sabato 29 ottobre 2016

Storia della guerra - Piano di completamento


Questo è il piano di completamento di "Storia della guerra", di cui ho pubblicato già 25 puntate su 44 attualmente previste. Una volta arrivato a conclusione, revisione del tutto e pubblicazione. Se ci sarà un editore, bene. Se no farò da me, come ho sempre fatto.
26 - La guerra franco-prussiana
27- Le guerre coloniali
28- La guerra navale dalla fine del Settecento agli albori del Novecento
29 – La Prima Guerra Mondiale
30 – La Seconda Guerra Mondiale
31 – La decolonizzazione e le guerre di liberazione nazionale: guerriglia e controguerriglia
32 – Potere navale e potere aereo
33 – La guerra nucleare
34 – La guerra del Vietnam
35 – Le guerre arabo-israeliane
36 – Terrorismo, antiterrorismo e specialforzismo
37 – La guerra del Golfo (1990-1991)
38 – Le guerre in Afghanistan
39 – L’invasione dell’Iraq e la guerra asimmetrica
40 – La guerra mediatica
41 – La guerra informatica (cyberwarfare)
42 – La guerra urbana
43 – La guerra per bande e i conflitti del futuro
44 – La guerra ibrida

                        Piero Visani

La strada è lunga ma ne vedo la fine...


       IVA prima al 25%, poi al 25,9%. La Guardia di Finanza che ricerca gli evasori, ma, nel frattempo, il governo italiano offre un trattamento fiscale speciale a chi si trasferisce qui dall'estero per almeno 9 anni. Un po' come lo "scudo fiscale" o la "voluntary disclosure". Appena si esaurisce la franchigia, o te ne vai o sanno chi sei e sono cavoli amari, amarissimi...
       Inoltre, se sei pensionato e non ce la fai ad andare avanti, puoi sempre ipotecarti la casa, tanto, dopo un po', più che la casa ti servirà la cassa (da morto). E che te ne fai dei soldi, da morto, mica vuoi che vadano agli eredi? Erediterà tutto lo Stato... Sono qui proprio per te. Laggiù (nelle fogne statali e statolatriche) qualcuno ti ama, ti ama al punto da volerti depredare di tutto!
     Non riesco davvero a vedere mondo "più migliore" [lo so che è un grave errore di italiano, ma rende l'idea...] del "migliore dei mondi possibile". Cavolo, insisto: fatemi conoscere i peggiori, per favore, che questo mi ha già stufato!!!!!! Lo farei a pezzi a mani nude, con risultati assolutamente convincenti.
       Finirà male, finirà malissimo, e non solo per me...
       Evviva!! L'ignavia collettiva di fronte al totalitarismo, comunque mascherato (anche nella sua ultima versione di totalitarismo democratico) merita solo questo. Vivere da morti, del resto, è infinitamente peggio che morire da vivi! La mia scelta è chiara.

                                             Piero Visani

Storia della guerra - 25: La Terza Guerra d'Indipendenza (1866)

       La guerra del 1866, l’ultima delle guerre di indipendenza, rappresentò il primo conflitto in cui risultò impegnato il neonato esercito italiano, il quale – proprio perché molto giovane – era improvvisato ed eterogeneo, e si presentava come un semplice ingrandimento di quello piemontese, di cui manifestava gli stessi difetti, tanto a livello di organizzazione quanto di comando.
        La guerra, condotta in alleanza con la Prussia, aveva come obiettivo la liberazione del Veneto dal dominio austro-ungarico e, esattamente come era accaduto nel 1859, faceva riferimento a una grande potenza straniera onde evitare di sopportare in prima persona gli oneri di un conflitto diretto con l’impero asburgico, dei cui esiti non si era evidentemente troppo sicuri, a voler usare un eufemismo.
        Preparata politicamente e diplomaticamente assai male, la Terza guerra d’indipendenza risultò anche peggiore sul piano strategico, dove i contrasti e le invidie tra La Marmora e Cialdini (i due principali comandanti militari italiani dell’epoca) portarono alla divisione dell’esercito in due masse separate, ciò che annullava la schiacciante superiorità numerica italiana (il grosso delle forze austriache era stato infatti comprensibilmente rivolto contro la Prussia, mentre il fronte italiano era decisamente più sguarnito) e faceva il gioco del nemico, favorendone la manovra per linee interne. Accadde così che la prima massa, quella al comando del La Marmora, dopo aver varcato il Mincio, venne sorpresa dal nemico e sconfitta a Custoza (24 giugno 1866). Si trattava di un semplice insuccesso tattico, essenzialmente frutto della disorganizzazione e disarticolazione dei comandi, ma esso venne trasformato – quanto meno a livello psicologico – in una grave sconfitta dalle paure e dal disorientamento che colsero lo Stato Maggiore italiano. Ne derivò, in campo terrestre, l’inazione più completa.
        La classe dirigente politico-militare italiana cercò allora il riscatto sul mare, poiché si temeva di ottenere il Veneto (che già si sapeva acquisito per via diplomatica grazie alla mediazione francese) senza aver vinto nemmeno una battaglia, ciò che avrebbe rappresentato un’onta non da poco. Era la prima volta, di fatto, che ci si accingeva a dare alla Marina militare il suo giusto ruolo, cosa che non era mai accaduta nelle altre campagne del Risorgimento, nelle quali essa era stata gravemente (e ingiustamente) trascurata. Tuttavia, la Marina italiana era di recente costituzione esattamente come l’esercito e proprio come quest’ultimo scontava l’assoluta eterogeneità della sua formazione, frutto di un’affrettata amalgama fra le diverse componenti navali preunitarie. Inoltre, essa era del tutto impreparata ad affrontare una guerra e per di più la squadra navale era guidata da un ammiraglio inetto, Carlo Pellion di Persano, inviso ai colleghi e disprezzato dai subordinati.
        Per quanto possa apparire sorprendente, non era stato preparato alcun piano operativo per la flotta italiana e lo stesso Persano era decisamente contrario a una qualche azione offensiva, per cui furono necessarie pesanti pressioni del potere politico per indurlo ad agire. Egli si decise perciò a muovere verso l’isola dalmata di Lissa, dove però venne sorpreso dalla flotta austriaca, quantitativamente e qualitativamente molto inferiore a quella italiana, ma molto ben guidata, e sonoramente sconfitto (20 luglio). La leggenda vuole che il comandante della flotta austriaca, l’ammiraglio Tegetthoff, abbia commendato la sua vittoria con la frase, divenuta celebre: «Navi di legno comandate da uomini con la testa di ferro hanno sconfitto navi di ferro comandate da uomini con la testa di legno». Sarà pure una frase leggendaria, ma ha il merito di fotografare alla perfezione una situazione, destinata purtroppo a ripetersi in molte altre occasioni, nella storia nazionale.
        Dopo questo secondo e assai più grave insuccesso militare, la stasi delle operazioni divenne completa e l’avanzata delle forze italiane riprese solo dopo l’avvio della ritirata delle truppe austriache verso il cuore dell’impero, causata dalle sconfitte subite contro i prussiani. La pace di Vienna (3 ottobre) sancì l’annessione italiana del Veneto.
        I presupposti politico-diplomatici della Terza Guerra d’Indipendenza sono assolutamente chiari. Dopo il conseguimento dell’unità nazionale (marzo 1861), la monarchia sabauda aveva assolutamente bisogno di tenere alto il suo recente prestigio con un’energica azione per il completamento dell’unità stessa, ciò che avrebbe reso preferibile ottenere il Veneto con una campagna militare vittoriosa, piuttosto che con una manovra diplomatica. Per la realizzazione di tale politica, tuttavia, il Regno d’Italia aveva bisogno di alleati potenti, dal momento che era universalmente riconosciuto che esso, da solo, non sarebbe mai riuscito a sconfiggere l’impero austro-ungarico. In tale prospettiva, venne stipulata l’alleanza con la Prussia. Tuttavia, quando divenne per la terza volta primo ministro il generale Alfonso La Marmora (1864), tutta questa politica cominciò ad essere apertamente contraddetta ed egli adottò una linea di estrema cautela, tesa ad ottenere il Veneto con il minimo sforzo, cioè per via diplomatica o, nella peggiore delle ipotesi, con un abbozzo di guerra da combattere soprattutto per giustificare davanti alle potenze europee la legittimità delle aspirazioni italiane ad acquisire quella regione. Tale doppiezza si riflesse inevitabilmente sulla preparazione militare del conflitto e sulla sua successiva condotta strategica, dal momento che in pratica l’Italia scese in guerra senza essersi posta alcun preciso obiettivo militare, ma solo una finalità politica di fondo.
         Per quanto concerne la preparazione militare, a un quinquennio dal conseguimento dell’unità l’esercito italiano era ancora del tutto disorganizzato ed eterogeneo, e per di più fortemente provato dalla lunga e durissima lotta condotta contro il fenomeno del cosiddetto brigantaggio nelle regioni meridionali. A ciò si deve aggiungere che non era stato in alcun modo risolto il problema della creazione di un esercito nazionale, se non nel senso di un allargamento a dismisura di quello piemontese, il che aveva consentito rapide carriere a soggetti che erano del tutto impreparati e soprattutto inadeguati a pervenire agli alti gradi. Gli esiti della campagna, tanto sul piano terrestre quanto su quello navale, furono assolutamente eloquenti in tal senso.
        Nella guerra del 1866, inoltre, il ruolo del volontariato garibaldino fu alquanto limitato, né avrebbe potuto essere diversamente, se si tiene conto dell’impegno profuso dalle forze politiche moderate nella liquidazione dell’esercito meridionale dopo l’esito vittorioso della spedizione dei Mille. Il volontariato, infatti, sebbene composto da elementi di provenienza politica alquanto eterogenea, continuava pur sempre a rappresentare, quanto meno agli occhi dei moderati, l’espressione militare di una forza politica loro avversa. L’impiego dei volontari costituiva perciò un problema per il governo italiano, che da un lato intendeva evitare fermenti politici pericolosi, ma dall’altro riteneva di non poter comunque farne a meno, per non mettersi troppo in urto con le forze democratiche. Di conseguenza, dopo aver concesso che i volontari garibaldini potessero partecipare al conflitto, si cercò in ogni modo di circoscriverne libertà e raggio d’azione, ponendoli sia in subordine alle forze regolari sia costringendoli ad operare in una zona secondaria del teatro d’operazioni, dove la loro incidenza sarebbe rimasta limitata e dove – soprattutto – furono costretti a condurre una forma particolare di guerra regolare, cioè di “guerra regia”, e non la “guerra di popolo” che sarebbe stata nelle loro ambizioni e potenzialità. Tutti questi fattori - uniti al cattivo e frettoloso inquadramento dei volontari, al loro deficiente armamento ed equipaggiamento, come pure all’ottima difesa condotta dagli austriaci, largamente favorita da un terreno aspro e montuoso - chiariscono a sufficienza i motivi per cui la campagna garibaldina del 1866 non fu all’altezza delle precedenti. Da parte italiana, tuttavia, le uniche belle pagine della campagna furono scritte proprio dai volontari garibaldini, in particolar modo a Bezzecca (21 luglio).
        La Terza Guerra d’Indipendenza, in ogni caso, riveste un ruolo importante nella storia nazionale perché è la prima in cui si manifesta un modo italiano di fare la guerra che – da allora - ha segnato in profondità la vicenda storica nazionale: una classe politico-militare incerta a tutto, per nulla convinta del modo con cui raggiungere i propri obiettivi politici e ancor meno disposta a sostenere le spese necessarie per dotarsi di una strumento militare adeguato, sia terrestre sia navale; un corpo ufficiali poco aggiornato sotto il profilo tecnico e molto autoreferenziale su quello dottrinale e sociale; una preoccupante sottovalutazione dell’importanza dell’aggressività in campo militare e un’ancora più preoccupante inclinazione a sacrificare le vite altrui, nella fattispecie quelle degli alleati di turno, al fine di raggiungere con il minor sacrificio possibile gli obiettivi politici. Si tratta di un modello comportamentale che tenderà a ripetersi con preoccupante frequenza e che segnerà nel peggiore dei modi la nostra storia unitaria, anche in tutti i conflitti successivi in cui il nostro Paese sarà impegnato. Di questo modo italiano di fare la guerra non si è mai parlato granché e anche oggi su di esso si preferisce glissare, sia perché è assolutamente conforme al carattere nazionale sia perché, a partire dal secondo dopoguerra, ha cominciato ad intersecarsi con la retorica sull’inclinazione naturalmente pacifista (che non equivale a dire “naturalmente pacifica”, anzi…) degli italiani e delle loro stesse forze militari. I risultati di tale disposizione mentale sono sotto gli occhi di tutti e hanno accelerato la nostra progressione come Paese privo di sovranità reale e privo anche di una vera cultura militare. Gli odierni “soldati di pace” sono il naturale esito di tale sconcertante deriva, così come lo è la reale (che non è quella dichiarata…) reputazione militare internazionale dell’Italia.


                                   Piero Visani




venerdì 28 ottobre 2016

Storia della guerra - 24: La Guerra Civile americana (1861-1865)


        È opinione condivisa che la Guerra Civile Americana rappresenti il conflitto che segnò non solo l’avvio della fase di transizione tra la guerra di tipo napoleonico e quella moderna, ma che sancì definitivamente anche il passaggio dall’una all’altra. Le opinioni degli storici, in materia, sono piuttosto controverse e tuttavia quello che appare evidente è che tale transizione certamente vi fu, sul campo di battaglia, ma non venne adeguatamente percepita dai contemporanei (eccezion fatta per alcuni soggetti particolarmente acuti e intuitivi) e tanto meno venne correttamente valutata, in Europa, per gli insegnamenti che se ne sarebbero potuti dedurre.
         Non è questa la sede per soffermarci sulle cause del conflitto, che, pur essendo state analizzate per oltre un secolo e mezzo, sono ancora oggi altamente controverse. Possiamo prendere le mosse solo da un dato di fatto assai evidente: fin dall’inizio, la guerra tra l’Unione e gli Stati Confederati d’America si presentava come uno scontro assai squilibrato, con i secondi che, per popolazione ed effettivi che erano in grado di mettere in campo, rappresentavano poco più della metà dell’Unione. Ancora più marcata era la differenza di potenziale economico e produttivo, con l’Unione ormai avviata a diventare, nel giro di pochi decenni, un colosso industriale e tecnologico, e la Confederazione che viveva in larga misura immersa nel culto del passato e di una società conservatrice e sostanzialmente statica, di cui l’economia schiavista rappresentava l’aspetto più deprecabile, ma non certo il più marcato divario che la distingueva dal Nord.
        Dopo la secessione della Carolina del Sud (20 dicembre 1860) e il progressivo formarsi della Confederazione sudista nella primavera del 1861, con l'aggregazione di un'altra decina di Stati, la spinta verso una guerra civile fu tutt’altro che univoca. Le menti più illuminate, al Sud, erano del resto ben consapevoli che la sproporzione di forze tra le due parti del Paese era talmente marcata da richiedere – da parte della Confederazione – una condotta prudente, basata sulla difensiva e soprattutto sulla necessità di guadagnare tempo, per mettere in difficoltà l’Unione (alle prese con una scarsa propensione alla guerra della sua opinione pubblica interna) e indurre le grandi potenze europee - e in particolare l’impero britannico, ancora animato da sentimenti ostili nei riguardi della sua ex-colonia – a riconoscere la Confederazione come Stato autonomo, così da conferirgli legittimità sul piano internazionale.
         Se questa era una tendenza innegabilmente esistente nel Sud, a livello politico, la quasi totalità dell’ambiente militare della Confederazione (e gran parte dell’ambiente professionale statunitense dell’epoca veniva proprio dagli Stati del Sud) non riusciva a concepire il possibile conflitto se non in termini di uno scontro regolare tra due Stati, senza rendersi conto che, concepito in tali termini, un conflitto sarebbe stato condannato, praticamente fin dall’inizio, alla sconfitta.
        Risulta facile, nelle circostanze presenti, imputare alla classe militare sudista una visione così convenzionale del conflitto, ma in tal modo si corre il rischio di guardare alla guerra civile con occhi attuali, mentre all’epoca ciò che oggi ci appare evidente lo era naturalmente assai meno. La difensiva strategica, per contro, era una scelta dottrinale e di condotta che lo Stato Maggiore confederato avrebbe potuto compiere con successo fin da subito, ma a ciò si opponeva il fatto che tutta la classe militare confederata (e anche quella unionista, per la verità) si era formata all’accademia di West Point nel culto della strategia napoleonica e della sua indiscussa propensione per l’offensiva, per cui non è sorprendente che guardasse a quest’ultima con assoluta devozione (del resto, è tipico di qualsiasi classe militare preparare la guerra precedente piuttosto che quella successiva).
        L’evidente intento del presidente Lincoln di schiacciare militarmente una secessione che l’Unione non intendeva accettare (quale che ne fosse la legittimità o meno), diede avvio alle operazioni militari con la conquista, da parte confederata, di Fort Sumter (13 aprile 1861), nella rada di Charleston (Carolina del Sud), intesa come mossa per battere sul tempo le iniziative unioniste.
        I primi due anni di guerra (1861-1863) furono sostanzialmente equilibrati, in quanto l’Unione non possedeva né le forze militari né tanto meno i comandanti per avere ragione delle truppe confederate. Mancava, nel Nord, una cultura militare specifica e anche un’abitudine della popolazione alle asprezze di un conflitto, e mancava ancora di più un alto comando che fosse all’altezza della situazione, tant’è vero che il presidente Lincoln, attonito per le sconfitte iniziali subite dai suoi generali di fronte a un nemico quantitativamente tanto inferiore, giunse a corteggiare a lungo Giuseppe Garibaldi, circonfuso da un’aura di gloria dopo la spedizione dei Mille, per convincerlo a diventare comandante dell’esercito unionista (ma senza successo).
         La Confederazione sudista, per contro, poteva contare su una brillante tradizione militare e su una maggiore dimestichezza della sua popolazione con un’esistenza condotta all’aria aperta, non in grandi centri urbani, dove l’uso del fucile, ad esempio, era pratica quotidiana. Non a caso, nei primi due anni di conflitto emersero tra le file sudiste figure che seppero ritagliarsi un posto permanente nella storia militare: da Robert Edward Lee, diventato in breve il principale comandante confederato, a Thomas “Stonewall” Jackson, da “Jeb” Stuart a Nathan Bedford Forrest, per non citarne che alcuni.
        Due volte, nel corso del primo biennio della Guerra Civile, il generale Lee decise di portare l’offensiva al Nord, nel 1862 e 1863, e per due volte venne sconfitto: nel primo caso ad Antietam e nel secondo a Gettysburg (1-3 luglio 1863). Proprio nel corso di quest’ultima battaglia, unanimemente considerata il momento di svolta dell’intero conflitto, si ripropose il dilemma tattico che si era evidenziato con forza già durante la guerra di Crimea, vale a dire l’impossibilità per delle fanterie, fatte attaccare in ordine chiuso, secondo la più tradizionale procedura di impronta napoleonica, di avere ragione di una difesa basata sulla potenza del fuoco della fucileria e dell’artiglieria. Fu questa la ragione del completo fallimento dell’ultimo, disperato attacco condotto dalla divisione confederata Pickett, nel pomeriggio del 3 luglio 1863, contro le difese unioniste. Uno dei pochi comandanti confederati che aveva inteso l’evoluzione tecnico-tattica in atto sul campo di battaglia, il generale James Longstreet, cerco a lungo di persuadere il suo comandante supremo, generale Lee, a non lanciare tale attacco e fu convincente al punto da indurre Lee ad autorizzarlo a fare precedere quella disperata offensiva finale da una formidabile preparazione di artiglieria, per “ammorbidire” le difese nemiche. Tutto si rivelò però inutile: la coraggiosa offensiva delle divisione Pickett, unanimemente considerata “l’alta marea della Confederazione”, si infranse contro il fuoco unionista, al prezzo di circa il 40 per cento degli effettivi.
         Dopo Gettysburg, il destino della Confederazione era segnato, non solo perché non avrebbe potuto più ottenere l’appoggio diplomatico delle potenze europee, vista la sua prevedibile sconfitta, ma anche perché nel frattempo, sotto l’abile guida del nuovo comandante supremo unionista, il generale Ulysses Simpson Grant, le armate unioniste avevano deciso di adottare una strategia di logoramento che, sulla base del diverso potenziale umano, economico e industriale delle due parti in lotta, era la più adatta a portare il Sud al collasso nel più breve tempo possibile.
        Ammaestrato da due anni di guerra durissima, l’alto comando unionista comprese che il modo migliore per sconfiggere la Confederazione era quello di strangolarla, tagliando le sue vie d’acqua interne, solcate da grandi fiumi navigabili; imponendo un blocco navale alle sue coste per impedire l’afflusso di rifornimenti essenziali per la sua sopravvivenza economica; e ricorrendo anche sui campi di battaglia terrestri a una strategia d’attrito che evidenziasse l’enorme differenza di potenziale umano esistente tra le due parti in lotta e la trasformasse in un fattore inconfutabile di successo.
         La risposta che il Sud cercò di dare a questa minaccia mortale è sintomatica di come le soluzioni operative più brillanti vengano quasi sempre trovate quando la situazione si fa disperata ed occorre affrancarsi da qualsiasi considerazione di tipo tradizionale per sperare di riuscire a sopravvivere, se non proprio a vincere. Sul piano della guerra terrestre, ad esempio, l’Armata della Virginia settentrionale, eccellentemente comandata da Robert Edward Lee, rinunciò sempre più marcatamente alla guerra di manovra, che le era valsa due anni di eclatanti successi, per passare invece a un tipo di guerra statica e anch’essa di logoramento, basata sul ricorso alle fortificazioni e soprattutto alle trincee, dietro le quali celare le proprie forze per consentire loro di reggere in qualche modo l’urto della preponderanza numerica e tecnologica nemica. Fu così che ampie zone della Virginia si riempirono di decine di chilometri di trincee, anticipando scenari che in Europa si sarebbero visti solo qualche tempo dopo lo scoppio della Prima Guerra Mondiale.
        Altre soluzioni operative adottate dai confederati furono le grandi incursioni di cavalleria oltre le linee nemiche, con penetrazioni anche di parecchie centinaia di chilometri, nella speranza di colpire le retrovie del nemico e indurre agitazione e paura nella popolazione civile, ottenendo il massimo dei risultati, non solo a livello tattico ma anche e soprattutto strategico, con il minimo dispendio di forze.
      Ancora più moderno fu il ricorso – da parte confederata – a forme di guerriglia e di guerra partigiana, in cui si dimostrarono maestri i Mosby’s Raiders, in Virginia, e parecchie altre formazioni sul teatro occidentale. Malgrado i successi colti con queste soluzioni, tuttavia, la dirigenza politico-militare confederata, di marcato orientamento conservatore, non ne comprese la reale ed esplosiva valenza, e mai si accinse neppure ad ipotizzare un passo che avrebbe potuto far continuare il conflitto per decenni, vale a dire rinunciare alla guerra convenzionale per procedere a varie forme di guerriglia. Prevalse una visione di tipo più tradizionale, preoccupata di difendere la popolazione civile dalla strategia terroristica perpetrata da alcune armate unioniste, in particolare quella guidata dal generale William Tecumseh Sherman, il quale si spinse fino ad Atlanta (Georgia) grazie a una politica della “terra bruciata” che non fece alcuna distinzione tra militari e civili, e che si rese responsabile di un crescendo di violenze e distruzioni a carico della popolazione; una visione che si dimostrò pure incapace di immaginare un conflitto che non fosse più di tipo tradizionale, ma mutasse natura e forma, trasformandosi in una guerriglia contro un nemico che le popolazioni meridionali individuavano ovviamente come occupante.
        Inoltre, i vertici della Confederazione si resero conto troppo tardi, ed esclusivamente sotto la spinta della disfatta imminente, che avrebbero dovuto liberarsi dell’ingombrante e impresentabile fardello rappresentato dalla schiavitù, la quale da un lato aveva costituito un’arma formidabile per l’apparato propagandistico nemico e, dall’altro, aveva impedito al Sud di poter contare sul fattivo appoggio di una parte della popolazione di colore, appoggio che – là ove gli era stata data la possibilità di manifestarsi – aveva avuto modo di dimostrarsi relativamente consistente, anche sul piano quantitativo, dato che i rapporti che intercorrevano tra la componente bianca e quella nera della popolazione non sempre erano simili allo stereotipo che, nel corso del tempo, è stato creato a carico della prima dalla propaganda dei vincitori.
       Anche sul mare, la Confederazione, stretta tra il blocco unionista e la superiorità quantitativa della Marina nordista, si ritrovò a dover escogitare soluzioni avanzate e innovative che potessero in qualche modo consentirle di colmare l’enorme divario che aveva di fronte. La prima di queste soluzioni fu l’adozione delle navi corazzate, navi decisamente diverse da quella che può essere la concezione attuale di una corazzata, ma caratterizzate dalla loro natura di imbarcazioni in tutto o in gran parte composte e protette da lastre di acciaio, contro le quali le tradizionali unità navali in legno non avevano scampo, in quanto non riuscivano a scalfirle con le loro artiglierie e, al tempo stesso, venivano spazzate via dal fuoco (o dall'urto) nemico come fuscelli. Com’è ovvio, peraltro, là ove la Confederazione riuscì a mettere in mare un numero modesto di corazzate, l’Unione, grazie alla sua schiacciante superiorità tecnologica, riuscì a metterne in acqua molte di più, anche se per un breve periodo parve che l’adozione della corazzata potesse costituire un toccasana per la Marina sudista.
        Un’altra innovazione tecnologica in campo navale fu il crescente ricorso alle mine, armi che all’epoca erano ancora agli albori del loro sviluppo, ma l’innovazione innegabilmente più rivoluzionaria fu senza dubbio il primo impiego operativo di un sommergibile, il celebre Hunley, il quale, il 17 febbraio 1864, nella rada di Charleston (South Carolina), affondò grazie a una carica esplosiva posta sulla sua prua una nave da guerra unionista, salvo poi andare perduto mentre rientrava alla base. Si trattò di un fatto assolutamente eclatante, se si pensa che occorrerà attendere il primo conflitto mondiale prima di poter assistere ad un nuovo impiego di un sommergibile in combattimento e soprattutto a un nuovo affondamento di una nave nemica.
       L’ultima innovazione, non tecnologica ma tattico-strategica, fu il ricorso alle navi corsare, imbarcazioni bene armate e molto veloci, incaricate di violare il blocco che la flotta unionista aveva steso intorno alla Confederazione e di infliggere il maggior numero di perdite possibili al traffico mercantile unionista, dovunque fosse possibile intercettarlo. Anche questa soluzione operativa diede risultati molto interessanti, ma venne messa in atto relativamente tardi e comunque facendo ricorso a un numero piuttosto basso di unità navali, sicuramente troppo poche per poter avere successo. In ogni caso, la nave corsara Shenandoah fu l’ultima unità della Confederazione ad abbassare la propria bandiera e ciò avvenne il 6 novembre 1865 nel porto inglese di Liverpool, vale a dire oltre sei mesi dopo che la Confederazione si era arresa definitivamente all’Unione (1° maggio).
        Tutto quanto è stato esposto sinteticamente fin qui dimostra come la Guerra Civile americana fu un formidabile concentrato di tradizione e innovazione, in forme che avrebbero segnato per decenni la storia della guerra e per oltre 150 anni la storia degli Stati Uniti (e che la segnano tuttora, se si pensa a come sia sopravvissuto intatto alla sconfitta il mito della Confederazione sudista e alle recentissime polemiche sulla legittimità della perdurante esposizione – negli USA – della sua bandiera).
       Sul versante strettamente bellico, quell’immane conflitto (che in soli quattro anni fece più di 600.000 morti), anticipò una serie di soluzioni strategiche, tattiche e di armamenti (basti pensare all'invenzione dei fucili a ripetizione o della mitragliatrice Gatling) di cui non sempre i contemporanei seppero cogliere la formidabile valenza innovativa (e che oggi, all’inverso, si tendono a leggere con occhi da moderni, valutandoli quindi in una luce e in una prospettiva diverse da quelle che ebbero all’epoca), ma che cominciarono innegabilmente a manifestarsi e che avrebbero avuto profonde conseguenze sull’evoluzione successiva del conflitto.

                               Piero Visani







giovedì 27 ottobre 2016

Il piano inclinato

       E' divertente notare come oggi, per qualsiasi tipo di committente operi nel mondo lavorativo nazionale, l'unico fattore che abbia ancora un senso è il prezzo, che deve essere basso, preferibilmente bassissimo. Quella è l'unica discriminante. Della qualità, nemmeno a parlarne. Non se ne conosce l'esistenza e, nel caso - raro - in cui la si conosca, conta nulla rispetto al prezzo. Poi spesso accade che certi committenti ti vengano a cercare per dirti che il concorrente che ti avevano preferito ha fatto un lavoro da schifo, e non si peritano anche di chiederti se potresti metterglielo un po' a posto, naturalmente nel minor tempo possibile e con la minima spesa tollerabile, perché i soldi li hanno già dovuti tirare fuori per il tuo concorrente, che ovviamente ti hanno preferito e che hanno pagato (lui sì) per intero, per cui si trovano già ad aver sborsato soldi per niente, e vorrebbero recuperarli sfruttando te...
       A quel punto, sapendo che hai una vita sola e che comunque morire si deve, non c'è niente di meglio che mandarlo a quel paese, l'ex-committente. Faccia pure come crede, ma non a spese tue. Ha commissionato una schifezza? Benissimo, che se la goda! La dignità innanzi tutto. Si vivrà ancora più modestamente di prima, ma almeno con la schiena dritta. E poi è troppo divertente farsi qualche viaggetto di lavoro all'estero e notare quanto sia apprezzato - in giro per il mondo - il cialtronismo imprenditoriale e lavorativo italiano. So' soddisfazioni...

                                  Piero Visani

mercoledì 26 ottobre 2016

Storia della guerra - 23: La Seconda Guerra d'Indipendenza e la Spedizione dei Mille (1859-1860)

       La Seconda Guerra d’Indipendenza, attentamente preparata dal conte di Cavour con la partecipazione piemontese alla guerra di Crimea, si inserì nel quadro dei contrasti politici tra le grandi potenze europee. Posto a contatto con due tra i migliori eserciti del continente – quello francese e quello austro-ungarico – quello sardo fu necessariamente relegato a un ruolo di secondo piano, stante anche la sua modesta consistenza numerica.
       L’ultimatum austriaco del 23 aprile 1859 avrebbe voluto rappresentare il presupposto politico della realizzazione, sul piano militare, della sorpresa strategica, ossia una guerra offensiva, rapida, per stroncare sul nascere l’alleanza franco-piemontese e battere quest’ultimo prima che potesse arrivare il corpo di spedizione della Francia di Napoleone III. Tuttavia, il comandante supremo austriaco, Gyulai, non era la figura adatta ad applicare tale strategia, per cui la sua invasione del Piemonte fu lenta ed esitante.
       Verso la metà di maggio, con l’arrivo sul campo delle truppe francesi, l’iniziativa passò decisamente in mano alleata. Dopo un vittorioso scontro iniziale a Montebello (20 maggio), Napoleone III diede inizio a una grande manovra aggirante che, passando per Vercelli e Novara, avrebbe dovuto far cadere l’esercito francese sul fianco destro austriaco. Teoricamente ben concepita, tale manovra si rivelò assai lenta ed esitante nella pratica, anche se portò ai successi di Palestro (30-31 maggio) e Magenta (4 giugno), e aprì ai franco-piemontesi la via per Milano. Sul fianco destro austriaco, nel frattempo, i “Cacciatori delle Alpi” di Giuseppe Garibaldi punzecchiavano continuamente gli austriaci con la loro intraprendenza, ottenendo piccoli successi locali a Varese e San Fermo (26-27 maggio).
       La ritirata austriaca susseguente alla sconfitta di Magenta si arrestò soltanto alla linea del fiume Chiese e a quel punto l’esercito austroungarico, visto che l’inseguimento da parte degli alleati stava procedendo con la massima lentezza, ebbe un improvviso ritorno offensivo, che sfociò in una grande battaglia d’incontro a Solferino e San Martino (24 giugno), dove il superiore slancio dei franco-piemontesi riuscì alla fine a dare loro la vittoria, sia pure a prezzo di gravi perdite (fu uno degli scontri europei più sanguinosi del XIX secolo).
       La durezza dello scontro indusse Napoleone III a non riprendere l’offensiva e, dopo giorni di completa inazione, in cui egli si dimostrò soprattutto preoccupato dell’aggravarsi della situazione politica europea e delle minacce che la Prussia faceva gravare sulla Francia, preferì stipulare con l’imperatore d’Austria l’armistizio di Villafranca (11 luglio). Questa inopinata decisione segnò l’evidente fallimento della “guerra regia” che il conte di Cavour, in qualità di primo ministro del Regno di Sardegna, aveva inteso preferire e imporre rispetto alla “guerra di popolo” invocata da tutte le forze della Sinistra italiana. In verità, l’esercito sardo aveva dato prova sul campo della sua solidità come forza armata di tipo professionistico, ma tale solidità non era bastata a sopperire integralmente alle gravi carenze dei comandi e all’impossibilità di contare su un adeguato numero di riservisti addestrati. Sotto l’abile guida di Garibaldi, per contro, la “guerra di popolo”, sebbene imbrigliata nella forma di forze volontarie a sostegno dell’esercito regolare, aveva dato prova della sua efficacia nel condurre quella che oggi si definirebbe una “guerra asimmetrica” sul fianco del nemico.
       Fu proprio il fallimento dei moderati e della “guerra regia” a fare sì che, l’anno seguente, l’iniziativa politico-militare passasse nelle mani dei democratici. In quest’ottica deve essere vista la spedizione dei Mille, sbarcati a Marsala l’11 maggio 1860 sotto la guida di Giuseppe Garibaldi, nell’evidente intento di dare sostegno all’insurrezione popolare latente in Sicilia e al tempo stesso per dirigerla e coordinarne gli sforzi. Il punto scelto per lo sbarco era il più lontano dalle forze avversarie, ma al tempo stesso non era troppo lontano da Palermo, verso cui Garibaldi intendeva puntare per collegare l’insorgenza urbana con quella contadina.
       Battuti i borbonici a Calatafimi (15 maggio), in un durissimo scontro iniziale in cui più volte rischiò la sconfitta, Garibaldi, con una serie di abili manovre, sconcertò il nemico e quindi entrò a Palermo (27-30 maggio). Dopo una breve sosta, intesa soprattutto a riorganizzare le sue deboli forze, egli riprese le operazioni e sconfisse i borbonici a Milazzo (20 luglio). Una volta conquistata l’intera Sicilia, superò in breve anche l’ostacolo – più politico che militare – dello stretto di Messina. In Calabria, l’esercito borbonico, già minato da potenti fattori di disgregazione, non riuscì a contenere l’avanzata garibaldina, cui in breve si aprirono le porte di Napoli, la capitale del Regno delle Due Sicilie, conquistata il 7 settembre. Quivi però le forze garibaldine giunsero completamente stremate, in quanto i loro compiti operativi si erano andati enormemente dilatando con il procedere della campagna, mentre si erano registrati due fenomeni innegabilmente negativi come, da un lato, la mancanza di un’attiva partecipazione popolare alla lotta e, dall’altro, il fatto che il gettito del volontariato settentrionale era andato progressivamente diminuendo sul piano quantitativo e scadendo su quello qualitativo. L’esercito borbonico cercò allora di approfittare di questo stato di crisi dei suoi avversari e si impegnò in un vigoroso ritorno offensivo, che venne però respinto – a prezzo di gravi perdite garibaldine – sulla linea del fiume Volturno (1-2 ottobre).
       Come si è già avuto modo di accennare, la spedizione dei Mille fu la risposta polemica che i democratici italiani vollero dare alle concezioni militari dei moderati, che si erano rivelate fallimentari tanto nel 1848-49 quanto anche nel 1859 (visto che a vincere il conflitto era stato soprattutto l’esercito francese). L’impresa garibaldina venne quindi concepita come una spedizione di quadri (di qui anche la sua modestissima consistenza numerica iniziale), intesa a racchiudere in forme organiche – non appena ciò si fosse dimostrato possibile – l’insurrezione generale popolare. Del resto, nella concezione teorica della “guerra di popolo”, l’esercito popolare era considerato come il naturale esito di una “guerra per bande” vittoriosa. Queste bande, riuscite in un primo tempo a sostenersi come semplici formazioni guerrigliere, dopo aver liberato una parte del territorio nazionale, si sarebbero poi coagulate in reparti e comandi organici, nuclei di un futuro esercito. Tuttavia, con l’accumularsi di dolorose esperienze sul campo, venne progressivamente evidenziandosi che tale delicatissimo passaggio avrebbe potuto realizzarsi, stanti le condizioni italiane dell’epoca, solo grazie all’apporto, sia pure non esclusivo, di una forza militare esterna che, a partire dal 1848, venne identificata con l’esercito sardo.
       Garibaldi aveva certamente presente, per sua stessa esperienza, tale processo dialettico della “guerra di popolo” quando, nel 1860, si accinse a sostenerla in Sicilia proprio nel passaggio dall’elementare fase iniziale di “guerra per bande” all’inserimento in essa di un corpo scelto, dotato di comandi, quadri e una sia pur modesta massa di manovra, cui riservare ovviamente una funzione direttiva. In questo modo, l’esercito garibaldino della spedizione dei Mille fu un esercito rivoluzionario nella genesi e negli uomini, ma non lo fu nella stessa misura nei suoi sviluppi. Infatti, sebbene la presenza in Sicilia dei Mille escludesse sul nascere uno degli orientamenti teoricamente possibili della “guerra per bande”, che pure esisteva nella tradizione rivoluzionaria italiana, vale a dire la “guerra per bande” come forma esclusiva della “guerra di popolo”, l’impresa garibaldina, iniziata quasi esclusivamente facendo riferimento a forze volontarie, continuò come tale fino alla sua conclusione, senza che si riuscisse mai a trasformarla in un conflitto realmente popolare. Il difficile passaggio dalla fase insurrezionale a quella della creazione di un esercito regolare venne attuato, ma solo grazie alla continua immissione di elementi esterni e tale frattura non venne più sanata, dal momento che le forze popolari - che pure avevano innescato la sollevazione - confluirono solo in minima parte nell’esercito regolare garibaldino, il quale rimase composto principalmente da volontari provenienti da fuori. La “guerra di popolo” non riuscì dunque a pervenire al livello più sofisticato delle tecniche operative se non perdendo in buona misura il proprio carattere popolare. Le cause di ciò sono complesse, ma è innegabile che i fini essenziali (cioè sociali) della partecipazione popolare alla lotta furono più o meno consapevolmente stornati verso il più generico obiettivo della conquista della libertà e dell’indipendenza.
       Il secondo motivo per cui la spedizione dei Mille fu più volontaristica che popolare è strettamente tecnico: i capi garibaldini, a cominciare dal loro condottiero, erano ben più interessati a poter contare su un solido strumento militare che su un informe ammasso popolare. In proposito, continuava ad avere ragione Giuseppe Mazzini, il quale, già in passato, aveva rilevato come molti militari ideologicamente aderenti al partito democratico non possedessero in realtà quel senso rivoluzionario che è l’unico a poter consentire di allargare le situazioni di rottura. La loro naturale inclinazione era quella di restaurare al più presto, in qualunque teatro operativo, forme di guerra regolare, anche a costo di soffocare il manifestarsi di energie spontanee. In tal modo, però, risultava impossibile inserire l’elemento popolare in quello professionale e tale componente di energia rivoluzionaria, sorta allo stato brado, finiva per rimanervi, anche se non per propria colpa.
       Prima ancora della battaglia del Volturno era ormai diventato chiaro che i garibaldini, superata Napoli, intendevano marciare su Roma, meta agognata di tutte le forze democratiche italiane e compimento del sogno unitario. Per impedire un esito del genere, che avrebbe innescato una serie di imprevedibili reazioni a catena sul piano internazionale, Cavour ottenne da Napoleone III l’autorizzazione ad occupare Marche e Umbria. Questa nuova campagna aveva l’obbligo di risultare rapida e brillante, per fare sì che l’esercito piemontese non sfigurasse di fronte ai folgoranti successi garibaldini; inoltre era necessario agire in tutta fretta, per mettere le grandi potenze europee di fronte al fatto compiuto. Con queste premesse, l’esercito pontificio rappresentava un avversario ideale: debole numericamente e poco coeso, era per di più disseminato in varie parti dello Stato pontificio per timore di scoppi insurrezionali. L’esercito sardo, che godeva di una schiacciante superiorità numerica, avanzò rapidamente, sbaragliando il nemico a Castelfidardo (18 settembre), e occupò Ancona. Poi la sua rapida marcia verso sud continuò, fino al congiungimento con le forze garibaldine. Con la caduta delle ultime fortezze rimaste in mano borbonica (febbraio-marzo 1861), anche quest’ultima parte della campagna poté dirsi definitivamente conclusa, mentre l’attenzione del Regno sardo, ormai prossimo a diventare Regno d’Italia, si concentrò essenzialmente sulla liquidazione dell’esercito garibaldino, che poteva diventare un pericoloso contraltare per le forze regolari.
       Sotto il profilo strettamente tecnico, la Seconda Guerra d’Indipendenza sottolineò, ancora più di quella di Crimea, che la difensiva stava prendendo sempre più il vantaggio sull’offensiva, grazie appunto alla potenza del fuoco, e che l’offensiva stessa poteva ancora avere successo solo al prezzo di gravi perdite umane. Quanto alla spedizione dei Mille, essa dimostrò l’importanza dell’azione congiunta tra forze para-regolari e forze irregolari. Decisivo, in entrambi i casi, si dimostrò il fattore dello slancio e di una professionalità intrisa non solo di mestiere, ma di autentico spirito guerriero. Fu quest’ultimo, in molte circostanze, a determinare la differenza tra vittoria e sconfitta.


                         Piero Visani




Gorino e...Capalbio


       Sono passato di recente nella elitaria località toscana e, sebbene sia trascorso qualche mese, ho sentito lo stesso inconfondibile odore, quantunque parzialmente lenito da profumi di gran marca e da balocchi anche migliori. Vauro no...?
       Quanto a ministri e prefetti, quelli - nel caso di specie - silenti e latitanti, ma per un evidente problema di carattere sociale: non si possono portare 50 poveri migranti in un luogo naturalmente elitario, sarebbero "out of place" e introdurrebbero una nota sicuramente "cheap" là ove tutto è meravigliosamente "classy".
       A Gorino, in mezzo ai miserabili sudditi della Repubblica democratica fondata sul privilegio dei "beati possidentes", tale enorme differenza socioculturale non si nota, ergo è la loro destinazione naturale. I disgraziati vanno insieme ai loro simili, che diamine! Lo dicevano anche i "maitres à penser" della cultura di Sinistra...  

                               Piero Visani






 




martedì 25 ottobre 2016

Corsi e ricorsi storici


       Ogni volta che parla un rappresentante dello Stato, in questa repubblica bananifera, mi sorge il sospetto che il referendum del 1946 lo abbia vinto la monarchia, ma non quella dei Savoia: una monarchia assoluta, dove non si vota e dove il cittadino non è tale, ma è suddito e, se non si adegua prontamente, può andare "a quel Paese" (nel caso di specie, l'Ungheria).
      Adoro gli esempi di "dialettica democratica". Mi rafforzano nella mia assoluta "stima" per questo sistema di infinite "libertà". Due libertà però ci sono: quella di servire e quella di ubbidire senza fiatare. In caso contrario, a Budapest, a Budapest...! (per ora senza deportazioni in massa, ma non si sa mai...).
        
                       Piero Visani

L'importanza di chiamarsi... Giorgio

      Un mio caro amico, giornalista di un noto quotidiano torinese, scrive un breve trafiletto, sul suo profilo, per stigmatizzare le dichiarazioni altamente infelici del prefetto Morcone sulla questione delle manifestazioni di ostilità popolare contro alcuni profughi da trasferire d'autorità a Goro e dintorni.
       Apriti cielo! Le considerazioni del mio amico erano a carico delle inopportune dichiarazioni del prefetto. Per contro, si accende una canea sul razzismo a carico di 12 donne e 8 bambini, che non c'entrava nulla, perché si stava parlando delle dichiarazioni del prefetto, non dell'atteggiamento della popolazione. E il prefetto Morcone, se giustamente ha diritto di deplorare tale atteggiamento, deve farlo parlando da prefetto, non da bullo di periferia.
       Siamo di fronte a una situazione altamente esilarante: lo scrivente A deplora le parole del prefetto; l'interlocutore B non ne tiene minimamente conto e parte in una tirata antirazzista che è sicuramente apprezzabile, ma che nulla c'entra con la reazione improvvida del prefetto.
       Mi pare di dover dolorosamente constatare che una pratica assolutamente apprezzabile, quella dell'esegesi del testo, sia andata tragicamente perduta. Così facendo, la perdita di senso è totale.
         Continuiamo così, facciamoci del male!

                                       Piero Visani



    

lunedì 24 ottobre 2016

Storia della guerra - 22: La guerra di Crimea (1854-1856)



       Poche ma importanti sono le motivazioni che ci inducono a inserire la guerra di Crimea all’interno di questo lavoro. La prima è che essa evidenzia alcuni fondamentali cambiamenti in corso sul piano tattico e ormai sulla via di diventare definitivi. La seconda è che essa apre la vexata quaestio del ruolo della stampa e dell’informazione nel “racconto della guerra”, una questione che non si è risolta ancora oggi e che, anzi, si è complicata ulteriormente con la recente nascita della cosiddetta guerra ibrida (hybrid warfare), sulla quale ritorneremo più avanti, in due capitoli appositi.
          Sotto il profilo generale, infatti, il conflitto di Crimea scoppiò per il timore delle grandi potenze europee, e in particolare della Gran Bretagna, che la Russia, dopo aver distrutto la flotta turca a Sinope, nel novembre 1853, potesse cercare di approfittare della sempre più grave crisi dell’impero ottomano per operare delle conquiste territoriali a danno di quest’ultimo e per trovare degli sbocchi permanenti nel Mediterraneo. Fu questa la ragione per cui, nel marzo 1854, Gran Bretagna e Francia dichiararono guerra alla Russia; ad esse si aggiunse, alcuni mesi dopo, il Regno di Sardegna, ansioso di ottenere il sostegno delle due potenze occidentali alla sua politica di unificazione della penisola italiana.
        Il corpo di spedizione alleato venne fatto sbarcare in Crimea, dopo una lunga e complessa preparazione logistica, intorno alla metà di settembre del 1854, nell’evidente intento di bloccare sul nascere le basi di partenza dell’espansionismo russo verso la Turchia e il Mediterraneo. Dopo la vittoria conseguita dagli anglo-francesi nei pressi del fiume Alma (20 settembre), il successivo scontro di Balaclava (25 ottobre) è quello che ci consente di fare le considerazioni più significative sugli insegnamenti deducibili da questa guerra.
        Da tempo lo sviluppo tecnologico stava producendo un costante miglioramento dei sistemi d’arma, modificando il rapporto tra potenza del fuoco e capacità offensive e difensive dei reparti, fossero essi di fanteria o di cavalleria. Per quanto concerne la fanteria, ad esempio, l’avvento delle pallottole sottocalibrate (dette Miniè dal nome del loro inventore, un capitano dell’esercito francese), avvenuto intorno al 1850, consentì l’impiego in combattimento delle armi a canna rigata e aumentò di molto la distanza di ingaggio del nemico, poiché la portata pratica del fuoco di fucileria venne innalzata da poco più di cento a mille metri, anche se tali armi diventavano realmente efficaci a circa 600 metri.
       L’incremento della potenza del fuoco stava inoltre costringendo ad alcuni significativi mutamenti tattici: sul versante dell’offensiva, diventava sempre più utile rinunciare all’attacco in massa, per procedere invece all’attacco in ordine sparso, in modo da poter infliggere molto danno al nemico con la precisione delle nuove armi e, al tempo stesso, offrirgli il minor bersaglio possibile, rinunciando agli assalti in ordine chiuso tipici dell’epoca napoleonica.
       Un caso esemplare si verificò per l’appunto alla battaglia di Balaclava, quanto il 93° Reggimento di fanteria scozzese, gli Argyll & Sutherland Highlanders, colto di sorpresa da una subitanea avanzata della cavalleria russa, venne schierato dal suo comandante divisionale, il generale Colin Campbell, su una semplice doppia linea di fila, ben mascherata dietro una collina (quest’ultima – come noto – una classica scelta di ispirazione wellingtoniana, dunque ancora di tradizione napoleonica). Si trattava di una soluzione tattica assolutamente eterodossa, in quanto i manuali militari dell’epoca prevedevano che, a fronte di una minaccia da parte della cavalleria nemica, i reparti di fanteria dovessero schierarsi in quadrato o – come si stava sperimentando proprio in quegli anni, facendo riferimento alla potenza di fuoco delle nuove armi – su una tripla fila, in grado di far valere efficacemente cadenza e precisione della fucileria.
       Avendo a disposizione meno di un migliaio di uomini per coprire un ampio tratto di fronte, Campbell ricorse all’espediente della doppia fila, contando proprio sulla potenza di fuoco, la capacità di ingaggiare il nemico a grande distanza e la grande professionalità dei suoi Highlanders, soldati di mestiere fermamente decisi a vender cara la pelle.
       L’espediente funzionò egregiamente, tanto che la “sottile linea rossa” (“the thin red line”) degli Argyll & Sutherland Highlanders è passata alla storia come uno splendido esempio delle possibilità offerte dalle nuove armi alla fanteria di resistere a una carica di cavalleria senza doversi mettere in quadrato e ha segnato per sempre la storia di quel reggimento.
       Quello stesso giorno, ebbe luogo – sempre a Balaclava – la celeberrima “Carica della Brigata Leggera”, che al pubblico italiano è in genere nota come “Carica dei Seicento”. Nel corso di essa, lo scenario di prima, riferito alla carica della cavalleria russa contro la fanteria scozzese, si rovesciò completamente e la cavalleria inglese, lanciata incautamente all’assalto di solide posizioni dell’artiglieria russa, venne pesantemente colpita da quest’ultima, a ulteriore conferma del fatto che, man mano che il tempo passava e le armi da guerra evolvevano, qualsiasi attacco condotto in ordine chiuso contro il nemico era destinato a un sanguinoso fallimento, perché la potenza della difensiva stava prendendo nettamente il sopravvento su quella dell’offensiva, quanto meno di un’offensiva condotta in stile napoleonico, dunque senza nemmeno cercare di “ammorbidire” le difese nemiche con un bombardamento preliminare (peraltro destinato a rivelarsi molto spesso del tutto inefficace). Fu proprio tale atteggiamento insensato, non sorretto da alcuna considerazione tattica ma da una rigida adesione ai principi dell’onore e dell’etica militari, a far sì che, dei 673 effettivi iniziali della Brigata Leggera, solo 195 riuscirono a tornare alla base di partenza, avendo lasciato sul terreno 113 morti e 247 feriti. E fu questo stesso atteggiamento, osservato dall’esterno dal generale francese Pierre Bosquet, a fargli dire: “È magnifico, ma non è la guerra”.
       Se lo sviluppo tecnico degli armamenti stava sempre più influenzando la tattica, senza che per altro la maggior parte dell’ambiente militare, ancora eccessivamente condizionato dall’eredità napoleonica, se ne rendesse veramente conto (tant’è vero che le sue reazioni al riguardo furono estremamente lente), il conflitto di Crimea merita altresì di essere ricordato perché, nel corso di esso, si registrò la prima presenza di corrispondenti di guerra, in particolare di William Howard Russell, corrispondente del Times di Londra. Con essa, infatti, si aprì la pagina della questionetuttora irrisolta – del rapporto tra guerra e rappresentazione giornalistico/mediatica della medesima.
       Fino ad allora, infatti, la guerra aveva goduto di una rappresentazione esclusivamente eroica, molto utile a creare consenso nell’ambito della popolazione civile, ma poco o nulla conforme alla realtà. La presenza di corrispondenti come Russell, per contro, consentì di far pervenire al grande pubblico una visione decisamente più prosaica, dove non mancava certo l’eroismo, ma dove erano altresì presenti il sangue, la sofferenza, le miserie e la morte. Una visione decisamente più realistica, dunque, dove non solo venivano alla luce tutti gli orrori della guerra legati alle operazioni militari e agli scontri armati, ma anche quelli che i governi e gli alti comandi militari avrebbero preferito occultare, perché frutto di inefficienze, carenze ed omissioni. Scrisse ad esempio lo stesso Russell, profondamente colpito dalle atroci sofferenze patite dai membri del corpo di spedizione britannico, uccisi non solo dal nemico, ma anche dalla malnutrizione e dal colera, nonché dal freddo e dalla totale inefficienza dell’apparato logistico: «Da ciò che posso vedere, questi uomini muoiono senza che si faccia alcuno sforzo per salvarli». Fu proprio tale aperta denuncia a favorire l’apprezzamento dello sforzo di coloro che – come Florence Nightingale – si stavano prodigando per alleviare le sofferenze dei feriti, dei mutilati e dei malati causati dalla guerra.
        Fu la rivelazione di questi orrori, che erano al tempo stesso sia gli orrori tipici di ogni conflitto sia quelli provocati dall’insipienza dei governi e dall’incapacità degli apparati militari, a creare disorientamento nel pubblico, a dare una nuova immagine delle operazioni e soprattutto a indurre il governo britannico a sottoporre queste corrispondenze a una censura preventiva, di modo che arrivasse al pubblico solo ciò che il potere politico riteneva più opportuno. Si era avviata così una profonda frattura fra realtà e rappresentazione della guerra, frattura che ancora oggi attende di essere sanata.
        Dopo la conquista di Sebastopoli da parte degli alleati anglo-francesi, con il supporto piemontese e turco (settembre 1856), il conflitto si avviò rapidamente verso la conclusione, dal momento che il nuovo zar Alessandro II era ansioso di arrivare alla pace. Quest’ultima venne sancita il 30 marzo 1856, con il trattato di Parigi, con il quale la Russia riconobbe l’integrità territoriale dell’impero ottomano e rinunciò alle sue mire espansionistiche su di esso e nel Mediterraneo.
          In Crimea, per concludere, la guerra iniziò la sua marcia verso la modernità, tanto sul piano tattico quanto su quello comunicativo, ma ci sarebbe voluto ancora molto tempo e molti errori prima che questa marcia potesse definirsi compiuta.

                                                                        Piero Visani











sabato 22 ottobre 2016

Blog "Sympathy for the Devil": Classifica dei post più letti (21 Settembre - 20 Ottobre 2016)

       Anche questo è stato un mese necessariamente tranquillo, caratterizzato da poco tempo e anche poca voglia di scrivere post, quest'ultima frutto di un certo disgusto personale per varie situazioni che non è il caso di richiamare qui.
       L'elenco delle prime 15 posizioni nella classifica generale delle visualizzazioni evidenzia quanto segue:

  1. Preparatevi alla guerra, 1334 (+1) - 02/07/2016;
  2. Non sarà il canto delle sirene, 868 (+7) - 06/082014;
  3. Carlo Fecia di Cossato, 828 (+5) - 25/08/2015;
  4. It's just like starting over, 585 (=) - 11/12/2012;
  5. Storia della guerra - 14: L'Esercito di Federico il Grande, 387 (+20) - 19/10/2013;
  6. L'islamizzazione del radicalismo, 325 (+1) - 03/07/2016;
  7. Non, je ne regrette rien, 298 (+9) - 29/12/2012;
  8. Una questione di stile: Giorgio Albertazzi, 250 (=) - 28/05/2016;
  9. Un'evidente discrasia (in margine ai fatti di Parigi), 209 (=) -08/01/2015;
  10. Elogio funebre del generale August-Wilhelm von Lignitz, 193 (+1) - 29/01/2014;
  11. Quantum mutatus ab illo!, 184 (=) - 20/05/2013;
  12. JFK e lo "zio Adolf", 181 (=) - 17/05/2013;
  13. Le donne accoglienti, 164 (+4) - 15/05/2013;
  14. Isbuschenskij, 162 (=), 23/08/2013;
  15. L'amore bugiardo - "Gone Girl", 151 (=) - 28/12/2015.
N.B.: I titoli in colore blu evidenziano i post che hanno scalato posizioni nelle prime 15 della classifica generale.

       L'unica progressione di un certo rilievo, nel mese in esame, il post Storia della guerra - 14: L'Esercito di Federico il Grande, con 20 nuove visualizzazioni. Tutti gli altri sono cresciuti di meno o sono rimasti stabili.
       Per quanto riguarda invece i titoli che sono emersi, per numero di visualizzazioni, nel corso del solo mese in esame, segnaliamo La storia si ripete... (con 128 visualizzazioni) e I neo-carbonari (con 99).
      Infine, le visualizzazioni sono salite a circa 89.100 e i post a 2.651, il che ha fatto ancora una volta lievitare le visualizzazioni per singolo post, portandole da una media di 33,3 a 33,6, nuovo record del blog.

                Piero Visani





venerdì 21 ottobre 2016

Profili del coraggio


        Certo che, per riuscire ad immaginare una narrazione dell'italianità che sia di tipo "opulento" ci vuole, prima che una grande capacità di "storytelling", una grande fantasia. Mi permetterei di suggerire, agli "spin doctor" della presidenza del Consiglio, di istituire delle postazioni fisse presso i cassonetti della raccolta rifiuti. In caso di crisi di (auto)coscienza, potrebbero buttarvisi dentro. In caso di fiammate di lucidità, potrebbero osservare la "corte dei miracoli" che le rovista per trovare qualcosa. Un Paese davvero affluente...  

                                  Piero Visani




La "completezza dell'informazione"


       I media italiani traboccano di notizie sui fermenti e le proteste in seno alla polizia francese. Non sia mai che, per imitazione...
       Quando accadono queste cose, gli esaltatori dell'esistente, i sinceri democratici e coloro che temono un "salto nel buio" sono tutti al bar, in genere.
        La libertà di omissione (quasi affine, per assonanza, alla libertà di espressione...)! Che gente "seria", che persone "perbene"!

       Capisco perché, fin da bambino, ho simpatizzato per i "cattivi". Ho sempre avuto qualche problema di stomaco e vedere i "buoni" in azione mi è sempre funto da emetico...         

                                          Piero Visani  
      


giovedì 20 ottobre 2016

Der amerikanische Freund




       Dopo la "cena delle beffe" alla Casa Bianca, mi è venuto in mente, giusto per associazione di idee, il grande film di Wim Wenders, "L'amico americano" (1977), i suoi enigmi irrisolti, i misteri di vite che, viste da un lato appaiono splendide e, viste dall'altro, sono abissi di meschinità e miseria (e spesso "di che lacrime grondano, e di che sangue"...).
       Non so quale fosse il menu della "cena tra potenti" (o presunto tali). Posso però precisare che - come italiano medio, dunque come suddito della democrazia totalitaria di marca occidentale - il mio menu abituale è a base di guano e sapere che gli "amerikani", per fare finta di "volerci bene", devono sempre vederci e considerarci come cialtroni e sciuscià, non aumenta il mio amore per loro, e tanto meno per i loro squallidi untorelli.        

                                            Piero Visani





Dalle nebbie del passato




       E' uscito "Intervista sull'etologia", curata da Alain de Benoist parecchi decenni fa, insieme a Konrad Lorenz.
       L'ha pubblicata Oaks editrice, nuova realtà della pubblicistica milanese animata da Luca Gallesi, con introduzione di Mario Bozzi Sentieri. 
      Ne tradussi a suo tempo il testo dal francese, insieme al compianto Pino Grillo. Sono lieto di vederla pubblicata. Mi ricorda che non è così obbligatorio cambiare, nel corso del tempo, se non se ne sente l'(economica) necessità... Del resto, un gramsciano come me sa bene che "la verità è sempre rivoluzionaria"...

                        Piero Visani



lunedì 17 ottobre 2016

I neo-Carbonari

       Non siamo una società segreta; non abbiamo intenti politici. Siamo un ristrettissimo gruppo di persone che, non riconoscendosi neanche un po' nel mondo che le circonda, pratica una sorta di associazionismo di solitudini, qualcosa affine alla creazione di un club di adepti a qualche attività ludica particolarmente poco diffusa.
       Non è una soluzione cui chi scrive sia addivenuto a cuor leggero. Ho provato a stare nel mondo, ma sono state delusioni e ferite continue, e, non avendo particolari propensioni masochistiche, ho preferito estraniarmi. Non che non avessi alcunché da dire. Ne avevo, e molto, ma palesemente non interessava ad alcuno, esattamente come le cose del mondo non interessavano più a me, in esse non mi riconoscevo e ad esse mi sentivo totalmente estraneo.             
       Per un po', sono stato solo, poi si sono sviluppati dei vincoli di affinità con persone che, anche senza pensarla come me, vedevano il mondo esattamente come lo vedo io, cioè come un coacervo di schifezze da cui tenersi accuratamente lontani. Si è formata così una conventicola, per nulla autoreferenziale ma dedita allo "splendido isolamento", ben consapevole di essere "fuori dal mondo", ma - al tempo stesso - ben lieta di esserlo. Ci ritroviamo tra noi, in genere piuttosto raramente, e siamo lieti di poter costruire una nostra realtà speciale, una nostra voluta alterità, che in fondo altro non è che un modo per sottrarsi alla "macelleria messicana" di un mondo di cui capiamo moltissimo, se non proprio tutto, ma di cui non condividiamo assolutamente nulla.
       Non si tratta altro che di una semplice soluzione di sopravvivenza, un modo per vivere sereni (il che non significa felici...) "via dalla pazza folla" e dai giochi al massacro che essa è solita praticare
. Non c'entriamo niente con il genere umano così come lo vediamo manifestarsi e tendiamo a solidarizzare tra noi. Non ci aspettiamo nulla, tanto meno in positivo. E' una semplice secessione, la nostra: estetica ed etica.
                 
                               Piero Visani






sabato 15 ottobre 2016

Abolizionismo


       E' stata abolita Equitalia. Ora si chiamerà Sodomitalia. 

"What a difference [a name] makes,
Twenty-four little [euros],

Brought the sun and the flowers,
Where there used to be rain...
"

       Che paroliere, questo Renzi, meglio di Mogol!
       La musica della "Signora suicidi", però, resta la stessa...

                   Piero Visani

Giochi... proibiti

        Scrisse l'esimio Winston Churchill che "gli italiani perdono le partite di calcio come se fossero guerre e le guerre come se fossero partite di calcio". Ogni volta che viene citata, questa frase provoca reazioni del genere "Dio stramaledica gli inglesi!". Reazioni in genere destrorse ed è bellissimo vedere i fautori delle medesime farsi fotografare in Egitto al km 101, nei pressi di El Alamein, dove una frase infelicissima recita: "Mancò la fortuna, non il valore", il che equivale a dire che, nel secondo conflitto mondiale, nei dintorni dello stadio di El Alamein, l'Italia prese un palo, dopo una partita "di calcio" valorosamente condotta, ma sfortunata... Silenzio assoluto sul divario tecnologico, su quello tecnico-militare, su quello logistico, etc. etc. Mancò solo la fortuna...
       Carità di patria vorrebbe che ci si interrogasse un po' più a fondo su una guerra condotta con i piedi, senza crederci, facendo l'occhietto al nemico e sperando che la vincessero i tedeschi per conto anche nostro. Nessuna riflessione sul fatto che, se la partecipazione al conflitto mondiale fosse stata una cosa seria (e non lo fu, salvo che per chi ci perdette la vita, e/o gli affetti, e/o gli averi), la sera del 10 giugno 1940, appena dopo la dichiarazione di guerra, avremmo dovuto essere all'offensiva su tutti i fronti e, in particolare, essere a Malta...
       Oggi, mutatis mutandis e a tanta distanza di tempo, il gioco non è più il calcio, ma la cialtroneria è la medesima. Oggi si gioca a "Risiko", con 140 pedine là dove ne servirebbero centinaia di migliaia, ovviamente per combattere il solito conflitto subalterni a qualcuno, più potente e più serio, nel caso di specie gli USA e la NATO. Ma noi abbiamo il referendum costituzionale e solo esso conta. La politica internazionale per noi è come "Risiko", un giochino dove - e quest'ultima valutazione è assolutamente corretta - contiamo meno di nulla e di cui ci importa meno di nulla. Tanto alla fine tutto si aggiusta, come era solito affermare uno dei nostri (e non solo nostri, ma anche di varie altre organizzazioni...) maitres à penser.
       A noi piace così, perché Italians do it better. Che cosa, nessuno lo sa, ma i luoghi comuni non hanno bisogno di spiegazioni. Si ripetono ad infinito. Viaggiano dalla bocca di un coglione a quella di un altro.
                    Piero Visani