martedì 30 dicembre 2014

Gli elogi

       Capita di finire nel bel mezzo di un ritratto che non sei sicurissimo ti somigli davvero, ma è dipinto con tanto gusto e raffinatezza che finisci per pensare (o, meglio, sperare...) di potergli realmente somigliare.
       Ci sono persone che possiedono una naturale classe nel tracciare descrizioni e nel cogliere tanto il particolare quanto il generale, con assoluta maestria. Finire in mezzo a tali descrizioni fa sempre piacere, vellica il narcisismo e soddisfa l'orgoglio. Inoltre stimola: stimola a cercare davvero di essere come qualcuno - bontà sua - ti vede.
       In verità, non ho bisogno di tutto questo per alimentare ulteriormente un'autostima come la mia, di norma già assai satolla, ma siccome sono parole pronunciate in assoluta sincerità, rappresentano un bel regalo di fine anno, persino per chi - come me - a tali scadenze assolutamente non crede.

                Piero Visani




Le ragioni di una fine

       Alle radici della attuale tragedia europea. Conosco un discreto numero di uomini che tuttora comprendono questo ragionamento. Non ho il piacere di conoscere donne che lo comprendano a loro volta. Lieto di essere smentito.
       Aggiungo un'affermazione che non aumenterà il numero delle mie amiche: la "femminilizzazione" della cultura europea attuale è alla radice del nostro inarrestabile declino.

                                      Piero Visani                                           

"Cercare di rimuovere persino l'idea del pericolo è una caratteristica fondamentale della mentalità femminile: la donna ha l'assoluta necessità di avere un nido tranquillo, nel quale poter amare, sposarsi, generare dei figli ed allevarli. Il desiderio di vivere in pace è un bisogno primario nella vita delle donne, ed esse sono disposte a qualsiasi sacrificio pur di soddisfarlo.
Ma questo non è uno stile di vita che si addica a un uomo. L'uomo deve prepararsi all'eventualità del pericolo poiché è la sua forza che garantirà la necessaria protezione alla donna. Ma le donne moderne ritengono di potersi difendere con le loro sole forze, forse perché si sono rese conto che gli uomini non sono più in grado di proteggerle come un tempo, non avendo mai incontrato nella loro vita un uomo coraggioso."
Yukio Mishima

lunedì 29 dicembre 2014

La Québécoise - Racconto di Natale (Parte 1)

      Nei lunghi anni del suo soggiorno negli USA, Carlo non aveva potuto, per Natale, fare ritorno in famiglia. Non che del Natale gli fosse mai importato granché, anzi probabilmente non gli era mai importato nulla, ma non era bello essere costretto a rimanere a migliaia di chilometri da casa, in perfetta solitudine, in attesa che i giorni del periodo natalizio passassero uno dopo l'altro, con una lentezza esasperante. Così, dopo due o tre Natali molto tristi, aveva deciso: se non poteva assentarsi dall'ufficio per servizio nei giorni lavorativi, certo poteva farlo in quelli festivi. Dunque la mattina di Natale, fatte le telefonate di rito alla famiglia, prendeva l'auto e usciva da New York, dove era in servizio, ogni volta in una direzione diversa.
       Quell'anno aveva deciso di puntare verso Montréal, risalendo l'intera valle dello Hudson, lungo una zona a lui ben nota e molto cara, quella della Guerra Franco-Indiana del 1755-1763. La giornata era gelida, ma assolutamente solatia. Il traffico quasi inesistente, per cui non gli ci vollero più di tre ore per arrivare ad Albany, la capitale dello Stato di New York.
       La città - già di norma non particolarmente eccitante - appariva deserta, ai limiti dello spettrale, ma Carlo non aveva alcuna intenzione di fermarsi, bensì di proseguire verso Nord, in direzione di Saratoga Springs, Lake George, Fort Ticonderoga, Crown Point e infine Montréal, dove prevedeva di arrivare nel pomeriggio avanzato.
       Ad Albany, tuttavia, aveva deciso di lasciare la Route 87, quella diretta verso il Canada, e di lì spostarsi sulla 4, la strada che sale verso Nord, per poi procedere sulla 9N subito dopo Queensbury e costeggiare il Lake George procedendo verso Montréal.
       Non era certo l'itinerario più breve, ma era una sorta di "percorso del cuore", poiché lo portava nel bel mezzo dell'area del conflitto franco-indiano, a cominciare da Fort William Henry, il celebre sito dell'assedio  immortalato da James Fenimore Cooper ne L'ultimo dei Mohicani.
       Erano luoghi noti, per Carlo, ma raramente riusciva a passarci vicino senza farvi almeno una sosta, atta ad alimentare la sua passione - mai spenta - per la storia militare.
        Il sole illuminava ancora quella splendida località lacustre e il traffico era di colpo aumentato, perché, anche se il periodo natalizio non era certo il più adatto per visitare la zona, in quanto troppo freddo, i numerosi e ricchi outlet commerciali di quella località erano un'attrazione festiva irresistibile per turisti e residenti.
       Fort William Henry non era ovviamente aperto, visto che la stagione delle visite andava da maggio a fine ottobre, ma a Carlo piaceva camminare lungo le rive del lago e intorno alle basse mura in legno del forte, ricostruito con gusto tipicamente statunitense sopra i resti dell'originale, con qualche disinvoltura storica e architettonica.
       Carlo amava guardare quel forte. In perfetta solitudine, si metteva nell'angolo più remoto del perimetro e immaginava come la costruzione avesse potuto essere nel 1757, nel corso dell'assedio postole dalle truppe francesi guidate dal marchese de Montcalm. Sognava. Amava essere nei luoghi della storia e percepirne il respiro, come se quest'ultima potesse passare attraverso di lui e penetrarlo fino alle viscere, in qualche maniera facendolo suo, in qualche modo rendendolo "prigioniero dei luoghi e dei tempi".
       Fu quella sensazione di cattività a farlo decidere di fermarsi, per quel che restava del giorno di Natale, a Lake George. Era quasi posseduto da quella località e, al tempo stesso, amava il suo più bell'albergo, il Sagamore, un lussuoso resort a cinque stelle dove aveva trascorso momento felici, in anni lontani, e dove amava ritornare, affascinato dal suo stile coloniale, dagli amplissimi spazi, da quella cultura dell'ospitalità che negli States è così diversa da quella della Vecchia Europa.
       Gli ci vollero pochi minuti in auto per arrivare al resort, che occupava una piccola penisola prominente sul lago. Era certo che avrebbe trovato posto, sebbene non avesse prenotato, in quanto la maggior parte di coloro che avevano scelto di trascorrere le vacanze natalizie in quel luogo incantato sarebbero arrivati non prima del pomeriggio di Santo Stefano.
       L'accoglienza fu come sempre molto professionale. Il rigore era la cifra comunicativa del Sagamore e il personale sapeva interpretarla alla perfezione.
       I prezzi, per la giornata di Natale, erano assolutamente ragionevoli per un albergo di quel livello, per cui Carlo decise di prendere una junior suite, in modo da poter usufruire di una zona giorno divisa dalla camera da letto, soluzione che prediligeva.
      La suite era molto ben arredata, con tanto di camino, ed era stata ristrutturata da poco, per cui risultava molto confortevole, pur se in fondo impersonale come molte stanze di albergo statunitensi.
       Si trastullò un po' a guardare lo splendido panorama che si poteva godere dall'ampio balcone, stando peraltro attento a non raffreddarsi troppo, in quanto la temperatura era rigida, poi incominciò a pensare in quale dei sette ristoranti dell'hotel avrebbe potuto cenare. Dopo una breve riflessione, la sua scelta cadde su "La Bella Vita", vale a dire sul più lussuoso locale del resort, un ristorante di cucina italiana che godeva di buona reputazione anche nelle guide enogastronomiche. Carlo era consapevole che una scelta del genere lo avrebbe obbligato a vestire di scuro e a mettersi come minimo una giacca, ma gli piaceva l'idea di poter mangiare del cibo di qualità abbinato a vini di prima classe, che rappresentavano una delle principali attrattive di quel ristorante.
       Prenotò via telefono un tavolo per le 8 e scelse di indossare un abito blu scuro con camicia bianca. Rinunciò alla cravatta, ritenendola superflua, ma impreziosì il suo aspetto con una bella pochette, anch'essa bianca.
       Quando, alle 20 in punto, Carlo si presentò al desk de "La Bella Vita", notò subito che il ristorante era assai poco frequentato: rari tavoli occupati, con qualche coppia o tranquille famigliole.
       Invitato dal maitre a scegliere il posto che preferisse, si rifugiò in un angolo tranquillo e appartato, dove vi erano tutti tavoli per due persone.
       Aveva appena iniziato a scorrere il menù, quando la sua attenzione venne distratta dalla comparsa di una donna di circa 45 anni, elegantemente fasciata in un tailleur nero, cui il maitre - certamente per facilitare il lavoro suo e dei camerieri - assegnò un tavolo accanto a quello occupato da Carlo.
       Nel sedersi, gli occhi della donna incontrarono per un attimo quelli di Carlo ed egli, per educazione, le fece un quasi impercettibile cenno con il capo, cui ella rispose allo stesso modo.
       L'interno del locale era in una boiserie color crème; i tavoli, ben distanziati, erano coperti da belle tovaglie bianche, mentre le sedie erano di colore marrone scuro. Nell'insieme, marcata era la sensazione di calore e gradevolezza dell'ambiente.
       Carlo scelse un menù basato su pesce di lago e accompagnato, per ogni portata, da differenti calici di vino. Amava infatti variare l'abbinamento tra vino e cibi, ed era fermamente deciso a gustare alcuni tra i grandi vini presenti nella cantina de "La Bella Vita".
        Stante la vicinanza tra i due tavoli, non poté fare a meno di guardare la sconosciuta: era alta, sicuramente al di sopra del metro e settanta; di fisico snello ma non minuto, semmai atletico, come di donna abituata alla pratica sportiva; i capelli erano castani, tendenti allo scuro, con una permanente strutturata a carré. Nell'insieme, la donna suggeriva l'idea di una businesswoman, forse fermatasi in quel resort per l'impossibilità di portare a termine un viaggio di lavoro o forse alla ricerca di solitudine.
       Sentendola dialogare con il maitre in merito ai piatti da scegliere, Carlo notò che la donna aveva un forte accento francese, il che portava a pensare che potesse essere una canadese, in particolare una québécoise, di quelle aree orientali del Québec dove più diffusa e radicata era la pratica della lingua di Molière.
       La cosa lo divertì: non amava granché il francese, ma lo trovava una lingua  particolarmente adatta al cibo, al vino, al sesso; dunque a cose piacevoli.
       Non aveva guardato alla donna, fin dal primo momento che l'aveva vista, con un particolare interesse sessuale, ma, minuto dopo minuto, ne aveva percepito una femminilità, studiata in ogni minimo gesto, che lo aveva presto convinto che si dovesse trattare di una donna caratterizzata da una forte componente di erotismo. Sorrise tra sé e sé, pensando a quali pensieri attraversavano la sua mente, ma non si sorprese più di tanto: la sua mente era abituata a cercare l'eros dovunque egli lo sentisse presente, evidentemente perché quello sessuale era uno degli stimoli più forti che essa era in grado di percepire e fare propri. E la cosa certo non lo turbava, anzi.
        Per un attimo, mentre cenava, si chiese se avrebbe fatto bene a cercare di intavolare una conversazione con quella donna misteriosa, ma quella prospettiva gli parve alquanto scontata e vagamente squallida, da womanizer alla ricerca di futili motivi per un banale "abbordaggio", per cui, quando ebbe finito di gustare la sua cena, si alzò rapidamente da tavola, fece nuovamente un rapido cenno del capo alla signora, che per tutto quel tempo era rimasta spesso impegnata in conversazioni al cellulare, e uscì.
       Carlo aveva preso un suite nella parte vecchia dell'albergo, quella strutturata su più piani, e, rientrato nella lobby, si diresse all'ascensore, visto che il suo appartamento era all'ultimo piano. Proprio mentre attendeva l'ascensore, tuttavia, si ricordò che aveva dimenticato uno dei suoi due notebook in auto e, non volendolo lasciare al freddo per la notte, uscì dall'albergo e si diresse al parcheggio esterno per prenderlo.
       Si stava avvicinando a passi lenti alla sua Lincoln nera, quando vide una donna che stava cercando di allontanarsi da un Suv trasportando una quantità notevole di valigie piuttosto voluminose. Si muoveva quasi barcollando, ma gli dava la schiena, per cui a Carlo parve normale, prima ancora che cavalleresco, offrirsi di darle un aiuto per trasportare tutti quei pesi fino alla lobby.
       Non si può dire se esista o meno un' "astuzia della ragione", o un destino, o il caso, ma grande fu la sua meraviglia quando, nell'interpellare la donna per offrirle in proprio aiuto, si accorse che era la misteriosa straniera del ristorante.
       Carlo pensò tra sé e sé che era un segno del destino e si accinse a giocare la sua partita.
       "Posso aiutarla, Madame?"
       La donna si voltò di scatto, con un moto di difesa, se non proprio di paura. Tuttavia, non appena riconobbe il suo commensale de "La Bella Vita", lo gratificò di un largo sorriso, che non era solo di sollievo, ma forse di soddisfazione perché a interpellarla fosse stato proprio lui, e non un altro.
       "La ringrazio. Non vedo come potrei rifiutare. Stavo cercando di portare nella mia suite il maggior quantitativo di bagaglio possibile, per non lasciarlo nel Suv. E' vero che questo resort sembra molto ben protetto, in termini di sicurezza, ma è piacevole avere le proprie cose con sé, no?".
       Carlo annuì e protese entrambe le mani, come per invitare la straniera a cedergli un po' di bagagli. Lei lo fece prontamente e le loro dita si sfiorarono.
       Fu un contatto sensuale, profondamente sensuale.
       Carlo era un convinto sostenitore del fatto che l'essenza della sensualità risiede nei piccoli gesti, in quelli più minimali e insignificanti, ma raramente gli era capitato di ricevere una scarica di sensualità così profonda da un contatto tanto fuggevole.
        Ne fu turbato e, per quanto reso esperto dagli anni, forse qualcosa lasciò trasparire e la straniera lo percepì. Oppure, più semplicemente, anche lei provò la medesima sensazione.
        Quel che è certo è che tra loro, dopo quel contatto, venne a crearsi una sorta di empatia, che entrambi percepirono immediatamente.
       Il percorso dal parcheggio esterno alla lobby era breve, ma ci volle tempo per compierlo, tanto erano carichi di bagagli vari.
       Una volta entrati nella grande lobby, la donna si diresse decisa verso gli ascensori, esclamando: "la mia suite è all'ultimo piano. Se non le spiace, avrei ancora bisogno di un piccolo aiuto".
        Profferì queste parole con grazia, senza ambiguità alcuna, e Carlo si limitò ad annuire, consapevole del fatto che non avrebbe potuto fare altro che scortarla fino all'ingresso della sua camera. Non che la prospettiva gli dispiacesse, anzi. Il suo turbamento stava aumentando, perché quella donna era davvero estremamente sensuale, di una sensualità naturale che diffondeva intorno a sé come un'aura, senza doversi atteggiare in alcun modo.
       Dato che le camminava qualche passo indietro, Carlo si dedicò a valutarne attentamente il fisico: l'altezza era certamente superiore agli uno e settanta e, grazie ai tacchi importanti che esibiva, sicuramente risultava ancora superiore. Il corpo non era magro, ma semmai tornito: seno importante, sedere sporgente, curve ben distribuite. Quello che balzava immediatamente agli occhi era che si trattava di un fisico atletico, tipico di una donna abituata a praticare sport, anche se Carlo non riusciva sul momento a figurarsi quale.
       Entrarono nel grande ascensore e rimasero in silenzio. Non era però un silenzio imbarazzato; semmai un silenzio che stava diventando complice. Era come se i due già sapessero dove stavano andando, e soprattutto perché... Si era infatti sviluppata tra loro, in tempi brevissimi, una chimica che poteva forse essere difficile da definire, ma certo non da percepire.
       Arrivati al terzo e ultimo piano (i piani erano solo tre, ma ogni piano aveva soffitti altissimi, tipici di una vecchia dimora degli ultimi decenni dell'Ottocento), dovettero percorrere lunghi corridoi, vuoti e totalmente silenti, per raggiungere la suite della straniera, situata forse nell'angolo più remoto dell'albergo.
       "L'ho chiesta io isolata" - si giustificò lei mentre camminavano lentamente. Nella lobby, per la verità, un facchino si era offerto di aiutarli, ma Carlo lo aveva bloccato con uno sguardo molto eloquente e il ragazzo aveva subito compreso che era preferibile desistere. Segno che la professionalità del personale del Sagamore sapeva anche essere molto discreta...
       "Ci siamo" - disse la sconosciuta mentre percorrevano un ultimo corridoio - "è qui, appena girato l'angolo".
       Si fermò davanti alla porta, giusto per poggiare a terra i bagagli ed estrarre la carta magnetica per sbloccare la serratura. Assolse rapidamente l'operazione, entrò nella suite e, nel farlo, invitò Carlo ad accomodarsi.
       Carlò notò come la suite fosse identica alla sua e, quasi in automatico, si diresse al vano che serviva da ripostiglio, dove posò le valigie che aveva portato fin lì.
       La straniera gli sorrise, compì anche lei la medesima operazione e, una volta che ebbe le mani libere, gli si parò innanzi dicendo: "E' tempo che badiamo alle buone maniere".
       "In effetti, non ci siamo ancora presentati", annuì Carlo.
       "Mi chiamo Charlène, Charlène de Rougier ", disse lei con un breve sorriso, tendendogli la mano.
       Carlo, con estrema naturalezza, abbozzò un baciamano ed ella apprezzò, come se fosse abituata a quella pratica così inusuale.
       Sorrise nuovamente e gli chiese: "Lei è europeo?"
       "Sì" - rispose lui - "italiano".
       Charlène parve sorpresa: "Caspita, un po' lontano da casa..."
       "Sono da qualche anno a New York per lavoro e non mi consentono mai di rientrare per le feste natalizie".
       "Crudeli!" - commentò lei - "Ma avranno i loro buoni motivi per tenerla con sé anche in questo periodo".
       "Io invece sono di Québec City, sono una québécoise, francofona, come probabilmente avrà già capito", sorrise vagamente autoironica.
        Non gli chiese che lavoro facesse, né gli disse il suo, ma lo invitò ad accomodarsi nel salottino e gli offrì da bere.
       Pareva perfettamente in controllo della situazione, ma anche Carlo lo era. La serata cominciava a farsi interessante...
       Carlo non aveva tattiche da mettere in atto od obiettivi da raggiungere, ma era fermamente deciso a provarci, convinto com'era del fatto che una forma di alchimia sessuale non scatta mai a caso, ma per una serie di fattori che andavano attentamente valutati e valorizzati, non buttati via.
      La sensualità di Charlène lo aveva colpito fin dal primo momento in cui l'aveva vista e l'attrazione fisica per lei aveva continuato a lievitare momento dopo momento. Tutto, in quella donna, aveva una palese componente sessuale, di una sensualità non sociale o più o meno deliberatamente seduttiva, ma semmai primigenia, consustanziale e dunque naturalissima. I suoi gesti non erano studiati e tanto meno artefatti, ma qualunque cosa facesse, anche versare un bicchierino di liquore, emanava un richiamo sessuale forte, sereno, consapevole.

                         (continua)


                                                           Piero Visani




       

domenica 28 dicembre 2014

L'amore bugiardo - "Gone Girl"

        Una storia può contenere al proprio interno molte altre storie, che procedono in parallelo e magari finiscono per non incontrarsi mai, oppure - come nel caso di questo eccellente film di David Fincher - possono alla fine ritrovare una splendida e molto convincente reductio ad unum.
       Tratto dal romanzo di Gillian Flynn, L'amore bugiardo è un'opera complessa, che procede per fasi. All'inizio appare come la solita storia di una crisi matrimoniale, abbastanza scontata in quanto i due protagonisti appartengono a ceti sociali molto diversi e dunque hanno reali motivi di incomprensione, ma poi essa si addentra progressivamente nel thriller, salvo uscirne quasi di colpo per una motivazione che apparentemente è folle, ma in realtà - a ben guardare - credibilissima.
        In un complesso gioco di specchi, il cui dipanarsi è grandemente facilitato dalla splendida prestazione attoriale dei due protagonisti - Ben Affleck e Rosamund Pike - e anche dei principali deuteragonisti, la pellicola si snoda di fatto su tre livelli: quello individuale, quello di coppia e quello sociale. Il primo è l'unico che pare avere una sua autonomia e credibilità, ma è grandemente condizionato dagli altri due, poiché il rapporto di coppia è in crisi da tempo, dal momento che altre donne e altri uomini sono presenti nella vita di Amy e Nick (questi i nomi dei due protagonisti), e soprattutto la dimensione sociale condiziona pesantemente le loro vite.
        E' proprio la constatazione di non poter avere una sua reale individualità, ma solo quella che le è stata costruita addosso dalla famiglia e dalla società, a indurre Amy, fuggitiva nel giorno del quinto anniversario di matrimonio per motivazioni molto personali, a cogliere la prima occasione che le si offre per fare marcia indietro sulla strada che aveva imboccato (intesa a giocare un terribile scherzo al marito) e a riportarla - con un favoloso coup de théatre - verso un esito apparentemente opposto alle premesse.
       Qui emerge la vera natura del film, disamina impietosa e dissacrante di tutte le ipocrisie, le censure e le repressioni di una società solo apparentemente libera come quella americana, dove la "libertà", in realtà, non significa altro che conformarsi ad un canone, che accettare con piena consapevolezza le sbarre di una prigione, giorno dopo giorno sempre meno dorata.
       Tuttavia, se si accetta il canone, se ci si muove con maestria all'interno di un universo di regole che sono già scritte e che occorre accettare (o respingere) in blocco, si possono rinvenire e fare proprie modalità di sopravvivenza, che possono anche garantire il benessere economico, ma che richiedono di sacrificare del tutto la propria individualità.
       Il valore straordinariamente pedagogico de L'amore bugiardo è che esso ci fa capire - con la sua serrata critica dell'American Way of Life - che ci troviamo in presenza di una delle società più totalitarie del mondo, all'interno della quale o si accetta e si fa proprio l'universo dei valori condivisi, o non si è. Ed è proprio per ESISTERE che i due protagonisti - supremo paradosso! - scelgono deliberatamente di NON ESSERE, in quanto solo accettando questa soluzione di consapevole asservimento sono garantite loro legittimazione e approvazione sociale.
       La "coppia ideale" che ne scaturisce è fasulla quanto l'America, è libera come si potrebbe essere liberi all'interno di un campo di concentramento, ma è pure consapevole che la sua sopravvivenza economica e sociale è connessa all'accettazione acritica di quei paradigmi, senza i quali essa non è o tende a dissolversi sotto il peso delle terribili tensioni cui è sottoposta.
       Non ho letto il romanzo di Gillian Flynn, ma il film di David Fincher è molto bello e soprattutto straordinariamente convincente, grazie anche a una magistrale sceneggiatura che non fa sentire in alcun momento i ben 145 minuti di durata complessiva. Del resto, i film sono tre - come si è detto - e i rispettivi punti di vista continuamente si intersecano, tenendoci attaccati alla poltrona fino alle inquadrature finali, in attesa di un colpo di scena che ovviamente non si verifica, ma che ci fa capire in che misura il "sogno americano" sia in realtà un terribile incubo; un incubo dal quale, per sopravvivere, è meglio non svegliarsi, se non per fuggire. Ma certo non per ritornare...

                            Piero Visani







Il crisantemo

       E' divertente notare come gran parte del dibattito economico italiano ruoti intorno a entità e misura dell'intervento pubblico, un intervento che impone tasse per pagare il fiscal compact, che esige oneri elevatissimi per mantenere e rimpinguare la "casta", che serve ad alimentare una spesa pubblica senza fondo e tuttora incline a crescere a dismisura.
       Nonostante tutto questo, la maggioranza degli italiani vuole più spesa pubblica. Legittima aspirazione. Solo che quei soldi NON ci sono e dunque dovranno essere prelevati dalle loro tasche. Il classico caso del cane che si morde la coda.
       Siamo andati a fondo proprio perché, dietro la scusa della spesa pubblica, sono state organizzate gigantesche "mangiate" private, riservate a pochi privilegiati. Quello che stupisce è che la maggior parte degli italiani NON vuole rompere questo perverso meccanismo. Vuole semplicemente estenderlo anche a sé.
        Tutto ciò sta a dimostrare che siamo già finiti e che non ci rialzeremo mai più. Perché la nostra aspirazione collettiva è vivere alle spalle di qualcuno, possibilmente alle spalle dello Stato, senza rendersi conto che lo Stato siamo noi e che quindi, cercando di vivere alle spalle di noi stessi, non ci aiutiamo, ma ci distruggiamo. Che è esattamente quanto sta accadendo, anzi è già accaduto. Non a caso, la tematica di questi giorni è proprio quella di mantenere il posto fisso garantito a tutti quanti albergano nel pletorico settore pubblico. Guadagnando poco, in media, salvo una ristretta élite di privilegiati, ma facendo in cambio poco o nulla.
       Questa è la nostra ambizione collettiva. Ci ha lasciato in ritardo di qualche decennio rispetto al resto del mondo, ma noi la coltiviamo come un fiore. Peccato sia un crisantemo, il crisantemo da mettere sulla tomba del nostro Paese.

                        Piero Visani



mercoledì 24 dicembre 2014

Eve


       Si rallenta un attimo, quasi impercettibilmente.

       Ci si volta indietro, per capire ciò che si perde e per serbare memoria di quanto fosse - o potesse essere - bello.
       Poi il "dover essere" chiama e allora, lentamente, si ritorna a guardare avanti, sempre correndo, anche se davanti ci sono solo nebbia e foreste oscure, e si prosegue, mentre sul volto si disegna un lieve ghigno di sfida...

                     Piero Visani



La classe non è acqua

      Ricevo una richiesta di lavoro - piccola ma qualificata - alle ore 18,15 del 24 dicembre. Il cliente mi è subito simpatico. Adoro trovare soggetti più snob di me. L'identità di visione del mondo è un buon punto di partenza per una collaborazione...

                     Piero Visani

Letture


       Leggo apologie e deplorazioni delle festività natalizie. Ho una mia opinione ben precisa in materia, ma la tengo per me. Rendere COLLETTIVE le celebrazioni è perfettamente uguale a rendere COLLETTIVE le deplorazioni.
       Il problema dei monoteismi (e non sto parlando solo di religioni...) è che sono totalitari, non libertari...
          Non ho medici, non ho bisogno di ricette. Viva la malattia!!

                              Piero Visani

lunedì 22 dicembre 2014

Repetita iuvant

       Quando mi ritorna in mente il noto aforisma nietzscheano, quello per cui "è meglio essere pazzo per conto proprio anziché savio secondo la volontà altrui", provo sempre un piccolo moto di soddisfazione. Le attestazioni di "pazzia" a mio carico, infatti, si sprecano, ma sono quelle che mi hanno consentito di rimanere come volevo essere, senza dover dire grazie a nessuno.
       Calcioni ne ho presi parecchi, ma, che li abbia meritati o meno, io non volevo perdere la mia identità, non volevo mediare, non volevo diventare un altro, non cercavo di essere gradito, non mi preoccupavo e non mi preoccupo di varie forme di captatio benevolentiae.
       Credo di essere andato incontro a diverse condanne alla damnatio memoriae, ma in definitiva ne sono lieto, perché sono la testimonianza più convincente di cui dispongo di essere rimasto fedele a me stesso.
       Non mi daranno un cavalierato, resterò noto soprattutto per essere un "gran bastardo" e devo dire che la cosa non mi preoccupa né mi turba a livello professionale e tanto meno a livello personale. Non ho fatto commercio di me stesso e non mi sono piegato a transazioni o a mediazioni. Sono diventato ciò che volevo essere. Mi ritengo abbastanza soddisfatto. Padrone a casa mia, per quanto modesta. Non soprammobile né "uomo da marciapiede". E soprattutto mai omologabile.

                        Piero Visani




And I wonder...


       Leggo, sui quotidiani di stamani, i vari provvedimenti che sono stati presi dal governo a carico di questa o quella categoria. Per varie categorie professionali, siamo al "de profundis", nel senso che tra tassazione, inesistenza di margini, concorrenza al ribasso, aumento dei contributi INPS e soprattutto inesistenza di un mercato che non sia quello degli "amici degli amici", si può tranquillamente chiudere.
       Un sospiro di sollievo: si chiude una fase della vita, quella del declino continuo, e se ne aprono altre, decisamente più stimolanti. Più presto saremo ridotti tutti alla fame, più presto riacquisteremo lucidità. Le battaglie più belle si combattono "in articulo mortis" e sono anche quelle che impongono meno oneri - psicologici, umani e materiali: non avendo più nulla da perdere, ci si può tranquillamente accingere a perdere tutto. Non avendo più nulla da salvare, si può decidere di giocarsi deliberatamente tutto.
       Tutto, nulla. Nulla, tutto.
       Mors tua, vita mea.

                             Piero Visani

domenica 21 dicembre 2014

Solstizio d'inverno 2014

       Lasciamo che il fuoco ci divori, dalla passione, dall'amore, dall'odio, dalla collera, dal desiderio di vivere di più e non di meno. Per reimpossessarci delle nostre vite, che sono controllate dal Leviatano, ma non da noi.
       Per ritrovare il nostro diritto alla felicità, per ricominciare a vivere, per riprovare piacere, per essere uomini, non macchine o terminali di calcolo economico. Per avere ancora sentimenti ed emozioni, e non limitarci a contare denari da regalare allo Stato e a chi lo controlla.
      Il fuoco che arde in questa notte deve essere il combustibile della nostra passione e deve ricordarci una delle poche cose per le quali valga davvero vivere: "sic semper tyrannis!"
       Il fuoco di una notte epocale d'inverno deve infatti ricordarci che si può sempre essere liberi, se solo lo si vuole, se non si cede al conformismo e se non si cessa mai di battersi per la libertà.
       Il peggiore dei totalitarismi - il totalitarismo dal volto "umano" - si sta affermando nella Vecchia Europa, ma tutto è ancora possibile, se continueremo a coltivare amorevolmente in noi il nostro mai spento desiderio di libertà. 
       Io non ho ricette particolari, ma ispiro i miei comportamenti, giorno dopo giorno, a un solo principio, rivolto verso chi conculca i miei diritti e le mie libertà: "Dovrete soffrire anche voi e, per quanto mi riguarda, farò tutto il possibile perché ciò avvenga!".

                           Piero Visani



sabato 20 dicembre 2014

L'essenza della democrazia


       Ce la ricordano un giorno sì e l'altro pure: "Soprattutto voi dovete soffrire". Io insisto: "anche voi!"
       Come vedete, è molto semplice. ISIS, talebani, terroristi e compagnia "spaventante" non c'entrano nulla. Se fossi cristiano, potrei scrivere: "Tutti dobbiamo soffrire"... Però "tutti" non mi sta bene, dunque ribadisco: "Anche voi dovete soffrire". La chiarezza programmatica è alla base delle politiche vincenti.

                            Piero Visani

Smart Power

       U.S. Naval War College, Newport (Rhode Island), sera del 4 luglio 1988. Prima delle celebrazioni ufficiali della festa nazionale USA e dei tradizionali fuochi artificiali, arriva una banda dei Marines e dà il via a un concerto. Con cosa? Con "True Blue", di Madonna... 
       Avevo già imparato molto sul ruolo dello "smart power" seguendo l'attività di varie bande dell'Esercito britannico, ma quella sera credo che capii molto di più. Nessuna artista professionista, tutte marinaie del Naval War College, appartenenti allo staff o allieve del medesimo, impegnate a riprodurre, in uniforme, il videoclip di cui sotto. C'era molta autoironia - sia chiaro - ma anche una volontà di persuasione neppure troppo occulta o occultata. Scherzavano, si prendevano in giro, ma intanto esportavano un modello culturale e volevano che diventasse anche il tuo, del rappresentante dello Stato cliente fatto convenire lì, a loro spese, perché si trasformasse in un loro "moltiplicatore di forza".
       Una serata che non ho mai dimenticato: la formidabile capacità di persuasione dell'empatia. Scarsissima ufficialità, niente retorica da quattro soldi, ma un modello culturale che ti viene inoculato sotto la pelle.

                         Piero Visani

From the True Blue Album - Warner Bros



Mirrors

       Un giro per scontate spese natalizie. Una vetrina del centro di Torino.



    
        I miei occhi si incrociano con i tuoi, Piero.
       Non hai mai cessato di piacermi, e dire che ci conosciamo da ben 64 anni. Ma ogni giorno - sai - scopro qualcosa di nuovo di te e questa tua capacità di cambiare, di essere te stesso nel divenire, mi rallegra sempre un po'. In queste epoche fosche, ritrovare se stessi è sempre un fantastico punto fermo, significa avere la certezza di poter contare su qualcuno e io so che su di te posso contare. Parli poco, scrivi molto. Ci sei e ci sarai. Sei bizzarro e hai tanti problemi, ma ci sei, sempre.
       Mi piaci, ti piaccio. Ci piaciamo. E specchiarci è uno splendido esercizio di reciproca seduzione.
     Nessuna banalità, nessun giro di parole. Mera adorazione estetica ed etica (notare l'ordine di precedenza...). Felicità.



                              Piero Visani












Blog "Sympathy for the Devil" - Classifica dei post più letti (20 Novembre - 20 Dicembre 2014)


       Il periodo in esame ha confermato una tendenza in atto da qualche mese, vale a dire una leggera progressione di tutti i post più letti o una sostanziale staticità dei medesimi, abbinata alla rapidissima ascesa di alcuni altri, dovuta a cause non sempre facilmente individuabili (Il fiore nel deserto).
       Questa la classifica delle posizioni di vertice al 20 dicembre 2014, accompagnate da alcune considerazioni sulle dinamiche che hanno avuto luogo nel blog:
  1. It's just like starting over, 568 (+1) - 11/12/2012
  2. Non, je ne regrette rien, 201 (+16) - 29/12/2012
  3. Quantum mutatus ab illo!, 163 (+1) - 20/05/2013
  4. Elogio funebre del generale August-Wilhelm von Lignitz, 115 (+1) - 29/01/2014
  5. Umberto Visani, "Ubique", 100 (+1) - 19/04/2013
  6. Gli aggiustamenti "borghesi", 96 (+2) - 05/02/2014
  7. La rivolta di Pasqua (Dublino, 1916), 90 (=) - 31/03/2013
  8. Le donne accoglienti, 87 (+3) - 15/03/2013
  9. L'istinto di conservazione, 79 (+2) - 27/02/2013
  10. Isbuschenskij, 78 (=) - 23/08/2013
  11. La verità è sempre rivoluzionaria, 78 (=) - 21/03/2013
  12. JFK e lo "zio Adolf", 73 (+2) - 17/05/2013
  13. Storia della guerra - 16: La guerra franco-indiana, 72 (+1) - 23/10/2013
  14. Il fiore nel deserto, 70 (+36) - 09/06/2014
  15. Toglietemi tutto, ma non il superfluo, 66 (=) - 12/03/2013
  16. Look away, Dixieland, 65 (=) - 23/01/2013
  17. Storia della guerra - 19: L'ascesa dell'impero napoleonico, 64 (=) - 31/10/2013
  18. Louis-Antoine de Saint-Just, 64 (+1) - 29/04/2014
  19. I duellanti: una storia vera, 61 (+10) - 17/11/2014
  20. Umberto Visani,  "Ubique", English Version, 61 (=) - 21/07/2014
  21. Good bye everybody, I've got to go, 60 (=) - 11/06/2013
       L'evento più significativo del mese, in termini di novità assoluta, è stato - come già accennato - la forte progressione del post Il fiore nel deserto (+36 letture), che si inserisce nella classifica come new entry, seguito a ragguardevole distanza da I duellanti: una storia vera (+10 letture), che fa anch'esso il proprio ingresso in classifica.
       La progressione più costante e duratura, per contro, spetta al post Non, je ne regrette rien, che continua a crescere robustamente e supera le 200 letture.
       Una posizione in classifica, che lo fa salire al nono posto assoluto, è guadagnata anche dal post L'istinto di conservazione, che sale a 79 letture.
       Quanto al numero totale di pagine lette, circa una settimana dopo il compimento del secondo anno di età di questo blog siamo a circa 44.600, su un totale di 1.511 post, dunque sempre circa 30 letture per post.
       Nel complesso, poco dopo il compimento del secondo anno di vita questo blog continua ad assumere caratteristiche sempre più definite e un'articolazione interna più stabile, in termini di tematiche in grado di attirare l'interesse dei lettori.

                        Piero Visani







giovedì 18 dicembre 2014

Occasioni di bilanci

       I viaggi sono per me occasioni di bilanci: privati, pubblici, personali, professionali. Sia che guidi sia che viaggi in treno o in aereo, ci sono lunghi periodi di attesa o di spostamento, che diventano occasioni di analisi, spunti di riflessione, momenti di intenso dialogo con me stesso.
       Queste opportunità riesco a coglierle anche quando non viaggio da solo, ma in compagnia, perché riesco a mantenere parte della mia mente sgombra e intenta a parlare fittamente tra sé e sé.
       Viaggiare in questi periodi, in prossimità delle feste natalizie, è molto bello, non perché io ami le feste, anzi non mi dicono alcunché, ma perché la mia personalità riesce a meglio proiettarsi su uno sfondo fatto di luci, di finte gioie, di lambiccata serenità, di modulati manierismi.
       Viaggio, guardo e mi guardo. Mi proietto su quel che vedo. Vedo la mia immagine riflessa sui cristalli di un auto o sul finestrino di un treno. La scruto, mi chiedo se sono invecchiato. Mi viviseziono e mi interrogo su che cosa è o può essere cambiato dentro e al di fuori di me, e mi metto a confronto con il passare del tempo.
       Alcune sensazioni che emergono da questa attenta indagine sono gradevoli, altre meno. Constato la mia evoluzione individuale, ormai sempre più marcata, sulla falsariga di un'immagine che solo da pochi anni potrei definire come pienamente mia. Mi riconosco nella persona che mi si specchia davanti e devo dire che mi piaccio sempre di più. Non ho mai avuto particolari crisi di identità, ma ci fu un tempo in cui ero insicuro. Ora non più. So cosa voglio, so cosa cerco, so cosa ho trovato, cosa ho perduto. Conosco chi mi ha buttato via, capisco perché lo ha fatto e, a differenza di un tempo, mi interrogo sempre di meno sulle ragioni di determinate scelte e di particolari comportamenti. Ora semmai mi chiedo se queste persone sono consapevoli di che cosa abbiano perso e, poiché in ultima analisi penso che lo siano, gioisco vagamente tra me e me. Non penso che abbiano rimpianti, non pretendo tanto, ma ritengo che siano invece perfettamente consapevoli del fatto che la loro vita, a seguito delle scelte che hanno compiuto, sia un po' più povera e la cosa in verità non mi dispiace (l'autostima notoriamente non mi manca...).
       Quanto al resto, non mi risparmio alcuna forma di autocritica o di dolore, ma conosco ormai le cause di tutti i miei mali e penso che, in qualsiasi cosa, io sono sempre, al tempo stesso, prematuro e postumo. Ci rifletto su, nel mentre sta per iniziare un periodo come quello delle festività natalizie, in cui io sarò più che mai da solo con me stesso.
       Ecco, se proprio devo dirlo, a me piace moltissimo fare i conti con me stesso, per quanto duri possano essere, senza i soliti narcotici delle "serate passate con gli amici, dei brindisi felici". Io sto da solo e guardo consapevolmente l'Abisso. Sperando, una volta di più, che lui guardi me. E' il confronto con l'Abisso che cerco, non i "trenini di Capodanno". Quelli vanno bene per un certo tipo di uomini (e di donne). Io sono altro. Non ho bisogno di narcotici per sopportare il male di vivere. Ci riesco perfettamente da solo. E vado immensamente fiero di questa mia straordinaria forza.

                                        Piero Visani



martedì 16 dicembre 2014

"Dovete soffrire anche voi!"

       A volte, dalle pieghe della cronaca, emergono immagini di purissimo orrore, che però rendono l'idea di che cosa sia davvero l'umano vivere. 

       Ovviamente i bambini, proprio IN QUANTO tali, vanno tenuti fuori da tutto questo orrore, ma trovo francamente ributtante che i bombardatori di tutto e di tutti, in nome della democrazia e degli interventi "umanitari", ora si mettano a fare le "anime belle", perché fa loro comodo.
       In verità i bambini sarebbe meglio tenerli fuori da tutto, dai bombardamenti come dalle stragi. E su questo non si discute.
       Però un altro principio non si discute, è l'essenza stessa del fare politica dei diseredati, degli underdog, degli umiliati, degli offesi: "dovete soffrire anche voi" [voi, tengo a precisare, non i vostri figli]. La sofferenza può essere inferta, con maggiore o minore gratuità, ma è estremamente ottimistico pensare, nell'infliggerla, che NON tornerà indietro. Tornerà, tornerà, per chi agisce come per chi reagisce. Ma dall'obbligo di reagire alle sofferenze che ci vengono inferte per puro sadismo nessuno - prima o poi - può esimersi. Nel migliore dei casi - e ci si augura che questo possa essere il nostro - sarà "la collera dei buoni".

                Piero Visani

lunedì 15 dicembre 2014

L'oro alla Patria


       Attimi di irrefrenabile ilarità, oggi: dai cinque cerchi (a manetta...) delle Olimpiadi 2024 (garante Malagò, quello dei mondiali di nuoto...) ai "cinegiornali Luce" sull'importanza - per noi "figli di un dio minore" - di un natale "sobrio, economico, senza spese folli".
       Manca solo un audio anch'esso da Istituto Luce, e poi saremo a posto.
       Ogni popolo ha ciò che si merita. Non ci meritiamo una banda di delinquenti che ci esortano alla virtù (la nostra, ovviamente, mica la loro...).
       Prevedo, per la primavera 2015, la magniloquente richiesta dell' "Oro alla Patria", sotto forma di prelievo forzoso.
       Ecco perché si vuole cancellare la Storia dai programmi scolastici: magari qualche ragazzino un po' più intelligente della media capirebbe che siamo in uno squallidissimo e patetico "déjà vu". 
      Vai con il Minculpop, da leggersi sia come Ministero della Cultura popolare ma anche come acronimo di "Mi inc... il pop..."!

                         Piero Visani

L'amaro calice


       Ogni giorno ne bevo un po' (scegliete voi il contenuto...). Tuttavia, non essendo di cultura cristiana, ESCLUDO di essere venuto al mondo per soffrire. Semmai, per FAR SOFFRIRE chi ha fatto soffrire me.
       Ergo mi preparo: immagazzino odio, giorno dopo giorno, per restituirlo con gli interessi.
       Per mia fortuna, il mio fisico non mi richiede di dimagrire. Tuttavia, posso dire che, se avessi fatto, in campo alimentare, una così lunga, protratta e monotematica dieta a base di guano e odio, avrei preso almeno 30 chili.
       Sono qui che lo coltivo come un fiore. Non so se mi verrà utile; magari addirittura mi danneggerà, però io lo coltivo. Non toccherà a me quella fortuna, ma qualcuno un giorno, anche a nome e per conto mio, incrocerà gli occhi dei miei, dei nostri, aguzzini. Fin da ora ha la mia benedizione per qualsiasi cosa vorrà fare, meno che perdonare.
       Ovviamente mi si accuserà di esagerare. Legittimo. Posso però dire che è un'accusa che si guardano bene dal rivolgermi coloro i quali hanno avuto modo di conoscere certe mie modalità di reagire ai torti.

                  Piero Visani

domenica 14 dicembre 2014

L'ineluttabilità


       Secondo voi, l'ineluttabilità è un principio democratico? Personalmente, ho qualche dubbio, in quanto, se una cosa è ineluttabile, avviene sia che a me piaccia sia che no. Quale potere di decisione ho sulla medesima?
       Di natura insofferente e poco o punto predisposta alle prese in giro, nutro un fastidio direi fisico per l'universo mediatico italico, in questi giorni saturo di considerazioni sulla "stangata fiscale di fine anno" che fanno sembrare un dilettante il mitico Leopold von Sacher-Masoch, il quale - particolare non trascurabile - poteva pure vantare una sua "Venere in pelliccia", dispensatrice al tempo stesso di dolore e piacere, mentre io - a livello fiscale - vedo per noi solo dolore. Piacere zero, a meno di non credere - come tentano di far credere ai nostri figli - che "pagare le tasse sia bellissimo" (per lo Stato che le incassa, certamente, ma per noi...?).
       Tuttavia, il quesito che mi pongo è un altro: ma i pennivendoli e i "vocivendoli" che ci tediano da mane a sera con le loro considerazioni ispirate al più deprecabile servilismo, potrebbero almeno risparmiarci la presa per i fondelli? Eh sì, perché pare che tutte le sciagure fiscali che ci stanno scaraventando addosso cadano dal cielo.
        No, signori miei, non cadono dal cielo: cadono da un sistema malato e marcio, dove spesa pubblica e ruberie (ammesso e non concesso che le due si possano distinguere, il che non credo...) sono un unico aspetto di una gigantesca trasmigrazione di denaro dal privato al pubblico. Non a caso, in tutti questi anni di tentativi (si fa per dire...) di "raddrizzamento della baracca", la spesa pubblica non è MAI diminuita e il debito pubblico è SEMPRE cresciuto.
       Allora, dove sta l'ineluttabilità che ci viene presentata? In nient'altro che nel nostro masochistico servilismo, nel pagare sempre e comunque, nel cedere costantemente a una banda di delinquenti e ricattatori i quali, sapendo che le loro vittime pagano, alzano costantemente la posta del ricatto.
       Mio padre, quando ancora ero bambino, era solito dirmi che, per riuscire a ricattare qualcuno, bisogna essere in due (ricattatore e ricattato, con il secondo disponibile a subire il ricatto stesso). Così, adeguatamente ammaestrato dagli insegnamenti paterni, non ho mai subito un solo ricatto in vita mia e ho sempre affrontato serenamente la mia sorte, quale che fosse. Odio troppo i miei nemici per ipotizzare di potermi fare ricattare da loro.
       Ecco che cosa ci manca, un lucido odio contro chi ci ha ridotto così. In mancanza di quello, tutto diventa possibile, anche le sciocchezze sull'ineluttabilità. Ineluttabilità di che, della nostra schiavitù?
       Suvvia, siamo seri...

                                Piero Visani

sabato 13 dicembre 2014

Gli "amanti del prossimo"

       Credo che ciascuno di voi ne conosca almeno uno, più facilmente se risiede in un grande centro urbano.
       Professione: incerta.
       Talenti: vari, ma non specificati.
       Carriera pregressa: nebulosa, se non nebulosissima.
       Referenze: rare o comunque solidamente provenienti dal settore pubblico e parapubblico (vedremo a breve perché).
       Chi sono? Sono gli "amanti del prossimo", i "professionisti dell'assistenza e della solidarietà".
       Se dovessero operare sul mercato libero, sarebbero ridotti all'elemosina, ma discendono in genere da solidi e acclamati lombi, per cui, dove non arrivano loro, arriva papà...
        C'è da organizzare una mostra pittorica o fotografica in favore di qualche tipologia di portatori di disabilità? Eccoli pronti ad avanzare la loro candidatura. Le referenze non sono proprio eccellenti? Non c'è di che preoccuparsi, ci penserà papà, con la sua rete relazionale, a sopperire.
        Nascono così solidi contratti (frutto di non meno solidi contatti), ovviamente sempre pagati con denaro pubblico. La mostra o l'evento culturale o la rappresentazione godono di buona stampa - grazie alla compiacenza di giornalisti amici - e ne nasce, con il tempo, una vera e propria professione: "il figlio di...", ovviamente molto "amante del prossimo", poiché si batte in favore di diversamente abili, malati di tutti i tipi e generi, ipodotati, etc. etc. etc.
            Nessuno di costoro - che io sappia - devolve i propri proventi in beneficienza. Tutti incassano allegramente denaro pubblico, ma hanno la buona grazia di andarselo a spendere in lidi lontani, per non dare troppo nell'occhio e per non indurre a pensare che loro possano divertirsi. Deve essere chiaro, infatti, che pensano sempre e soltanto ai meno fortunati...
          Conosco soggetti che vivono solo di questo e vi hanno costruito sopra carriere, anche con sponsorizzazioni importanti. Sebbene io sia un seguace del realismo politico, e anche parecchio cinico, sono giunto alla conclusione che il loro "amore per il prossimo" sia assolutamente vero. Senza quell'"amore", infatti, costoro sarebbero professionalmente morti, mentre così lo sono solo umanamente, ma vi sopperiscono "sentendosi buoni". E di loro sarà sicuramente il "regno dei cieli", dopo quello della Terra, ovviamente. Meglio puntare su almeno due cavalli contemporaneamente, onde non rischiare di perdere...
        Scusate, ora smetto di scrivere, perché mi viene da piangere di fronte a tanto "amore"... Sotto i nostri occhi, ci sono decenni di storia dell'"assistenza pelosa" italiana, e non l'hanno certo inventata quelli della cupola romana. Semmai, si sono semplicemente preoccupati di ampliarla...

                              Piero Visani




"Seducere"

       Letteralmente, in latino, "condurre a sé" (se ducere). L'ho sempre fatto, fin dalla pubertà, ma per un certo periodo mi ha fatto velo, anche a livello percettivo, la timidezza.
       La mia epifania la ebbi tardi, a 36 anni, quando alcune segretarie di una società in cui lavoravo  all'epoca mi spiegarono, con abbondanza di dettagli, che ero a loro giudizio provvisto di un forte carisma, che si esercitava non indifferentemente su molte (non se se pure su molti; non c'erano segretari, in quell'ufficio...).
       Tale spiegazione mi cambiò la vita, perché cominciai a chiedermi se fosse vero che fossi carismatico e, al tempo stesso, a interrogarmi sulla natura del carisma, che - come tutti sanno - è anche una forma di seduzione. Mi accorsi così, de facto, che il carisma certo non mi mancava, anzi; mentre la capacità seduttiva era probabilmente più bassa, per ragioni legate - ritengo - alla estrema complessità e contorsione del mio carattere.
       Poiché il carisma pare funzionasse da sé, mi concentrai sulla seduzione, ma mai in maniera realmente soddisfacente, per ragioni che sono più complesse di quanto potrebbe a prima vista ritenersi. Il carisma, infatti, ha sempre oscurato il mio potere di seduzione, dal momento che - per dirla in termini assai brutali, ma chiari - si tende più a mettermi su un piedistallo che in un letto...
       Ho cercato di porre rimedio a questa carenza, con il passare degli anni, ma senza cogliere risultati che io potessi realmente reputare soddisfacenti e oggi me ne preoccupo molto meno, accontentandomi del carisma, della sua capacità di attrazione e delle scelte cui esso induce coloro che si relazionano con me. Io mi sono chiamato fuori, direi principalmente per noia, visto che troppe cose sanno per me di déjà vu. Dopo essere stato attento, per decenni, solo e esclusivamente all'estetica, mi sono accorto, anche a mie spese, che certi magnifici involucri nascondono il nulla più assoluto, uno squallore indicibile e avvilente, dal momento che nessuna di queste donne condivide con me il concetto di kalokagathia. Così, ho cambiato direzione, facendo ammenda principalmente con me stesso e riconoscendo che il mio perfezionismo estetico non mi ha portato da alcuna parte.
      Da qualche anno, continuo a cercare di me ducere, ma con maggiore inclinazione al compromesso estetico. Non ho più tantissimo tempo, davanti a me, e di falsità, vuotaggine, utilitarismo, cretineria e seduzione da quattro soldi ho già avuto la mia dose. Ora cerco solo verità, partendo da un presupposto: visto che si è sempre lodato il mio essere assolutamente vero, perché continuare a perdere tempo con soggetti assolutamente falsi?

                                           Piero Visani



E tutti i dubbi miei...


       Costretto in mattinata, per lavoro, a occuparmi di Rivoluzione Francese, mi imbatto nella celeberrima quanto apocrifa affermazione di Maria Antonietta, quella per cui il popolo affamato, se non aveva pane, avrebbe pur sempre potuto mangiare brioches.
      Sorrido amaramente, pensando a come il potere trasformi anche i soggetti "prestati alla democrazia" (tale infatti penso possa essere considerato un ex-comunista). E mi chiedo se l'affermazione (apocrifa) della regina di Francia debba essere considerata "politica", o "antipolitica"... Mah!
       Nel dubbio, mi mangio una buona brioche. Essendo da sempre "antipolitico", mi sa che ormai me la posso permettere in piena legittimità anch'io. Se poi penso che - almeno caratterialmente - sono sempre stato un terribile giacobino, chissà cosa mi potrò permettere in futuro...

                     Piero Visani

Il nuovo Medioevo


       Ritengo che la situazione attuale somigli a quei periodi bui della nostra storia secolare in cui gli italiani - quanto meno quelli non asserviti al sistema dominante, non coprofagi e non rassegnati - cercavano rifugio dove possibile.
       I nostri indicatori economici diventano giorno dopo giorno più da brividi e gli illustri "dotti, medici e sapienti" che sono stati fino ad oggi al nostro capezzale insistono per propinarci "cure" che sono mortali veleni.
       Persino gli Stati Uniti - da padroni attenti a garantirsi un minimo di prestazione da parte dei propri Stati clienti - sono preoccupati per le sorti dell'Italia. I capi dell'Eurolager, invece, non lo sono minimamente, in quanto la "finis Italiae" era uno dei loro principali obiettivi fin dall'inizio.
       Mi conforta tuttavia il fatto che, ad onta di quanto si pensi in certe ristrette conventicole, la teoria della "distruzione pilotata" è limpida a livello teorico, più complessa sul piano pratico.
       Staremo a vedere: anche i coprofagi di professione come gli italiani esitano almeno un attimo, prima della morte annunciata. E questa non è solo più annunciata, è imminente: "A clear and present danger", per fare una citazione divertente, almeno quella...

                       Piero Visani

La battaglia di Fredericksburg (13 dicembre 1862)

       Il 13 dicembre 1862, sulle rive del fiume Rappahanock, in Virginia, proprio alle spalle della cittadina di Fredericksburg, l'esercito unionista, comandato da Ambrose Burnside (il generale con i basettoni che compare in un noto stacco pubblicitario della trasmissione televisiva Le Iene)



si lanciò coraggiosamente ma sconsideratamente all'assalto delle alture che la sovrastano (note come Marye's Heights) e subì la stessa sorte che subirono quasi tutti gli attacchi frontali condotti nel corso della Guerra Civile Americana. Sebbene nessun reparto confederato disponesse di fucili rigati e assai scarsi fossero i pezzi d'artiglieria a canna rigata a disposizione delle forze comandate dal generale Robert Edward Lee, l'attacco unionista si risolse anch'esso, come tutti quelli che erano stati tentati prima e saranno tentati dopo quella data, in un sanguinoso massacro. Costretti ad avanzare su un terreno scoperto in leggera salita, presi a fucilate dai reggimenti confederati schierati dietro una serie di muretti in pietra, i reparti unionisti si lanciarono valorosamente all'assalto, ma invano.
       Fredericksburg può essere considerata una sorta di Gettysburg alla rovescia, svoltasi poco più di sei mesi prima, e il suo aspetto tatticamente interessante è che anche i fucili ad anima liscia si dimostrarono sufficienti a fermare un avanzata nemica in campo aperto, grazie al supporto di artiglieria e alla protezione offerta da una posizione modestamente fortificata.



       La battaglia di Fredericksburg è molto ben illustrata nel film Gods and Generals (2003), di Ronald F. Maxwell, e può essere seguita ancora oggi  su un campo di battaglia trasformato in parco nazionale e assai ben conservato. Lo visitai circa dieci anni fa e mi impressionò molto, così come mi piacque la cittadina di Fredericksburg in sé, tuttora pregna di atmosfere da Vecchio Sud.
       E' straordinario vedere l'attenzione che gli americani riservano ai momenti cruciali della loro storia patria, e la cura che mettono nel preservarne le memorie, creando trust che si impegnano a raccogliere fondi per sottrarre quello che essi chiamano "il terreno sacro", alle spinte riduzioniste ed omologatrici della modernizzazione (a dimostrazione che non tutti gli americani credono che un supermercato o un insediamento residenziale valgano più della preservazione della memoria storica).
       Fredericksburg, da questo punto di vista, è stata più fortunata di altri luoghi, in quanto si trova in Virginia, uno Stato in cui perfino gli speculatori sanno che la tutela della memoria storica può essere un gigantesco business, considerate le folle di connazionali (e non solo...) che ogni anno la Guerra Civile richiama sul suo territorio.
       Visitai la Virginia in un'epoca in cui era ancora lecito fare cose senza doverne dare conto a chi "sta lavorando per noi". Ora queste cose sono precluse, a chi non fa parte della "casta", onde evitare problemi di varia natura o, più semplicemente, perché la borghesia è stata depredata di tutto. Io però mi sento molto sereno, perché da quando sono nato sono un piccolo docente di "antipolitica" e vedo che i miei giovani seguaci crescono convinti e gioiosi. E so bene che, prima del radioso 1789, occorrono lunghi decenni. Ma poi arriva.

                        Piero Visani