mercoledì 30 novembre 2016

Governabilità


       Ci dovrebbero essere più referendum, in questo Paese: riderei molto di più. Ad esempio quando sento parlare di "governabilità", e della necessità di assicurarla, mi sforzo di tornare indietro nel tempo e di vedere una faccia di politico, una sola, che a questa immane cloaca abbia garantito un filo di "governabilità" che non si identificasse con il suo arricchimento personale, quello dei suoi accoliti e lo sfascio del Paese.
       Pare invece che la "governabilità" sia un problema importantissimo. In effetti credo lo sia: se non ci fossero i De Luca, nelle varie regioni (non solo meridionali, sia chiaro), chi governerebbe? Almeno ora - ritengo che sia un merito del governo Renzi - le facce e i metodi dei veri governanti italiani stanno pian piano emergendo... La convergenza Stato-criminalità organizzata si sta facendo sempre più stretta ed evidente. Del resto, per un Paese "liberato" con il fondamentale contributo di Lucky Luciano "and his friends", nulla di sorprendente...

                              Piero Visani

Un giorno di ordinaria follia


       Parigi (Roma...?) val bene una "mortadella".
       85 euro lordi in più di "mancia" che possono valere? "Lo scopriremo solo vivendo" (fino a lunedì) e non è detto che sarà "un nastro rosa"...
       Alla Banca Etruria erano tutti attenti a NON ingannare Bankitalia, dunque tutti assolti, "todos caballeros": "cercavi giustizia e trovasti la Legge...!!".
       Ai risparmiatori della medesima banca, non resta che vedersi "Un giorno di ordinaria follia", di Joel Schumacher, e chiedersi come mai Michael Douglas fosse così assurdamente moderato, nei suoi comportamenti.
       Perché - sappiatelo boys! - nelle "democrazie" i colpi bassi non si tirano MAI: è il migliore e più "pulito" dei mondi possibili. Poi magari finisci male, per un incidente sul lavoro, ma mica l'aveva fatto apposta, il sistema delle mille libertà. E' onesto e buono ed etico a prescindere.
       Viva la libertà (per chi può usufruirne ovviamente), a meno che prenderla nelle terga non sia una libertà che ci è stata "concessa" ("octroyée") a titolo gratuito, senza nemmeno che dovessimo affittare (per molto più di diecimila euro, come gli ex-risparmiatori "trombati" di Banca Etruria) un escort (rigorosamente senza apostrofo, ovvio...) a New York City o anche solo ad Arezzo e dintorni, per di più senza neppure avere predilezioni in merito.
       Mi entusiasma, il "male minore". Mi fa nascere una sconvolgente curiosità relativa a come potrebbero essere mai "i mali peggiori" (evitare l'evocazione di guerre e affini, perché tanto quelle, con comportamenti del genere, arriveranno a prescindere).

                            Piero Visani

martedì 29 novembre 2016

Il Grande Elettore


       Nel "migliore dei sistemi possibili", quello democratico ("ça va sans dire...), tutto ruota intorno al principio de "un uomo, un voto". C'è però un "Grande Elettore", detto familiarmente "i mercati", che di voti ne muove a centinaia di migliaia, se non a milioni, semplicemente facendo balenare ai più timorosi il rischio di perdere il frutto dell'"accumulazione primitiva" (e di ciò su cui essa è basata, il furto...), oppure quello della "destabilizzazione" (siamo in caduta libera, più destabilizzati di così...).
       Nel mio infinito amore per un principio di così fantastica e irraggiungibile uguaglianza come quello democratico, io ingenuamente (molto ingenuamente...) mi chiedo: "ma come mai il Grande Elettore possiede e manovra molti più voti di me? Vuoi vedere che lui non è democratico? O che la pretesa uguaglianza di questo fetido sistema è una penosa farsa, una 'fattoria degli animali' dove ci sono suini che sono molto più suini degli altri?"
       Personalmente, sono un convinto fautore delle ineguaglianze, ma ho il coraggio di dirlo. Detesto invece l'ipocrisia condita di moralismo. So bene che il Grande Elettore ha molti più voti di me, ma - chiedo gentilmente - potresti evitare almeno di prendermi per i fondelli, visto che fai già tutto quel che vuoi? Abbi il coraggio di chiamare dittatura ciò che lo è già, o pensi che siamo proprio tutti fessi?

                       Piero Visani

Lambs and Dogs


       A volte, chi si dibatte in feroci difficoltà con i congiuntivi, è più rilasciato in altri comportamenti e può perfino destare l'interesse di polizie meno "distratte" di altre. Poi, bene o male, tutto si sistema, specie se costui è "figlio di un dio maggiore" e ha tanta più voglia di lavorare di quei milioni di giovani italiani "sfaticati e senza gusto per l'impresa". Che comunque un torto innegabilmente ce l'hanno: non conoscono la Storia e non ricordano come si sciolgono certi nodi storici...

                                 Piero Visani

Nel segreto dell'urna, Dio ti vede e la paura anche...


       E' partita la fantastica caccia all'intimidazione di un popolo che eroi e santi ne ha conosciuti pochi, ma di navigatori del compromesso e del quieto vivere ne ha conosciute invece legioni.
       Si è messa in moto la "macchina infernale" della generazione di paura e credo che potrà risultare molto influente nel far vincere il "sì".
       Va riconosciuto a detta macchina di conoscere bene i propri polli: un po' di carota, sotto forma di mance e mancette varie, e tanto bastone, più ancora di quello agitato e usato quotidianamente. Il bastone dei fallimenti bancari, dei ricatti, dell'istigazione alla paura.
       Comprendo questa scelta tattica: in Italia si vince così, suscitando paura, altrimenti un Paese intero non sarebbe in mano alla criminalità politica e a quella organizzata (perfettamente coincidenti) da secoli.
      Trovo decisamente più divertente - su questo sfondo - l'elogio della democrazia, perché già le Orazioni di Demostene dimostrano come la manipolazione dei "minus habentes" e l'intimidazione dei paurosi siano l'essenza di questa risibilissima forma di governo. A meno che il voto mio e quello della Goldman Sachs (o di chi per essa) siano uguali... A me piacerebbe, ma mi sembra vagamente ottimistico.
     Ora che io sia scemo è un dato di fatto, ma che io sia così scemo da credere a queste bestialità, beh, è sottovalutarmi un po' troppo. E con me, parecchi altri. "Il migliore dei sistemi possibili", o comunque "il meno peggio", gronda talmente di ipocrisia da fare acqua da tutte le parti, e da solo. E' davvero una fine costruzione politica, che ha il pregio non indifferente di rivalutarne QUALSIASI ALTRA, in quanto assai meno capaci di mentire...

                                              Piero Visani

domenica 27 novembre 2016

Prospettive italiche di stabilità


      Sei stabile, laggiù, ragazzo mio? Ti senti bene? Ricordati di evitare sempre i "salti nel buio", esclusi ovviamente quelli cui ti costringiamo (spingiamo) noi. Vedi di fartene una ragione. Noi rimaniamo quassù, in questa valle di lacrime, però stabili, perché - come sempre - abbiamo voltato gabbana per tempo e ci preoccupiamo della stabilità. Della nostra, ovviamente. Mica possiamo occuparci anche della tua. Suvvia, non essere egoista!
       Ti abbiamo sempre esortato ad evitare i "salti nel buio", salvo quelli che ti spingiamo a fare per il tuo bene...

                      Piero Visani




sabato 26 novembre 2016

Pomeriggio ore 6

       Esco dal mio club di tennis dopo due ore di gioco relativamente intenso e mi imbatto - in uno degli spazi comuni - in una specie di manifestazione referendaria in favore del "sì". I soliti buoni borghesi, tonnellate di buon senso sparso come Elio e le Storie tese spargono "Shpalman", continue esortazioni a rifuggire "i salti nel vuoto", descrizioni di Beppe Grillo da cui Adolf Hitler e Donald Trump uscirebbero in odore di santità.
       Pur provenendo da famiglia piccolo borghese, ho un "amore infinito" per la borghesia, che risale ai miei anni del liceo. E la vedo lì, dipanarsi tutta "perbene" (con la b, ovvio, non con la p...) davanti ai miei occhi, attenta alla "stabilità", alla "governabilità", al portafogli. Mi assale un'ilarità irrefrenabile, paiono protagonisti di una gag di Crozza (o di chi per lui). Sudo, tanto è il buonsenso che pervade l'atmosfera della stanza. Un po' resisto, perché è troppo divertente, ma ho un problema personale assai grave: il mio odorato è finissimo e qui il fetore di borghesia è talmente forte che attirerebbe Luis Bunuel per girare un qualche nuovo film sulle virtù storiche della medesima (o sul suo fascino discreto...).
       Cammino verso la mia auto evitando il tanto fango residuo delle piogge dei giorni scorsi e tuttavia, per quanto melmoso, è poco o nulla rispetto alla melma "umana" con cui mi sono appena mescolato.
      Preciso che non me ne importa granché del sì o del no. Se votassi, voterei no, ma detesto la democrazia, non mi abbasso a quei livelli da stalla, dove uomini e topi hanno entrambi diritto di voto. Ritorno tranquillo al mio eremo. Non mi serve altro. Con certi soggetti si fa nulla.

                  Piero Visani



Blog "Sympathy for the Devil": Classifica dei post più letti (21 Ottobre - 20 Novembre 2016)

       Un mese ordinario, ma non troppo tranquillo, con alcune impennate imputabili a post che sono particolarmente piaciuti ai lettori. 
       L'elenco delle prime 15 posizioni nella classifica generale delle visualizzazioni evidenzia quanto segue:
  1. Preparatevi alla guerra!, 1.336 (+2) - 02/07/2016;
  2. Non sarà il canto delle sirene, 875 (+7) - 06/08/2014;
  3. Carlo Fecia di Cossato, 829 (+1) - 25/08/2015;
  4. It's just like starting over, 585 (=) - 11/12/2012;
  5. Storia della guerra - 14: L'esercito di Federico il Grande, 409 (+22) - 19/10/2013;
  6. L'islamizzazione del radicalismo, 327 (+2) - 03/07/2016;
  7. Non, je ne regrette rien, 299 (+1) - 29/12/2012;
  8. Una questione di stile: Giorgio Albertazzi, 250 (=) - 28/05/2016;
  9. Un'evidente discrasia (in margine ai fatti di Parigi), 209 (=) - 08/01/2015;
  10. Elogio funebre del generale August-Wilhelm von Lignitz, 193 (=) - 29/01/2014;
  11. Quantum mutatus ab illo!, 184 (=) - 20/05/2013;
  12. JFK e lo "zio Adolf", 183 (+2) - 17/05/2013;
  13. Le donne accoglienti, 167 (+3) - 15/05/2013;
  14. Isbuschenskij, 162 (=) - 23/08/2013;
  15. Formal Dinner, 161 (+161) - 12/11/2016.
       Nel complesso, le primissime posizioni della classifica delle visualizzazioni del post del blog sono rimaste assolutamente stabili, con l'unica eccezione della crescita di Storia della guerra - 14: L'esercito di Federico il Grande, che è cresciuto sensibilmente e ha superato le 400 visualizzazioni totali. Ad esso si è aggiunto l'irrompere - come new entry - di un nuovo post, Formal Dinner, che ha totalizzato ben 161 visualizzazioni non appena pubblicato.
       Per quanto concerne invece i titoli che sono emersi, per numero di visualizzazioni, nel corso del solo mese preso in esame, ricordiamo, oltre al già citato Formal Dinner, anche Il coraggio (152 visualizzazioni) e Storia della guerra - 25: La Terza Guerra d'Indipendenza (1866), con 151 visualizzazioni.
      In ultimo, le visualizzazioni sono salite in totale a oltre 92.400 e i post a 2.711, il che ha fatto ancora una volta (ormai sono mesi...) lievitare le visualizzazioni per singolo post, portandole da una media di 33,6 a una di 34,1, nuovo record del blog.

                                    Piero Visani



venerdì 25 novembre 2016

Forze A(r)mate


       Allora, la Marina carica i migranti in prossimità delle coste libiche e li trasporta generosamente in Italia, al ritmo di "Go West".
       L'Esercito ne controlla la "vivacità" eventuale in prossimità dei "punti sensibili" del territorio nazionale.
       E l'Aeronautica che fa? E' forse "figlia di un dio minore"? Escluso il bombardamento strategico (troppo "douhetiano" e vagamente terroristico); escluse le "missioni chirurgiche" (quelle sono riservate alle "operazioni di pace" in giro per il mondo, utili ad accrescere i livelli di simpatia verso gli USA ed i loro lacchè), non resterebbero che le missioni di trasporto per far tornare le "risorse" a casa, il che in fondo completerebbe un "circolo virtuoso" (o "vizioso") in cui i costi sarebbe probabilmente alquanto superiori ai benefici.
       Iniqua poi la sorte riservata a Carabinieri e Polizia di Stato, gli unici costretti a ricorrere talvolta alla forza per placare l'irruenza giovanile delle "risorse", come in questi giorni a Torino (dove - sia detto tra parentesi - la pseudo-giunta 5 Stelle li ha lasciati perpetuare le occupazioni abusive esattamente come fece il PD, a dimostrazione di una "splendida" continuità ideale e fattuale, in perfetta linea con le direttive del CANVAS ("Center for Applied Non Violent Action and Strategies") cui essa si ispira, attuandole. Eh già perché, per cambiare qualcosa si dovrebbero prendere le distanze non solo dalle politiche ma anche dalle metapolitiche precedenti. E invece, l'ennesimo V-Day, questa volta tutto giocato a carico degli elettori. Come in tutte le "primavere", arabe od europee che possano essere. Potrei scomodare Tomasi di Lampedusa e il suo "Gattopardo", ma sarebbe inutile, oltre che noioso.

                         Piero Visani

Gli arrabbiati

       Da un po' di tempo ho scoperto di appartenere alla categoria degli "arrabbiati". Per un attimo - una botta di presunzione... - ho pensato di poter essere inserito (alquanto tardivamente, ahimè) tra gli Angry young men di John Osborne, Harold Pinter, Alan Sillitoe e altri, che rinnovarono il teatro e la letteratura inglese degli anni Cinquanta e Sessanta, ma poi ho capito che la cosa era più frutto di suggestioni mediatiche. In effetti, non partecipo mai a "discorsi da autobus" con coloro che si definiscono "miei simili" e tuttavia devo avere degli scatti verbali o di altro genere che hanno indotto alcuni di questi a inserirmi in tale categoria: "gli arrabbiati", i "danneggiati dalla globalizzazione", quelli che non intendono prendere atto del declassamento economico e sociale di cui sono stati vittime e che ora, invece che chinarla, vorrebbero rialzare la testa, i presuntuosi...
       Abbastanza spesso, la domenica, incontro ad un'edicola torinese cui faccio riferimento, un ex-altissimo dirigente di quello che fu il principale gruppo industriale cittadino: il più classico degli yes-man; uno che quando cita o sente citare la più nota dinastia locale, sente il dovere di scappellarsi o di fare un leggero inchino; uno che cercò di sfruttarmi quando gli servivo e che poi mi buttò via come una scarpa vecchia quando non gli servivo più. E' lui che, dall'alto delle sue nutrite migliaia di euro di pensione mensili, mi ha appioppato l'appellativo di "arrabbiato", quello che legge tutti i giorni, in parecchie salse, sulle pagine sempre menzognere del principale quotidiano torinese.
       Se riesco, lo evito con tecniche da sottrazione al pedinamento, ma talvolta non ci riesco e così me lo ritrovo addosso e scopro quanto sia corretta l'affermazione "Sunday, bloody Sunday"...
       Per carattere, benché fortemente incline alla polemica, tendo a non farla con gli inferiori e gli stolti, perché è solo tempo perso, però faccio molta fatica a sopportare che la morale mi venga fatta da uno che, per tutta la vita, non ha fatto che legare l'asino dove voleva il padrone (nel caso di specie, un altro emerito super-asino...). Tuttavia, essendo più anziano di me, per rispetto abbozzo e incasso, ma una mini-riflessione tra me e me me la permetto, ed è la seguente:
       "ma uno che ha visto le proprie prospettive professionali e di vita volatilizzarsi a seguito di tutte le scelte che sono state compiute da una classe dirigente, dovrebbe anche essere contento, o è legittimo che provi una leggera arrabbiatura? La progressiva riduzione delle proprie condizioni di vita è un fatto positivo e auspicabile? La devo sperimentare solo io e altri come me, ma i "beati possidentes" no? Tutto ciò è ineluttabile in quanto capita a me, e a quelli come me, così come è ineluttabile che NON capiti a voi? Per quale ragione dovremmo non arrabbiarci e rassegnarci a questo stato di cose, mentre voi continuate a godervi i vostri privilegi? E' normale che io debba sbattermi in giro per il mondo a cercare contratti, mentre voi vi preoccupate soprattutto di sfottermi e magari di darmi pure dell'evasore fiscale? E' legittima una lieve irritazione per dover sperimentare tutto questo?"
      Naturalmente non avrò risposte che non siano legate allo stantio riferimento alle dinamiche della globalizzazione o al fatto che certe cose "ce le chiede l'Europa". Sta di fatto che determinate pretese - guarda caso! - sui beati possidentes l'Europa non le ha avute...
       Dunque sarò arrabbiato, sarò pure un angry (old) man. Tuttavia, per restare in tema, mi piacerebbe tanto far ricordare anche a loro i bei tempi in cui stavano meglio (qualcosa tipo "Look back in anger", di John Osborne; oppure, visto che il livello di questi denunciatori della rabbia altrui non è mai troppo elevato, anche un più banale - ma carino - "Don't look back in anger" degli Oasis). Così, per prendersi vicendevolmente per le terga. Sperando che si rimanga a tale livello. Ma che si rimanga circoscritti a tale livello - devo ammettere - proprio non credo (e non spero) che succederà.

                             Piero Visani



giovedì 24 novembre 2016

Beatlesiana


       Ormai è chiaro: "All you need is hate". Se la cosa fa "épater" qualche "bourgeois", amen. Ce ne faremo una ragione (sempre utilizzare, per quanto possibile, il linguaggio del nemico, dell'"inimicus" schmittiano...).

                     Piero Visani

Orrori


       Vedere su La7 come l'alleanza tra Sinistra e grande finanza globalizzatrice riesca a far piangere un povero operaio italiano, probabilmente comunista da una vita, induce contemporaneamente a riflettere sulla natura del grande capitale (ma è una riflessione facile facile...) e dei suoi schiavetti politici di Sinistra e di Destra. Gente che marcia "a tangenti" e privilegi, ricattando tutti con il terrore di perdere un posto di lavoro da meno di mille euro, utile solo a non morire di fame e a non consentire di avere NULL'ALTRO: non una gioia, non una soddisfazione, non una speranza. Roba da rivalutare la schiavitù.
       Pensare che si possa seminare tanto dolore senza che, prima o poi, questo ti si ritorca TERRIBILMENTE contro, è solo segno di una incredibile "hybris", atteggiamento mentale che non è mai giovato troppo ad alcuno.
       Chissà se, con un po' di fortuna, non si possa vedere - prima o poi - una qualche bella resa dei conti. E comunque si può lavorare perché essa avvenga. Io poi credo nel divenire, per cui neppure ambisco a risultati decisivi. Mi bastano e avanzano quelli parziali. La vita è fatta di momenti, del vedersi disegnare sgomento e paura sui volti di coloro che non li avevano mai provati.

                            Piero Visani

Una vita difficile


       Nelle vicinanze dell'abitazione torinese di mia madre, c'è un'istituzione assistenziale che, a mezzogiorno, distribuisce un pasto caldo a chi ne faccia richiesta. Per anni (mia madre abita colà da circa un trentennio), quella mensa è stata davvero poco frequentata, in genere da disadattati e persone con problemi psichiatrici. Da circa sette-otto anni, per contro, la coda si è allungata e il numero delle persone che la compone si fa ogni giorno più nutrito.
       La percorro lentamente a piedi, quella coda; osservo i volti, le nazionalità, le espressioni di chi ha perduto ogni speranza e ogni volontà di lottare. Guardi spenti, miseria di ogni tipo.
       Utilizzo questa "allegra" passeggiatina quasi quotidiana per alimentare ("alere flammam"...) il mio infinito amore per il capitalismo, quello che rende tutti più ricchi, allegri e felici. Solo a Mosca, nei miei non brevi soggiorni della prima metà degli anni Novanta, avevo visto tanta "felicità" raccolta in così poco spazio.
       Si affollano soggetti residuali, protagonisti di esistenze residuali, non appartenenti alla criminalità politica e/o organizzata (ammesso e non concesso che esista una differenza tra le due), dunque - nell'"isola felice" dell'Europa comunitaria - votati al disastro individuale più totale. 
       La feccia borghese evita accuratamente quella parte di marciapiede (a Torino si dice che "non fa fine" essere così) e questo è indubbiamente un vantaggio, perché almeno così si respira... Tuttavia si comprende tutta la miseria politica, intellettuale ed umana di una classe politica che non capisce il potenziale di cui potrebbe avvalersi (perché non ci sono solo anziani, nella lunga fila, ma giovani, extracomunitari, disperati di vario tipo). Tutti soggetti cui è stata comminata una condanna alla morte civile, nel più definitivo e irreversibile dei modi. Chi vede violenza solo nelle guerre e nei conflitti armati è uno dei più tragici mentitori che esistano a questo mondo; un bugiardo con atteggiamenti da avveduto e "illuminato" sapiente, ovviamente nutrito di squisita sensibilità democratica. Chiaro che non passa mai da un posto come questo e, se per disgrazia gli capitasse, cambierebbe sicuramente marciapiede. Io invece ci passo, non nascondo mai la testa sotto la sabbia semplicemente perché sono del tutto privo di propensioni borghesi alla sodomia, comminata o subita. E poi vedo spunti che mi rendono ottimista, perché fame e disperazione sono fantastiche consigliere, e crescono, crescono, lievitano in mezzo a "interessantissimi" discorsi su consultazioni referendarie e sistemi elettorali... Come direbbe maestro Battiato, "il giorno del giudizio non ti servirà... una scheda"...

                                 Piero Visani

mercoledì 23 novembre 2016

Common sense or conventional wisdom?


       Leggo un sacco di analisi politiche "di buon senso" e capisco perché adoro alla follia la follia...

                                 Piero Visani

martedì 22 novembre 2016

Minima militaria


       Non so assolutamente come sarà la presidenza Trump. Ho sorriso per la sua elezione semplicemente perché mi ricordo con discreta gioia quella notte "altamente lassativa" per l'establishment italico e occidentale in generale.
       Tuttavia, non posso non apprezzare alcune nomine fatte dal neo-presidente nel campo delle sicurezza nazionale e/o più strettamente militare: generali a 3 e 4 stelle che NON hanno aspettato il giorno del pensionamento per dire che erano profondamente in disaccordo con la politica del presidente Obama, e ne hanno pagato le spese, con brusca interruzione di una brillante carriera.
       Avendo una mentalità che un mio amico generale - uno dei pochissimi che hanno saputo dare le dimissioni SENZA attendere la maturazione delle indennità pensionistiche - definisce da "simpatico monello" (e lo ringrazio per il "simpatico", è raro per me essere definito tale), mi sono sempre chiesto quali VALORI GUERRIERI potessero incarnare coloro che, per aprire la bocca, attendevano sempre l'agognato pensionamento, e spesso tacevano anche dopo quello. Me li vedevo - e me li vedo - guidare con animo pugnace la truppa in combattimento, nel bel mezzo di uno stormir di fronde assai superiore a quello possibile nei corridoi di Palazzo Baracchini. Non c'è niente di peggio - l'ho scritto altre volte - dei "preti senza fede"...

                         Piero Visani

Minima immoralia


       Una delle cose che trovo più divertenti - e surreali - nel dibattito costituzional-referendario in atto, è che si svolge in un Paese in cui è in carica il terzo premier NON eletto. Il senso dello humour degli italiani è senza limiti.

                         Piero Visani

Accozzaglia


       Nella mia vita ho fatto un'accozzaglia di cose, alcune di ottimo successo, altre decisamente meno riuscite.
       Ho conosciuto un'accozzaglia di persone, dalla maggior parte delle quali ho finito per tenermi lontano.
       Ho conosciuto un'accozzaglia di donne e ho imparato il valore della solitudine, o della complicità tra eletti, visto che io per primo sono assai poco propenso alla mercatura...
         Sono stato giudicato un'accozzaglia di cose, quando in realtà sono una persona estremamente lineare e volutamente "outworldly", con poca inclinazione al mercimonio personale.
       Essere giudicato tale, così come beccarmi appellativi come "feroce", "tremendo", etc. etc., per me sono tutte medaglie al valore. Avessi voluto essere come gli omuncoli che vedo in giro, non avrei avuto alcuna difficoltà: precipitare verso il basso è sempre facilissimo. E' salire che è difficile, e costa.

                            Piero Visani

Agenda


       Per avviare qualsivoglia iniziativa, l'aurea massima di Guglielmo d'Orange, detto il Taciturno, vale sempre come ottimo principio ispiratore: "Non occorre sperare per intraprendere, né riuscire per perseverare". L'ho sempre applicata e continuo ad applicarla: come minimo, serve a cercare di mantenersi giovani e rende particolarmente attivi. Due obiettivi non propriamente secondari.

                       Piero Visani

Quando sento parlare di...


"male minore", mi chiedo sempre a che cosa ci si riferisca: a un male che non è percepito come particolarmente grave da chi lo subisce o potrebbe subirlo? La teoria del male minore è come poter scegliere, nella vita di tutti i giorni, tra - per dire - Agenzia delle Entrate ed Equitalia... Un mondo per il quale vale davvero la pena di lottare: il mondo dove si crede di VIVERE e si ignora bellamente di essere già MORTI. Autentica libidine (e il riferimento a Gerry Calà non è per nulla casuale)!

                                         Piero Visani

lunedì 21 novembre 2016

"Abbiamo ucciso il porco sbagliato!"

       Pare che Winston Churchill, poco tempo dopo la conclusione del secondo conflitto mondiale, finalmente reso edotto da cosa la politica anglo-americana avesse evocato in Europa (vale a dire una formidabile superpotenza totalitaria come l'Unione Sovietica staliniana), in un accesso d'ira abbia esclamato: "Abbiamo ucciso il porco sbagliato!" (riferendosi ovviamente al fatto che l'eliminazione di Hitler non aveva salvato il cosiddetto "mondo libero" da Stalin).
       Nulla di tutto ciò potrebbe mai accadere in Italia, dove gli schieramenti, nemmeno nelle competizioni elettorali più accese, sono davvero realmente frontali e comunque guardano sempre al "dopo", a quello che avverrà concluse le medesime. Ai possibili "inciuci" (o dovrei scrivere "imporchi..."?) successivi.
        Nel caso della imminente competizione referendaria del 4 dicembre, direi che la soluzione è ancora più semplice, dal momento che - sia che Renzi la vinca o la perda - i "porci giusti" da uccidere sarebbero innegabilmente due: da un lato, una Costituzione che è "la più brutta del mondo" e la sua "accozzaglia" di finti apologeti; dall'altra, una pseudo-riforma costituzionale che ha il pregio - invero difficile da conseguire - di riabilitare la Carta costituzionale esistente e di farla sembrare quasi migliore.
       In ogni caso, nessun timore: quale che sia l'esito del voto, i "little piggies crawling in the dirt" di cui il sistema politico italiano abbonda da sempre saranno tutti ben vivi e per nulla decisi a scomparire, e nessuno potrà affermare - in preda a crisi da pentimento - "abbiamo ucciso il porco sbagliato!". Semmai, ci si chiederà, se proprio intellettualmente raffinati: "ma perché, ce n'era uno giusto?"
       In questa scelta tra porci, al massimo scandibile in sequenza logica (prima uno, poi l'altro...) c'è tutto il dilemma della politica italiana di questo dopoguerra. Assolutamente irriformabile, per intrinseco orrore, o per soverchia "porcheria"...

                                    Piero Visani



Lo scandalo Krupp, di Roberto Poggi





La cosiddetta Belle Époque non fu uno spensierato periodo di pace, ma una lunga preparazione allo scontro per l’egemonia in Europa. Il velo a lutto che in quegli anni ricoprì la statua dedicata a Strasburgo in Place de la Concorde a Parigi divenne il simbolo del desiderio di rivincita francese e quindi della minaccia alla pace che incombeva sull’intera Europa. Léon Gambetta, uno dei padri della Terza Repubblica, riferendosi alla mutilazione territoriale subita dalla Francia, pronunciò un’esortazione che era la sintesi di un programma di riarmo: “Pensiamoci sempre, non parliamone mai”.
Mantenere il controllo militare su immensi imperi coloniali, fortificare i confini nazionali costantemente minacciati, addestrare, armare e nutrire eserciti di massa pronti alla mobilitazione inghiottiva enormi risorse con buona pace dell’opinione pubblica. In tutti i paesi europei la battaglia pacifista dei socialisti fu pressoché solitaria. Per l’opinione pubblica borghese le spese militari erano un imprescindibile dovere patriottico, oltreché un potente stimolo allo sviluppo dell’economia nazionale. Nessuna nazione poteva permettersi il lusso di rimanere indietro sul terreno delle spese militari per non compromettere il proprio prestigio, per non correre il rischio di diventare troppo vulnerabile e per non deprimere la propria economia. La rivalità tra le grandi potenze da un lato ed il progresso scientifico e tecnologico dall’altro imponevano costosi e frequenti ammodernamenti degli armamenti. Il mancato adeguamento della spesa militare oppure una fuga di notizie riservate potevano generare l’illusione di immediati vantaggi tattici per gli avversari. Basti pensare che al centro dell'affaire Dreyfus, destinato a lacerare per oltre un decennio l’opinione pubblica francese, vi fu il trafugamento, peraltro presunto, di documenti di trascurabile importanza, riguardanti le caratteristiche del freno idraulico montato sui cannoni da 120 e la bozza del manuale di tiro per l’artiglieria da campagna.
Tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del nuovo secolo, la corsa agli armamenti significò principalmente acciaio. Acciaio non solo per le baionette e le canne rigate delle armi leggere, ma anche per le artiglierie e le corazze delle navi.
La guerra franco-prussiana del 1870-71 aveva stabilito il netto primato del cannone d’acciaio, che garantiva maggiore precisione ed una più lunga gittata, rispetto al tradizionale cannone in bronzo. Per sradicare dalla mente dei generali la convinzione di età napoleonica che l’acciaio fosse poco affidabile ad alte temperature, rischiando di mietere più vittime tra gli artiglieri che tra le truppe nemiche, era stata necessaria la prova dei fatti.
Nel 1844 Alfred Krupp aveva ottenuto dallo stato maggiore prussiano la disponibilità a sperimentare un cannone da campo in acciaio. Credeva fermamente nella sua idea innovativa e non sospettava il ventennio di indifferenza e di rifiuti che lo attendeva.
Nel 1826, quando era appena adolescente, aveva ricevuto in eredità dal padre, Friedrich, una fonderia sull’orlo del fallimento che faticava a pagare regolarmente i salari dei sette operai che impiegava, cinque fonditori e due forgiatori. Il magro ed incostante fatturato era garantito dalla produzione di stampi per le zecche e di qualche partita di baionette.
Sentendo su di sé tutta la responsabilità del capo famiglia, Alfred aveva profuso tutte le proprie energie per salvare l’impresa che aveva divorato il cospicuo patrimonio dei Krupp, accumulato in secoli di attività mercantile. Dopo aver imparato i segreti della metallurgia affannandosi attorno al crogiolo e battendo sull’incudine, non si era sottratto, pur di contrarre i costi di gestione, dal ricoprire anche tutte le altre mansioni indispensabili alla sopravvivenza della fabbrica, dallo spalatore di carbone al contabile, dalla guardia notturna ai forni al progettista. L’abnegazione, la tenacia e soprattutto l’inventiva avevano fatto la sua fortuna.
In particolare la sua idea di produrre piccoli rulli in acciaio destinati a lavorazioni di precisione come la laminazione dell’oro si era rivelata vincente. Grazie anche allo Zollverein, l’unione doganale degli stati tedeschi, le ordinazioni di orefici, argentieri ed orologiai si erano in breve tempo moltiplicate, consentendo alla Fried. Krupp di Essen di ampliare il proprio organico, che intorno al 1836 aveva superato le settanta unità.
Dopo gli utensili da oreficeria era stata la volta delle posate, un prodotto con un enorme mercato potenziale. Benché la paternità dell’idea di stampare posate decorate in acciaio non fosse sua, ma del fratello minore Hermann, Alfred non aveva esitato a metterla frutto con la sua energica determinazione. Alla ricerca di nuovi clienti aveva attraversato il lungo e in largo l’Europa con al seguito il suo modesto campionario di rulli, cucchiai, coltelli e forchette. Il flusso di lavoro ad Essen si era fatto costante, l’azienda aveva continuato a prosperare, senza tuttavia superare i limiti di una impresa artigianale, seppur di grande successo con clienti sparsi in tutta l’Europa. Né le ricorrenti crisi di liquidità, superate sacrificando senza rimpianti persino l’argenteria di famiglia, né i contraccolpi economici dell’instabilità politica scaturita dalle rivoluzioni del 1848 avevano arrestato la crescita dell’azienda, da cui ormai dipendevano oltre centoventi famiglie di Essen.
Il rapido sviluppo, a partire dalla seconda metà del secolo, della rete ferroviaria in Europa e negli Stati Uniti, dove le acciaierie erano quasi assenti, aveva aperto un nuovo ed immenso mercato per i prodotti siderurgici. Alfred non si era lasciato sfuggire questa lucrosissima opportunità, portando a termine la trasformazione industriale della sua azienda. Aveva ampliato lo stabilimento, investito in nuove e colossali attrezzature, si era assicurato la fornitura di materie prime a buon mercato acquistando miniere e depositi di carbone, aveva accresciuto la disciplina, da sempre rigorosa, su suoi operai. In breve tempo rulli e posate erano diventati articoli di secondaria importanza, l’attività della Krupp si era strutturata per produrre tonnellate di rotaie e migliaia di molle, assali e soprattutto cerchioni per le carrozze ferroviarie.
La produzione di rotaie, assali e molle era relativamente semplice, i cerchioni invece, a cui erano affidati non solo il comfort, ma anche la sicurezza dei passeggeri, presentavano notevoli difficoltà produttive sul piano tecnologico, in quanto non dovevano avere saldature. Alfred aveva raccolto e vinto tale sfida tecnologica, inventando e brevettando un sistema di fusione che consentiva di realizzare cerchioni solidissimi e senza saldature, capaci quindi di reggere meglio degli altri all’usura, al peso ed ai sobbalzi. Il mercato mondiale aveva immediatamente premiato la sua brillante inventiva, garantendogli ordini per oltre quindicimila pezzi all’anno. I concorrenti si erano dovuti rassegnare alla cocente sconfitta. Nell’arco di meno un decennio il numero dei dipendenti di Alfred, i cosiddetti kruppianer, si era decuplicato, superando le mille unità.
Lo stesso simbolo della Krupp, tre cerchi intrecciati, disegnato da Alfred nel 1875, rappresenta un perenne riconoscimento all’importanza della produzioni di cerchioni nello sviluppo dell’azienda.
Prima ancora di imporsi sul mercato ferroviario sbaragliando la concorrenza internazionale, Alfred aveva incominciato, nel poco tempo libero di cui disponeva, a fare esperimenti sulla fusione e sulla forgiatura di canne. I risultati del suo lavoro per quanto incoraggianti non avevano però trovato immediatamente un mercato di riferimento. Il ministero della Guerra prussiano si era mostrato talmente tiepido difronte ai suoi progetti innovativi da convincerlo a procedere con estrema lentezza nella realizzazione del prototipo di cannone in acciaio che aveva promesso. Soltanto nel 1847, tre anni dopo l’inizio del carteggio con i generali di Berlino, aveva consegnato all’arsenale di Spandau il piccolo pezzo di artiglieria da testare: 110 chili di peso con una bocca da 75 millimetri.
Erano trascorsi due anni di assoluto silenzio prima che la commissione di collaudo incaricata dal ministero si decidesse, cedendo alle continue insistenze di Alfred, ad effettuare i suoi test ed a redigere una relazione conclusiva che era un capolavoro di miopia ed ottusità. Al poligono di Tegel il pezzo da 75 millimetri aveva sparato bene, si era mostrato solido, sicuro e preciso, tuttavia la commissione non aveva individuato alcuna valida ragione per sostituire con il prototipo Krupp il parco di artiglieria in servizio.
Alfred aveva dovuto accettare tale verdetto reprimendo a stento rabbia e frustrazione, ma non si era dato per vinto. Aveva quindi rivolto le sue speranze all’estero, scegliendo una prestigiosa vetrina internazionale come la Fiera di Londra del 1851. Il piccolo cannone d’acciaio non era passato del tutto inosservato, il pubblico aveva mostrato interesse, i giornali inglesi avevano elargito qualche timido elogio, ma l’attenzione della giuria si era rivolta altrove, al blocco di acciaio di due tonnellate che troneggiava nello stand Krupp. Quel blocco nettamente superiore per peso e qualità a quelli esposti dagli altri produttori di acciaio europei aveva fruttato ad Alfred una medaglia d’ora ed una certa notorietà. Il suo cannoncino era rimasto invece una curiosità senza acquirenti.
Deluso anche dal mercato estero, Alfred aveva pensato di disfarsi del suo innovativo prototipo cercando almeno di ricavarne qualche vantaggio in termini di pubbliche relazioni. Nel 1852 aveva donato il cannone da 75 al re di Prussia, Federico Guglielmo IV, che lo aveva sistemato in bella mostra nell’atrio del suo palazzo di Postdam, come un qualunque altro elemento ornamentale. Senza sparare neppure un colpo, quel dono aveva inaugurato un dialogo con la dinastia regnante destinato ad intensificarsi nel corso degli anni sino a diventare un legame strettissimo ed indissolubile. Il principe ereditario Guglielmo, incuriosito da quel  pezzo di artiglieria così diverso da quelli che aveva conosciuto sul campo di battaglia di Waterloo, aveva manifestato interesse per l’industria nazionale, beneficiando Alfred, nel 1853, con una visita allo stabilimento di Essen. Una prestigiosa decorazione, l’Ordine dell’Aquila Rossa di quarta classe, solitamente concessa per meriti militari, e non una lucrosa commessa, aveva celebrato l’incontro tra gli Hoenzollern ed i Krupp. Un prezioso seme per il futuro era stato comunque gettato.
Il patriottismo di Alfred, per quanto ostentato, e forse persino sincero, non era così puro e disinteressato da indurlo a sacrificare gli interessi commerciali della sua azienda. Pertanto, la sua acuta strategia di marketing rivolta alle teste coronate non si era limitata alla Prussia. Anche l’imperatore d’Austria, lo zar di Russia e persino il presidente della pacifica repubblica elvetica avevano ricevuto in dono cannoni d’acciaio Krupp. I generali dello zar Alessandro II erano stati i più scrupolosi nei test di collaudo, sottoponendo l’arma a quattromila scariche e verificando che la sua canna non si era per nulla usurata. Tuttavia neppure tale stupefacente constatazione aveva fatto giungere ad Essen delle ordinazioni. A futura memoria, il prodigioso cannone d’acciaio Krupp era stato invece depositato con tutti gli onori nel museo dell’artiglieria della fortezza di San Pietro e Paolo.
Un appassionato di artiglieria come Napoleone III aveva pensato di destinare alle caserme ed ai campi di battaglia, anziché ad un polveroso museo, l’innovativo cannone Krupp. All’indomani dell’Esposizione Universale di Parigi del 1855, l’imperatore dei francesi aveva espresso la disponibilità a formalizzare un ordine di acquisto di trecento esemplari, poi l’affare era sfumato per ragioni di opportunità politica, era prevalsa la volontà di non danneggiare la nascente industria siderurgica nazionale.
L’Esposizione di Parigi non era stata tuttavia una completa delusione per Alfred. Il kedive d’Egitto, non avendo né un’industria nazionale da proteggere, né un’opinione pubblica sciovinista da non scontentare, si era deciso all’acquisto di ventisei pezzi d’artiglieria Krupp. Quel modesto ordine, rimasto quasi isolato negli anni seguenti, non era però bastato a dissolvere il crescente pessimismo di Alfred, che nel 1859 scriveva sconsolato: “I cannoni mi interessano sempre, ma non ho più voglia di farli. Non rendono, danno un mucchio di fastidi, costano e non c’è speranza di una compensazione con un grosso quantitativo che nessuno vuole”.
D’improvviso, quando Alfred si era quasi convinto ad abbandonare il mercato delle armi, si erano aperte per la Krupp nuove ed insperate prospettive. Guglielmo, divenuto a causa della malattia del fratello principe reggente, si era finalmente trovato nella condizione di poter esprimere concretamente la propria incrollabile fiducia nel genio industriale prussiano con l’invio ad Essen di un ordine di trecento dodici pezzi d’artiglieria.
La lunga attraversata del deserto di Alfred non però ancora giunta al termine. Il vivo interesse di Guglielmo per le innovazioni della Krupp, che sembravano dare corpo ai suoi sogni di grandezza militare, non aveva potuto soffocare lo scetticismo e le resistenze dello stato maggiore. Non solo mancava una prova definitiva sui campi di battaglia della superiorità dell’acciaio sul bronzo, ma lo spirito innovativo di Alfred appariva spericolato ed insensato ai generali più conservatori, che a malincuore si erano appena rassegnati all’ordine voluto da Guglielmo, quando da Essen avevano ricevuto la proposta di produrre cannoni a retrocarica. La loro reazione era stata categorica, neppure il sovrano aveva voluto sfidare la loro sicumera. Guidati dal ministro della Guerra Von Roon, i conservatori avevano rifiutato la retrocarica con lo stesso sdegno con cui avevano già bollato come inutile la rigatura delle canne.
Fuori dai confini del regno di Prussia invece l’interesse  per le innovazioni tecnologiche di Alfred, acceso dall’Esposizione Universale di Londra del 1862, era cresciuto rapidamente, tramutandosi in una pioggia di ordinazioni dal Belgio, dall’Olanda, dalla Spagna, dall’Inghilterra e soprattutto dalla Russia.  Coraggiosamente i generali dello zar si erano decisi nel 1863 a disfarsi dei reperti di età napoleonica per abbracciare la modernità con un ordine di oltre millecinquecento pezzi d’artiglieria. Le fila dei kruppianer si erano immediatamente ingrossate, un esercito di quasi settemila uomini era staro mobilitato per soddisfare la commessa russa, nuovi capannoni erano sorti, il cielo di Essen era stato affumicato da una selva di nuove ciminiere.
Tanto improvviso successo commerciale non era passato inosservato alla stampa berlinese che aveva voluto onorare Alfred coniando l’appellativo di Kanonenkönig, “re dei cannoni”, destinato a diventare una sorta di titolo ereditario per tutti i primogeniti della stirpe dei Krupp.
L’entusiastica fiducia accordata dai russi alla rigatura ed alla retrocarica aveva finito per smussare le resistenze del ministero della Guerra prussiano, che aveva dato il via libera nel 1864 ad una commessa di altri trecento pezzi di nuova concezione. Alfred si era illuso di aver finalmente trionfato sui suoi oppositori a Berlino. Inaspettatamente la guerra del 1866 tra Prussia ed Austria aveva fornito nuovi e più efficaci argomenti ai generali conservatori. La culatta di alcuni cannoni era esplosa sul campo di battaglia di Sadowa, massacrando i serventi.
Il tempestivo impegno a rimpiazzare gratuitamente i pezzi difettosi, gli scrupolosi test di verifica effettuati al poligono di Tegel e soprattutto i buoni uffici di re Guglielmo avevano salvato Alfred dal disastro. Dopo questa umiliazione è facile immaginare con quanta apprensione era stata accolta ad Essen, nel luglio del 1870, la notizia della guerra contro la Francia, considerata la prima potenza militare continentale.
Se altri difetti produttivi o di progettazione fossero emersi, neppure la benevolenza regia avrebbe potuto trattenere i conservatori dall’imporre un repentino ritorno al bronzo.
La micidiale precisione dei cannoni Krupp sui campi di battaglia alsaziani e lorenesi, martellando i francesi da una distanza così grande da impedire alla loro antiquata artiglieria in bronzo di controbattere efficacemente, aveva fornito la risposta definitiva sia alle apprensioni di Alfred che al residuo scetticismo dello stato maggiore prussiano.
Difronte al tragico spettacolo del massacro del proprio esercito Napoleone III ed i suoi generali avevano rimpianto amaramente di aver fatto sfumare, per la seconda volta, nel 1868 un consistente ordine di acquisto di cannoni Krupp. Anche i parigini assediati avevano espresso quello stesso rimpianto. Senza subire alcun danno, le batterie Krupp posizionate sull’altura di Châtillon alle porte di Parigi avevano frantumato bastioni e fortezze, divelto trincee ed abbattuto palazzi, vanificando ogni tentativo di resistenza.
L’umiliante sconfitta francese aveva inaugurato l’era dell’impiego bellico dell’acciaio.
Nel volgere di qualche decennio la fiorente fabbrica di Essen si trasformò in un impero economico senza precedenti.
Durante il conflitto franco-prussiano il numero dei kruppianer aveva raggiunto quota diecimila, poi sospinto da nuovi ordini provenienti da tutto il mondo, dall’impero cinese a quello turco, dal Siam a Cile, continuò a crescere senza subire né flessioni, né battute d’arresto. Investendo larga parte dei suoi ingenti profitti nel continuo ammodernamento degli impianti ed avvalendosi della collaborazione di tecnici geniali, Alfred fece della sua azienda la principale protagonista della corsa agli armamenti della Belle Époque. Seppe offrire al mercato cannoni sempre più potenti, precisi e devastanti per soddisfare le necessità belliche anche dei governi più esigenti, come quello della Germania unificata che non intendeva a nessun costo perdere la supremazia militare appena conquistata sulla Francia.
Dopo la débâcle francese il gigantismo della Krupp si manifestò in varie forme. Nel 1878 Alfred inaugurò a Meppen, nella provincia di Hannover, un poligono di tiro che non aveva eguali al mondo: circa cinque chilometri di larghezza per una quindicina di lunghezza. Il vasto terreno, ottenuto con l’acquisto di oltre centoventi appezzamenti, era disseminato di torri di osservazione e di bunker a prova di bomba da cui teste coronate, primi ministri ed ufficiali di stato maggiore potevano, sorseggiando champagne, guardare con i loro occhi i prodigi distruttivi dell’acciaio Krupp.
Per stupire i suoi potenziali clienti Alfred sentì il bisogno di dotarsi anche di una dimora degna del “re dei cannoni”. Non lontano da Essen, a Bredeney, scelse una collina affacciata sul fiume Ruhr come luogo ideale in cui edificare il castello in pietra di Chantilly ed acciaio da lui stesso progettato. Attorniata da un parco di oltre ventotto ettari, Villa Hügel, dall’indefinibile stile architettonico, si compone di circa trecento stanze su di una superficie di oltre ottomila metri quadrati. A testimonianza del legame intimo con la dinastia regnante, Alfred fece predisporre all’interno della villa anche un sontuoso appartamento riservato al kaiser in occasione delle sue visite.
L’ostentazione di un lusso principesco a Villa Hügel non spinse tuttavia Alfred a voler dimenticare o nascondere l’umiltà delle proprie origini. Fece della Stammhaus, la modesta casetta di legno, posta all’interno della fabbrica, in cui era cresciuto ed aveva assistito alla morte del padre, una sorta di monumento celebrativo alla perseveranza che doveva servire di incoraggiamento ai suoi discendenti ed ai suoi operai.
Oltre ai moniti all’umiltà ed alla tenacia, i kruppianer ricevettero anche più concrete ed apprezzate attestazioni di benevolenza. Alfred finanziò la costruzione di casette indipendenti capaci di ospitare oltre seimila persone. Volle che in questi nuovi quartieri di Essen accanto alle abitazioni sorgessero scuole, chiese, locali di ricreazione e negozi.
Alla morte di Alfred nel 1887, la guida dell’impero Krupp, che contava ormai più di ventimila dipendenti ed un fatturato pari al bilancio di un piccolo stato, passò nelle mani di suo figlio Friedrich Alfred, detto Fritz. Fino all’adolescenza era cresciuto lontano dal padre, sballottato tra Londra, Parigi, Nizza e le altre eleganti località di villeggiatura in cui si era rifugiata sua madre, Bertha Eichhoff, per sfuggire al clima infernale di Essen ed ancor più al carattere impossibile di suo marito. Negli anni del trionfo della Krupp, dopo la sconfitta francese,  Alfred si era riavvicinato al figlio con l’intento di forgiarlo al destino di erede della sua fortuna. Per Fritz era iniziato un lungo ed estenuante apprendistato.
Benché mostrasse fin dalla più tenera età un vivo interesse per le scienze naturali, aveva dovuto interrompere al ginnasio gli studi regolari per volontà del padre che, offuscato dalla presunzione, intendeva insegnargli più verità sul mondo e sugli uomini di quante avrebbe potuto apprenderne dai libri. Nel ruolo di unico precettore, Alfred si era sentito in dovere di tediare il giovane Fritz con i propri aforismi, imponendogli di annotarseli scrupolosamente, affinché neppure una goccia della saggezza paterna andasse perduta. Mentre il figlio riempiva quaderni interi di sentenze sui temi più disparati, Alfred non si stancava di ripetere: “Questi consigli avranno per te più valore dell’eredità in denaro”.
Soltanto l’asma di cui Fritz soffriva gli aveva offerto la possibilità di godere di frequenti periodi di vacanza lontano da Essen, al riparo dalla pedante verbosità paterna, o almeno così si era illuso. Per sua sfortuna infatti anche nella valle del Nilo o altrove erano giunte puntuali le missive paterne colme di consigli e di esortazioni a promuovere, ovunque si trovasse, gli interessi commerciali dell’azienda di famiglia. Pur in assenza di una investitura ufficiale, aveva finito per ricoprire il ruolo di “ministro degli Esteri” della Krupp, intessendo relazioni a Pechino come a Buenos Aires, al Cairo come nelle capitali balcaniche. Grazie a questi incarichi di rappresentanza, oltre che all’abitudine a dover trattare con un padre irascibile e dispotico, Fritz aveva ben presto maturato una spiccata abilità diplomatica, destinata a diventare una delle cifre del suo stile manageriale. Un capolavoro diplomatico era stato nel 1882 il suo matrimonio con Margarethe von Ende.
Il barone August von Ende poteva vantare un blasone antichissimo ed un seggio al Reichstag, ma nel corso dei secoli le ricchezze degli avi si erano notevolmente assottigliate. Perciò Alfred, che sognava per il figlio una ricca ereditiera dell’ambiente industriale renano, si era opposto al matrimonio. Anziché affrontare a viso aperto il veto del padre, Fritz aveva fatto ricorso alla mediazione di sua madre Bertha, che per piegare la resistenza del marito aveva abbandonato il tanto detestato tetto coniugale. Madre e figlio coalizzati avevano riportato una netta vittoria sul dispotico patriarca. Fritz aveva potuto celebrare il suo matrimonio con la benedizione, seppure a denti stretti, del padre. Dopo le nozze Bertha non aveva mai più messo piede a Villa Hügel.
Neppure la nascita nel 1886 della prima nipote aveva riconciliato Alfred con la nuora. La decisione di Fritz di chiamarla Bertha in onore della madre aveva offeso il vecchio e rancoroso magnate. Non aveva fatto in tempo a vedere la seconda nipote, battezzata Barbara, in onore alla santa protettrice degli artiglieri, ma probabilmente avrebbe accolto la mancanza di eredi maschi come la prova definitiva dell’inadeguatezza di Margarethe.
Uno dei primi atti di Fritz come proprietario unico della più grande impresa industriale al mondo fu organizzare una tournée royale per le capitali europee. Attorniato da un nutrito seguito di alti dirigenti, lasciò Villa Hügel con il suo lussuoso treno personale per recarsi in visita ai suoi più affezionati clienti: le teste coronate. La prima tappa fu ovviamente Berlino,  poi il convoglio proseguì per Bruxelles, toccò Bucarest e si spinse sino a Costantinopoli. Questa trionfale tournée promozionale, corredata da cerimonie, scambi di doni ed impegni commerciali, non fu una semplice conferma delle doti diplomatiche di Fritz, costituì un’aperta sfida al gruppo dirigente della Krupp, che si era illuso dopo la morte di Alfred di poter continuare guidare l’azienda con un’ampia autonomia, come negli anni della sua senilità.
Il nuovo sovrano dell’impero Krupp, dal corpo pingue e flaccido, dallo sguardo timido dietro spesse lenti da miope, non intendeva limitarsi a regnare, era ben determinato a governare e non perse tempo a dimostrarlo. Abolì la Prokura, l’organo direttivo ideato dal padre, per sostituirla con un Direktorium più ampio, composto da giovani dirigenti di sua fiducia ed accentrò su di sé i poteri decisionali. Non appena Fritz sentì di avere saldamente in mano le leve di comando dell’azienda, inaugurò un ambizioso piano di espansione: fece costruire a Rheinhausen una seconda grande acciaieria e poi una terza ad Annen; acquistò miniere e giacimenti in tutta Europa, dalla Spagna alla Svezia; acquisì il controllo azionario della Gruson, un’impresa concorrente specializzata nella produzione di corazze; sull’esempio del padre continuò a prendersi cura dei kruppianer, costruendo nuovi quartieri, fondando scuole tecniche ed enti benefici; investì nell’innovazione tecnologica, ammodernando le attrezzature di tutti i suoi stabilimenti. Ispirato dalla sua fede nella scienza e nel progresso, Fritz attirò attorno a sé inventori capaci di ideare nuove linee di prodotti per la sua azienda. Nel 1893 Rudolf Diesel gli sottopose il brevetto di un nuovo tipo di motore a combustione interna, ottenendo le risorse per metterlo in produzione. Quando non poté finanziare direttamente la sperimentazione di nuovi prodotti, Fritz si preoccupò di aggiudicarsi la licenza per produrli con il suo marchio. Così avvenne per la mitragliatrice, ideata da Hiram Maxim, e per la balistite, la polvere da sparo senza fumo, brevettata da Alfred Nobel.
Anche la ricerca metallurgica all’interno del gruppo Krupp fece sorprendenti progressi. Su impulso di Fritz furono avviate, a partire dagli anni novanta, le prove per la realizzazione di un nuovo tipo di acciaio che, grazie all’aggiunta di nichel, garantisse alta durezza ed elasticità. I risultati non tardarono ad arrivare, offrendo soluzioni innovative sia alla corazzatura delle navi, sia all’artiglieria da campo. Canne e corazze realizzate con acciaio al nichel riuscivano infatti a resistere all’enorme potenza sprigionata dalla nuova polvere da sparo di Nobel. Questa brillante scoperta inaugurò per la Krupp la lucrosa altalena delle armi offensive e difensive. Dopo aver venduto le corazze al nichel ai governi di tutta l’Europa, a cominciare dal suo, Fritz propose al mercato un nuovo ritrovato dei suoi laboratori: proiettili di acciaio al cromo, capaci di perforare le formidabili corazze al nichel. Gli stessi clienti che avevano scommesso sul nichel non poterono fare altro che rinnovare i loro arsenali. L’altalena ben presto tornò a muoversi, le piastre d’acciaio ad alto tenore di carbonio neutralizzarono i proiettili al cromo, costringendo i governi ad altre spese. Dalla difesa all’offesa: fu poi la volta di proiettili blindati con ogiva esplosiva a cui le nuove corazze non potevano resistere. Ancora una volta i governi dovettero adeguarsi.
Fritz manovrò la giostra con consumata abilità, in meno di un decennio triplicò la sua rendita personale annua, da sette a ventuno milioni di marchi, diventando più ricco persino del kaiser.
Pur confidando nell'eccellenza dei suoi ricercatori, Fritz non disdegnò nemmeno gli accordi commerciali con i concorrenti. Cedette il brevetto per la tempra delle piastre corazzate ad un consorzio di imprese, formato tra le altre dalla Vickers inglese e dalla francese Schneider, in cambio ricevette una generosa royalty per ogni tonnellata di acciaio  prodotta dai concorrenti. Con Albert Vickers sottoscrisse un accordo per la produzione su licenza di proiettili d'artiglieria dotati della spoletta a tempo brevettata Krupp, considerata la più efficiente al mondo. La ditta inglese si impegnò ad imprimere il marchio KPZ sulle proprie munizioni ed a versare uno scellino e tre pence per ogni proiettile sparato. In virtù di questo accordo durante la prima guerra mondiale ogni cannonata inglese avrebbe arricchito le casse della Krupp.
Prima ancora di ingegnarsi a trarre profitto anche dai concorrenti, Fritz si impegnò a conquistare il proprio mercato interno. Il nuovo kaiser Guglielmo II, salito al trono nel 1888,   divenne il suo miglior cliente. Nell'arco di meno di un decennio il giro d'affari con Berlino raddoppiò, innalzandosi dal 33 al 67 per cento dell'intero fatturato della Krupp. A determinare tale repentino incremento pesarono, più che l'abilità commerciale di Fritz, i sogni di gloria del giovane sovrano. “Il nostro futuro è sui mari” tuonava, suscitando l'entusiasmo degli industriali, allettati dalla prospettiva di immensi profitti, della piccola borghesia, che immaginava l'incedere della Germania nel XX secolo come la trionfale crociera di una corazzata dotata di armi così temibili da sottomettere al suo volere il mondo intero, e persino di gran parte degli operai che nei cantieri navali pensavano di potersi guadagnare il pane.
Con la creazione di una grande flotta da guerra Guglielmo intendeva conquistarsi un posto d'onore nella storia della Germania e della sua dinastia. Ad un gruppo di ufficiali dichiarò: “Come mio nonno fece con il suo esercito di terra anch'io sarò irremovibile nel compiere e portare a termine allo stesso modo l'opera di riorganizzazione della mia marina, affinché possa collocarsi, a pari diritti, accanto alle mie forze armate di terra e consenta al Reich di conquistare all'estero quella posizione non ancora raggiunta.”
Fu l'acciaio al nichel di Fritz a dare concretezza a tanta retorica imperialista.
Le resistenze del Reichstag furono piegate con relativa facilità. La prima legge navale del 1898 finanziò la costruzione di una flotta che corrispondeva alle esigenze difensive della Germania, senza costituire una minaccia né per la Gran Bretagna, né per la Francia. Due anni più tardi un'altra legge, approvata sull'onda delle tensioni anglo-tedesche in relazione alla guerra boera, raddoppiò il numero delle nuove costruzioni, inaugurando un'escalation che non si sarebbe più arrestata sino alla vigilia della prima guerra mondiale. Il raggiungimento della parità con la flotta britannica divenne l'ossessione del kaiser e dei suoi ammiragli, facendo la fortuna di Fritz.
La baia di Kiel sul mar Baltico, fino ad allora un tranquillo porto di pescatori in cui era ormeggiato lo yacht del kaiser, fu trasformato dagli ingenti investimenti della Krupp in uno dei cantieri navali più moderni al mondo, in cui furono condotti i primi futuristici esperimenti sulla navigazione sottomarina. Fritz seppe farsi pagare molto bene il suo solerte impegno per assecondare le frenesie navali di Guglielmo II. I suoi margini di profitto raggiunsero il cento per cento, con buona pace dell'ammiraglio von Tirpitz, le cui proteste difronte a tanta avidità furono soffocate dal kasier in persona.
Alla crescita vorticosa del suo impero industriale corrispose fatalmente un aumento del carico di lavoro sulle spalle di Fritz, che aveva appena superato i quarant'anni, ma ne dimostrava venti di più, a dispetto delle diete rigorose e dei quotidiani esercizi ginnici a cui si sottoponeva. Il peggioramento dell'asma di cui soffriva gli impose, a partire dal 1898, la ricerca di aria più salubre di quella fuligginosa di Essen. La sua scelta cadde sul Mediterraneo, sia per ragioni sentimentali, i ricordi più felici della sua infanzia erano legati ai lunghi periodi trascorsi con la madre in Italia e nel sud della Francia, sia per ragioni scientifiche, lo zoologo tedesco Anthon Dohrn si era stabilito a Napoli, dove aveva avviato un centro di ricerca sulla biologia marina. Fritz, da sempre affascinato dalle scienze naturali, gli offrì il suo aiuto.
Dopo l'iniziale scetticismo Dohrn dovette ricredersi sulla determinazione e sulle capacità scientifiche del suo eccentrico connazionale. Nei cantieri navali di Kiel Fritz fece attrezzare i suoi yacht, il Maja ed il Puritan, con le più moderne tecnologie per lo studio della fauna marina. Solcando le acque del golfo di Napoli, identificò decine di specie di pesci e di crostacei fino ad allora non classificati. In particolare diede un contributo rilevante alla conoscenza del complesso ciclo riproduttivo delle anguille.
Benché a bordo dei suoi panfili non mancassero certo le comodità, Fritz scelse come base d'appoggio delle sue spedizioni scientifiche l'incantevole isola di Capri. Affittò una lussuosa suite di quattro stanze all'hotel Quisisana, di proprietà del sindaco di Capri, Federico Serena. L'edificio, come rivela il suo nome, era sorto, cinquant'anni prima, come sanatorio su iniziativa del tisiologo scozzese George Sidney Clark, poi in mancanza di danarosi tisici da curare, era stato convertito in hotel per turisti d'élite.
L'amicizia con il sindaco agevolò Fritz nella realizzazione di un ambizioso progetto: la costruzione di una strada scavata nella roccia che collegasse il centro della cittadina, in cui si trovava hotel Quisisana, con la Marina Piccola in cui era ormeggiato il suo yacht. Senza badare a spese acquistò la vasta area fra la Certosa di San Giacomo ed il Castiglione, poi incaricò l'architetto napoletano Emilio Mäyer di iniziare i lavori di scavo. Nella primavera del 1902 la via Krupp, mirabile esempio di scultura del paesaggio, fu inaugurata alla presenza delle autorità. Il consiglio comunale riconoscente, interpretando i sentimenti della popolazione, conferì a Fritz la cittadinanza caprese onoraria. L'idillio non era però destinato a durare a lungo.
La riconoscenza non era l'unico sentimento diffuso tra i capresi, fin dal suo approdo sull'isola quel re Mida in tenuta da yachtman che spendeva con leggerezza, facendo la fortuna di osti ed albergatori, acquistando a caro prezzo le croste degli imbrattatele locali, elargendo ricche mance a camerieri e suonatori di chitarra ed elemosine ai derelitti capaci di commuoverlo, aveva suscitato invidia e risentimento in tutti coloro che non erano stati beneficiati dalla sua generosità.
Dall'invidia alla maldicenza il passo fu breve. Dal canto suo Fritz non fece nulla per allontanare da sé il sospetto di aver scelto Capri come luogo di villeggiatura non solo per la dolcezza del clima, la bellezza del paesaggio e la ricchezza della fauna marina, ma anche per un'altra motivazione inconfessabile: la disinibita disponibilità dei giovani locali. Lontano dal grigiore di Essen, dal rigido protocollo delle corti, dal fantasma di un padre autoritario, dalla tensione delle riunioni d'affari, dal peso delle responsabilità di un'azienda gigantesca, Herr Krupp, ai cui occhi romantici i capresi apparivano come buoni selvaggi, leali, ingenui, spontanei e disinteressati, si sentiva libero di manifestare la sua vera natura. Attorno a sé creò una corte di giovinetti che allietavano le sue giornate capresi, forse non solo in modo innocente, cantando per lui struggenti canzoni napoletane. Il barbiere appena diciottenne Adolfo Schiano, i fratelli Francesco e Giuseppe Massa, il pescatore,  Antonino Arcucci ed altri lo accompagnavano nei ristoranti e nei caffé senza preoccuparsi di nascondere l'affetto e la tenerezza che nutrivano verso il loro ricco protettore, orgogliosi esibivano sul petto una spilla d'oro che rappresentava un cannone.
Ad accendere la fantasia dei malevoli e degli invidiosi fu soprattutto la decisione di Fritz di ristrutturare nei terreni che aveva acquistato una grotta per farne un appartato luogo di ritrovo, riservato ai suoi amici più intimi. Posta tra le rocce a picco sul mare con  un'incantevole vista sui faraglioni, la grotta era stata abitata, intorno alla metà del XVI secolo, da un eremita di origine portoghese, noto come Fra' Felice, considerato dai capresi quasi alla stregua di un santo. Fritz la fece ripulire, risanare ed ammobiliare in stile claustrale, incaricò poi il pittore Albert G. White di restaurare un dipinto raffigurante Fra' Felice. Al fine di accrescere l'atmosfera eremitica ordinò al custode di indossare una tonaca da frate francescano, destando l'indignazione del clero.
La frequentazione della grotta da parte di stimati intellettuali capresi come Ignazio Cerio, medico e studioso della flora mediterranea, suo figlio Edwin, brillante ingegnere navale ed appassionato di botanica e Vincenzo Cuomo, medico e climatologo di fama europea, non impedì alle malelingue di dipingere quel ritrovo appartato come una Sodoma in cui Fritz si abbandonava ad orge sfrenate con quegli stessi giovinetti adoranti con cui non aveva vergogna di mostrarsi per le vie di Capri.
Già a Berlino qualcuno aveva avanzato sospetti sull'omosessualità di Fritz. Il proprietario dell'hotel Bristol, Conrad Uhl, terrorizzato all'idea di poter essere accusato di complicità nel reato di sodomia, contemplato dall'articolo 175 del codice penale tedesco e severamente punito con lunghi anni di lavori forzati, si era rivolto alla polizia per denunciare le riunioni viziose che si tenevano nelle stanze del “re dei cannoni”. Inizialmente Uhl aveva accettato di buon grado la richiesta di Fritz di assumere alcuni camerieri italiani da lui stesso segnalati, che durante i suoi soggiorni berlinesi avrebbero dovuto prendersi cura della sua persona. Ogni perplessità dell'albergatore era stata vinta specificando che il loro stipendio sarebbe stato pagato da Krupp. Quei giovani italiani, indolenti e chiassosi, non valevano nulla come camerieri, ma forse avevano altre qualità apprezzatissime da Fritz. A detta di Uhl, quando accorrevano in gruppo ad accudire il loro benefattore dalla porta della suite filtravano gridolini la cui origine non era difficile da interpretare, anche per chi non sapesse l'italiano.
Il commissario Hans von Treschow, a cui Uhl si era rivolto, aveva condotto le indagini con diligenza e discrezione, arrivando a compilare un corposo dossier, destinato però a finire sotto chiave in un cassetto. Né i vertici di polizia e governo, né tanto meno il kaiser avevano voluto trasformare gli elementi raccolti in un capo di imputazione. Uhl si era limitato a licenziare i protetti di Fritz, che aveva trasferito lontano da Berlino i suoi momenti di svago.
Manfredi Pagano, proprietario del più antico hotel di Capri, fu tra primi a spargere maldicenze ed a covare odio verso Fritz, che gli aveva fatto il torto di scegliere il Quisisana per installare la sua corte spendacciona. Anche la famiglia Morgano, che gestiva il caffé Zum Kater Hiddigeigei, abituale luogo di ritrovo dei tedeschi dell'isola, attirati dalla birra bavarese servita alla spina, si era risentita di non poter annoverare tra i propri clienti il suddito più illustre e più ricco del kaiser.
A contrapporre Pagano a Serena non era soltanto la rivalità commerciale, ma anche quella politica. Il primo rappresentava le forze laiche, mentre il secondo quelle clerico-moderate. Il generoso sostegno economico offerto da Fritz alla campagna elettorale dell'amico Serena alterò i delicati equilibri politici dell'isola, lasciando uno strascico di polemiche i di rancori. Tra gli esponenti del partito laico ed anticlericale figurava anche il maestro Ferdinando Gamboni, che si era ritirato a Capri dopo aver perso la sua cattedra in seguito alla contestazione dei suoi metodi disciplinari, giudicati troppo severi. La notizia che Fritz intendeva prendere lezioni di italiano aveva acceso in lui la speranza di trovare finalmente un impiego ben retribuito. La preferenza accordata ad un altro maestro, Luigi Messanelli, che aveva sposato una cugina di Serena, aveva fatto crollare i suoi castelli in aria, ispirandogli meschini propositi di vendetta verso il magnate tedesco. Gli storici specializzati nei pettegolezzi capresi concordano nell'individuare in Gamboni il deus ex machina dello scandalo.
Il frustrato maestro non esitò a prendere contatto con una delle penne più velenose e graffianti del Mattino di Napoli, Eduardo Scarfoglio. L'imperativo di verificare le rivelazioni diffamatorie di Gamboni non lo sfiorò neppure. Nel torbido e fantasioso racconto degli svaghi capresi di Krupp, che evocava le orge sfrenate dell'imperatore Tiberio, Scarfoglio scorse una irresistibile opportunità di ricatto.
Krupp inizialmente si rifiutò di cedere. La ritorsione non si fece attendere, Scarfoglio pubblicò sul Mattino un articolo sibillino in cui Fritz veniva definito “re dei cannoni e re dei capitoni”. Non si trattava di un omaggio ai suoi studi sulle anguille, ma di una volgare allusione al membro virile, detto in dialetto napoletano “o capitone”. A questa prima  puntura di spillo non seguirono altri attacchi. Pochi giorni dopo la pubblicazione del suo articolo, Scarfoglio soggiornò all'hotel Quisisana, dove con ogni probabilità le sue richieste economiche furono finalmente soddisfatte.
Il fuoco dello scandalo non si spense del tutto a Capri, dove le malelingue continuarono la loro opera diffamatoria, senza che Krupp se ne preoccupasse troppo, finché non crebbe l'attenzione della polizia nei suoi confronti. Uno dei suoi protetti geloso delle premure riservate ad un altro giovane pensò di vendicarsi denunciando il magnate tedesco per non essersi preso cura a sufficienza di lui. Secondo quanto riferito dalla stampa, il ministero degli Interni, evidentemente preoccupato dalle voci che circolavano sull'isola, inviò in segreto un ispettore a Capri. Dopo una settimana di indagini le sue conclusioni si manifestarono nella tarda primavera del 1902 con l'allontanamento di Fritz dall'isola.
Dalle fonti che abbiamo potuto consultare non risulta chiaro se si trattò di un formale atto di espulsione o di un ufficioso, ma energico, invito a togliere il disturbo. Alcuni elementi ci fanno propendere per la seconda ipotesi.
Nell'agosto del 1902 in una lettera in francese indirizzata all'amico Ignazio Cerio, Fritz espresse la speranza di poter presto ritornare a Capri, non appena la sua triste vicenda si fosse felicemente risolta. L'adozione nei suoi confronti di un provvedimento di espulsione gli avrebbe lasciato ben poche speranze di rivedere in tempi brevi il sole di Capri, in più avrebbe avuto degli immediati contraccolpi a Berlino, persino le delicate relazioni italo-tedesche ne avrebbero risentito, ambasciatori e ministri degli Esteri sarebbero stati coinvolti, difficilmente la stampa avrebbe potuto tacere. Invece nulla di tutto ciò si verificò, Fritz tornò in Germania come se avesse lasciato Capri di sua spontanea volontà. Durante l'estate assistette alla regata di Kiel e fu ospite d'onore del kaiser. In settembre si recò a Londra, dove concluse delicate trattative con la Vickers. La routine della sua vita sembrava pienamente ristabilita quando la stampa italiana tornò ad occuparsi dei suoi soggiorni capresi e dei suoi presunti svaghi viziosi. Il quotidiano socialista La Propaganda pubblicò alla metà di ottobre del 1902 un articolo infuocato dal titolo inequivocabile: “Capri-Sodoma”. L'autore anonimo, secondo alcuni identificabile nel rancoroso maestro Gamboni, non faceva il nome di Krup ma era assai esplicito nelle accuse: “In questa isola incantevole sotto gli auspici di un ricco degenerato sessuale, è sorto un circolo di degenerati, che ha vissuto e vive alle spalle dei vizii del ricco signore. Le notizie che ci pervengono sono spaventevoli: le pagine più tremende di Krafft-Ebing non potrebbero ritrarre quanto accade a Capri. Si sono costruite delle grotte artistiche, dei ritrovi di campagna, si sono stabiliti dei convegni in cui la gente si esercitava nelle più ributtanti turpitudini. I socii (sic) di tanto schifosa associazione avevano perfino un distintivo, una medaglia di riconoscimento! È cosa da inorridire! E tutta questa gente si è data alle turpi pratiche per carpire quattrini al ricco straniero degenerato, e tanti pezzenti si sono arricchiti alle spalle del maiale che pagava biglietti da mille. Dei giovanotti hanno ottenuto di fare il volontariato di un anno con i quattrini del signore; dei pescatori hanno costruite case e ville con i denari di lui, e i pezzi grossi del paese hanno accumulate centinaia di migliaia di Lire sfruttando lo schifoso ma ricco uomo.”
Anche l'invocazione finale dell'articolo all'intervento delle autorità, dal deputato locale sino al presidente del Consiglio Zanardelli, ad intervenire tempestivamente per spazzare via la Sodoma caprese induce a ritenere che in primavera la polizia si fosse limitata ad invitare Fritz a cambiare aria per un po' di tempo.
Nelle settimane successive gli affondi della Propaganda si fecero più coraggiosi, il nome di  Krupp fu stampato a chiare lettere, nuovi scabrosi dettagli furono aggiunti, senza tuttavia esibire mai una prova che suffragasse tante indignate accuse.
Gli amici capresi di Fritz non tardarono a reagire. Serena organizzò per le vie di Capri una chiassosa protesta contro il partito di Pagano, considerato l'ispiratore del linciaggio mediatico di Krupp. Secondo alcuni resoconti, a separare i partigiani degli opposti schieramenti, prima che si verificassero gravi incidenti, dovette intervenire la forza pubblica. Anche la stampa conservatrice, prima quella locale e poi anche quella nazionale, si mobilitò, senza troppa convinzione, per una difesa d'ufficio di Krupp dalla diffamazione socialista. Ogni argomento utilizzato per riabilitare l'immagine del magnate tedesco, dall'insussistenza delle prove contro di lui, al danno all'economia dell'isola derivante dalla sua cacciata con il marchio d'infamia del corruttore della gioventù, risultò di scarsa efficacia. Persino nella mente dei più accaniti antisocialisti l'associazione tra ricchezza e depravazione rendeva verosimili le accuse rivolte a Krupp, benché fondate su dicerie prive di riscontri oggettivi.
Mentre sulla stampa italiana infuriava lo scandalo, Fritz si trovava a Londra, dove non rilasciò alcuna dichiarazione ufficiale. Il suo silenzio probabilmente non fu il frutto di una studiata strategia difensiva, ma la reazione istintiva di un uomo disorientato e confuso. In quei giorni, un'amica di famiglia, la baronessa Deichmann, che ebbe l'occasione di incontrarlo a bordo di una nave, scrisse di averlo trovato scarmigliato e con gli abiti in disordine. Al consiglio della baronessa di prendersi maggior cura di sé, magari passando più tempo con  sua moglie, Fritz avrebbe replicato dichiarando di preferire la vita con i pescatori.
Alla fine del mese di ottobre, l'eco dello scandalo raggiunse Villa  Hügel. La moglie di Fritz, Margarethe, ricevette alcune lettere anonime, corredate da ritagli di giornale e forse perfino da eloquenti fotografie. L'insinuazione, se non la prova fotografica, che il marito conducesse a Capri una vita immorale e dissoluta la colse di sorpresa, spingendola a ricercare nel kaiser protezione e consigli su come affrontare l'imbarazzante situazione.
Non conosciamo i dettagli di quel colloquio, sono invece note le sue conseguenze. Il supremo custode della moralità tedesca dapprima ipotizzò che la direzione della Krupp venisse assegnata ad un ristretto comitato di amministrazione fiduciaria, poi i suoi consiglieri lo convinsero a non creare un pericoloso precedente che avrebbe indebolito il principio di autorità su cui si fondava lo stesso Reich. L'ammiraglio Hollmann si incaricò di avvertire immediatamente Fritz di quanto aveva appena discusso con il kaiser, preoccupandosi anche di fornirgli una fantasiosa e spregiudicata via d'uscita dalla crisi che rischiava di travolgerlo. Un certificato medico secondo cui Margarethe soffriva di allucinazioni e necessitava con urgenza di prolungate cure in una clinica psichiatrica avrebbe placato il kaiser, cancellato ogni ipotesi di amministrazione fiduciaria e chiuso definitivamente la spiacevole vicenda.
Fritz ormai con le spalle al muro non esitò a sacrificare la madre delle sue figlie alla manovra machiavellica suggerita dall'ammiraglio. Il 2 novembre Margaret fu caricata a viva forza dai domestici di  Villa  Hügel su di un treno diretto a Jena, dove si trovava la clinica del dottor Binswanger.
Il vile sotterfugio di cui Fritz si rese complice non impedì comunque allo scandalo di dilagare anche sulla stampa tedesca. Il sostegno offerto dall'Avanti! alla Propaganda aveva conferito alla campagna moraleggiante contro Krupp un carattere non solo nazionale, ma addirittura internazionale. Appena sei giorni dopo l'internamento di Margarethe, un giornale cattolico, l'Augusberg Postzeintung, pubblicò un lungo articolo ispirato dalle  notizie diffuse dalla stampa socialista italiana. Il nome di Krupp per prudenza era taciuto, ma il protagonista della squallida vicenda, descritto come un industriale di grande fama, intimo della corte imperiale, era facilmente riconoscibile anche per il lettore più sprovveduto.
Fritz si illuse che l'omissione del suo nome gli offrisse ancora un ristretto margine di manovra per soffocare lo scandalo. Consultò in tutta fretta il suo avvocato, von Simpson, sull'opportunità di citare i giornali italiani e così dissuadere quelli tedeschi da ogni iniziativa contro di lui. Poiché il governo italiano non aveva preso nessun provvedimento né contro l'Avanti!, né contro la Propaganda, von Simpson considerò prematura ogni azione legale, consigliò invece di attendere lo sviluppo degli eventi nella speranza che la voce dell'Augusberg Postzeintung rimanesse  isolata e fosse presto dimenticata. Non fu così. L'opportunità di colpire l'uomo di fiducia del kaiser a cui era affidata la costruzione della più potente macchina bellica del mondo era troppo preziosa per essere ignorata. Il 15 novembre il quotidiano socialdemocratico Vorwärts sferrò il suo attacco con un articolo dal titolo “Krupp a Capri”, che oltre a descrivere le orge omosessuali consumate nella grotta di Fra' Felice invocava i rigori dell'articolo 175 del codice penale tedesco contro il magnate di Essen. Nel tentativo di conferire maggiore credibilità alle sue accuse il foglio socialista faceva cenno a dei riscontri oggettivi: “La corruzione si era fatta così indecente che si potevano vedere persino le fotografie di certi episodi nello studio di un fotografo dell'isola. E l'isola stessa, dopo che il denaro di Krupp aveva aperto la strada, era diventata un centro di omosessualità.”
Le foto citate dal Vorwärts non erano una invenzione, esistevano davvero, ma con ogni probabilità non ritraevano Fritz ed i suoi amanti. Intorno alla metà degli anni novanta furono attivi tra Napoli e Capri due fotografi di origine tedesca, Wilhelm von Gloeden e suo cugino Wilhelm von Plüschow, entrambi specializzati nei ritratti di nudo maschile. A causa della scelta dei loro soggetti, giovani efebici in pose languide, spesso sullo sfondo di panorami mediterranei, subirono nei primi anni del novecento processi e condanne da parte della giustizia italiana. E' verosimile che i loro lavori, reperibili anche a Capri, abbiano ispirato l'idea che l'imprudenza di Fritz fosse stata così grande da suggerirgli di far immortalare i suoi incontri amorosi con i giovani capresi.
Prima di preoccuparsi di far sparire eventuali foto compromettenti, Fritz si adoperò per chiudere la bocca al Vorwärts, si rivolse quindi al kasier che ordinò l'immediato sequestro del quotidiano socialdemocratico. I censori imperiali furono solerti e minuziosi, sequestrarono ogni copia su cui riuscirono a mettere le mani, anche presso le abitazioni degli abbonati e persino sulle scrivanie dei deputati al Reichstag, ma il danno all'immagine di Herr Krupp, soprattutto tra i lavoratori, era ormai irreparabile. Il comunicato affisso sui cancelli degli stabilimenti in cui si denunciavano gli insulti socialdemocratici, definiti “di estremo cattivo gusto”, e si preannunciava una vigorosa azione legale non poté certo cancellare dalla mente di molti operai la convinzione che il Vorwärts non mentiva ai propri lettori, fu comunque un segnale della volontà di Fritz di non darsi per vinto. Grazie ai suoi milioni, che potevano indurre all'autocensura, se non alla ritrattazione, qualunque direttore di giornale, a Roma come a Berlino, e soprattutto grazie all'incondizionato sostegno del kaiser, capace all'occorrenza di far sparire dagli archivi della polizia italiana ogni eventuale prova della sua scandalosa condotta caprese, Fritz avrebbe ancora potuto salvare la sua posizione.
I contatti presi, il 21 novembre, con il ciambellano imperiale al fine di sollecitare un incontro con il kaiser dimostrano che Fritz imbastì una linea difensiva, ma gli mancò la determinazione di portarla a compimento. Benché si sforzasse di ostentare calma e risolutezza, lo scandalo lo aveva duramente provato, probabilmente era divorato dai sensi  di colpa verso sua moglie, umiliata a scacciata dalla sua casa come una pazza isterica, e verso le sue adorate figlie, Bertha e Barbara, che, private della madre, rischiavano di pagare il prezzo più alto per i suoi errori e per le sue debolezze. A liberarlo dall'angoscia che lo opprimeva giunse improvvisa, il 22 novembre 1902, la morte.
E' impossibile stabilire con certezza se si trattò di morte naturale o di suicidio. Il corpo di Fritz, prima ancora che i familiari potessero vederlo, fu deposto in una bara sigillata, nessuna autopsia fu eseguita. Il certificato di morte redatto dai medici presenta una tale incertezza sulla causa del decesso, infarto oppure emorragia cerebrale, da risultare assai poco credibile.
Il testamento di Fritz contiene una prova tangibile del suo sincero affetto verso Capri ed alcuni dei suoi abitanti. Al pescatore Antonino Arcucci destinò un lascito che gli consentì di costruire sulla spiaggia della Marina Piccola alcune rimesse per le barche. La stessa somma ricevettero anche i fratelli Schiano. Al comune di Capri volle donare la grotta di Fra' Felice, la via verso il mare intagliata nella roccia ed i giardini sovrastanti, oggi denominati “Giardini di Augusto”.
La stampa conservatrice tedesca non esitò a sottoscrivere l'ipotesi che la morte di Krupp fosse la diretta conseguenza del barbaro attacco dei socialdemocratici. Tale interpretazione politica fu prontamente accettata dal kaiser in persona, che dopo le esequie, difronte ai notabili di Essen ed ai familiari di Fritz, tra cui anche Margarethe, improvvisamente rinsavita e dimessa dalla clinica psichiatrica in cui era stata confinata, pronunciò un breve ma intenso discorso in cui accusò il partito socialdemocratico di essere colpevole dell”assassinio morale” di un uomo irreprensibile.
Nelle settimane successive il kaiser ribadì le sue affermazioni, arrivando persino a chiedere agli operai della Krupp di firmare una lettera di ringraziamento per l'impegno imperiale profuso a difesa dell'onorabilità del loro datore di lavoro. Quasi nessuno dei kruppianer si tirò indietro, chi lo fece fu licenziato, anche se la loro dichiarazione, pensata in previsione dell'avvio del processo contro il Vorwärts, rimase di fatto fine a sé stessa. La vedova Krupp infatti, dimostrando grande saggezza, rinunciò ad ogni azione legale. Sulla tomba di Fritz fu posta una piccola targa d'ottone: “Perdono tutti i miei nemici”.
La corsa agli armamenti poté proseguire indisturbata.



ROBERTO POGGI
roberto_poggi@yahoo.it



  





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