerlo, bisogna essere preparati a sostenere perdite molto elevate e i numeri - ammesso e non concesso che siano veri - ci dicono che lo Tsahal ha già avuto tanti, troppi morti.
       La conclusione che si può provvisoriamente trarre è che Hamas, dopo tanti errori, ha finalmente imparato a fare la guerra in ambito urbano (e non solo), probabilmente perché si è avvalsa dei giusti consiglieri e di più efficaci sistemi d'arma.
       Israele resta molto forte, ma non può più vincere. Se avesse una dirigenza politica più saggia e meno accecata dal mito dell'"Herrenvolk", cercherebbe sicuramente una pace di compromesso, per dividere i suoi molti nemici, che tutto sono meno che concordi tra loro.

                                                       Piero Visani

I conti della serva


      Stando alle indicazioni di questi giorni, la pressione fiscale italiana sarebbe ormai la più elevata al mondo. Allora uno non può fare a meno di chiedersi:
ma come fa la più elevata o una delle più elevate pressioni fiscali al mondo a sposarsi con:
- debito pubblico in crescita inarrestabile?
- servizi da Quarto Mondo?
       Sorge legittimo l'interrogativo: ma dove vanno a finire questi soldi? Nelle casse pubbliche davvero non parrebbe e se ciò - sia pure in misura molto limitata - accade, si tratta di una semplice transizione, di un passaggio verso altre destinazioni, sicuramente più private.
       Parlare di risanamento, con queste premesse, non ha senso alcuno, anzi è una grandiosa presa in giro. Questo è un COLOSSALE SPOSTAMENTO DI RICCHEZZA, ORGANIZZATO COME UN VERO E PROPRIO OLOCAUSTO ECONOMICO. Se serve, si può fornire anche uno slogan di presentazione, che ne parafrasa un altro già molto noto: LA TASSAZIONE RENDE LIBERI (sì - è vero - i percettori)...

                         Piero Visani

martedì 29 luglio 2014

Nietzscheana

       Scrive il mio caro Friedrich che il superuomo (o l'"oltre uomo", lezione che mi è più cara) non farà più distinzione alcuna tra il conoscere come attività teoretica e il "conoscere" inteso come incontro erotico. Credo che questo passo mi abbia influenzato molto, nella mia "Weltanschauung", e non sto per niente scherzando, anzi.

                Piero Visani

Sta arrivando...


       Che il collasso totale di questo Paese sia alle porte è ormai evidente, perché tutti gli indicatori disponibili a livello economico e sociale mostrano che la nostra situazione sta sempre e solo peggiorando: cala il PIL, aumenta esponenzialmente il debito pubblico, chiudono aziende ed esercizi commerciali, fuggono all'estero giovani, meno giovani e aziende.
       Le tragedie non necessariamente si compiono in 24 ore, possono anche richiedere mesi o anni, ma ormai ci siamo dentro in pieno.
       Quello che deve essere chiarissimo - e su cui nessuno può permettersi di nutrire illusioni - è che LA SITUAZIONE NON PUO' CHE PEGGIORARE, E PEGGIORERA'. E' sufficiente, del resto, porsi una domanda facile facile: quali politiche sono in atto per invertire la tendenza? Che cosa sta facendo il governo per rilanciare l'occupazione, far crescere il prodotto interno lordo, favorire le esportazioni, ripianare il debito pubblico?
       La risposta è scontata: assolutamente nulla. Si sta solo malamente gestendo il disastro, in modo da salvaguardare se stessi, i propri beni e - perché no? - la propria pelle al momento del default.
       L'Italia è stata totalmente spolpata del suo sistema produttivo e delle sue ricchezze, senza alcun risultato e l'ora del "redde rationem" si avvicina a ritmi che giorno dopo giorno accelerano un po'.
       Nessuno si faccia illusioni sul fatto che tale "redde rationem" sia per l'oligarchia che ci governa, e solo per essa. E' più facile che sia per noi, per i nostri ormai ridottissimi limiti di libertà individuale e collettiva. E' più probabile che ci ritroveremo in una situazione orwelliana, in cui saremo deprivati di qualsiasi libertà e non ci toccherà fare altro che pagare (questo accade già oggi), ma farlo in una condizione di palese e dichiarato servaggio che al momento non è ancora così evidente (non ai più, almeno). E potrebbe anche accadere che vengano toccati alcuni fondamentali diritti di libertà, come quelli relativi alla circolazione delle persone.
       Per un polemologo, i periodi di anteguerra sono sempre stimolanti, sotto il profilo scientifico. Si guarda ad essi con occhio da entomologo, osservando come certi insetti si preparano a sopravvivere e certi altri a morire. Non mi faccio illusioni di sorta, ovviamente. Sono insetto alla stessa stregua degli altri, forse di più. Solo che, per tortuosi casi della vita, mi diletto di entomologia...

                                   Piero Visani

lunedì 28 luglio 2014

Fuga da Fort Donelson (Febbraio 1862)

       L'inverno 1861-1862 fu il primo inverno di guerra per la neonata Confederazione sudista. Anche se la tradizione militare del Sud era nettamente superiore a quella del Nord, ben pochi erano gli uomini con una reale esperienza di guerra e ovviamente a costoro erano toccati i ruoli di comando. Tutti gli altri ufficiali, sulla base di un criterio assolutamente bizzarro, vennero in genere eletti per voto democratico da parte dei membri dei rispettivi reparti. Fu così che spesso dei vacui parolai ottennero comandi importanti a scapito di persone con ben più autentica vocazione (e capacità) militare.
       Tuttavia, questo non fu il caso di Nathan Bedford Forrest (1821-1877). Nato a Chapel Hill, nel Tennessee, aveva fatto fortuna come proprietario di piantagioni e speculatore, per cui, al momento della Secessione (dicembre 1860), era un uomo ricco, in grado di reclutare a proprio spese un battaglione di cavalleria, che naturalmente lo aveva eletto a proprio comandante.
       Privo di qualsiasi istruzione militare, era tuttavia un leader nato, per caratteristiche psicologiche e temperamentali, nonché un brillante comandante di cavalleria e un finissimo tattico.
       Il primo inverno di guerra gli diede occasione di dimostrarlo. Nel febbraio 1862, l'esercito unionista al comando del generale Grant aveva occupato la città di Paducah, nel Kentucky, e aveva conquistato Fort Henry, sul fiume Tennessee. Era evidente l'intento dei nordisti di tagliare le vie fluviali della Confederazione, bloccandone le comunicazioni e i commerci interni.
        Forte di un esercito di 15.000 e supportato da una flotta di cannoniere fluviali, a quel punto Grant rivolse la propria attenzione a Forte Donelson, sito sul fiume Cumberland. Tra i difensori del forte c'era anche il battaglione di cavalleria di Forrest, con un organico di circa 650 uomini.
       Con l'aggressività che cominciava a renderlo noto ai confederati (perfino superiore alla sua mai smentita propensione all'alcolismo), Grant si abbatté come un ciclone su Fort Donelson, minacciando di conquistarlo in breve. Spaventati da tanto spirito offensivo, con una delle decisioni che rimangono uno dei misteri irrisolti della Guerra Civile, i comandanti sudisti decisero di arrendersi, senza nemmeno combattere.
      Sorpreso da tale inaudita decisione, Forrest protestò violentemente, ma non aveva il grado per potersi opporre alle decisioni dei suoi superiori. Tuttavia, sbalorditi dalla veemenza del suo scoppio d'ira, i generali confederati gli diedero il permesso di cercare di sottrarsi all'accerchiamento in cui Grant aveva stretto il forte, guidando il suo reparto e tutti gli uomini che intendessero seguirlo.
       Nel buio di una gelida notte di inverno, Forrest guidò i suoi uomini verso la salvezza, seguendo un percorso rischioso ma audacissimo e, dopo una cavalcata di 75 miglia in due giorni, riuscì a portarli al sicuro a Nashville.
         La fuga da Fort Donelson diede inizio al mito di Forrest, uomo di estrema energia individuale e di grandissimo talento tattico, sempre intento a perseguire un solo obiettivo: combattere il nemico dovunque e comunque possibile, in modo da infliggergli gravissimi danni. Per tutto il Sud, egli diventò così "il mago della sella".
       Il dipinto di John Paul Strain lo ritrae alla guida del suo reparto, in fuga da Fort Donelson onde evitare l'onta della resa.

                                Piero Visani

     

Tacche

       Oggi pomeriggio, in auto, mi chiedevo ironicamente se qualche prode combattente non mi considerasse da tempo una tacca da esibire orgogliosamente sulla propria fusoliera (mi auguro ancora piacevolmente aggettante, nonostante l'inesorabile incedere degli anni) costellata di "vittorie", di distintivi di "abbattimenti confermati".
       Sono giunto alla conclusione che sì, sicuramente è così. Ne prendo atto e certo non mi lamento: ho combattuto, non ho vinto, ma sono più che sicuro di aver inferto notevoli danni a mia volta.
        Sono una tacca? Sì, è probabile. Una tacca di solitudine, vuoto e vita sprecata.
        Le mie "vittorie", certamente più rare, sono assai diverse: sono occasioni di incontro e relazione, non passerelle autoreferenziali, da rinnovare a infinito, sempre uguali a loro stesse, solo esercitate su "obiettivi" diversi. Tuttavia, è giusto che ciascuno si comporti come meglio crede. Per quanto mi riguarda, l'aspetto ironico è che avevo dedotto da tempo di essere stato considerato una "mezza tacca" ed essere lievitato infine a "tacca intera" per me costituisce un grande progresso... Non si può essere apprezzati da tutti, no?

                     Piero Visani

domenica 27 luglio 2014

Idee chiare

       Scrive Friedrich Nietzsche nel prologo di "Ecce Homo": "...sono una natura opposta a quella specie di uomo che fino ad oggi è stata venerata come virtuosa. Detto fra noi, mi pare che proprio questo faccia parte della mia fierezza. Io sono un discepolo del filosofo Dioniso, preferirei essere un satiro piuttosto che un santo".
       Che dire? Idem sentire...

                    Piero Visani


**Foto: IDEE CHIARE

Scrive Friedrich Nietzsche nel prologo di "Ecce Homo": "...sono una natura opposta a quella specie di uomo che fino ad oggi è stata venerata come virtuosa. Detto fra noi, mi pare che proprio questo faccia parte della mia fierezza. Io sono un discepolo del filosofo Dioniso, preferirei essere un satiro piuttosto che un santo".
Che dire? Idem sentire...

Una seconda opportunità

      E' bene, nelle relazioni sentimentali, potersi concedere una seconda opportunità, specialmente se la prima è miseramente fallita. Se tenevi al rapporto, ci arrivi preparato, pronto a dare il meglio di te, deciso a fare il maggior sforzo possibile di comprensione della tua controparte.
       Se fallisce miseramente - e in genere fallisce miseramente - puoi star sicuro che non poteva che finire così e metterti il cuore in pace. Hai dato, detto e fatto tutto, in prima e seconda istanza. La resurrezione di ciò che è morto - o che forse non è proprio mai vissuto... - non è nei tuoi poteri e, a pensarci bene, è davvero molto meglio così. Infatti, a quel punto la tua personale analisi si fa più serrata, approfondita, impietosa: un gigantesco abbaglio, una presa in giro a tuo carico di ottimo livello, un esercizio di seduzione bloccatosi al momento dello showdown...?
        Non lo saprai mai e, a un certo momento, smetterai di chiedertelo, pensando che. come in tutte le vicende umane, a volte si perde e a volte invece si vince. Archivierai le sconfitte, ammesso e non concesso che si possano definire tali, e penserai alle vittorie, che è decisamente meglio, tra l'altro.

                        Piero Visani

sabato 26 luglio 2014

Luci a San Siro

       Rifulgono, in questa serata di luglio, le "luci a San Siro" e, anche se non sono a Milano, il parallelismo con la celebre canzone di Roberto Vecchioni è inevitabile. Troppi sono gli anni che sto per compiere, e troppi i ricordi di tutta una vita.
       Eppure, in questa notte incipiente di luglio, gravida di pioggia e umidità, e caratterizzata da una temperatura che la fa sembrare più una sera di metà ottobre, la mia mente corre inevitabilmente al parallelismo tra i miei vent'anni e un presente che - nella canzone di Vecchioni - non è altrettanto fulgido e lo induce a guardare al passato con nostalgia, la nostalgia tipica di chi ha perduto un'innocenza e una gioventù che non torneranno più.
        Inevitabilmente mi chiedo se condivido anch'io un sentimento del genere e, dopo breve riflessione, la risposta è no. Certo, furono anni felici, ma lo furono davvero o tali paiono all'occhio benevolente e assolutorio della memoria? Quanti amori veri, storie degne di essere vissute, e quante rovinate o troncate a metà dalle "vestali del basso ventre", rigide regolatrici di un do ut des governato da regole assai severe, intrise soprattutto di pulsioni... ragionieristiche.
        Quante di costoro mi hanno complicato la vita? Quante me l'hanno frenata, inibita, costretta, approfittando del fatto che ero ingenuo, gentile, timido, riservato?
       Oggi - è vero - le "luci a San Siro" non sono quelle dei miei vent'anni e - a differenza di Vecchioni - non ho nemmeno fatto "i dané", però non ho rimpianti, non guardo al passato con occhio intriso di nostalgia, in quanto la vita non ha spento le mie passioni, mi ha lasciato molto uguale a me stesso, nel corso del tempo, e mi ha solo insegnato a riconoscere molto bene quelle celebri "vestali", così da non sprecare tempo, denaro, affetti, passioni, con soggetti che hanno un infinito amore per la "sovranità limitata" (la mia, ovvio...).
      Io, per contro, fedele ai miei gusti giovanili continuo a perseguire tenacemente l'esercizio della mia "volontà di potenza", selezionando accuratamente chi - come me - sa esercitarla senza considerazioni dettate dalla prudenza, dalla paura, dall'interesse, dagli ultimi colpi di un declinante potere seduttivo ("quella è all'85°", è solito affermare - con la consueta rudezza - un mio grande amico genovese, noto critico cinematografico con evidenti passioni calciofile...) e quant'altro.
       L'esperienza mi ha felicemente messo al riparo, alla mia non più verde età, dalle "ragioniere del corpo e dell'anima" e ora posso interfacciarmi con chi realmente condivide la mia visione del mondo. Non voglio più sprecare il mio tempo e non lo spreco. Audaces fortuna iuvat. E io ho avuto una grande fortuna.

                                               Piero Visani




Vengeance at Okolona

       Il 22 febbraio 1864, impegnato nel coprire la ritirata delle forze confederate che cercavano di contrastare l'offensiva unionista verso il Sud, lo staff del generale Nathan Bedford Forrest venne intercettato da un cospicuo reparto nordista a Okolona, nel Mississippi. L'attacco di sorpresa fece, tra le prime vittime, il fratello minore di Forrest, Jeffrey.
       Profondamente turbato, ma freddo, Forrest affidò il corpo del fratello, morto sul colpo, ad alcuni aiutanti, poi ordinò contro gli unionisti una carica, che guidò con furia selvaggia, uccidendo almeno 4 cavalleggeri unionisti con la sua sciabola, e avendo abbattuti sotto di sé ben tre cavalli. L'esempio si rivelò trascinante e la cavalleria confederata, benché non superiore alla metà degli effettivi unionisti, colse una grande vittoria, entusiasmata dalla furia selvaggia del proprio comandante.
       Il dipinto di John Paul Strain fotografa il momento in cui la carica venne lanciata.

                       Piero Visani


Foto: VENGEANCE AT OKOLONA 

Il 22 febbraio 1864, impegnato nel coprire la ritirata delle forze confederate che cercavano di contrastare l'offensiva unionista verso il Sud, lo staff del generale Nathan Bedford Forrest venne intercettato da un cospicuo reparto nordista a Okolona, nel Mississippi. L'attacco di sorpresa fece, tra le prime vittime, il fratello minore di Forrest, Jeffrey.
Profondamente turbato, ma freddo, Forrest affidò il corpo del fratello, morto sul colpo, ad alcuni aiutanti, poi ordinò contro gli unionisti una carica, che guidò con furia selvaggia, uccidendo almeno 4 cavalleggeri unionisti con la sua sciabola, e avendo abbattuti sotto di sé ben tre cavalli. L'esempio si rivelò trascinante e la cavalleria confederata, benché non superiore alla metà degli effettivi unionisti, colse una grande vittoria, entusiasmata dalla furia selvaggia del proprio comandante.
Il dipinto di John Paul Strain fotografa il momento in cui la carica venne lanciata.

venerdì 25 luglio 2014

Grazie!

       Ringrazio tutti gli amici di FB per gli auguri che hanno inteso gentilmente farmi. Ho già iniziato a rispondere personalmente a ciascuno e proseguirò nel fine settimana.
       Mi permetto di ringraziarVi facendoVi omaggio di una canzone di Paolo Conte che mi è particolarmente cara, per atmosfera e per un testo dedicato a un problema che conosco bene, quello dell'incomunicabilità o della difficoltà di comprensione reciproca ("e siam rimasti lì, chiusi in noi, sempre di più!"). In fondo, è una canzone che parla delle atmosfere decadenti che amo e degli atteggiamenti che mi feriscono e dunque - come tale - è olisticamente rappresentativa di alcuni aspetti della mia personalità.
       Grazie ancora!

                        Piero Visani

giovedì 24 luglio 2014

When I'm sixty-four

       Quando ascoltai per la prima volta questa canzone, dovevo ancora compiere 17 anni. Mi piacque subito, nonostante le sue peculiarità musicalmente tutt'altro che "moderne", in quanto mi parve un ben riuscito esercizio di autoironia.
       All'epoca, non pensavo che un giorno sarei arrivato a compierlo a carico di me stesso.
       Bene, quel giorno arriva domani, alle 19.27. Penso di essere molto distante dall'immagine maccartiana che emerge dal brano, anzi forse distantissimo, ma, nel compiere i miei 64 anni, avevo comunque bisogno di prendermi un po' in giro e la colonna sonora, da questo punto di vista, era assolutamente scontata...
       Non ritengo di rientrare neanche un po' nell'agiografia della canzone, ma non vorrei correre il rischio di prendermi troppo sul serio, ergo di fatto me la dedico, come anticipazione del mio compleanno di domani.

                        Piero Visani

Genesi

       Sono nato il 25 luglio 1950, alle 19.27, nell'ospedale di Aosta. Mia madre si ricorda perfettamente l'ora perché aveva di fronte a sé un grande orologio. 
       La giornata era stata particolarmente afosa e nell'ospedale, con una certa leggerezza, erano state create numerose correnti d'aria, per dare un po' di sollievo, soprattutto al personale...
       Il caso volle che nel corso della notte si scatenasse un terribile temporale e che, in mezzo a quelle correnti d'aria fattesi più forti, fino a che i finestroni dell'ospedale non furono chiusi, io abbia subito contratto una polmonite, dalla quale venni salvato grazie alla somministrazione del vaccino di Sabin.
        Io sono profondamente convinto che quell'esperienza neonatale abbia insufflato nel mio animo una formidabile diffidenza nei confronti degli altri e nei riguardi di qualsiasi forma di trascuratezza. La mia attenzione per i dettagli e il non fidarmi mai di alcuno per me derivano da quello.
       Potrei aggiungere - ma è una palese forzatura - che il vaccino antipolmonite di Sabin abbia insufflato in me - stanti gli esiti del medesimo - una notevole simpatia per gli Stati Uniti. E forse è davvero così, nel senso che sono da sempre appassionato di cinema e storia americani. Poi, rapidamente, sono cambiato e ho provato ad "abortire l'America e poi guardarla con dolcezza", ma certo gli USA hanno avuto una qualche parte nella mia vita.
        Le cose che ho scritto sopra sono quanto mi è stato riferito della mia nascita. Vi aggiungo che avrei dovuto chiamarmi Pietro, come mio nonno materno, ma mia madre preferì Piero, che le sembrava una forma di sia pur modesta distinzione dal genitore.
          Se ricordo bene, mio padre, nell'affrettarsi ad Aosta, dal Piemonte ove lavorava all'epoca, ebbe un incidente d'auto, forse per l'eccitazione dovuta alla nascita del primo figlio maschio (ma ho una sorella, di circa 8 anni più vecchia).
            Ricordo infine - ma questo credo sia noto a tutta la mia famiglia - che per i primi 13 mesi della mia vita mi astenni quasi completamente dal dormire, quanto meno la notte, abitudine che ho mantenuto il più possibile, anche se ora preferirei astenermi dal dormire tout court, un giorno spiegherò perché.
         Queste alcune brevi note sul mia affacciarmi all'esistenza. Ne avrei fatto assolutamente a meno, lo dico con estrema chiarezza, ma, dal momento in cui ho cominciato a stare al mondo, mi sono preoccupato soprattutto di fare tutto ciò che volevo. E, in definitiva, pur odiando la vita dal profondo, credo di esserci riuscito. Mi piace avere degli obiettivi. Per le vite future, se ne avrò, amerei che i miei genitori mi chiedessero se sono d'accordo con loro nel bissare l'esperienza. Chiaro che declinerei. Non mi piacciono né il mondo né quelli che per errore si fanno chiamare umani (e non lo sono affatto).

                             Piero Visani

Gaza


       Com'è noto, nel conflitto libanese del 2006 lo Tsahal subì un durò colpo al proprio prestigio in quanto, pur operando in terreno aperto, non riuscì a superare, se non che al prezzo di gravi perdite, una serie di sistemi e canalizzazioni difensivi, per cui - per dirla con Carl von Clausewitz - la sua offensiva "si esaurì progredendo".
      A Gaza, lo scenario tattico è radicalmente diverso, in quanto siamo nel pieno di un conflitto urbano, ma il rapporto costi/benefici è decisamente negativo, per l'esercito israeliano. I morti hanno infatti già superato le 30 unità e - se si può accettare una distinzione così sgradevole - non sono "morti qualunque", ma soldati di unità scelte, cui tocca l'oneroso compito del combattimento di fanteria. E quest'ultimo è uguale da che mondo e mondo, e non premia in genere il combattente più sofisticato e tecnologicamente avanzato, ma il più rustico, il più primordiale, il più vicino ai valori guerrieri primigenii.
Un Paese come Israele non può permettersi conflitti del genere, semplicemente perché non ha la base demografica per poterli sostenere. Non sorprende dunque che intorno a Gaza sia stato stretto un "cordone sanitario", siano stati sbarrati tutti gli accessi. Ma poi? Entrare con la fanteria in quel dedalo di costruzioni e di tunnel non è destinato a costare 30 morti, ma ben più di 300, mentre continuare con i bombardamenti contro la popolazione civile è un "disastro mediatico" che non può durare a tempo indeterminato.
       Esattamente come nel 2006, dunque, Israele è militarmente bloccata e politicamente in difficoltà. Non può sopportare centinaia di caduti tra le file del suo esercito, ma non può nemmeno bombardare la popolazione civile a infinito. In verità, non può neppure fermarsi o tornare indietro a cuor leggero, poiché sarebbe una sconfitta tattica e strategica di grande portata, oltre che psicologica.
       Il vero danno, l'usura di lungo periodo è però un altro: i principi tattici del 2006 non sono tramontati a otto anni di distanza, anzi gli Hezbollah e chi per loro sono riusciti ad insegnarli anche ad Hamas, che in passato aveva dato prova di essere un'organizzazione assai più fragile sotto il profilo tecnico-militare.
      Lo Stato ebraico vive oggi un'impasse tattica e strategica che sarebbe anche un disastro mediatico di grande portata se esso non godesse del sostegno della maggioranza dei media occidentali. Tuttavia, una cosa è già oggi chiarissima: i conflitti "a zero morti" (propri, perché su quelli altrui la mano è più pesante...) sono per Israele un lontano ricordo. I prossimi - che non mancheranno - dovranno cercare soluzioni molto diverse, dal "fosforo bianco" usato dagli americani nella seconda battaglia di Falluja (novembre-dicembre 2004) agli impieghi tattici delle "armi scalari". E non saranno soluzioni facilissime da giustificare agli occhi del mondo.

                                   Piero Visani

mercoledì 23 luglio 2014

September morn

       Dopo l'inevitabile (almeno in Italia) esibizione di glutei agostani, arriverà settembre con le sue superstangate fiscali, per "raddrizzare" quei conti che non si drizzano da oltre un ventennio per evidente incapacità dei nostri governanti di comprimere la spesa pubblica e ridurre il peso dello Stato. Sarà uno degli atti finali di un sistema al collasso più totale. Non mi faccio illusioni sugli esiti, ma penso che l'accelerazione verso il baratro si farà più rapida. E, non avendo proprio nulla da perdere, non posso certo dire di sentirmi granché preoccupato di tale eventualità. Mi attengo alle analisi - quelle di pubblico dominio - della relazione semestrale dei servizi segreti e spero, spero vivamente che siano fondate...

          Piero Visani

Ex affinitate salus

       Gli affini, a volte, ci conoscono più dei parenti e così, in occasione del mio imminente genetliaco, mio cognato Vittorio mi ha regalato un celeberrimo saggio di Max Stirner. Non Nietzsche o Juenger, proprio Stirner! Scelta che mi permetterei di definire, più ancora che colta, culta. Ringrazio: la classe non è acqua... e inoltre fa piacere sapersi seguiti nel proprio itinerario intellettuale. Il mio, poi, è così complesso...

                      Piero Visani

Non parlarmi, non ci sento...!


       Ci sono giornate strane, in cui uno si chiede le ragioni di determinati silenzi e si danna l'anima per colmare quei vuoti, talora riuscendovi, talora no.

       Poi incomincia a chiedersi se quei grandi silenzi non stiano durando troppo a lungo e, subito dopo, subentra l'interrogativo cruciale: ma sono solo io a dover colmare i silenzi? Interrogativo che si fa ancora più cruciale quando ti accorgi che la tua interlocutrice i silenzi li rompe solo per fare qualcosa che rientri nel suo personale interesse, o per chiederti qualche favore...
       All'inizio ci soffri, principalmente perché ti chiedi dove siano andati a finire i "fiumi di parole" che avevi profuso per suscitare la di lei attenzione, poi ti viene in mente un giorno in cui, parlando di un film visto in contemporanea (era il mitico "Hunger" di Steve McQueen, un film intriso di passione e sangue), ella ne lodò la fotografia... E a te la mente, allora come ora, corse a pochi brevi versi di Enrico Ruggeri, che non c'entravano niente, ma ti chiarivano alla perfezione tutto:

"Ti ho visto addentare un panino dentro all'autogrill: 
a volte un dettaglio può uccidere una poesia..."

Per mia fortuna, sono terribilmente attento ai dettagli...

                       Piero Visani

martedì 22 luglio 2014

Sottile ironia

       Ci sono sere in cui ti prende una sottile ironia, su te stesso e anche su altri. Ripensi a episodi, a dettagli, e capisci che li avevi interpretati molto correttamente, ma avevi chiuso due occhi, perché ti andava di chiuderli... Ora che ti si sono aperti, e che ti va pure di tenerli molto aperti, sorridi con bonomia di te stesso. Volevi vivere, dopo tutto, non volevi altro che vivere. Di cosa puoi essere pentito, di aver provato a farlo? Non sia mai! Il rifiuto delle regole che ti vengono imposte è l'unica cosa per cui valga davvero la pena di vivere: io non entro in alcun tipo di disegno stabilito da altri. Semmai, esco...

               Piero Visani

Il conflitto urbano e i suoi molti dintorni


       Venticinque morti israeliani in 5 giorni di combattimenti sono tantissimi e confermano l'importanza di abbassare il livello delle scontro per poter sperare di mettere in atto una guerra asimmetrica in cui l'avversario rimanga intrappolato tra un crescendo di violenze contro la popolazione civile - sempre difficili da sostenere a livello mediatico - e una serie di scontri diretti ridotti alla più pura primordialità del conflitto, quella dell'uomo contro uomo, dove contano coraggio, feroce determinazione, disponibilità al sacrificio (anche a quello estremo) e fede nella causa in cui si combatte.
       Gli insegnamenti dedotti dal conflitto del 2006 in Libano, tra Hezbollah e Tsahal, sono molto serviti ad Hamas, che ora sa come può fare danno al nemico e soprattutto come può delegittimarne l'operato.
       I costi umani e materiali - ovviamente - sono altissimi, ma noi europei facciamo malissimo a giudicarli con i nostri occhi: siamo un continente giunto al termine del proprio ciclo storico, anagraficamente in affanno, autodistruttosi nelle due gigantesche guerre civili del Novecento. Siamo un popolo di pensionati mentali, prima ancora che fisici o anagrafici, misuriamo tutto sul metro delle nostre paure. Ci manca - direi clamorosamente - la volontà di lotta, quella che fa, di una semplice comunità, una "comunità di destino" e guardiamo passivi o tiepidamente solidali con le vittime di un genocidio freddamente programmato. 
       Non speriamo più in niente, il cinismo e le paure ci hanno distrutto, non siamo in grado di spazzare via dai nostri destini nemmeno una Merkel, un Hollande, una BCE, un Cameron, un Renzi, altro che un esercito nemico agguerrito...
       Che cosa possiamo capire del sogno di libertà e di indipendenza nazionale di un popolo giovane, ferocemente determinato ad essere libero, oggi, domani o fra mille anni? Noi siamo già da decenni "felicemente" rassegnati ad essere schiavi dell'impero americano e a molti di noi piace pure, in fondo, almeno fino a che ci concederà un po' di "panem et circenses". Dovremmo guardare con infinita ammirazione chi rischia la vita per la propria libertà, noi che non riusciamo neppure a ribellarci a Equitalia, altro che allo Tsahal...!

                                              Piero Visani

Umberto Visani, "Ubique", buying instructions


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Foto: after a long wait, my first novel UBIQUE is now available in English: http://www.amazon.com/dp/B00LYV839O

lunedì 21 luglio 2014

Umberto Visani, "Ubique", English version

       How much of ourselves do we put into our own writing? A lot, I would think (and hope). In my own personal vision of writing, those who write do so first and foremost to open a dialogue with themselves before anyone else.
       Right from the opening lines of Ubique, I could tell that this novel would be an author’s journey into himself - an attempt to “explain himself by explaining”, so to speak, to express himself through a series of events that might seem cryptic to anyone who doesn’t know Umberto Visani, but are fairly unambiguous to those who - like me - know him well.
       We are all the product of what we’ve been through, the air we’ve breathed, the experiences we’ve had. All of this resonates particularly strongly in the book. I would almost be tempted, given the author’s young age, to say that this could be compared to a sort of Bildungsroman, albeit written in a more metaphorical than autobiographical form. The events serve as both a narrative and as existential metaphors; vivid reports on that which left its subliminal mark on the mind and the psyche of the writer.
        If there is one piece of advice I could give readers it would be to approach the book with several different interpretations in mind, the most important of which, on the one hand, is the attention given to the unravelling of the story: well-structured, carefully balanced and chiefly preoccupied with the creation of suspense and anticipation in those who are rightly interested in all the mystery inherent in the narrative.
       However, on the other hand, I would also invite them to take a “journey into the Author”, which is perhaps the most exciting and surprising part, inasmuch as Umberto Visani talks a lot about himself in this book, certainly more than he normally would in person. Although he lets the clues leak out sparingly, they are scattered throughout the text.
       Ubique therefore unfolds with an almost two-tracked structure, with a series of dovetailing elements that offer the reader, depending on one’s tastes and interests, the possibility to choose between an exterior path (which, on closer inspection, is altogether less exterior than it might appear at first glance, given the density of the mystery) and an interior path, that journey into the complex and multifaceted soul of an author who clearly already knows how to spin a good yarn and is perfectly aware that often, in order to build a mystery, you need to solve many others, starting with those that each of us holds within oneself.
       As this young author continues to write - as I’m sure he will - I would invite readers to exploit both kinds of reading to their fullest extent: the former will be enjoyable and convince them that they chose well in this book; the second will encourage them to reflect and hypothesise on what revelations this “dangerous mind” could have in store for us in his second novel, given his ability to draw parallels between the unveiling of himself and that of the stories he creates.

                                 Piero Visani



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L'inverno del loro scontento

       Nel durissimo inverno 1864-1865, l'ultimo del conflitto, i ranger del 43rd Virginia Cavalry Battalion, al comando di John Singleton Mosby, si trovarono ad operare nella valle dello Shenandoah in condizioni mai conosciute in precedenza: costante presenza unionista e appoggio sempre più tiepido da parte della popolazione, che certo condivideva la causa confederata, ma aveva paura delle terribili rappresaglie dei nordisti, i quali - in base a uno stile poi consolidatosi negli anni a venire - non facevano distinzioni nel colpire.

       Così, isolati e oggetto di perdite sempre più gravi, gli uomini di Mosby dovettero affrontare un duro inverno, ormai certi dell'esito negativo del conflitto e spesso rattristati dalla morte di commilitoni, che non erano solo compagni d'armi, ma amici, fratelli, cugini, compaesani. Il reclutamento locale del battaglione, infatti, ne aveva riempito le file di giovani ventenni e trentenni che venivano tutti dalla stessa area della Virginia.
       Anche i funerali dei caduti dovevano essere celebrati la notte, al chiarore della luna e lontano da sguardi indiscreti e da potenziali minacce unioniste, come risulta da questo famoso ed emotivamente partecipe dipinto di John Paul Strain.

                                Piero Visani



Le prese in giro

       A volte uno ne è oggetto, a volte reagisce, a volte equivoca, a volte fa finta di nulla. L'importante è che, con il passare del tempo, i conti tornino in pari e tutto si risolva in un "gioco a somma zero".
       A quel punto, con una reciproca e duplice presa in giro, che altro resta di cui preoccuparsi? Era una farsa, una pochade, un vaudeville. Qualcuno, più duro di comprendonio, l'ha capito più lentamente, ma poi... "la vita è adesso".

                 Piero Visani

Sensi

       Di quei giorni, Carlo aveva in mente il dipanarsi, presto diventato consueto: il suo arrivo, la corsa presso il loro rifugio, i pomeriggi che diventavano notti sotto il peso di una travolgente sensualità.
       La consuetudine, tuttavia, non aveva nulla di tradizionale, o di scontato, o di ripetitivo. Al contrario, era un percorso in ascesa, una scoperta che aveva componenti fisiche e psicologiche.
       Il contesto - è vero - poteva risultare abituale, ma null'altro lo era, poiché la dinamica dell'interazione reciproca era complessa e, essendo i due protagonisti soggetti multidimensionali, gli sbocchi risultavano di volta in volta imprevedibili.
       Non c'era una dominante. C'erano, semmai, situazioni sempre diverse, che Carlo e Laura esploravano a modo loro, sulla base di suggestioni quasi sempre episodiche, frammentarie, momentanee.
       Avevano tentato, in un primo momento, di stabilire qualcosa che potesse vagamente somigliare a un programma di conoscenza, ma lo avevano rapidamente abbandonato, avendo preso consapevolezza del fatto che era molto meglio lasciarsi guidare dall'istinto, dagli stimoli del momento, da curiosità che potevano emergere di colpo.
        Laura in apparenza era più timida, ma quella sua presunta timidezza, per altro vaga, era più un suo modo di gestire una propria dimensione sociale, un atteggiamento che si confacesse alla sua veste di "donna in carriera". Nella solitudine di quei pomeriggi, infatti, quando non erano solo gli abiti a cadere, ma molte altre forme di censura, la sua natura mutava progressivamente, così come di fretta mutava spesso anche il suo umore, e si faceva aggressiva, curiosa, vorrei dire perfino dominante, se la definizione non corresse il rischio di innescare qualche equivoco.
        Era come se ella si liberasse delle proprie timidezze e desse fondo non alla sua sensualità - perché davvero non ne aveva bisogno, tanto in lei questa era naturale, spontanea, diretta e decisa - quanto a talune sue curiosità sessuali e forse addirittura fisiche. Un atteggiamento in parte imprevedibile, ma gradevole, che faceva comprendere quanto si trattasse di una donna libera, priva di qualsiasi complesso di colpa, o di inibizione psicologica e/o sociale. Laura dava fondo ai propri appetiti e alla propria carnalità, entrambi alquanto forti, e guardarla, sentirla, subirla, faceva del rapporto con lei un'esperienza assolutamente "di confine".
       Carlo, per parte sua, era complice e partecipe. Attivo, non passivo, intento a sublimare tutto in una ricerca di sintonia e alchimia che desse a quel loro rapporto la massima intensità possibile.
        Quando ne avevano voglia, uscivano per la cena, consapevoli del fatto che quegli attimi fuggenti non potevano esaurirsi nella mera carnalità, ma dovevano essere portati oltre, nella giusta dimensione in cui il loro incontro aveva avuto inizio, quella spirituale. Entrambi convinti cultori di un approccio olistico all'esistenza, sapevano che la cosa peggiore che avrebbero potuto fare sarebbe stata quella di esaurire le loro interazioni nella pura dinamica sessuale, la quale invece era al tempo stesso premessa e sviluppo di tutte le altre, per di più in una lettura dinamica e multidirezionale, che non prevedeva passaggi o escalation ritualizzate, ma itinerari percorribili nelle direzioni più diverse, a seconda dei momenti e delle emozioni che quei momenti avevano attivato.
       Rientravano nel loro rifugio felici e talvolta vagamente eccitati, magari a seguito di qualche contenuto alcolico di troppo, ma perfettamente consapevoli di aver trovato una loro dimensione, né spaziale né temporale. Più semplicemente, una dimensione delle loro anime.

                        Piero Visani

domenica 20 luglio 2014

Il conflitto urbano


       Il conflitto urbano è una tipologia di scontro che qualsiasi stratega - se può - cerca di evitare. A Gaza, una volta decisa l'offensiva, l'esercito israeliano non è riuscito ad evitare questo tipo di soluzione tattica e subito la conta dei morti si è fatta preoccupantemente elevata, nelle file dello Tsahal, poiché non vi è nessuna superiorità tecnologica che possa realmente garantire i combattenti di una guerra irregolare in ambiente urbano. Si muore, da guerriglieri ma anche da soldati di uno dei più prestigiosi eserciti del mondo.
       Non è un tipo di guerra "a zero morti", anzi, e veder cadere i propri soldati aumenta la ferocia della reazione israeliana contro la popolazione civile palestinese, che ovviamente nulla può fare per difendersi. E, ad onta della forza di Israele sul versante della guerra mediatica, tale comportamento ne delegittima l'azione agli occhi del mondo, che fatica a comprendere tanta ferocia.
       Già l'attacco israeliano contro gli Hezbollah libanesi, nel 2006, aveva dimostrato che, quando un avversario rifiuta la guerra regolare, tutte le forme di conflitto asimmetrico sono estremamente difficili da gestire, e molto onerose in termini di perdite umane. Quella odierna ne è l'ennesima conferma. Come ha scritto a suo tempo Jacques Baud, le guerre asimmetriche si concludono quasi sempre con "la défaite du vainqueur"; una volta principalmente mediatica, oggi potenzialmente anche tattica. Il più debole, infatti, ha bisogno soprattutto di farla pagare molto cara al più forte. Tutto il resto - morti di innocenti comprese - le ha già messe abbondantemente in conto.
       La politica - per tutti coloro che nell'Europa sodomizzata e schiava l'hanno dimenticato, travolti da ondate di "buonismo" sparso non disinteressatamente a piene mani - è sempre e soltanto sangue e merda. Meglio se altrui...

                      Piero Visani

Errori

      Quando si comincia a ridere, pensando agli errori commessi, è perché il loro peso si sta facendo sempre più lieve. E' qualcosa di profondamente diverso dal sollievo che si è provato nel reagire - anche duramente - a certe offese subite. Quella era una reazione istintiva, ma pure carica di pathos. Questa invece è una situazione nuova, in cui il pathos se ne è andato e scopri quanto sia vantaggioso esserti evitato una fregatura e riuscire a guardare al mondo con occhi nuovi.
       I soggetti indisponibili sono delle autentiche iatture e, talvolta, quella loro indisponibilità è un retaggio difficile da superare. Per farlo, non c'è miglior viatico di chi ti sorride e, nel sorridere a te, sorride alla vita, di cui conosce i valori profondi, nei quali non c'è posto per avarizia e grettezza.

                       Piero Visani

sabato 19 luglio 2014

Il senso dei nostri sorrisi

       Dentro queste notti dobbiamo ritrovare il senso dei nostri sorrisi. Sono notti calde, afose, grevi, ma a noi non paiono tali. Sono notti di risate argentine, che esplodono quasi come bombe e che non riusciamo a contenere, a fermare, a comprimere. Sono notti di puro divertimento, di ri-conoscimento reciproco, di quelle felici sorprese che nascono dallo scoprire sé nell'altro, e viceversa.
       Poco avvezzi all'allegria, forse ancor meno al riso, ne scopriamo il valore taumaturgico e lo facciamo nostro, faticando perfino a staccarcene. Nasce una complicità che dà senso ai nostri sorrisi e ci riporta indietro nel tempo, quando tutto era così diverso da oggi.
       Tuttavia, questo spostamento nel tempo è ciò cui aneliamo, è la ricerca di quanto non speravamo più che esistesse e invece esiste, e ci fa sorridere. Siamo meravigliati noi per primi, e come non potremmo esserlo?

                      Piero Visani