lunedì 20 novembre 2017

Il cerchio si chiude

       Parecchi decenni fa, ancora in periodo di "Guerra Fredda" tra Usa e Urss, la partecipazione alle elezioni era promossa, sulla stampa delle opposte fazioni, come modalità per "combattere il nemico". Si votava per scongiurare il "pericolo rosso" o per rompere le uova nel paniere agli "amerikani". Non a caso, la partecipazione degli italiani alle varie tornate elettorali era sempre molto elevata.
       Dopo il 1989, venuta meno la dimensione della politica, è rimasta quella della cleptocrazia, cui con il tempo ci si è resi conto che partecipano un po' tutti i soggetti politici, per cui - visto che pagare tasse, assistere al costante incremento del debito pubblico e sperimentare la perdita di qualsiasi concreto diritto di cittadinanza era questione quotidiana, per nulla connessa a una forza politica piuttosto che ad un'altra  - la totale inutilità del voto si è resa progressivamente più evidente. I partiti, infatti, sono assolutamente intercambiabili, fanno tutti le medesime nefandezze e dei cittadini e delle loro esigenze non interessa loro alcunché. Così, come ieri ad Ostia, ha votato ormai solo un elettore su tre.
       Si sta dunque verificando un interessante fenomeno, quello delle tornate elettorali come esperimenti familiar-parental-clientelari. In una parola, votano ormai solo coloro che sono legati ai partiti da una qualche forma di interesse, diretto o mediato. Tutti gli altri si astengono, in quanto sanno bene che è perfettamente inutile partecipare a quelli che un tempo furono denominati "ludi cartacei" e  che oggi sono semmai simpatiche competizioni "intra moenia" tra appartenenti a club diversi, apparentemente ostili ma in realtà formidabilmente solidali.
       Il cerchio quindi si è chiuso: gli appuntamenti elettorali non più come manifestazioni di orientamento delle scelte di pubblico interesse (ammesso e per nulla concesso che siano davvero mai stati tali...) ma come competizioni riservate e in fondo oligarchiche tra membri di gruppi d'interesse a volte anche molto ristretti. 
       Il processo "democratico" ha completato il suo corso e si è portato talmente vicino al popolo che ormai il numero di coloro che votano si sta riducendo vieppiù. "Le magnifiche sorti e progressive"...

                          Piero Visani



domenica 19 novembre 2017

L'incendio di Washington D.C., 24 agosto 1814

       Quando gli Stati Uniti, nel 1812, dichiararono guerra alla Gran Bretagna, il governo di Londra, costretto a fare i conti con l'impero napoleonico al culmine della sua potenza, preferì mantenere un'attitudine strettamente difensiva e basarsi solo sulle forze disponibili a livello locale, non volendo distogliere truppe né dalla difesa della madrepatria né dal conflitto che stavano conducendo in Spagna contro i francesi, sotto il comando del duca di Wellington.
       Tuttavia, dopo la sconfitta e l'abdicazione di Napoleone nell'aprile 1814, il governo britannico poté finalmente inviare rinforzi in Nordamerica, onde passare all'offensiva anche contro gli Stati Uniti. Intorno alla metà di luglio di quello stesso anno, dopo una ponderata valutazione degli obiettivi da privilegiare per lanciare un'offensiva, lo Stato Maggiore inglese scelse come massima priorità un attacco alla capitale Washington, considerandolo un'offensiva relativamente agevole per chi - come la Royal Navy - poteva contare sul controllo del mare e organizzare un corpo di spedizione ad hoc, visto che colpire la capitale degli USA avrebbe avuto anche un poderoso effetto a livello di immagine.
       Oltre all'ostilità politica, per di più, c'era una precisa volontà britannica di colpire per rappresaglia le proprietà di cittadini statunitensi, dal momento che, durante i due anni di guerra precedenti, le truppe statunitensi si erano abbandonate a violenze e saccheggi di ogni genere a carico delle proprietà britanniche poste lungo i confini con il Canada.
       Venne così organizzato un corpo di spedizione al comando del maggior generale Robert Ross - composto dal 4° Rgt. Leggero, dal 21° Rgt. Royal North British Fusiliers, e dal 44° e 85° Rgt. di fanteria, oltre a un distaccamento di circa 200 Royal Marines - per un totale di circa 4.500 uomini.
       Dopo lo sbarco nella baia di Chesapeake, questo piccolo esercito ebbe facilmente ragione delle forze statunitensi nella battaglia di Bladensburg, una località del Maryland situata a soli 14 km da Washington. Appresa la notizia della sconfitta, il presidente Madison e tutta la dirigenza politica USA furono costretti ad abbandonare frettolosamente la capitale e, la stessa sera del 24 agosto 1814, il piccolo esercito britannico fece il suo ingresso a Washington senza incontrare alcuna opposizione.
       I soldati britannici vennero subito diretti verso il Campidoglio, all'epoca considerato l'edificio di maggior rilievo della capitale, che venne ampiamente saccheggiato. Poi i genieri a disposizione del generale Ross si preoccuparono di dare fuoco all'edificio, anche se incontrarono non poche difficoltà nel farlo, considerata la solidità della struttura in pietra del Campidoglio stesso. I loro sforzi tuttavia ebbero successo quando riuscirono a dare fuoco a una grande massa di mobilio e ad alimentare l'incendio con polvere da sparo.
       Dopo aver colpito il Campidoglio, i soldati britannici si diressero lungo la Pennsylvania Avenue verso la Casa Bianca e appiccarono il fuoco anche alla dimora presidenziale, badando bene ad alimentare l'incendio di modo che potesse durare a lungo e rivelarsi totalmente distruttivo.
       Altri edifici pubblici furono messi a fuoco, a cominciare dal Dipartimento del Tesoro per proseguire con quello della Guerra. Tuttavia, non erano ancora passate ventiquattr'ore dallo scoppio del primo incendio che un improvviso e violentissimo temporale - con tutta probabilità un uragano - si abbatté su Washington e di fatto spense tutti i focolai. La forza dell'uragano risultò talmente distruttiva da indurre le truppe inglesi a ritirarsi frettolosamente dalla capitale degli Stati Uniti ed esso è passato alla storia - nella memoria collettiva USA - come "la tempesta che salvò Washington", anche se in realtà non salvò granché, dal momento che il corpo di spedizione inglese riuscì a compire nel migliore dei modi l'azione di rappresaglia che si era prefissato fin dall'inizio, quella di danneggiare proprietà americane. Dando fuoco nientemeno che alla Casa Bianca e al Campidoglio, tale obiettivo poté dirsi pienamente raggiunto.

                      Piero Visani



mercoledì 15 novembre 2017

Federica Baldi - Umberto Visani, "I misteri dell'Umbria" - Recensione

       Ogni regione italiana (e non solo italiana) è ovviamente ricca di misteri, e non potrebbe essere diversamente, visto che si tratta di aree geografiche che vantano una storia plurimillenaria, piena di aspetti interessanti ai più diversi livelli. Bene ha fatto quindi l'Editore Morlacchi di Perugia a pubblicare un'agile ma al tempo stesso approfondita e informata opera di Federica Baldi e Umberto Visani, I misteri dell'Umbria, Perugia 2017, 146 pp., prezzo 12 euro.
       Scritto a quattro mani da due esperti del settore dei "misteri", il libro prende le mosse dalle origini degli Umbri per procedere poi ad occuparsi delle piramidi di Piediluco e della struttura della Scarzuola, e soffermarsi successivamente sui messaggi occulti presenti nell'arte umbra, come pure sui messaggi esoterici e massonici rinvenibili nei sotterranei di Narni.
       I capitoli successivi si spostano maggiormente verso i tempi moderni e trattano in particolare delle inquietanti presenze del satanismo in Umbria e del "caso Narducci", strettamente connesso a quello del "Mostro di Firenze"; di entità, presenze e fantasmi ben noti nell tradizione locale; e infine della casistica ufologica riscontrabile nella regione.
       Supportato da una solida bibliografia/sitografia e corredato da un ricco apparato iconografico, I misteri dell'Umbria è un libro che testimonia come si possano scrivere opere di carattere solidamente scientifico anche su temi cui in genere si tende a non riconoscere tale dignità. Di questo va dato merito ai due Autori, i quali non cedono mai alle tentazioni della "dietrologia" o delle generalizzazioni grossolane, ma al tempo stesso non si lasciano in alcun modo condizionare da quelle moderne forme di "pensiero unico" spesso inclini a negare (in genere tutt'altro che a caso...) anche l'evidenza. Esemplari, in questo senso, sono le pagine sui rapporti tra Umbria e "Mostro di Firenze", che evidenziano come, tra i "compagni di merende", siano stati tirati in ballo e portati in giudizio solo quelli che faceva comodo utilizzare come capri espiatori, lasciando deliberatamente fuori tutto ciò che poteva orientare le ricerche in direzioni meno prevedibili. Non per nulla, il caso è tutt'altro che chiuso...

                   Piero Visani




lunedì 13 novembre 2017

"Storia della guerra dall'antichità al 1914"

       "Storia della guerra dall'Antichità al 1914", volume primo di "Storia della guerra dall'Antichità ad oggi" è stato appena consegnato da me all'editore in versione definitiva. Secondo la pianificazione concordata con Oaks Editrice, dovrebbe uscire nel prossimo mese di marzo.
       Il volume è stato integrato da una ricchissima bibliografia, di modo che chi legga il testo, assolutamente sintetico e semplice, possa trovare - se crede - tutto il materiale di riferimento necessario per approfondire maggiormente le tematiche di suo interesse.

                             Piero Visani



giovedì 9 novembre 2017

Headhunters

       Capita che la sacrosanta polemica contro alcune delle più evidenti degenerazioni del capitalismo porti erroneamente ad interpretare troppo alla lettera alcune delle sue componenti, ad esempio quella dei "cacciatori di teste".
       Il problema di fondo della contemporaneità è che il conflitto è diventato talmente complesso da non poter in alcun modo essere lasciato in mano ai violenti. Se accade, anche solo per caso o per distrazione, il risultato è sempre un bel autogol, un plastico esempio di eterotelìa, o eterogenesi dei fini che dir si voglia. E, a differenza che nella guerra asimmetrica, non si ha "la sconfitta del vincitore", ma "l'affossamento del perdente". Chapeau!
       La considerazione mi nasce spontanea leggendo in rete alcuni commenti su una deplorevole vicenda di ieri, ispirati a virilismo od a goliardia che sono entrambi alquanto superficiali - come strumenti interpretativi - in una società complessa come quella contemporanea. A meno che non si tratti delle solite interpretazioni che escono in forma ridotta per venire incontro alle capacità intellettuali degli autori...

                      Piero Visani







                        

mercoledì 8 novembre 2017

Aggiungi un posto a tavola...

       Il centrodestra appare potenzialmente vincente ed ecco tutti i transfughi di questa terra pronti a cercare un rapido reimbarco. Questa è l'essenza della politica in Italia o forse - molto più correttamente - questa è l'Italia? Siamo all'8 novembre, ma l'aria che tira è sempre è soltanto quella dell'8 settembre. E' nel nostro DNA, godiamocelo fino in fondo...

                                    Piero Visani



lunedì 6 novembre 2017

Sunday, sexy Sunday

       Sneeem, Ring of Kerry, Repubblica d'Irlanda, agosto 2008.
       Dopo una settimana di pioggia intensa e intensissima, da me molto amata perché mi ha consentito di riscoprire colori, umidità e sapori della mia adorata Irlanda, la domenica si presenta con un sole splendente e intensissimo, e senza vento.
       Giornata assolutamente anomala anche per uno dei punti più meridionali dell'"isola di smeraldo", ma giornata festiva e, dal giardino della nostra casa di vacanze, man mano che scorrono le prime ore del mattino, si nota che spiagge e spiaggette dei dintorni si stanno popolando di "vacanzieri della domenica", che inquinano non poco la sacralità e il silenzio di quegli splendidi luoghi.
       Non essendo piante, e dunque non bisognosi - come altri, pare... - di fotosintesi clorofilliana, decidiamo di desistere dal cercare rifugio in una qualche spiaggia soverchiamente nazionalpopolare e inevitabilmente "cheap", per cui mia moglie rimane in giardino a prendere il sole in una seclusa tranquillità, mentre mio figlio ed io troviamo rifugio nell'unico campo da tennis del paese, con un terreno in buon materiale sintetico.
       Ci limitiamo a palleggiare, ma l'intensità degli scambi è tale da richiamare qualche ragazzino del posto, che ci chiede se siamo professionisti (ah, beata ingenuità...!) e da dove veniamo. Appurato che siamo italiani, i giovinetti locali intavolano una fitta conversazione  con mio figlio, molto fluente nella lingua inglese, e sottolineano con vivaci applausi gli scambi migliori, non facendoci neppure mancare - secondo la migliore tradizione celtica - qualche battuta ironica quando qualche colpo proprio non entra...
       Il sole di fine mattinata è talmente intenso e la pelle di mio figlio talmente chiara e delicata che, dopo circa un'ora e quarantacinque minuti di gioco decidiamo di desistere, colti anche da una forte sete.
       Risaliamo in auto e prendiamo la direzione di casa, ma per prima cosa decido di fermarmi al minimarket che è diventato un po' il nostro negozio preferito nella deliziosa Sneem. Non pensavo fosse aperto di domenica, tanto meno alle una in punto, ma noto che addirittura le porte d'ingresso sono spalancate e dunque parcheggio l'auto ed entro, mentre mio figlio rimane a bordo.
       Il market è totalmente deserto ma, dal momento che è un self-service, faccio una robusta provvista di micidiali bevande gassate che sono la mia gioia e poi mi posiziono in attesa davanti alla cassa, visto che fino a quel momento, nonostante al mio ingresso nel negozio fosse suonato il cicalino di avvertimento, nessuno dal retro è ancora comparso.
       Non dovendo più acquistare nulla, il mio orecchio inevitabilmente si tende e comincio a percepire come delle presenze. Emetto allora due o tre colpi di tosse, tanto per dare segno del mio essere lì e rilevo chiaramente un mugolio di natura inequivocabile, almeno per me...
       "Vengo", esclama una voce femminile con un gradevole accento irlandese e a me - che sono ilare, più che malizioso - verrebbe quasi da risponderle: "Non ne dubito, cara...!". Ma ovviamente mi trattengo.
       Passano ancora non pochi minuti, mentre dal retro emergono suoni di tramestio, poi scostando la tenda che separa il retro dal market compare una deliziosa brunetta, sui 35 anni, che si sta ancora aggiustando la parte superiore di quello che a prima vista parrebbe un bikini. Nel dubbio, visto che il bancone del negozio è piuttosto alto, mi sporgo lievemente per vedere se è riuscita ad indossarlo tutto, il bikini, considerato quello che ella stava inequivocabilmente facendo... Verifico e prendo atto del fatto che sì, la parte inferiore è riuscita ad infilarsela per intero.
       Senza che io proferisca verbo, la brunetta sente il dovere di dirmi: "Mi scusi, ma è una giornata splendida oggi ed eravamo tutti nella spiaggetta qui dietro a prendere il sole e l'ho sentita in ritardo".
       Le sorrido, pensando che, se non ha sentito il cicalino d'ingresso, è davvero singolare che sia riuscita a sentire qualche mio tossicchio di circostanza. Inoltre, mi chiedo come mai - dopo una settimana in paese - non mi sia mai accorto che dietro il minimarket vi sia una qualche spiaggetta (che in effetti - constaterò dopo - assolutamente non c'è...).
       Mostro alla giovane donna le bevande che intendo acquistare e lei ne digita il prezzo alla cassa, sempre in una condizione d'animo fra l'agitato, il divertito e il vagamente complice. In quel preciso istante, emerge dal retro un tizio corpulento, almeno cinquantenne, che nei giorni antecedenti avevo individuato come proprietario del negozio. E' rosso come un gambero e vagamente ansimante, ma almeno la maglietta e i calzoncini che indossa è riuscito a metterseli con una certa cura. Sole, sole d'Irlanda. Sensi in tensione estiva o esigenze di mantenimento del posto di lavoro...? Forse entrambe le cose.

                         Piero Visani







                         

sabato 4 novembre 2017

Tocchi di classe


       Durante l'assedio (giugno-luglio 1758) - da parte britannica - della città canadese di Louisbourg, all'epoca dominio francese, la moglie del governatore Ducrour, per incoraggiare la guarnigione, era solita recarsi ogni giorno sulle mura cittadine e sparare personalmente tre colpi di cannone, da tre pezzi d'artiglieria diversi.
       Il generale Jeffery Amherst, comandante delle truppe britanniche, venne informato della singolare abitudine di Madame de Drucour e rimase molto impressionato dall'inusuale coraggio della donna. Durante una tregua, quindi, le fece recapitare - a titolo di omaggio personale - due ananas, che all'epoca, e in quella parte settentrionale del Canada, erano da considerarsi un'assoluta rarità.
       Madame de Drucour apprezzò il gesto da gentiluomo del generale nemico e lo ricambiò facendogli pervenire una cassa di bottiglie di pregiato vino francese, ma non desistette dalla sua abitudine di fare quotidianamente fuoco sulle truppe britanniche con tre cannoni diversi.
       Nel dipinto di Patrice Courcelle, Madame de Drucour è ritratta mentre è impegnata nella sua attività quotidiana sul bastione Dauphin, vestita con un abito verde sormontato da un cappuccio bianco.
      Di fatto, ancora nel 1758 sopravvivevano, quanto meno tra le classi dirigenti delle due maggiori potenze europee dell'epoca, le più tipiche tradizioni della "guerre en dentelles" e i tipici atti di galanteria che gli alti ufficiali erano soliti riservare a quelle rappresentanti del "gentil sesso" che avevano l'ardire di rompere il tradizionale monopolio maschile della guerra.

                                   Piero Visani




mercoledì 1 novembre 2017

Blog "Sympathy for the Devil": 155.000 visualizzazioni!

       Distratto come sono dai tocchi finali di preparazione del mio libro Storia della guerra dall'antichità al 1914 e da pressanti impegni di lavoro, sto dedicando davvero pochissimo tempo al mio blog e scrivo pochi post. Tuttavia l'interesse dei lettori non è fortunatamente venuto meno e ho appena raggiunto le 155.000 visualizzazioni. Ringrazio quindi quanti mi seguono per l'attenzione con cui lo fanno.

                     Piero Visani



venerdì 27 ottobre 2017

Il coraggio della verità

       La proclamazione dell'indipendenza della Catalogna ha una serie a mio avviso innegabile di meriti, il primo dei quali è mettere in movimento la morta gora dell'Eurolager, dove - a parte tasse e pagamenti vari - non si vede nulla che sia definibile come politico.
       La reazione di Madrid sarà certamente dura, come è tipico di tutti coloro che sono democratici e costituzionali fino a che fa loro comodo, poi - se un popolo esprime a maggioranza un desiderio di libertà e indipendenza - si scoprono improvvisamente un po' diversi...
       In ogni caso, la Storia insegna che un desiderio di libertà e autonomia, se autentico e maggioritariamente condiviso, potrà rimanere sotto traccia anche per mille anni, ma poi riesploderà e alla fine trionferà.
       Onore al merito ai dirigenti catalani, che hanno saputo andare fino in fondo. Nell'umano esistere, ogni cosa ha senso se si va fino in fondo. Ovviamente diranno che è un salto nel vuoto di cui non sono state calcolate le conseguenze. Se così fosse, sarebbe la cosa migliore che i dirigenti catalani possano aver fatto. Questa Europa di morti, di collasso demografico, di burocrati superstipendiati, di eurocrati specializzati in balzelli, imposte e tasse, è un incubo per qualsiasi europeo degno di questo nome. Non sarà certo la Catalogna a cambiare il nostro destino, ma essa ha il merito di ricordarci che neppure la politica, come la rivoluzione, "è un pranzo di gala" e che essa è una delle poche soluzioni di cui ancora disponiamo per mandare di traverso il pranzo, anzi il banchetto, ai nostri nemici. Uso deliberatamente la categoria di "nemici" perché - come europeo - non sento proprio di avere avversari, ma solo nemici nell'enorme fogna a cielo aperto chiamata Unione Europea.
      I catalani hanno espresso la loro volontà politica. Quest'ultima sarà certamente coortata a viva forza e magari prima di Natale saranno organizzate le solite elezioni farsa, che diranno che il popolo catalano è massicciamente unionista. Ho conosciuto parecchi catalani, in vita mia, nessuno mi ha mai detto di essere spagnolo... Le piccole Patrie riprendono fiato, inevitabilmente, visto che gli Stati sono ormai soltanto Leviatani di enorme voracità, mostri di nietzscheana memoria, Moloch che vivono uccidendo i loro sudditi, strangolandoli giorno dopo giorno.

                     Piero Visani



sabato 21 ottobre 2017

Se questo è un uomo...

       Aveva compiuto un viaggio nello spazio, Fayal Haitot, il marocchino di 49 anni suicida a Como nell'incendio dell'appartamento in cui viveva, insieme ai suoi quattro bambini (un maschio e tre femmine). Credeva che fosse un viaggio nel tempo, oltre che nello spazio, ma pian piano si era accorto che i disastri che aveva compiuto nel suo Paese un certo tipo di società li stava riproducendo pari pari anche in Italia, la meta agognata cui era approdato.
       Era stato aiutato, certo, anche se probabilmente a lui erano arrivate solo le briciole, bruciate da "sistemi di assistenza" vari, non propriamente disinteressati. Aveva perso il lavoro, non era nemmeno più in grado di comprare il latte per i suoi bambini o di mettere benzina nella sua vecchia auto.
       Forse si era progressivamente accorto che la sua situazione non era poi così peggiore di quella di molti italiani, deliberatamente colpiti da un sistema che intende strangolarli tutti, e questo non aveva certo lenito il suo crescente sentimento di disperazione, acuito dal fatto che una burocrazia implacabile (molto più implacabile di qualsiasi forma di delinquenza...) stava per portargli via anche i figli, in quanto incapace di mantenerli.
       La moglie di Haitot era già caduta in depressione, lui forse vi era caduto ancora di più della consorte, ma lottava, si arrabattava, cercava di fare qualsiasi cosa pur di mantenere i suoi figli. Poi la resa. Contro il Leviatano di uno tra i più iniqui sistemi che la Storia abbia mai conosciuto, c'era poco da fare. Da solo, Haitot poteva fare pochissimo, salvo attingere alla carità dei vicini. Per il resto, doveva essergli pesato come un macigno sull'animo che avrebbe dovuto abbandonare i suoi quattro figli, sangue del suo sangue, alle mani rapaci o distratte di un Moloch pronto a schiacciarlo.
       Ha cercato una via di fuga. E' facile condannare chi si suicida, ma occorrerebbe pensare agli abissi di disperazione in cui precipita. Non leggeva le statistiche Istat sulla ripresa dell'occupazione, conosceva solo la realtà di una quotidianità dove lavoro per lui non ce n'era.
       Non pensava che una qualche forma di riformismo lo avrebbe salvato. Quelle sono facezie da sociologi e "scienziati sociali". Non sapeva niente di niente, non si nutriva di pensiero astratto. Doveva cercare di dare da mangiare ai suoi figli, e non ci riusciva. E temeva che magari non li avrebbe visti mai più, dispersi chissà dove, affidati a chissà chi.
      Ha cercato una soluzione, e l'ha trovata. Dicono che sia l'atto peggiore, ma non è vero. E' l'atto migliore. Meglio di quell'atto c'è solo la rivolta, la ribellione, la distruzione dell'immane sciagura rappresentata da un sistema politico ladro e affamatore. Non si poteva pretenderla da un poveretto al limite della sua capacità di sopportazione e disperatamente solo.
       Si dirà che era immigrato, non era autoctono. Tutto vero, ma era anche UN UOMO. Ma di quest'ultimo aspetto non interessa alcunché ad alcuno. Una cleptocrazia e un totalitarismo senza limiti, abbinati alla demonia dell'economia, ci hanno trasformati - se non viviamo ai vertici del sistema sociale o arruolati tra i suoi "cani da guardia" - in merce sacrificabile e, poiché viviamo nei bassifondi o ai margini della società, anche in merce di nessun valore. Merce da espropriare, se per caso avessimo qualche bene residuo su cui contare; merce da depredare, se avessimo ancora liquidità; merce da eliminare, quando scaduta (e siamo tutti prossimi a scadenza...).
      E' il migliore dei mondi possibili, bellezza! Se ci pensi un po' su e se lo guardi - o, peggio, se lui guarda te, come l'abisso nietzscheano - non rimane da fare molto altro che suicidarti, se non altro perché un "pazzo morire" è molto meglio di uno schifoso vivere. Poi, ovviamente, ci sono soluzioni più creative, ma non pretendiamole da chi ha sperimentato sulla propria pelle quanto sia grande l'amore che sanno darti coloro che hanno a cuore il "benessere dell'umanità"...

                 Piero Visani



venerdì 20 ottobre 2017

Anestesia parziale

       L'anestesia parziale è quella cui vengono sottoposte oggi le nostre vite. Tanto più il dolore che proviamo (o che ci viene fatto provare) è forte, quanto più ci vengono somministrati degli anestetici, che non mutano la situazione, che non ci impediscono di provare dolore, quando l'effetto anestetizzante si esaurisce, ma che ci mantengono "felici" in un limbo, un limbo nel quale l'unica cosa che ci è richiesta è provare nulla. Provare nulla come anticamera del Nulla.
        Questa è la ragione per cui le anestesie parziali che ci vengono continuamente somministrate dovrebbero essere dei viatici di felicità - il più classico dei "nessun dolore"... - e invece rappresentano solo l'anticamera del nostro salto nel vuoto, del più doloroso dei salti nel vuoto. Anestesie come anticipazione di morte, ma spacciate per vita...
       La superficialità delle emozioni è la più grande tragedia di questo nostro tempo, orribile ed osceno, nel quale siamo già tutti morti da tempo, ma non lo sappiamo. E viviamo vite moderate, proviamo sensazioni moderate, felicità moderatissime e sodomie GRANDIOSE. Viva il migliore dei mondi possibile!!!

                       Piero Visani




Ossessioni

       Prendo atto - con estremo "piacere" - che il Comune di Torino, come molte altre "amministrazioni" pubbliche, è ossessionato dalla mia salute e da quella pubblica. Divieti di qui e di là, compresi quelli - tipo il divieto di utilizzare l'auto - che impediscono di recarsi nei luoghi di lavoro.
       Non analoga ossessione "virtuosa" viene palesata dalle "amministrazioni" pubbliche quando si tratta di tutelare la mia salute economica, dal momento che tra multe, balzelli, tasse, imposte e cartelle varie, potrei anche fare a meno di recarmi al lavoro e fare alle "amministrazioni" pubbliche un bonifico mensile.
       La "qualità della vita" - scopro ovviamente a mie spese - passa dal fatto se io riesca a respirare o no. Che mi appresti a vivere, se non sotto i ponti, in abitazioni neppure più riscaldate per impossibilità di pagarmi il riscaldamento, quello alla pubblica "amministrazione" non interessa in alcun modo.
       Più che mai, funzione e finzione tendono a fondersi, in una fusione funeraria che è l'essenza della nostra vita nel migliore dei mondi possibili, quello democratico, nella sua versione "scemo-grillina". Che naturalmente - continuando così e fatti salvi i soliti beati possidentes - presto diventerà una "Antologia di Poon [si può scrivere così "Po", per pronunciarlo all'americana...?] River".

                       Piero Visani





giovedì 19 ottobre 2017

Mao Zedong, "La rivoluzione non è un pranzo di gala. Scritti militari" - Recensione

       Proseguendo nel suo lodevole impegno di riprendere testi che rischierebbero di cadere nel dimenticatoio, la milanese Oaks Editrice di Luca Gallesi ha appena pubblicato questa opera del "Grande Timoniere" (407 pagine, 20 euro), che raccoglie alcuni dei più importanti scritti militari del leader della Rivoluzione cinese.
       Preceduto da un'introduzione a firma di chi scrive, il volume ribadisce un concetto relativamente poco noto, o comunque spesso sottovalutato, vale a dire che Mao non fu un vero e proprio teorizzatore della guerriglia, ma uno stratega dalla visione decisamente più ampia, capace di far convergere, all'interno del proprio pensiero, diverse forme di conflittualità, nell'ambito di una visione olistica e mai unilaterale, dove a ciascuna di esse venivano attribuite valenze conformi a quelle che potevano essere le loro migliori peculiarità.
       La sua, quindi, fu una visione di "guerra di lunga durata", in cui la guerriglia era la forma bellica che le forze rivoluzionarie avrebbero dovuto utilizzare sia nelle fasi in cui era evidente la loro inferiorità strategica sia in quelle in cui, una volta rafforzatesi, avrebbero potuto imporre al nemico una costosa strategia di logoramento. Quando però i rivoluzionari - attenti a conquistare "le menti e i cuori" della popolazione civile con un'abile attività propagandistica e di generazione di consenso, tale da consentire loro di muoversi in mezzo ad essa "come pesci nell'acqua" - avessero raggiunto una forza tale da poter finalmente passare all'offensiva contro i loro nemici, i loro attacchi avrebbero dovuto necessariamente prendere la forma di azioni condotte da truppe regolari, vale a dire di azioni militari di tipo tradizionale e su larga scala, le uniche in grado di portare alla vittoria finale.
       Di fatto, quindi, il pensiero militare maoista fu improntato alla massima flessibilità, ben sintetizzato in un passo del 1930 destinato a rimanere celebre: "Decentralizzare le truppe per spingere le masse alla rivolta e concentrare le truppe per lo scontro col nemico. Quando il nemico attacca, noi ci ritiriamo; quando il nemico è stanco noi attacchiamo; quando il nemico si ritira, noi lo inseguiamo".
       Con il suo pensiero, apparentemente alquanto precettistico, Mao intendeva non solo esercitare una vigorosa azione pedagogica in un campo - quello militare - sconosciuto ai più ma anche porre in rilievo un aspetto fondamentale, non solo in guerra: "la concezione è molto, l'esecuzione è tutto". Non a caso la sua fu una dottrina essenzialmente pratica, basata su tre fondamenti intangibili dell'arte bellica - tempo, spazio e volontà - tutti utilizzati con il chiaro intento di abbattere la volontà del nemico, in una logica che non modificava e non intendeva modificare la classica interpretazione clausewitziana della guerra come "continuazione della politica con altri mezzi". Sotto questo profilo, l'aspetto più importante del suo pensiero militare consiste proprio nell'aver stabilito un solido nesso conseguenziale tra guerra rivoluzionaria (intesa come fucina di formazione delle forze rivoluzionarie non solo in termini strettamente militari ma anche politici, economici e sociali) e guerra regolare, che è quanto è riuscito a conferire alla dottrina bellica del comunismo cinese (e non solo) quelle capacità operative molto articolate che, in varie realtà e circostanze storiche, l'hanno portata al successo contro differenti tipologie di avversari.

                                   Piero Visani



mercoledì 18 ottobre 2017

Migrantes

      Molti miei antenati del ramo materno della mia famiglia dovettero emigrare, tra gli anni Novanta dell'Ottocento e fino a poco prima della Grande Guerra. La Val d'Aosta era all'epoca una terra povera e le fetide classi dirigenti dell'Italia monarchico-liberale (dei geni, rispetto a quelle attuali, ma sempre ottuse, avide e meschine) non sapevano regalare altro che promesse e miseria ai loro sudditi/schiavi. Dei miei avi, alcuni andarono nei Paesi vicini (Francia, Svizzera), per poi fare ritorno in Valle non appena possibile. Altri - la parte più acculturata - si stabilì in Svizzera e non fece più ritorno, com'era logico che fosse. Fare il servo in patria, quando potevi fare lo stimato e ben remunerato cittadino all'estero, che senso avrebbe mai potuto avere?
      Altri miei antenati del ramo paterno della famiglia - di origine tosco-romagnola con addentellati genovesi - andarono a cercare fortuna in California e la trovarono, e si preoccuparono soprattutto di fare sì che, salvo qualche vacanza estiva ben mirata, "l'ingrata Patria non avesse più le loro ossa". Ora sono tutti defunti e i loro figli e nipoti sono totalmente americani, legati ad una terra che li ha accolti, non a una Patria matrigna che li ha cacciati.
       Il senso delle emigrazioni - quelle vere - è che sono un viaggio nel tempo, molto più che nello spazio, un viaggio verso la speranza, lontani dai miasmi delle fogne politiche, economiche e sociali della terra d'origine. Uno se ne va, troncando legami e radici, perché, quando non si ha più niente a che fare e a che vedere con la propria terra d'origine e con quanti la abitano, si sceglie una via autonoma verso la morte (o la vita...) piuttosto che farsi "assistere" dalla culla alla tomba, che poi è solo un modo elegante per dire che nasci con già in testa una pietra tombale. Invidiabile destino!!
       Dalla "Terra dei cachi" alla "Terra dei ladri e dei morti". Se "Elio e le Storie tese" vogliono fare un sequel alla loro celebre canzone, il materiale per un bel testo non manca.

                                         Piero Visani




                                 

martedì 17 ottobre 2017

Un ricordo: Giorgio Pisanò


       Sul numero odierno de "La Verità", il mio carissimo amico Maurizio Cabona ricorda il senatore Giorgio Pisanò, con cui - portatovi dallo stesso Maurizio - collaborai a lungo al settimanale "Candido". 
       Pisanò era un uomo singolare, assai diverso caratterialmente da me, ma mi fu molto vicino quando mia moglie, insegnante di scuola media, venne vigliaccamente aggredita a scuola da uno dei tanti alunni-delinquenti che popolavano allora le sedi scolastiche dell'hinterland torinese. Poiché la preside di quell'istituto scolastico era "naturalmente" portata a dare ragione al giovine virgulto e a demonizzare l'insegnante mia moglie, Pisanò intervenne - da senatore della Repubblica - onde evitare almeno che la mia consorte (sì, proprio lei, "ça va sans dire"...) si beccasse una sospensione per aggressione a un allievo. Gli fui e gli resto grato per questo bel gesto, così sono grato all'hegeliana "Astuzia della Ragione" che fece incontrare la testa del virgulto - diventato grande e ovviamente delinquente - con un proiettile calibro 45 Magnum esplosogli contro da un tizio che stava cercando di rapinare.
       Quanto a Maurizio Cabona, ricorda da par suo, nella mail di accompagnamento all'invio dell'articolo, quegli anni: "Era il novembre 1978, la sede milanese del settimanale era stata incendiata in febbraio: se ne vedevano ancora i segni. Oggi la si direbbe una palazzina termo-indipendente. Nell'inverno 1978-79 - c'era ancora la nebbia - si rivelò termo-mancante, perché non c'erano i soldi per il gasolio. A dicembre i tubi dell'acqua si ruppero e rotti restarono fino al disgelo, verso marzo, con le immaginabili conseguenze. Si entrava superando una passerella in cemento, che portava a un cancello sovrastato da reticolati e vari offendicola. La porta era blindata, le finestre erano coperte da lamiere. Gli altri inquilini - la redazione era in una palazzina a un piano nel cortile di un caseggiato periferico presso l'autostrada per Genova - guardavano la decina di dipendenti di "Candido" come oggi guardano gli immigrati africani: la nostra presenza dimezzava il valore non solo del caseggiato, ma di via De Santis".

       Io non sono stato dipendente del "Candido", ma a lungo collaboratore. Mi permetto tuttavia di dissentire da Maurizio in un piccolo passaggio, quello in cui scrive che gli abitanti dello stabile ci guardassero come oggi si guardano gli immigrati africani. A me, le rare volte in cui mi recai colà, parve piuttosto di entrare in una nota canzone degli "Amici del Vento": "E occhi ostili intorno, neppure una parola, qualcuno che ti osserva già vorrebbe la tua gola"...
       In ogni caso, nessun problema: avevo già 28-29 anni e non amavo i "democrats" da tempo. Al massimo, mi rafforzarono nei miei convincimenti, ma neppure ne avevo bisogno. Ho sempre amato sperimentare sulla mia pelle la reale consistenza del valore dell'uguaglianza, specie di quella riservata ai "diversi" di qualsiasi tipo, genere e colore... Lì ci riuscii benissimo, e ne feci tesoro.

                             Piero Visani



lunedì 16 ottobre 2017

Neri per caso

       E' divertente leggere la stampa italiana diffondersi sulle "quadrate legioni" neo-naziste, xenofobe - e chi più ne ha più ne metta - da ieri in marcia nell'Austria (un tempo) felix...
       Sono analisi la cui superficialità è addirittura imbarazzante e fanno riflettere su un unico ma ormai decisivo fattore: l'ultimo e (ormai) unico fattore di legittimazione che i satolli fautori dell'Eurolager riescono ancora a tirare in ballo, ogni volta che l'elettorato li sconfessa, è quello della "reazione in agguato". Ora, a parte il fatto che di più reazionario di un fautore dell'Eurolager nel Vecchio Continente non c'è alcuno, davvero la narrazione eurocratica deve essere scesa molto in basso se - per trovare ancora uno straccio di legittimazione - ha bisogno dell'"uomo nero". Oppure è una vera e propria "legge del contrabbasso" (sarebbe ovviamente del contrappasso, ma a suo tempo ebbi modo di conoscere da vicino il livello culturale degli eurocrati, ergo non è il caso di metterli a disagio per così poco...): coloro che hanno fatto sempre e solo entrare nell'UE gli "uomini neri", ora hanno paura dell'"uomo nero"...
       Allucinazione da cromazione? Coda di paglia? Demenza senile? Fischi per fiaschi (e il riferimento, in ambito UE non è propriamente casuale...)? Il tutto è troppo divertente, anche perché - non so se lo avete notato - i vili, quando vedono i loro sistemi di privilegio un minimo (appena un minimo) sfiorati, assumono espressioni e smorfie di puro terrore. Urge per loro una cura con un serial tipo "Lie to me". Non per scoprire i mendaci, ma per riuscire a mentire un po' meglio... Su, ce la potete fare!

                Piero Visani



La mediazione culturale

       I rapporti tra le diverse culture avvengono a non meno diversi livelli. Quando - ad esempio - non si svolgono nei mercati dell'alta finanza ma nei "mercatini del libero scambio" dove i tanti, troppi disgraziati creati dall'alta finanza stessa e dall'Eurolager cercano alla bell'e meglio di sbarcare il lunario, coloro che, per loro sfortuna, non si sono potuti laureare ad Harvard o alla London School of Economics, portano le parti più vivaci e meno "mediate" della loro cultura.
       Accade così che una banale lite per questioni di precedenza in un mercatino si concluda a coltellate e ci scappi pure il morto. Non starò qui a discettare su chi avesse ragione, e perché, etc. etc. Dico solo - e questo a qualcuno sarebbe utile comprenderlo per tempo - che in certi contesti, per supportare i propri scarsi o scarsissimi portati teorici, non si portano le idee, ma i coltelli. E non a caso, ma perché quello è il frutto di una precisa cultura, dove la vita vale nulla, esattamente come da noi vale sempre meno per chi è povero. In Italia, la "non intellighenzia" politica e culturale che delizia le nostre pseudo-vite pare non averlo ancora compreso. Tuttavia, siccome sa farsi benissimo gli affari propri, preferisce frequentare i salotti piuttosto che i mercatini. E per ora porta a casa la pelle e la gola. "Ma il futuro è un'ipotesi, forse il prossimo alibi, che vuoi...".

                                 Piero Visani



domenica 15 ottobre 2017

Alcune precisazioni sulla consistenza di certe "vulgate"

       Scrive il generale Fabio Mini - i cui scritti sono sempre di piacevolissima lettura, visto che rifuggono da uno sport alquanto praticato, quello della captatio benevolentiae - sull'ultimo numero di Limes - Rivista italiana di geopolitica, n° 9-2017, in un articolo intitolato "Le possibilità di una guerra impossibile" (p. 46):

"Sulla Corea del Nord circolano vulgate terribili. Il giovane Kim Jong-un è ritratto come un dittatore pazzo, un criminale sanguinario. Non si può escludere nulla, ma tutto ciò che si sa è frutto della sua stessa propaganda o di quella degli avversari. Oppure proviene da trasfughi tutt'altro che attendibili che, per loro stessa ammissione, ne sanno meno di noi. La presunta pazzia di Kim rientra nel cliché della nostra rappresentazione dell'avversario. La pazzia, la ferocia, i crimini più efferati e i comportamenti più odiosi per la nostra cultura occidentale sono attribuiti agli avversari a preludio della loro eliminazione violenta. Erano pazzi Hitler, Saddam, Milosevic, Gheddafi e Osama bin Laden. Non erano e non sono considerati pazzi quei leader che ogni giorno commettono nefandezze inenarrabili, ma sono ottimi clienti e amici carissimi, Quand'anche dovessero essere destituiti troverebbero un asilo dorato ad accoglierli [le evidenziazioni sono mie].

      Raramente ho letto un così bel commento alla "superiorità morale dell'Occidente"...

                                      Piero Visani



mercoledì 11 ottobre 2017

"La rivoluzione non è un pranzo di gala" - Scritti militari di Mao Tse Tung


E' uscito, per i tipi di Oaks Edizioni, il libro sugli scritti militari di Mao Tse Tung (Milano 2017, 360 pp., 20 euro) che contiene la mia Introduzione.


Chi fosse interessato, può reperirlo in vari siti librari on line, da Amazon a molti altri. Non appena potrò, scriverò una recensione più articolata.

Piero Visani




lunedì 9 ottobre 2017

BLOG "SYMPATHY FOR THE DEVIL": 150.000 visualizzazioni!


       Sebbene continui la mia trascuratezza nei riguardi del mio blog, dovuta a pressanti impegni di lavoro, l'attenzione e la benevolenza dei lettori mi hanno fatto comunque raggiungere il traguardo delle 150.000 visualizzazioni.
       Un sentito grazie a tutti i lettori!

                       Piero Visani




Roberto Poggi: Il matrimonio dei Goebbels - 3


L'euforia per la nascita di Helmut incoraggiò i Goebbels a concedersi nuovi lussi. In un primo tempo valutarono l'acquisto della villa di Kladow, poi misero gli occhi su di una dimora in stile inglese ben più grande sull'isola di Schwanenwerder, bagnata dalle acque del lago Wannsee. Hitler dimostrò ancora una volta la sua generosa benevolenza non solo  riconoscendo al suo ministro un consistente aumento dell'indennità, ma anche convincendo l'editore Amann ad anticipare la somma necessaria a soddisfare l'ultimo capriccio immobiliare dei Goebbels. Nei mesi successivi la loro situazione finanziaria migliorò ulteriormente grazie alla generosa offerta di Amann di acquistare per una somma considerevole, da versare in rate annuali, i diari del ministro della Propaganda, da pubblicare venti anni dopo la sua morte. Liberati dal peso di ogni preoccupazione materiale, i Goebbels non esitarono a regalarsi due nuove imbarcazioni a motore, una per le uscite in compagnia del Führer, l'altra più piccola per Magda ed i bambini. Anche il parco auto fu arricchito di una nuova auto sportiva e di una Limousine per gli impegni ufficiali. La proprietà di Schwanenwerder fu ristrutturata ed arredata senza badare a spese, a dimostrazione della riconoscenza verso il  Führer fu allestita una dépendance a lui riservata. L'inaugurazione il 20 aprile del 1936, in occasione del suo compleanno, fu un successo per i Goebbels, Hitler estasiato promise di “far loro visita molto spesso”. E mantenne la sua parola.
Mentre Magda era impegnata a sovrintendere il lavoro delle governanti ed a formulare risposte gentili alle donne tedesche che le scrivevano nella speranza di risolvere i loro guai, Joseph continuava a collezionare successi politici e conquiste femminili. All'inizio di giugno del 1936, durante una passeggiata serale sull'isola di Schwanenwerder, Joseph ebbe l'occasione di approfondire la conoscenza dell'attrice ceca Lìda Baarova, che abitava insieme a Gustav Fröhlich, una delle star più popolari del cinema tedesco, in una villa poco lontano dalla sua. L'attrice ventunenne, la cui prorompente bellezza non passava certo inosservata, aveva già incontrato il ministro della Propaganda in occasione della proiezione in anteprima di un suo film “L'ora della tentazione”, ma non avevano potuto scambiarsi che poche frasi di circostanza. Nella quiete crepuscolare dell'isola di  Schwanenwerder la brillante conversazione di Goebbels non stentò a destare l'interesse della ragazza che insistette per mostrargli la villa in cui viveva con il fidanzato. Qualche settimana più tardi il ministro ricambiò la cortesia invitando la coppia, insieme ad altri ospiti, ad una escursione a bordo del suo yacht. A sera Fröhlich dovette lasciare la compagnia a causa di precedenti impegni di lavoro, Lìda invece rimase a bordo dello yacht a fare le ore piccole.
La rivelazione, sussurratagli da Alfred Rosemberg, l'ideologo del partito, secondo cui Magda avrebbe avuto alcuni anni prima una breve relazione con Kurt Lüdecke, un militante nazista costretto a riparare all'estero nel 1934 a causa della sua posizione critica verso il regime, fornì a Goebbels il pretesto che cercava per concedersi, senza rimorsi, una distrazione sentimentale.
Neppure la quinta gravidanza di Magda interruppe la strategia seduttiva messa in atto da Joesph, che provava verso Lìda qualcosa di più profondo ed intrigante di una semplice attrazione sessuale, anzi la favorì. Un ciclo di cure in una clinica esclusiva di Dresda costrinse Magda ad allentare per alcune settimane il controllo sul tempo libero del marito, che poté così dedicarsi senza impacci alla conquista del cuore della bella attrice. Alle apparizioni pubbliche al congresso del partito di Norimberga, al teatro dell'opera di Berlino,  alle prime cinematografiche seguirono gli incontri clandestini. Alla fine dell'estate del 1936 Joseph e Lìda erano già amanti. Nelle registrazioni sul suo diario Goebbels espresse la propria euforia per la conquista ottenuta: “E' successo un miracolo”, “La vita tumultuosa è la più bella”. Al contrario le annotazioni sul clima familiare e sul rapporto con Magda assunsero toni colmi di disgusto e di fastidio.
Il primo ad accorgersi della tresca, nell'inverno del 1936, fu Fröhlich che reagì affrontando Goebbels a viso aperto. Nell'alta società di Berlino si diffuse rapidamente la diceria, priva di ogni riscontro, secondo cui l'attore avrebbe addirittura schiaffeggiato il potente ministro prima di rassegnarsi a rinunciare per sempre alla sua fidanzata.
Le voci sempre più insistenti di una relazione tra Joseph e Lìda non risparmiarono Magda che si affrettò a chiedere spiegazioni al marito. Facendo appello a tutte le sue capacità persuasive, Joseph la convinse di aver resistito alla tentazione di sedurre la giovane attrice. Tale spudorata menzogna rassicurò per il momento Magda, le cui condizioni di salute destavano nuovamente preoccupazioni.
Il cottage di Lanke sul lago Bogensee, offerto a Goebbels in uso gratuito e perpetuo dal municipio di Berlino nel quadro delle celebrazioni per il decimo anniversario della sua nomina a Gauleiter, divenne l'appartato teatro degli incontri amorosi con Lìda. Qui attorniato dal silenzio della foresta, in compagnia di una ragazza innamorata e passionale, dimenticava le tensioni e gli affanni e ritrovava la felicità che da tempo aveva perduto tra le mura domestiche. Il legame con Magda rimaneva comunque profondo, all'inizio di febbraio del 1937, quando i suoi disturbi cardiaci si aggravarono Joseph in preda all'angoscia accorse al suo capezzale. Sul suo diario annotò: “Io non posso assolutamente immaginare una vita senza Magda. Che Dio la protegga!”
Il 19 febbraio, con due mesi di anticipo sulle previsioni, Magda partorì una graziosa bambina perfettamente sana, a cui fu dato il nome di Holde. La felicità per il lieto evento fu offuscata dallo stato di prostrazione in cui si trovava Magda. Il suo medico di fiducia, il dottor Stoeckel, le prescrisse un lungo periodo di riposo assoluto e le consigliò vivamente di evitare altre gravidanze per almeno due anni. Durante la convalescenza di Magda, Joseph rimase a Schwanenwerder con i figli, colmandoli di regali. Ad allietare la sua solitudine c'era Lìda, a cui consegnò la chiave di un accesso secondario alla proprietà di Lanke. Zelante ministro e padre affettuoso di giorno, la sera amante focoso, la doppia vita di Goebbels proseguì indisturbata anche quando Magda, recuperate le forze, fu dimessa.  Benché fosse infatuato della sua Liduška, come affettuosamente la chiamava nell'intimità,  non volle rinunciare del tutto ai suoi diritti di marito. Il consiglio del dottor Stoeckel fu ignorato, ad agosto Magda era incinta per la sesta volta. 
Per non affaticarsi troppo Magda si ritirò quasi del tutto dalla vita mondana e si stabilì a  Schwanenwerder anche durante il periodo invernale. Usando come pretesto i suoi pressanti impegni Joesph si estraniò gradualmente dalla routine familiare. Compariva a  Schwanenwerder per brevi visite, poi rientrava in tutta fretta a Berlino oppure a Lanke, dove lo attendeva, docile e seducente, la sua Liduška. La sgradevole prospettiva di dover trascorrere, anche solo saltuariamente, una notte sotto lo stesso tetto della moglie, lo spinse a far allestire all'interno della tenuta il Kavaliershaus, una foresteria a suo uso esclusivo. Magda non si oppose a queste trasformazioni, forse constatando che la vita separata che conducevano in fondo giovava ad entrambi. Il sospetto dell'infedeltà talvolta tornava a sfiorarla, ma non immaginava che suo marito intrattenesse una relazione stabile con un'altra donna, meno che mai con la Baarova, anche se la folgorante rapidità, soprattutto per un'attrice straniera, con cui procedeva la sua carriera cinematografica avrebbe dovuto metterla in allarme.
Nel maggio del 1938 la nascita di un'altra bambina, Hedda, sembrò ancora una volta rasserenare la vita coniugale dei Goebbels. Ma se Magda era appagata dal suo ruolo di madre, dal suo status sociale e dall'intimità con il Führer, Lìda al contrario si sentiva frustrata, ambiva ad uscire dalla clandestinità. A lungo si illuse che Joseph avrebbe potuto un giorno divorziare da Magda, poi dovette rassegnarsi ad una soluzione di compromesso. Nell'estate del 1938, Goebbels tentò goffamente, proponendo a Magda un improbabile ménage à trois, di accontentare l'amante senza esporsi al rischio di un scandalo che avrebbe potuto travolgerlo.
Secondo la testimonianza rilasciata a Meissner dall'ex cognata e confidente di Magda, Ello Quandt, Goebbels in un giorno di luglio del 1938 avrebbe telefonato a Schwanenwerder per annunciare il suo prossimo arrivo in compagnia di Lìda Baarova. Magda, che conosceva l'attrice, non si sarebbe stupita di quella visita inaspettata. Attorno alla tavola imbandita per il the del pomeriggio, Joseph di punto in bianco avrebbe dichiarato il suo amore per Lìda, poi si sarebbe affrettato a rassicurare Magda circa il suo futuro: nessuno avrebbe minacciato il suo ruolo di madre e di moglie ufficiale. Magda, pietrificata difronte a tanta spudoratezza, non sarebbe riuscita ad articolare neppure una parola di protesta. Goebbels avrebbe scambiato il suo silenzio per un rassegnato assenso e commosso l'avrebbe addirittura ringraziata. Il grottesco malinteso si sarebbe reso evidente qualche settimana più tardi, quando Lìda insieme ad altri amici fu invitata a trascorrere il fine settimana sull'isola di Schwanenwerder. Durante una crociera sul lago Wannsee, incurante degli sguardi attoniti della moglie e degli altri ospiti, Goebbels avrebbe colmato Lìda di amorevoli attenzioni. Un comportamento così scandaloso ed umiliante avrebbe costretto Magda a reagire. Dopo essersi consultata con Göring, che grazie alle intercettazioni telefoniche sapeva tutto delle relazioni extraconiugali del ministro della Propaganda e non vedeva l'ora di assistere alla sua caduta in disgrazia, Magda prese appuntamento con Hitler per comunicargli il terribile affronto di cui era stata vittima. Il  Führer, che in virtù del loro accordo prematrimoniale si considerava parte integrante della famiglia, si mostrò affettuoso e comprensivo verso Magda, ma si rifiutò di dare il suo avallo ad un divorzio che avrebbe minato la credibilità morale del suo regime, già offuscata dal caso von Blomberg, il ministro della Guerra che aveva sposato una donna molto più giovane di lui dal passato tutt'altro che irreprensibile, e dal caso von Fritsch, il capo di stato maggiore dell'esercito accusato, ingiustamente, di frequentazioni omosessuali. Inoltre, lo scandalo della relazione tra il ministro della Propaganda ed un'attrice di nazionalità ceca avrebbe avuto inevitabili ripercussioni politiche in una fase in cui i rapporti con il governo di Praga erano tesissimi a causa della rivendicazione tedesca della regione dei Sudeti.
Pur scartando l'ipotesi del divorzio, Hitler si impegnò con Magda ad usare tutta la propria influenza affinché il suo ministro si separasse definitivamente dalla Baarova. Gli fu sufficiente una severa ramanzina per ottenere che Goebbels, sconvolto più dalla prospettiva di perdere l'approvazione del suo idolo che da quella di rinunciare alla moglie ed ai figli, esaudisse prontamente il suo desiderio. Sul diario registrò il suo stato d'animo dopo il colloquio con il  Führer: “Prendo delle decisioni molto gravi. Ma irrevocabili. Salgo in macchina e vago per un'ora senza meta, il più lontano possibile. Mi pare di vivere in un sogno. La vita è così dura e crudele... Ma il dovere è al di sopra di tutto.” Con una telefonata “lunghissima e dolorosissima” informò la Baarova della decisione che era stato costretto a prendere.
Goebbels passò le settimane successive ad autocommiserarsi, ricercando una consolazione nell'affetto della madre e persino nella cameratesca solidarietà di un nemico di vecchia data come Göring, poi trovò il coraggio di affrontare Magda che, pur ostinandosi in un atteggiamento “duro e crudele”, gli concesse una tregua per salvare le apparenze. Nel settembre del 1938 tornarono a mostrarsi in pubblico insieme, anche se tra loro era calato il gelo. Magda non era però intenzionata a protrarre all'infinito quella farsa, perciò ruppe ben presto la fragile tregua, Joseph reagì affidando al suo più stretto e fidato collaboratore, Karl Hanke, il compito di fare da mediatore per ammorbidire l'intransigenza della moglie.
La speranza di Goebbels di poter sfruttare a proprio favore l'amicizia tra Hanke e Magda, alimentata dalla reciproca stima e dai comuni interessi, dall'architettura all'equitazione, si rivelò del tutto vana. Hanke non esitò a tradire la fiducia del suo superiore, non solo schierandosi dalla parte di Magda, ma addirittura fornendole ulteriori prove delle infedeltà del marito. Secondo la testimonianza di Ello Quandt, Hanke avrebbe stilato un elenco di una quarantina di donne che nel corso degli anni avevano frequentato l'alcova del ministro della Propaganda, si sarebbe inoltre dichiarato disposto a deporre davanti ad un giudice in caso di divorzio.
La coraggiosa presa di posizione di Hanke non fu dettata soltanto dallo sdegno per il comportamento immorale di Goebbels, ma anche dal segreto desiderio di fare breccia nel cuore di Magda.
Goebbels, forse informato dal capo della Polizia di Berlino, Helldorff, si accorse del tradimento di Hanke, accantonò quindi l'ipotesi di una riconciliazione anche solo di facciata con la moglie. Il divorzio gli parve l'unica strada percorribile, rimaneva però un ostacolo insormontabile: il  Führer.
Il 23 ottobre del 1938 i Goebbels furono convocati da Hitler sull'Obersalzberg per discutere del futuro del loro matrimonio. Joseph tentò debolmente di sostenere la sua opinione favorevole al divorzio, poi dovette piegarsi all'appello al senso del dovere formulato da Hitler. Magda si mostrò dapprima un po' riottosa, poi si rassegnò a cedere . La decisione sul divorzio fu rimandata di almeno tre mesi. I fotografi si incaricarono di immortalare a beneficio della stampa di regime i coniugi nuovamente sorridenti ed apparentemente sereni durante il loro breve soggiorno sulle sulle Alpi bavaresi.
Risolte, almeno temporaneamente le questioni personali, Hitler mise al corrente il suo ministro della sfida che la Germania nazista avrebbe dovuto affrontare nei prossimi anni. Il conflitto con l'Inghilterra era inevitabile, il vincitore avrebbe conquistato l'egemonia sul continente europeo. Difronte ad una sfida così impegnativa e gravida di conseguenze ogni brama personale doveva essere messa a tacere. La ritrovata intimità con il Führer, unita alla grandiosità dello scenario politico tracciato dalle sue parole, fornì a Gobbels una adeguata consolazione al sacrificio privato che gli era appena stato imposto.
Tornati a Berlino i Goebbels tentarono nuovamente di definire una formula accettabile di convivenza, senza tuttavia riuscirci. Ogni discussione si traduceva in una guerra di nervi che approfondiva la distanza tra loro. Così Goebbels descrisse il suo stato d'animo in quel periodo: “Non lo auguro neanche a un cane di vivere così!” Non meno affranta era la Baarova che, oltre a dover rinunciare al proprio amante, vide sfumare la sua carriera artistica. Qualche tempo dopo il compromesso definito sull'Obersalzberg, il capo della Polizia di Berlino convocò l'attrice ingiungendole il divieto sine die di esibirsi in pubblico sul territorio del Reich.
Oppresso dall'inferno domestico in cui Magda lo costringeva, Goebbels orientò tutte le proprie energie nell'unica attività che poteva consentirgli di riconquistare completamente la fiducia del Führer: la sobillazione antisemita del popolo tedesco. Già dopo gli accordi di Monaco aveva provveduto ad inasprire il clima antisemita che la crisi dei Sudeti aveva temporaneamente attenuato. L'assassinio a Parigi del diplomatico Ernst vom Rath per mano di uno studente ebreo, Herschel Grynszpan, intenzionato a vendicare l'espulsione degli ebrei polacchi dalla Germania, gli offrì il pretesto per scatenare, con il pieno sostegno di Hitler, il più feroce pogrom della storia tedesca.
La sera del 9 novembre 1938, nel municipio di Monaco Hitler incontrò Goebbels che così sintetizzò sul suo diario il loro colloquio: “Sottopongo la faccenda al  Führer. Lui decreta: lasciare libero sfogo alle manifestazioni. Richiamare la polizia. Che una volta tanto gli ebrei provino cosa sia la rabbia popolare. Giusto.” Ottenuto il via libera di Hitler, Goebbels tenne un infuocato discorso ai dirigenti del partito in cui chiarì che le violenze contro gli ebrei, benché dirette dalle SA, avrebbero dovuto apparire come una reazione spontanea del popolo tedesco, indignato per il vile attentato di Parigi. Sciolta la breve riunione, i dirigenti, che avevano accolto le parole del ministro della Propaganda con applausi scroscianti, si precipitarono ai telefoni per impartire gli ordini necessari ai loro uomini sul campo. Goebbels in persona, in qualità di Gauleiter, telefonò a Berlino per ordinare la distruzione della sinagoga di Fasanenstrasse.
Quasi tutte le sinagoghe della Germania furono rase al suolo o incendiate, centinaia di abitazioni e migliaia di negozi furono devastati e depredati, circa 1500 ebrei furono uccisi, oltre 30.000 furono arrestati e deportati nei campi di concentramento di Dachau, Buchenwald e Sachsenhausen. Nei mesi successivi i prigionieri furono rilasciati, almeno 700 perirono durante la detenzione.
La “notte dei cristalli” rinsaldò il rapporto di Goebbels con il Führer, ma non giovò né al suo umore, né alla sua salute. In dicembre incominciò ad accusare frequenti dolori allo stomaco, fu presa in considerazione l'eventualità di un intervento chirurgico, poi gli esami clinici accertarono la natura nervosa dei suoi disturbi. La persistenza dei dolori lo costrinse ad un periodo di riposo a Schwanenwerder durante le festività natalizie. Sul suo diario riversò tutto il suo pessimismo: “Niente ha ormai senso. Non trovo più una via d'uscita”.
Le sofferenze del marito non intenerirono affatto Magda che si ostinò a riservargli indifferenza e gelidi silenzi. Il divorzio rimaneva la sua massima aspirazione e non faceva nulla per nasconderlo, anzi moltiplicando le apparizioni pubbliche in compagnia di Hanke intendeva provocare ed umiliare il marito.
Nel gennaio del 1939 Goebbels trascorse una decina di giorni sull'Obersalzberg in compagnia di Hilter che lo esortò a trovare una soluzione per salvare il suo matrimonio. La vicinanza del  Führer migliorò il suo umore, ma non appena rientrò a Berlino fu sopraffatto nuovamente dalla pena e dall'amarezza. Questa volta affidò il compito di vincere le resistenze della moglie a sua sorella Maria, che portò a termine con successo la delicata missione.
Magda impose un accordo scritto, predisposto da un avvocato, di cui il Führer si fece garante. Con ogni probabilità il documento, purtroppo andato perduto, assegnava ai coniugi un anno di tempo per giungere ad una completa riconciliazione, superata tale scadenza Hilter non si sarebbe più opposto al divorzio, la cui responsabilità sarebbe ricaduta su Goebbels, con ovvi vantaggi a favore di Magda sia sul piano economico, sia rispetto all'affidamento dei figli. Seppur a malincuore, Goebbels non poté fare altro che sottoscriverlo.
Dopo aver riportato una netta vittoria sul marito, Magda incominciò a nutrire seri dubbi sull'opportunità di trasformare il flirt con Hanke in qualcosa di più profondo e duraturo. Per quanto leale, affidabile ed innamorato Hanke le appariva un uomo troppo ordinario, privo del carisma e della genialità che le avevano fatto perdere la testa per Joesph. La prospettiva poi di rinunciare al suo status sociale sposando un semplice segretario di stato  in fondo la ripugnava.
Nel marzo del 1939, l'invito di Speer a partecipare insieme ad altri amici ad un viaggio in Italia meridionale ed in Sicilia offrì a Magda l'occasione per prendere le distanze da Hanke, che tuttavia non si rassegnò alla separazione, rincorrendola per tutta la penisola con lettere d'amore.
Secondo la testimonianza di Speer, Hanke arrivò persino ad esercitare pressioni su Hitler affinché gli concedesse di sposare Magda dopo il suo divorzio. Le manovre del suo subalterno non sfuggirono a Goebbels che nell'estate del 1939 fece un estremo tentativo di riconciliazione. Senza preavviso si presentò a Gastein, in Austria, dove Magda insieme ai figli stava trascorrendo un soggiorno di cura. Per tre giorni di seguito, alternando lusinghe e minacce, cercò di convincerla a ritornare con lui, finché Magda sfinita cedette, promettendo di non rivedere mai più Hanke in privato. Formalmente riconciliati, i Goebbels si recarono a Bayreuth per partecipare in compagnia di Hitler al festival wagneriano. La notizia della loro partenza gettò nella disperazione Hanke, che si rivolse all'amico Speer affinché si precipitasse a Bayreuth con il compito di far luce su quell'improvvisa, e per lui inspiegabile, riconciliazione. Speer accettò l'incarico e non ebbe difficoltà a raccogliere le confidenze di Magda: il timore che Joseph potesse toglierle i figli l'aveva convinta a cedere. Anche se i suoi sentimenti verso Hanke si erano molto probabilmente già affievoliti, la prospettiva di rinunciare alla propria completa indipendenza e di trasformare il suo matrimonio in una recita a beneficio della stampa e dell'opinione pubblica la sgomentava. Durante la rappresentazione di “Tristano e Isotta”, Speer non poté non notare il pianto sommesso ed inconsolabile di Magda, che nell'intervallo si appartò in un angolo del foyer a singhiozzare senza più ritegno. Hilter e suo marito intenti a mostrarsi al pubblico la ignorarono. La mattina successiva quando Speer spiegò al  Führer la causa di quelle lacrime, questi reagì ordinando a Goebbels con poche irritate parole di lasciare subito Bayreuth.
Rientrato a Berlino, Goebbels impose ad Hanke di dimettersi dal suo incarico presso il ministero della Propaganda. In seguito Hitler lo nominò Gauleiter della Bassa Slesia, a parziale risarcimento del danno che la sua carriera aveva subito.
Mentre Magda e Joesph tentavano per l'ennesima volta di rimettere insieme i cocci del loro matrimonio, Hitler accelerò i preparativi per scatenare la guerra in Europa, escludendo il suo ministro della Propaganda dalle riunioni di vertice. La notizia della firma del patto Ribbentrop-Molotov, nell'agosto del 1939, colse Goebbels di sorpresa. Sbigottito non poté fare altro che celebrare sul suo diario il genio politico del Führer.
Magda accolse lo scoppio della guerra con fervente patriottismo, corse, come le mogli di altri gerarchi, ad arruolarsi nella Croce Rossa ed iniziò a frequentare le lezioni per diventare infermiera. Per il suo primogenito Harald, ormai diciottenne, non chiese alcun trattamento di favore. Mobilitato come migliaia di altri giovani tedeschi, Harald partecipò alla campagna polacca.

(Continua)

Roberto Poggi