venerdì 7 luglio 2017

Umanità

       A volte, fare dell'ironia (che per di più è anche dell'autoironia) comporta il non indifferente rischio di essere preso sul serio, quando in realtà non ce n'era davvero motivo.
       Ne approfitto per precisare che, per quanto mi riguarda, certi eventi e certe decisioni fanno morire le persone le une alle altre, non solo creando la più totale estraneità, ma facendo tabula rasa di eventuali situazioni, vicende, emozioni pregresse. Non sono quello che a 97 anni (nella dubbia eventualità che io dovessi arrivarci) manderà alle sue ex una copia di Lontano, lontano, di Luigi Tenco.
       La morte fisica, per me, non ha alcun significato. La morte relazionale ne ha molti di più. A tale proposito, io sono un morto relazionale e non ho passato, presente o futuro. Ne consegue che non mi occupo di alcuno, al massimo faccio maldestre ironie su me stesso, ma non intendo coinvolgere alcuno, in quelle mie ironie, perché per me quell'alcuno non esiste, così come non esisto io, per lui. E mi riferisco a una non esistenza fisica, non morale o psicologica o di qualche altro genere. Una persona che, per mille percorsi esistenziali, non si è conosciuta, potrebbe diventare un giorno una conoscenza, per pura casualità. Chi si è conosciuto e ha cessato di essere una conoscenza non è un ricordo o qualcos'altro: NON E' NIENTE e tale è destinato a rimanere.
       Non c'è l'algida indifferenza dei rapporti con gli estranei, c'è una sorda ostilità che è preferibile non riaccendere, per nessun motivo. Non ci sono rapporti umani, perché io non sono umano e ci tengo a non esserlo.

                    Piero Visani



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