giovedì 30 aprile 2015

Interrogativi ontologici


       Dal momento che la disoccupazione aumenta, il lavoro non c'è e fabbriche ed esercizi commerciali chiudono a ritmo crescente, la Festa del Lavoro del Primo Maggio rischia di apparire una via di mezzo tra un esorcismo e una "danza della pioggia".
       Poiché l'art. 1 della Costituzione di questa Repubblica recita: "L'Italia è una repubblica democratica, fondata sul lavoro", la mancanza crescente di quest'ultimo mina la struttura repubblicana alla radice, perché viene a mancare il suo stesso fondamento.
       Dovrei dire che mi dispiace, ma mentirei. A questo punto, "l'importante è finire", è l'unica cosa che conti. E mi chiedo: ma se dovessero finire anche le banane, che cosa resterà di questa repubblica...?

                       Piero Visani

Forme teatrali


       A ben guardare, non sta accadendo altro che la prosecuzione del processo di edificazione di un governo che possa gestire senza problemi la "morte annunciata" del 2016, quando occorrerà un terribile giro di vite fiscale per pagare gli oneri di un debito pubblico che aumenta giorno dopo giorno. Dunque l'esecutivo, prese le necessarie imbeccate da Berlino e Bruxelles, si garantisce la governabilità.

       Le opposizioni interne al PD sono quasi un "gioco delle parti", mentre quelle esterne variano dal "tanto rumore per nulla" del Movimento 5 stelle (ma nessuno conta mai anche le 45 strisce, senza le quali non si capisce la reale natura del medesimo...?). Quanto al Centrodestra, ha predisposto una solida task force di uomini di cultura, presieduta a Antonio Razzi, la quale ha deciso che - per farsi i "cazzi propri" (l'unica cosa che conti davvero, in Italia) e incassare le relative prebende - la continuazione della legislatura è molto meglio che la sua prematura interruzione. Stipendio e vitalizi garantiti. Degli elettori che hanno scelto liste zeppe di nani e ballerine (una volta si chiamavano così, le signore di facili costumi) ovviamente non è il caso di preoccuparsi.
      "Nihil sub sole novi": da Renzi a Razzi, passando per Grillo. Lo spettacolo - anzi, più correttamente, l'avanspettacolo - è servito. Poi arriverà il resto, e non sarà una commedia, tanto meno all'italiana...

                            Piero Visani

mercoledì 29 aprile 2015

E tutti i dubbi miei...


       Quando lessi questa frase di Nietzsche - "giacché noi siamo dalla nascita gli amici giurati e gelosi della solitudine, della nostra più profonda, notturna e insieme meridiana solitudine: - uomini di questa natura siamo noi, gli spiriti liberi" ("Al di là del bene e del male") - credo di aver avuto quattordici anni. Fu il mio viatico per sopportare introversioni personali, difficoltà relazionali, delusioni sentimentali, problemi di vita e di lavoro.
       Oggi, a mezzo secolo di distanza, continuo a interrogarmi se tale passo mi fosse piaciuto in sé o perché serviva a giustificare tutte le mie problematiche esistenziali.

       Non ho ancora trovato una risposta definitiva, ma credo che la solitudine sia per me un'esigenza molto profonda. Ho scoperto a mie spese che è molto meglio stare soli che male accompagnati, dunque la coltivo come un fiore, come garanzia di integrità da aggressioni gratuite e ferite profonde.
       Tuttavia, non disdegno le buone compagnie, preoccupandomi solo di accertare, in via preliminare, che le visioni del mondo siano le stesse, e solide le empatie. E non mi chiedo più se è il carattere ha forgiato l'ideologia o l'ideologia il carattere. E' del tutto evidente che la risposta prevalente (ma non definitiva) che mi do è la prima. Ed è una bella soddisfazione esserci arrivato, infine, poiché mi rende molto affezionato ad entrambi: carattere e ideologia (con la seconda da intendersi come un personalissimo prolungamento del primo).

                                              Piero Visani


Ritter e...dintorni


       Visto che la madre degli stupidi è sempre gravida, è sicuramente possibile che ci siano dei "geni" che ritengano ancora - nel 2015 - di fare "antifascismo militante". Tuttavia, premesso che questo non salva dai danni chi li ha subiti, io guarderei altrove: attenta e accurata regia, danni notevoli, "sublime tempestività", intesa a rinfocolare odi mentre si stanno combattendo battaglie di potere ben più ampie.

       Non sono mai stato un particolare fautore del complottismo, ma sono stato "on the other side of the hill" abbastanza a lungo e ho visto con i miei occhi che tutto ciò che possiamo immaginare, degli "arcana imperii", è un miliardesimo di quello che accade realmente. Teniamone conto, nelle nostre valutazioni, perché ci sono sì i "volonterosi carnefici", ma anche i "volonterosi incendiari", e raramente escono dai portoni da cui si penserebbe che dovrebbero uscire.

                             Piero Visani

CIALTRO' 2015

       Dopodomani apre (si fa per dire....) un'esposizione sull'identità italiana. Dovrebbe durare fino al 31 ottobre, ma mi sento di dire che continuerà molto più a lungo...

                  Piero Visani

martedì 28 aprile 2015

Blog "Sympathy for the Devil" - Classifica dei post più letti (21 Marzo - 20 Aprile 2015)

       Il periodo 21 Marzo - 20 Aprile è stato relativamente tranquillo, anche se ha visto superare di slancio il traguardo delle 52.000 visualizzazioni.
      La cosa è confermata dai relativamente pochi mutamenti che ci sono stati al vertice della classifica delle visualizzazioni stesse, che è ora la seguente:
  1. It's just like starting over, 569 (+1) - 11/12/2012
  2. Non, je ne regrette rien, 227 (+4) - 29/12/2012
  3. Un'evidente discrasia (in margine ai fatti di Parigi), 191 (+2) - 8/1/2015
  4. Quantum mutatus ab illo!, 167 (+2) - 20/05/2013
  5. Elogio funebre del generale August-Wilhelm von Lignitz, 119 (+2) - 29/01/2014
  6. Tamburi lontani, 119 (+2) - 9/1/2015
  7. Umberto Visani, "Ubique", 101 (=) - 19/04/2013
  8. La rivolta di Pasqua (Dublino, 1916), 100 (+8) - 31/03/2013
  9. Gli aggiustamenti "borghesi", 97 (+1) - 05/02/2014
  10. Non sarà il canto delle sirene, 96 (+10) - 06/08/2014
  11. Le donne accoglienti, 96 (+3) - 15/03/2013
  12. American Sniper, 92 (+4) - 05/01/2015
  13. La verità è sempre rivoluzionaria, 92 (+3) - 21/03/2013
       Le prime sette posizioni della classifica sono rimaste invariate, mentre La rivolta di Pasqua ha scalato due posizioni, passando dal decimo all'ottavo posto; il che, nel 99° anniversario della medesima, non è certo sorprendente.
        La novità più importante, tuttavia, è stata l'ingresso, nelle prime dieci posizioni, di un nuovo post, Non sarà il canto delle sirene, dedicato a una problematica che certo tutti i lettori di sesso maschile conoscono.
       I due post testé citati sono anche quelli che, ai vertici della classifica generale, hanno fatto segnare i maggiori incrementi di visualizzazioni (+8 l'uno e +10 l'altro).

       Per quanto concerne i soli post del mese, il primato è andato alla recensione di Marco Valle: "Confini e conflitti" (con 56 visualizzazioni), seguito da vicino da Confederati e...schiavisti (con 54), da Splendido isolamento (con 48) e da Scritture (con 41).
       Per finire, attualmente le visualizzazioni sono 52.083 e i post 1.675, il che da una media di 31,1 visualizzazioni a post, in crescita rispetto alle 30,7 visualizzazioni di media del mese precedente.
       Nell'insieme, un andamento che considero più che soddisfacente, specie in un momento in cui non riesco - a causa dei numerosi impegni di lavoro - a seguire il blog come vorrei.
       Infine, un piccolo appello ai lettori: se il blog vi piace, fatemi la cortesia di segnalarlo ad amici e conoscenti. Un blog come questo - che per sua scelta non accetta pubblicità - vive del consenso dei lettori e aumentarlo è sempre una constatazione piacevole e confortante per chi lo cura. Vi ringrazio anticipatamente.

                                                  Piero Visani



lunedì 27 aprile 2015

Mean streets


       Sebbene gli italiani siano (o dovrei scrivere fossero...) ottimi viaggiatori, la loro inclinazione a "sbattersi" in qualche resort, da autentici "turisti per caso", adoratori delle "vacanze inintelligenti", li priva spesso di una autentica e approfondita conoscenza dei luoghi che visitano.
       Se così non fosse, quanti di noi sono stati nei Paesi dell'Est nell'epoca del "socialismo reale" riconoscerebbero nitidamente che esso è arrivato qui, in questi centri città con negozi deserti, chiusi, attività che si contraggono e poi si spengono, nel totale menefreghismo dei pubblici poteri, nell'assoluto disinteresse delle burocrazie (che si preoccupano solo di tassare e multare), nell'aura di morte che circonfonde tutto e tutti.
       Ne parlavo giorni fa con dei conoscenti rumeni, che amaramente confessavano di essere emigrati dal loro Paese per trovare la libertà e il benessere, e di essere finiti in Italia. Quando si dice la sfiga...!
       Ora il "socialismo reale" di Frau Merkel è qui e loro ne sentono ovviamente l'alito sulle loro schiene. Noi, invece, non sentiamo nulla. Noi pensiamo alla ripresa. Nei manicomi, in effetti, molti pensano di essere Napoleone...

                             Piero Visani

domenica 26 aprile 2015

L'identità italiana

       Benché le mie radici ideologiche affondino certamente in uno schieramento, e non in un altro, l'aspetto che mi appare più disturbante, del Settantesimo anniversario del 25 aprile 1945, è la difficoltà a ritrovare una memoria condivisa: non lo vogliono i vincitori, non lo vogliono i vinti. Ergo la guerra civile continua...
       Il settarismo è uno dei problemi più gravi dell'identità italiana e crea due aree "brucianti", ad entrambi i lati dello schieramento politico, in cui albergano soggetti sicuramente animati da intenti condivisibili. Tuttavia, è proprio tale incapacità di andare al di là delle loro visioni settarie che lascia libero corso a una "maggioranza silenziosa" di voltagabbana, di gente che era fascista durante il fascismo e che è antifascista durante l'antifascismo; e che sarà ovviamente a favore di un nuovo regime se e quando ne nascerà un altro (che so, filo-ISIS...). Di gente cui interessa solo il profitto, la carriera, il fare affari (meglio se "malaffari").
       A quelli della parte in cui sono cresciuto, io mi sento di dire: in che cosa il fascismo delle origini - quello bello, vero, originale, combattentista, miscredente e "fiumano" (dunque poco attento al perbenismo e alla morale corrente, ma sapientemente futurista e orgiastico) - assomigliava a quello tronfio, "romano", ridicolmente superficiale, ancor più ridicolmente bellicista? Se ci si stava preparando alla guerra - e così pareva, almeno in certe reboanti affermazioni della propaganda di regime - perché non elaborare dottrine militari all'altezza, perché non preparare una grande Marina (ripulendola dei troppi filobritannici), perché non costruire un esercito adeguato ai tempi, perché non puntare sulle forze corazzate, perché non meccanizzarlo? In una parola, perché non guardare al futuro e non avere al vertice delle Forze Armate il principale responsabile di Caporetto (forse perché era massone...)?
       A livello strategico, non era forse chiaro che, se la Germania stava facendo tutto questo molto meglio dell'Italia, inevitabilmente saremmo finiti al traino della medesima, ne saremmo diventati nulla più che la ruota di scorta?
       Se quello tedesco era un nuovo "assalto al potere mondiale" (e tale non era, perché così non lo concepivano le classi conservatrici che avevano appoggiato l'ascesa di Hitler, ma successivamente avevano fatto di tutto per tarpargli le ali), perché non tenerne conto e - se si decideva di appoggiarlo - attrezzarsi adeguatamente?
       Una volta entrati in guerra, perché non attaccare Malta il 10 giugno stesso, perché non passare all'offensiva dovunque possibile, perché non lanciare messaggi chiari a tutti i popoli vittima dell'imperialismo anglo-americano, per farne una guerra di liberazione degli underdog?
        E' del tutto evidente - a mio modo di vedere - che i fascismi ("veri o falsi" che fossero) furono affondati dalla loro stessa identità conservatrice e/o dalla loro alleanza con le classi conservatrici. Avete mai visto una classe conservatrice che voglia fare una rivoluzione? Che mi dite di un'oscenità come i Patti lateranensi? Quali pressioni furono fatte sui vertici delle Forze Armate perché - tra il settembre 1939 e il 1940 - studiassero a fondo la Blitzkrieg germanica e vi adeguassero lo strumento militare italiano?
       Sono alcuni interrogativi, tra i tanti possibili. Tuttavia, se non si mutano le strutture e le metapolitiche di una società e di uno Stato, esse resteranno uguali a se stesse. Non a caso, una parte significativa della società repubblicana ha continuato a somigliare, nel suo ottuso statalismo, allo stesso ottuso statalismo del fascismo: vuote parole d'ordine, reboanti affermazioni e una quotidianità che si pasce soprattutto di un quieto "dolce far niente", di un "tutto cambi affinché nulla cambi". Dove il "gusto per la sfida" consiste nel saltare nel cerchio di fuoco. Chapeau ai cialtroni!
       Il misoneismo è la malattia mortale della società italiana, è la vena consustanziale dell'identità italiana: tutto deve sempre rimanere uguale a se stesso, di modo che lo si possa riconoscere, che in esso ci si possa rifugiare e trovare pace, tranquillità e poco, pochissimo lavoro.
       Certo, esiste un'Italia diversa, destrutturata, informale, fatta di pochi uomini, che amano il loro lavoro, che hanno identità, dignità, amor proprio, senso dell'onore: l'Italia dell'affondamento della QUEEN ELIZABETH e della VALIANT, l'Italia di Carlo Fecia di Cossato, l'Italia di Enrico Mattei, per non citare che alcuni esempi possibili in schieramenti diversi. Ma è un'Italia individuale, non collettiva.
       Il sentimento collettivo, la vera identità italiana, sono altri: conservatorismo, "fancazzismo", feroce attaccamento alle abitudini, immobilismo amante del disimpegno e del mettersi al servizio del potente di turno, per riprendere a fare tutto ciò che si faceva (cioè NULLA) quando si era al servizio del potente precedente.
        Questa Italia è un niente che si riproduce ad infinito e che ha un unico obiettivo: distruggere - con il suo rivendicato collettivismo -  l'Italia delle eccellenze individuali, del gusto per l'innovazione, della ricerca della sperimentazione, della volontà di primeggiare in ogni campo
         Storicamente parlando, la prima Italia ha ucciso la seconda, ma la seconda è eterna non meno della prima. Non credo che riuscirà a ricostruire un Paese ormai morto, ma riuscirà comunque a tenere alto il nome dell'italianità nel mondo. E' giunto il momento: visto che non siamo mai stati una Nazione, se rinunceremo ad essere uno Stato (o se quest'ultimo dovesse implodere, cosa tutt'altro che impossibile), occorrerà capitalizzare sul fenomeno che non mancherà certo di verificarsi: la rincorsa al carro del vincitore. Perché potrebbe non esserci un vincitore, e nemmeno un carro. E così, invece di "mamma Stato" (o dello "Stato mamma") occorrerà riscoprire la tradizionale arte italica dell'arrangiarsi, del destreggiarsi tra le nuove "Franza" e le nuove "Spagna", ovviamente "purché se magna".
       Quale lunga strada, per arrivare all'identità italiana vera: "il magnà".  Ma con una nuova, fantastica opzione, aperta ai migliori di noi: procurarci il "magnà" da soli, senza impetrarlo ad altri. Da soli, e senza piegare la schiena. Finalmente liberi, non più servi di alcuno. La strada in cui credo.

                                           Piero Visani




   

sabato 25 aprile 2015

Visioni (del mondo)

       Sole bruciante. Strade bollenti. Primi caldi. La fastidiosa sensazione del risveglio di coloro che - da brave piante - nutrono una concezione "botanica" dell'esistenza e si ridestano ai primi soli primaverili.
       Il viaggio - da solo o in compagnia - è sempre un momento ideale di riflessione. C'è molto tempo, infatti, per osservare, per approfondire, per interrogarsi. Anche se si ama una guida non propriamente lenta, il tempo c'è.
       Cresce il senso di estraneità, a tutto, a tutti. Dentro la cellula atomistica della mia auto, guardo a un mondo che non capisco. Non riesco nemmeno a dire che non capisco più, perché in realtà non l'ho mai capito.
       Mi sono sempre sentito estraneo a tutto e, con il passare degli anni, questa sensazione è aumentata. Non ho strumenti di riconoscimento, non ho neppure modelli, o archetipi. Vorrei cessare di soffrire, ma non so se accadrà molto presto.
       Tutta la mia vita è stato un tentativo di portare me stesso là ove ritenevo fosse giusto e confacente a me. Ho coltivato sogni, che ho dismesso nel momento in cui mi sono accorto che avevo poco a che fare con la maggior parte delle persone. Quando ho raggiunto tale definitiva consapevolezza, diciamo intorno ai 55 anni, mi sono preoccupato solo di trovare delle vie di fuga, a livello lavorativo, umano, relazionale.
       Il passaggio fondamentale è stato quando ho smesso di considerare negativamente il fatto di sentirmi - e probabilmente di essere - un alieno e ho cominciato invece a valutarlo positivamente. Non potendo "telefonare a casa", come E.T., ho cercato rifugio nella selettività: dei lavori, delle situazioni esistenziali, dei rapporti umani. Ho tentato di trovare quei pochi con cui condividere gioie, dolori, sentimenti, passioni.
       Non è stata un'esperienza facile, non è neppure finita; semmai è un percorso di formazione che consiste essenzialmente nel ricercare, su questa Terra, coloro che si sentano alieni come mi sento io.
       Posso dire che mi è andata abbastanza bene: ho trovato persone di valore, che condividono la mia visione del mondo. Con esse mi relaziono, ad esse mi appoggio. La qualità dei rapporti umani è diventata il mio principale obiettivo esistenziale. Il resto lo faccio, ovviamente, perché devo lavorare per vivere, ma vorrei che la mia esperienza su questa Terra si concludesse dopo aver conosciuto soggetti come me, introspettivi, analitici, profondi e sinceri. Sono stato immerso in un universo di falsità, futilità e ricerca di profitto che mi ha francamente annoiato. Voglio solo verità. Ho già ascoltato tutte le menzogne del mondo e mi hanno prima disgustato, poi annoiato.

                                           Piero Visani



lunedì 20 aprile 2015

Sbullonature


       Ho passato la domenica ad aiutare un amico che ha casa di proprietà e una ricchissima biblioteca "imbullonata" ai muri della casa stessa, per oltre 15.000 volumi.
       L'amico in questione - attento esegeta della follia, ovunque si manifesti - ha scoperto che l'Agenzia delle Entrate è da qualche tempo solita sostenere che, se all'interno di un immobile di proprietà sono presenti strutture "bullonate", esse tenderebbero ad acquisire, per loro stessa natura (sic), "requisiti di immobiliarità" e a diventare - come tali - soggette a IMU.
       Il mio amico, che è tanto goliardo quanto i "volonterosi carnefici" sono ormai in manifesta crisi di follia (non solo a caso o per intrinseca demenza, ma perché sottoposti a terribili stress dal potere politico, in modo che rastrellino di tutto e di più, per vedere se si riesce in qualche modo a tamponare la crescita irresistibile del debito pubblico), mi ha costretto ad armarmi di cacciavite e chiave inglese per "sbullonare" tutto e sottrarre la splendida biblioteca al pericolo di far crescere esponenzialmente il valore catastale dell'immobile e dunque le depredazioni del medesimo.
       Amari i nostri commenti, mentre lavoravamo sotto il sole domenicale: "Se siamo ridotti a usare cacciavite e chiave inglese in questo modo, è proprio perché non siamo altro che pecore vili". Infiniti, in effetti, gli usi più creativi delle medesime.
      Se qualche statalista non pentito (l'Italia ne è piena, ahimè) pensa che io stia esagerando, si legga cortesemente l'inchiesta di Stefano Carli sulla prima pagina del supplemento "Affari e Finanza" de "la Repubblica" di oggi. E' chiaro infatti che un Paese che accetta passivamente queste disposizioni non solo non ha futuro, ma ormai si è giocato anche il presente. L'unica speranza, a questo punto, è che si giochi anche il passato, così non ci sarà più nessuno a rompere i marroni con una farsa tragicomica (ma più tragica che comica) che qualche romantico e molti distratti si ostinano a chiamare Italia, mentre fa torto perfino alle iniziali di Winston Churchill. E si ostina pure a prendersi sul serio, anche se è solo un'oscena farsaccia.

                         Piero Visani

Suicidi e suicidati

       L'atteggiamento di cui i soggetti afflitti da demonìa dell'economia danno prova di fronte ai drammi della vita risulta francamente disturbante: per coloro che ritengono che denaro, banca, finanza, commercio e merce siano le uniche cose che hanno valore, all'interno della vita (vita...?) degli uomini, tutto ciò che esula da questa visione francamente oscena appare un elemento di turbativa.
       E' sufficiente un semplice esempio, per chiarire il concetto: il fatto che la Grecia non riesca a pagare i propri debiti con le banche e le varie istituzioni internazionali è per loro un atteggiamento francamente immorale, prima ancora che inaccettabile, perché il denaro è la loro unica morale. Tutti i drammi umani, esistenziali e anche patrimoniali che possono essere connessi a tale constatazione non li toccano minimamente, perché il loro metro di misura è solo il denaro.
       La sensibilità che costoro mostrano nei confronti di altri popoli, maggiormente in difficoltà, o delle centinaia di migliaia di disperati che si stanno riversando sulle coste italiane, è pari a molto meno di zero. Quell'Italia da cui si pretende ogni tipo di esibizione di virtù finanziaria, diventa quantité négligéable se le sue istituzioni e buona parte della sua popolazione si prodigano per aiutare soggetti che palesemente hanno bisogno di aiuto.
        Di fronte a un dramma epocale (non vogliamo qui toccare la importantissima questione di come tale dramma sia stato creato), le istituzioni europee semplicemente se ne fregano, dando prova del disinteresse più assoluto. La questione umana, gli aspetti UMANI, non sono problema loro. il che - a mio giudizio - è assolutamente comprensibile, perché, per loro, l'unico problema sono i soldi. Tutto il resto non conta: non hai i soldi per pagare i tuoi debiti, suicidati pure; non hai il denaro per onorare debiti che, spesso, non si sono generati neppure in maniera chiara: crepa pure nel tuo brodo, basta che noi possiamo sequestrare il tuo patrimonio (se l'hai), le tue aziende (se ne hai), la tua casa (se l'hai).
       E' una gigantesca lezione di morale, quella che ci viene impartita. Sarei tentato di dire, "di morale capitalista". Tuttavia, siccome sono consapevole del fatto che la cosa può non risultare condivisa da molti, scriverò allora che siamo di fronte alla più terribile degenerazione del rapporto tra banca, finanza e concezione economicistica dell'esistenza.
       Si tratta di un rapporto che ha già prodotto disastri, in passato, ma si avvia a produrne ancora di più in futuro e basta vedere come esso abbia ridotto l'Europa dopo la fine della "Guerra Fredda" per capire a quali tragici esiti ci stia portando: gente che si suicida per aver perso ogni speranza di vita e di lavoro; gente che annega nel Mediterraneo perché sono state avviate politiche di cieco sfruttamento o di miope cinismo, e si è ben lieti che il costo lo paghino Paesi privi di una classe politica degna di questo nome.
       Tuttavia, non commettiamo l'errore tragico di prendercela con i migranti. Certo, oggi loro sono le vittime, annegano a migliaia nelle acque del Mediterraneo. Ma le prossime vittime siamo già noi: quelli che non ce la fanno più e si suicidano; quelli che accettano di combattere scioccamente guerre fra poveri; quelli che pensano che noi italiani siamo ancora parte del "Primo Mondo", mentre già siamo da tempo "Terzo Mondo" e dovremmo ricercare solo ed esclusivamente, per il nostro futuro, la solidarietà con gli underdog di tutta la Terra, perché è solo quella che ci potrà salvare. Altrimenti, i migranti sono attesi da un naufragio concreto, noi da un naufragio metaforico: due forme di naufragio, ma sempre naufragio.
       Resta vera e viva l'intuizione di sempre: è molto meglio essere i primi degli ultimi che gli ultimi dei primi (e non mi riferisco ovviamente solo all'Italia, poiché le dimensioni nazionali ormai sono pateticamente insufficienti): saremo odiati, ma non snobbati o derisi o conculcati. E avremmo delle carte da giocare. Per morire, magari, ma in piedi, non da servi.

                                           Piero Visani






venerdì 17 aprile 2015

Reviviscenze e reminiscenze

       Non è sorprendente il risalto che è stato conferito, quest'anno, alle celebrazioni del 25 aprile, nettamente superiore a quello degli anni precedenti.
       E' vero che questo è il settantesimo anniversario di quella data, ma l'insistenza con cui lo si è festeggiato autorizza legittimamente a pensare come sia tipico, di regimi in difficoltà, fare affidamento a qualsiasi "mito di fondazione" possa contribuire a legittimarli nel momento in cui le loro fondamenta risultano maggiormente scosse.
       Qualunque italiano in buona fede - comunque si collochi politicamente - credo sia pienamente consapevole del fatto che tanta insistenza è frutto del tentativo di mascherare il più possibile l'assoluta fragilità dello Stato repubblicano, che oggi è privo di qualsiasi credibilità, legittimità e consenso, al punto che basterebbe una piccola spinta - proveniente dall'esterno o anche dall'interno - per farlo crollare come un castello di carte, in mezzo alle urla e agli insulti liberatori di coloro che, fino al giorno prima, erano rimasti rigorosamente in silenzio. In Italia, del resto, i regimi crollano così: devono implodere, prima ancora che esplodere e, se ciò dovesse succedere, già ci immaginiamo quanto potrebbero essere folte le fila dei fautori dei nuovi assetti politici, tutti pronti a trasformarsi in "antemarcia" del "nuovo che avanza".
       La vicenda storica italica è stata sempre così e non credo proprio che muterà questa volta. Tutti si scopriranno accesi oppositori della Prima e della Seconda Repubblica, e faranno a gomitate per farsi belli agli occhi dei nuovi padroni, quali che siano.
       Tuttavia, il fatto che l'attuale regime politico si senta palesemente al capolinea non mi rincuora più di tanto. Mi fa solo capire che ha paura, che non si sente stabilmente in sella e che sa che sul futuro si gioca la sua stessa sopravvivenza, e non uso il termine a caso, perché le "cattedrali di dolore" che esso ha scientemente ma irresponsabilmente creato, potrebbero dare il via alle più diverse forme di "collera dei buoni", spesso anche sapientemente eterodirette.
       Condivido l'esigenza di cambiare tutto, per quanto possibile, il più presto possibile, in tutti i modi possibili. Non sono affatto convinto, però, che un eventuale desiderio che tutto cambi non possa trasformarsi, in breve, nell'ennesima deriva a che "tutto cambi affinché nulla possa cambiare". Scettico come sono sul carattere nazionale, non mi sorprenderei se l'ormai ineludibile cambiamento non finisse per trasformarsi, in breve tempo, nella solita iterazione della "commedia degli e(o)rrori" di cui è piena la nostra vicenda storica. Perché - se si guarda con un minimo di attenzione - l'attuale collasso della Repubblica ha di più grave (rispetto alle Custoza, alle Lissa, alle Adua, alle Caporetto e agli 8 settembre che l'hanno preceduta) il fatto che tale crollo verticale è stato ottenuto in tempo di pace, e non di guerra. Un giorno si parlerà di questa piccola differenza e non sarà un discorso lusinghiero per chi se ne è reso protagonista: portarono alla deriva un popolo (peraltro complice) e lo abbandonarono nel guano dopo essersi portati via non la cassa, ma TUTTE le casse possibili immaginabili. Se questo è il vento che fischiò nell'aprile 1945, ormai occorre constatare che ha portato schiavitù, povertà e tempesta. Ovviamente occultabili, per ora, ma non in eterno.

                                   Piero Visani





giovedì 16 aprile 2015

Suicidio assistito


       Da una parte il "pifferaio di Hamelin", con la sua banda di coristi e corifei, che ripetono allegramente piccole e grandi menzogne sul futuro dell'economia italiana; dall'altra un popolo silente, ormai rassegnato alla fine (o disinteressato alla medesima).

       Un tempo si diceva che "la matematica non è un'opinione", ora invece lo è diventata, perché sono addirittura fonti ufficiali come l'Istat a testimoniare che il debito pubblico continua inarrestabilmente a crescere e sappiamo bene che, se non si blocca quella deriva, sarà sempre peggio. Tuttavia, la cosa non pare interessare più a nessuno, sebbene sia chiaro che essa è mortale perché, se non viene invertita quella tendenza, questo Paese defungerà definitivamente per eccesso di carico fiscale. Ma pare che questa soluzione sia gradita ai più e dunque non resta che prenderne atto, con la più appropriata delle affermazioni: "Viva la muerte!".

                                 Piero Visani

domenica 12 aprile 2015

Marco Valle, "Confini e conflitti"

       Ci sono libri che si leggono, e libri che si gustano.
       Ci sono libri che si recensiscono e altri che non si possono oggettivamente recensire, perché significherebbe recensire la propria vita, i propri ideali, le proprie battaglie, se stessi.
       L'amico Marco Valle mi perdonerà, ma il suo libro, nel leggerlo, l'ho gustato e sofferto: ho rivisto lui, me, i sogni di una generazione, di una parte politica, e le sofferenze ancora più assurde di chi - come me - non solo era "esule in Patria", ma lo era altresì nella Patria ideologica che si era scelto come sua, dove sono sempre stato considerato - e forse, a ripensarci ora, è assolutamente giusto che sia stato così - un corpo estraneo, un outsider di cui non si sapeva bene che cosa fare e dire.
      Nel libro di Marco c'è tutta la passione di una generazione, vissuta con la partecipazione che solo uno storico non accademico può provare. Gli storici non accademici, in genere, amano ciò di cui scrivono, a differenza di taluni loro colleghi dell'accademia, e spesso sanno scrivere con grande pathos, perché stanno parlando dei loro amori, del loro Amore.
       Con Marco siamo accomunati dall'amore per certe tematiche: la Guerra Civile americana, il periodo napoleonico, il Risorgimento, la caduta dell'impero coloniale francese e la questione dei "soldati perduti". Ho ritrovato molti di questi spunti nel suo libro (Confini e conflitti. Uomini, imperi e sovranità nazionale, Eclettica Edizioni, Massa, 2014, 315 pp., 18 €), che in certi passi mi è parso come se fosse stato scritto da me, tanto è forte l'idem sentire.
       E' stato bello immergersi in queste pagine intrise di passione, di partecipazione civile, di sentimento nazionale, che in Marco è rimasto tanto vivo, mentre in me si è tragicamente spento, come capita agli innamorati traditi, quando l'oggetto del loro amore li delude nel profondo e loro giurano a se stessi, per tutelarsi, che non si innamoreranno mai più.
       La visione del mondo, tuttavia, resta la medesima, come resta forte la condivisione del fatto che la Storia procede di pari passo con la geografia e che, senza la conoscenza diretta dei luoghi, spesso la Storia è incompleta, incompiuta, priva della sua dimensione più tellurica.
      Ho letto con grande partecipazione le splendide pagine che Marco dedica ai "soldati perduti", agli uomini che non vollero rassegnarsi alla perdita del loro onore e della loro missione di guerrieri (né militari né tanto meno soldati, ma molto di più di tutto questo), gente ben consapevole del fatto che il sacrificio della vita è poca cosa, rispetto al sacrificio dell'onore.
      Ho studiato a lungo la "guerra rivoluzionaria" e ho a lungo accarezzato il progetto di scriverci un saggio organico, poi non portato a termine per altre esigenze esistenziali, ma essa resta per me uno dei momenti più alti della mia concezione del conflitto e Marco ha saputo renderla alla perfezione, sempre con grande solidità documentale ma anche con splendida ricchezza di scrittura, la scrittura di chi sa e ama ciò che scrive.
       Consiglio la lettura di questo libro a tutti. E' fermo da mesi sulla mia scrivania e di continuo ne leggo qualche passo, perché dentro di me, nelle mille delusioni umane, personali e professionali subite, è rimasto vivo un antico amore, anzi quell'antico Amore e spero sempre di rivivere la scena conclusiva di un celebre film dei fratelli Taviani, quella in cui il vecchio rivoluzionario deluso sente l'addensarsi della tempesta e sbotta: "Ma allora è vero! Allonsanfan!". Un colpo di fucile ben assestato lo riporta alla realtà e a una fine anticipata, ma gioiosa.
       Ecco, il libro di Marco mi ha riportato alla mente quell'invocazione quasi ludica, quel senso di una vita spesa in favore di un ideale. E, per di più, il colpo di fucile liberatorio ancora non è stato esploso... Non mi faccio certo illusioni, ma è comunque confortante sapere che certe strade non le ho percorse da solo, ma insieme ad altri cuori puri, che amavano un'idea più che una poltrona e che in fondo, anche nel loro ambiente di provenienza, si sono sempre riconosciuti a naso...

                                          Piero Visani




sabato 11 aprile 2015

Idee, ideologie e scolastiche

       A me il buon Karl è sempre piaciuto moltissimo. Un grande pensatore, da cui è scaturita un'ideologia che non mi è mai piaciuta e politiche che non ho mai condiviso. Ma questo che vuol dire?
       Vorrei però aggiungere che sono problemi che esistono in ogni campo. Basti pensare che dal mio amatissimo Friedrich Nietzsche c'è chi ha fatto discendere l'esaltazione di "Dio, Patria e Famiglia", e mi rendo conto che sono problemi assai diffusi, e gravi...
       E' da allora che detesto le scolastiche: mai lasciare che gli scolaretti facciano i maestri. Dopo tutto, sono solo alle elementari, hanno ancora molta strada da fare e parecchio da studiare, eppure hanno molta fregola di regolare, classificare e rendere immobile, forse per meglio evidenziare il loro cervello da perfetti burocrati dell'anima, che non ha la flessibilità tra le proprie doti più evidenti...
       Personalmente, amo la sperimentazione concettuale, le contaminazioni, il divenire, l'innovazione. Per i Valori scritti tutti maiuscolo, c'è sempre tempo e - quel che è certo - non sarà il mio...

                      Piero Visani


"Il denaro muta la fedeltà in infedeltà, l'amore in odio, l'odio in amore, la virtù in vizio, il vizio in virtù, il servo in padrone, il padrone in servo, la stupidità in intelligenza, l'intelligenza in stupidità".
Karl Marx

venerdì 10 aprile 2015

Estetica ed etica


       Esiste uno strettissimo rapporto tra questi due valori, che non si è mai rotto dai tempi della classicità, della "kalokagathia". Non per nulla, un mondo volgare e brutto come quello attuale è anche un mondo in cui l'etica è andata del tutto perduta, a vantaggio di peculiarità non meno volgari e brutte, come la corruzione, il furto, l'avidità. 
       Anche il progressivo allentamento dei fisici degli individui - e so già che questo non mi attirerà simpatie, ma io non mi preoccupo del "politicamente corretto" - è segno di un'incapacità totale di imporre a se stessi un rigore, un feroce autocontrollo anche nell'alimentazione. Al netto delle disfunzioni fisiche, che indubbiamente esistono, e che rientrano ovviamente in una diversa problematica, l'incapacità di imporre una disciplina a se stessi, in ogni campo, è fonte di enormi implicazioni sociali, spesso sottovalutate.
       Libertà e licenza vengono confuse, e si scambia volentieri l'esercizio di fondamentali diritti di libertà, sempre più distrattamente (o passivamente) ceduti al Leviatano statalista, in cambio di qualche piccola licenza da quattro soldi (dall'alimentare [e non dico gastronomico, perché quella è altra e nobile cosa] a una sessualità di plastica e priva di emozioni e passioni vere).
      Piccoli surrogati di pseudolibertà, mentre la morsa del "totalitarismo dolce" (in verità sempre meno dolce) ci soffoca ogni giorno di più e ci porta a chiederci che cosa abbiamo fatto - oltre ad essere molto ma molto distratti e tolleranti nei riguardi di chi ci governa - per meritare una vita del genere, un autentico orrore sotto ogni punto di vista. Un orrore dove non si può dire "zingaro", ma NON SI DEVE dire che è IL PEGGIORE DEI MONDI POSSIBILI.

            Piero Visani

Suicidi e altre forme di morte

       Dietro le affermazioni ufficiali, dietro l'ottimismo di facciata, dietro le "ripresine" che non arrivano mai, la società italiana sperimenta alcuni elementi consustanziali sempre più diffusi: dolore, disperazione, impossibilità ad andare avanti, sfiducia, esilio, fuga, emigrazione, morte. Morte da suicidio, morte da omicidio. morte da violenza di coloro che, costretti ogni giorno a subire i peggiori soprusi e le peggiori repressioni, non attendono altro che dare sfogo alla carica di insoddisfazione e di violenza che sento lievitare dentro di sé. E' sufficiente guardare, anche dall'esterno, il livello di degenerazione che può raggiungere, con un'escalation rapidissima, anche la minima controversia o il più piccolo litigio: basta pochissimo e scatta la più clausewitziana delle "ascese agli estremi", e ci può pure scappare il morto.
       Il giornalismo e la sociologia di regime - attenti ovviamente a non perdere incarichi e prebende - si rifugiano nel ricorso alle motivazioni più assurde, dimenticando che le nostre vite sono da tempo date in pasto a un Moloch economico di cui nulla sappiamo, di cui non vediamo benefici, al quale prestiamo solo corvées e - sempre più spesso - anche sacrifici umani, oltre che totali spoliazioni professionali e patrimoniali.
       Il livello di repressione umana, sociale, economica e psicologica, oltre che ovviamente politica, è altissimo, del tutto estraneo a quella che si potrebbe comunemente ritenere la tradizione di una democrazia, per quanto altamente illiberale. Qui stiamo ripiombando nei "secoli bui" e c'è qualcuno che pensa pure che presto ci sarà un'inversione di tendenza. Possibile, ma sarà in una direzione non certo più rassicurante dell'attuale...
       I fattori che si stanno accumulando nelle nostre vite sono tutti palesemente polemogeni e occorre realmente chiedersi se si stanno accumulando a caso o se - dietro a tutto questo - non ci sia il deliberato intento di scatenare un hobbesiana "guerra di tutti contro tutti", un bellum omnium contra omnes di cui - alquanto scioccamente - taluni di noi potrebbero credere di profittare, mentre quasi subito diventerebbero gli inconsapevoli protagonisti di una "guerra per interposta persona", di una classica war by proxies per conto di potentati che non vogliono sporcarsi le mani, ma solo approfittare di un disordine cosmico per renderci strumenti di una gigantesca "guerra per bande" di cui essi muovono fila, capitali e pedine.
       Il futuro, come sempre, è un'ipotesi, ma rischia davvero, una volta di più, di diventare un ultimo alibi utilizzato strumentalmente da chi voglia dominare totalmente le nostre vite.
       Già gli strateghi e i futurologi disegnano un futuro assai simile a qualche allucinata graphic novel, piuttosto che alle realtà che conosciamo: una serie di aree urbane sempre più enormi, in preda a bande politico-criminali (assolutamente non distinguibili le une dalle altre, e a questo già siamo, se non siamo ciechi...), non legittimate da nulla, se non dal denaro e/o dalla forza.
       Quanto a noi, ci resta la scelta tra il suicidio, un "pazzo morire" individuale o uno che non direi collettivo, ma tipico di una "banda" che ritrovi il coraggio di delinearsi come "comunità di destino" e riprenda, faticosamente, l'unica strada che ci è rimasta: non seguire sogni impossibili, ma creare "spazi di libertà" comunitari e identitari da difendere con le unghie e con i denti, anche a livelli minimali, dovunque si possano creare "zone franche", aree "de-statalizzate", microcomunità di uomini liberi, mossi da visioni condivise. In caso contrario, "verrà la morte e avrà i loro occhi". Li ha già: paiono rassicuranti, ma sono solo gli occhi interessati delle iene.

                                            Piero Visani




       

giovedì 9 aprile 2015

Le comiche


       Se capisco bene, i telegiornali Mediaset hanno avuto l'ordine di presentare tutto ciò che accade in Italia come se fosse una farsa. Considerato da chi suppongo venga l'ordine, non stento a credere a tale decisione, visto che l'uomo di farse se ne intende più di molti altri.
       Tuttavia, la cosa è meno grossolana di quanto appaia: mettere tutto in farsa equivale a risolvere tutto a "tarallucci e vino", un modo per ammiccare al pubblico televisivo e rassicurarlo: "guardate, non è successo niente: la Sicilia in bancarotta, tutti che rubano dappertutto, evviva la normalità criminale! Prendetela sul ridere, scherzateci su, vi abituerete prima!". Del resto, molto meglio il crimine noto di quello ignoto. E tutto - ovviamente - è meglio dell'ISIS, la "fola del XXI secolo" (per non fare che un riferimento culto...)
       Ormai, in Italia, i telegiornali di ogni rete sono un gigantesco "Truman Show". Ancora manca, però, chi spieghi al pubblico più di grana grossa che cosa sia, un "Truman Show". Ma quello gli italiani lo scopriranno da soli, molto presto.

                                 Piero Visani

mercoledì 8 aprile 2015

La candidatura di Rand Paul

      Nella vita, le idee politiche di una persona possono cambiare. Le mie sono cambiate nel momento in cui ho compreso chi attentasse più da vicino alla mia felicità, chi volesse realmente il mio male, la decadenza del mio livello di vita, l'uccisione delle mie speranze e dei miei sogni. Ho individuato quel nemico nello Stato e nella burocrazia, e - da allora - è battaglia aperta.
       Ho subito accuse di vario genere, ma non me ne importa alcunché, anche perché - e questo va onestamente riconosciuto - della triade Dio, Patria e Famiglia mi sono sempre fatto beffa, visto che NON sono nato conservatore, ma futurista/marinettian/d'annunziano/iconoclasta/ateissimo, anarchico, individualista e sperimentatore di tutto ciò che potesse interessarmi, qualsiasi cosa fosse.
       Della famiglia Paul - il Padre Ron e il figlio Rand - amo moltissimo la denuncia dei comportamenti abietti che si nascondono dietro la copertura della Stato; il fatto che l'interesse pubblico (che è naturalmente contrario alla natura del 99,9% degli umani, quanto meno di quelli che ho avuto la ventura di conoscere io, che tiravano sempre e solo a quello privato, il loro...) sia una fola inventata per meglio fregare il prossimo e per coprire le peggiori malefatte di chi dice di farlo al solo e unico scopo di arricchire il proprio patrimonio privato, non esitando anche ad usare vigliaccamente la leva fiscale pur di colpire chi ostacola i suoi piani.
       Credo che la decisione di Rand Paul di scendere in campo per candidarsi al ticket repubblicano alla presidenza, non possa certo essere considerata un toccasana, ma incarni alcune delle migliori peculiarità degli Stati Uniti, Paese ricco di macroscopici difetti, ma la cui storia mi ha sempre molto interessato.
        C'è una tradizione libertaria, negli Stati Uniti, che mi è molto cara e che si è sempre incarnata nella più radicale ostilità al potere centrale, visto come il concentrato dei peggiori mali (tale del resto è), e a tutte le forme di oppressione delle libertà e dei diritti dell'individuo.
       Personalmente - in quanto europeo - non penso che la tradizione statalista sia da respingere in blocco, poiché in linea teorica è ricca di notevoli elementi positivi. Tuttavia, l'esperienza mi ha insegnato che lo statalismo "è il primo rifugio delle canaglie", (l'ultimo - come sapete - è il patriottismo, non a caso nell'Italia attuale siamo pieni di canaglie stataliste, patriote e guerrafondaie), il primo dove vanno a insediarsi coloro che, in nome di un preteso e mai applicato interesse comune, cercano solo di tirare l'acqua al proprio mulino e di farsi i loro peggiori affari, a scapito della collettività. E le "anime belle"ci credono... e ci cascano. Così, stanco di credere a quelli che promettono "i domani che cantano", da qualche anno mi limito a guardare con simpatia coloro che evidenziano le tonnellate di guano il cui lo statalismo ci ha immersi (il guano è l'unica cosa abbondante che il mio occhio "realpolitico" riesce a vedere nel mondo attuale). Non portano avanti grandi ricette, ma potrebbero aiutarmi a togliermi dalla schiena la carogna statalista che ci grava sopra. Per me, per la collezione autunno/inverno della mia esistenza, basta e avanza.

                                Piero Visani*




Funzione e... finzione

       Due paroline, un semplice cambio di vocale e l'essenza - o quasi - della modernità. "Accurati test psicologici" svolti a carico di piloti di cui uno parrebbe essere stato afflitto da "gravi sindromi depressive (e ha provocato "solo" 149 morti) e l'altro, dopo aver guidato l'aereo Alitalia che trasportava il presidente della Repubblica a Palermo, il quale non trova di meglio che "condire" a pistolettate una lite familiare.
       Tra le tante riflessioni che si sono lette sul tema, a mio parere ne manca una, fondamentale: non avete notato quanto la crescente burocratizzazione delle nostre esistenze ci abbia indotto, per riuscire a continuare a vivere un'esistenza molto men che decente,  a trasformare tutto ciò che è funzione in finzione? Ciò vale soprattutto, più che per noi "custoditi", per i custodi, molti dei quali, non soddisfatti dei loro stipendi, spesso modesti, da tempo interpretano la loro funzione esclusivamente in termini di finzione.
       E' sufficiente - giusto per fare un esempio - sottoporsi a una visita per il rinnovo della patente per capire a cosa mi riferisco: ambienti sciatti, aria stracca, palese assolvimento di un obbligo di cui non può fregar di meno a nessuno, né custoditi né custodi. Ma occorre assolvere la funzione,, che ormai è diventata la pura e semplice parafrasi di espletare la finzione, per potercene tornare tranquillamente a casa, se non a fare i fatti nostri, certo ad adempiere a incombenze burocratiche o fiscali, perché a questo si è da tempo ridotto il nostro vivere.      
       C'è infine un aspetto che ho lasciato come corollario: ma con il livello delle università italiane e di buona parte dei docenti (per non parlare degli allievi), siamo sicuri che ci sia ancora qualcuno che sia in grado di farli, i controlli in forma accurata e specialistica?
       Meglio non indagare e accontentarsi della finzione, che spesso è omicida, ma ci consente di affrancarci dai molti oneri inutili che ci vengono scagliati addosso dalle crescenti funzioni (leggansi corvées) che siamo chiamati ad assolvere dallo Stato totalitario-burocratico-fiscale. Nel primo caso, infatti, possiamo ancora sperare che la fortuna ci aiuti a scamparla. Dalle funzioni del totalitarismo democratico-fiscale potremo invece salvarci solo da noi, Ma a noi pare che piacciano, per cui... Viva le finzioni!!

                                     Piero Visani





       



martedì 7 aprile 2015

Anime... e no

       Questo assemblaggio di foto mi piace troppo. Mi immagino che cosa pensino realmente - tra sé e sé - i sionisti, vedendo certi personaggi abbassarsi ben al di sotto del livello del suolo e del buongusto. Devono sentirsi immensamente potenti, e soddisfatti. Non ho nulla da rimproverare loro, perseguono legittimamente le loro politiche di sempre. Quanto agli altri, quelli li trovo irresistibili, mi mettono di buon umore. Rendono plasticamente evidente - e quello giova, perché non è facilissimo immaginarselo - che cosa voglia dire, in concreto. l'espressione "avere la faccia come l'anima...". La componente fisica in genere citata nella ben nota contrapposizione di cui sopra, infatti, non merita una così terribile offesa. E' lì da sempre, e svolge varie funzioni, non tutte nobili, ma necessarie. Per certe "anime", invece, non sono del tutto sicuro che sia così...

                       Piero Visani

Diaz

       Credo che sarebbe utile per tutti rendersi conto che la sentenza della Corte Europea dei Diritti dell'uomo fa giustizia sui fatti - indegni di uno Stato di diritto (ma il nostro lo è...?) - come quelli del G8 di Genova del luglio 2001. Le forze dell'ordine di un Paese civile, ad onta dei Giuliani di turno - si guardano bene dal comportarsi così. Se proprio c'era voglia di fare a botte, credo che "black block" (quelli veri, non quelli travestiti da, ovviamente...) ed energumeni di varia natura offrissero un bersaglio invitante. E invece - come sempre accade in questi casi - non si è persa l'occasione per fare una macroscopica figura di guano, indegna di un Paese civile. In circostanze siffatte, l'ultima cosa che in genere si usa è il cervello e invece servirebbe tanto usarlo, oh se servirebbe, se non altro perché sono proprio certi comportamenti ad alimentarne altri, opposti...

                       Piero Visani

lunedì 6 aprile 2015

Scritture

      Mi è capitato abbastanza spesso, in taluni momenti della mia vita, di vedermi assegnata una parte e di avere pure cercato di interpretarla, se colei che me la aveva assegnata mi piaceva particolarmente.
       Tuttavia, si è sempre trattato di situazioni brevi, transitorie, intese a trovare faticosamente un ruolo. Non appena capivo che non era il MIO ruolo, non appena mi sentivo del tutto fuori parte, non appena mi era evidente di essere partecipe di una messinscena in cui nulla c'entravo, ho sempre lasciato la compagnia, talvolta anche sbattendo fragorosamente la porta. Il più delle volte non avevo a disposizione, tanto meno in immediato, una scrittura alternativa, ma non ho mai amato fare il figurante. Piuttosto, la disoccupazione. Del resto, non è mai durata troppo a lungo: nonostante l'età, riesco ancora a trovarmi qualche buona scrittura...

                                 Piero Visani



domenica 5 aprile 2015

Sovranità nazionale

       Latorre e Girone - i due marò - vennero restituiti all'India dal governo del "genialissimo" professor Monti sulla base del fatto che, se non ci fosse stato quel gesto, l'Italia avrebbe compromesso i propri fiorenti rapporti commerciali con l'India.
       Quelli con la Federazione Russia erano non meno fiorenti, ma sono stati immediatamente sacrificati perché l'ordine di interromperli è arrivato da Washington, cioè con "la voce del padrone". E, nel caso di specie, c'erano in ballo pure i nostri approvvigionamenti di gas...
        In una Paese anche solo vagamente normale, cialtronerie e servilismi di questa entità costerebbero carissimo, a livello elettorale, a chi si presta ad essi. Da noi, servono ad ottenere valanghe di voti, magari condite da qualche deprecazione di maniera sulla ingiusta sorte riservata agli ostaggi del governo indiano.
       Qui però - convenitene con me - siamo a comportamenti in cui il servilismo non è da ascari o da schiavi, ma è addirittura patologico, da "sindrome di Stoccolma". Però - credetemi - il problema non è della nostra classe politica, è assolutamente antropologico: siamo noi che siamo un popolo di banderuole e di "tutti a casa", senza alcun finale di riscatto, come nell'omonimo film di Luigi Comencini, ma con la stessa capacità di interpretazione degli eventi di cui dà prova il sottotenente Alberto Innocenzi (Alberto Sordi), fascistello da operetta, quando telefona al suo colonnello (Claudio Gora) per annunciargli una notizia inaudita: "che i tedeschi [che gli hanno appena sparato addosso] si sono alleati con gli Angloamericani". Ecco, la nostra capacità di interpretazione della politica, e dei suoi atti, è mediamente questa... In alto i cuori!

                               Piero Visani

Punti fermi

       Molte sono le visioni della politica, e tutte ovviamente legittime, però una non mi convince in alcun modo: quella per cui occorra piegarsi a qualsiasi compromesso per vincere.
       Sono convinto esattamente del contrario: se si vince sulla base di soluzioni compromissorie, si avranno politiche compromissorie.
       Il cosiddetto centrodestra è stato al governo per parecchi anni, nell'ultimo ventennio. Potrei dire che sarebbero servite metapolitiche, ma, conoscendo il personale politico del centrodestra, sarebbe solo perdere tempo. Posso però dire, da osservatore esterno, che non ho mai visto uno straccio di politica che potesse definirsi in qualche modo alternativa. Solo grande attenzione alle poltrone ed estremo impegno a non ledere le metapolitiche altrui, quelle del pensiero dominante, che infatti è sempre rimasto di Sinistra. L'esempio più evidente di tutto ciò sono le missioni militari all'estero o le politiche fiscali, rimaste assolutamente votate a metapolitiche di Sinistra anche durante i lunghi anni di governo del Centrodestra.
      Il mio personale interrogativo è il seguente: ma che senso ha vincere con le idee altrui, o inquinando e compromettendo le proprie? Per me non ne ha alcuno ed è quasi una semplice azione di eterogenesi dei fini: non è che mettendo glutei di centrodestra sulle poltrone del potere cambi qualcosa, nella politica italiana. Sono le idee e le prassi politiche che dovrebbero cambiare, ma nulla di tutto questo è mai accaduto.
         Personalmente, ritengo che, per una formazione politica, vincere con le idee e le prassi altrui sia un dramma, non una vittoria, a meno che non si ritenga una vittoria sedere su certe poltrone per interposta persona e fare politica per contro dei propri nemici.
       Ancora più divertente è l'appello al moderatismo, magari a un "ragionevole moderatismo". Quello che ci serve, nella situazione italiana attuale, è la più immoderata e irragionevole delle politiche, altrimenti, per il moderatismo italiano, Renzi va benissimo: è l'uomo della "gravitazione al centro medico" e non propone altro che l'unica politica italiana di sempre, gli affari. Non è vietato volerne fare, è solo un po' ridicolo sostenere che arrivare a fare, al posto di Renzi, le politiche renziane, equivalga a "vincere": vincere che?
       La mia personale opinione è che serva invece un lungo e intenso lavoro metapolitico, nel corso del quale crescere una gioventù che abbia orrore per i valori correnti e dominanti. Quello per me è fare politica, il resto sono piccoli giochetti per "cacciatori di poltrone". Non avendo mai avuto una carica pubblica in vita mia, credo di poterlo affermare senza tema di smentita.
       La cosa che ho sempre odiato di più sono i compromessi e il fare le politiche degli altri: esattamente quello che ha fatto, per un ventennio, la Destra italiana. Non a caso, ne sono uscito nel 1996 e non ci tornerò mai più, ma neppure mi sento di Destra. Ragionare nel 2000 con le idee del Novecento - e per di più con le idee di tutti i moderati alla ricerca di cariche, carichette, appaltini e appaltuzzi - è assolutamente (e tristemente) divertente. Sono sufficientemente bravo da farmi gli affari da solo, senza voler appoggiarmi sugli altri o voler rubare loro... e chiamarlo "politica"!

                                         Piero Visani