domenica 13 agosto 2017

Dietro i fatti di Charlottesville

       Situata alla base del magnifico Parco Nazionale dello Shenandoah, Charlottesville è una bella città della Vecchia Virginia, sede della prestigiosa università dello Stato, ricca di un'atmosfera giovanilistica e al tempo stesso coloniale (non per nulla la Virginia è nota come "The Old Dominion State"). Ci si può stare molto bene e sentirsi in un "Nuovo Mondo" che assomiglia molto al Vecchio, poiché le tracce del dominio coloniale britannico certo non mancano.
       Alla stessa stregua, non mancano le memorie della Confederazione (che proprio in Virginia, nella non lontana Richmond, ebbe la sua capitale), a cominciare dal magnifico monumento equestre a Robert Edward Lee, il figlio più illustre dello Stato e certamente uno dei più grandi generali della Storia, non solo americana. Un uomo che non riuscì a comprendere il peso che l'avvento delle armi moderne stava avendo sulla tattica, ma che dopo la terribile lezione subita a Gettysburg (1-3 luglio 1863), seppe combattere un conflitto impari fino a quando gli fu possibile, gestendo sapientemente le scarse forze a sua disposizione, con una sagacia tattica raramente eguagliata.
       Per chi - come me - a Charlottesville c'è stato, riesce difficile pensare che quella dolce città sia stata frutto in questi giorni di scontri sanguinosi. Meno difficile, per contro, gli riesce comprendere che cosa stia avvenendo negli USA in merito alla questione dell'improvvisa e furibonda crescita d'odio contro qualsiasi cosa ricordi o possa ricordare la breve vita (1861-1865) degli Stati Confederati d'America.
      Dopo la pesante sconfitta subita nella Guerra Civile, il Sud fu oggetto di una gravosa occupazione militare che ridusse molti suoi Stati alla fame. Al tempo stesso, l'abolizione della schiavitù non rappresentò - per la popolazione afro-americana - quel toccasana che avrebbe dovuto rappresentare, visto che i neri andarono a svolgere, nelle grandi fabbriche del Nord, quel ruolo servile che avevano sempre svolto nelle piantagioni del Sud, formalmente assimilati ai bianchi nei diritti civili, in realtà emarginati e discriminati in forma solo più scaltramente ipocrita della precedente.
       A partire dalla fine dell'Ottocento e poi sempre più solidamente nel Novecento, il Sud riuscì a compiere, a livello metapolitico, un miracolo di cui nessuno si sarebbe minimamente attesa la realizzazione: riuscì cioè a creare una memoria dei vinti che non solo conferì legittimità alle loro scelte e ai loro comportamenti, ma che costruì progressivamente una metapolitica positiva che conferì onore e prestigio al sacrificio e agli sforzi compiuti da centinaia di migliaia di uomini sui campi di battaglia, e non solo (cfr., al riguardo, l'eccellente saggio di Wolfgang Schivelbusch, La cultura dei vinti, il Mulino, Bologna 2006, 370 pp., 25 euro).
       Questa evoluzione positiva ebbe una drammatica battuta d'arresto tra la fine degli anni Cinquanta e la fine degli anni Sessanta del Novecento, quando lo sciocco radicalismo del Ku Klux Klan e dei suprematisti bianchi - talmente stupido da appare una perfetta filiazione di tutto ciò che i suoi avversari si aspettavano da lui (una deriva, questa, che in politica è sempre molto sospetta, poiché configurarsi come ti vuole il tuo nemico è un'idiozia troppo grande per essere vera e non frutto di manovre sotterranee, spesso neppure percepite da chi ne è vittima, a causa della sua assoluta insipienza) - incorse giustamente nelle ire del governo federale, che pose fine d'autorità a pratiche inaccettabili come la discriminazione razziale e il rifiuto dell'iscrizione dei neri in determinate università, per non citarne che alcune.
       A partire da quella data, tuttavia, e con particolare accentuazione dalla fine degli anni Ottanta, si fa strada nel Sud una visione politica e metapolitica decisamente più intelligente, che rivaluta accortamente il ruolo della Guerra Civile come guerra sostenuta dai poteri locali contro un potere centrale, quello di Washington e del governo federale, brutalmente autoritario, centralista, interessato solo all'esazione fiscale e alla privazione delle libertà civili garantite dalla Costituzione.
       Questa visione - accuratamente depurata da tesi insostenibili, come quella della legittimità della schiavitù, vista ormai come un fenomeno connesso ad una situazione economica in rapida evoluzione, dove gli Stati del Sud più avanzati, a cominciare dalla Virginia, stavano rapidamente liquidando le piantagioni, affrancando gli schiavi e aprendosi a forme economiche più moderne, come l'industrializzazione - ha cominciato a raccogliere seguaci in varie aree del Paese, anche in quegli Stati del Midwest e dell'Ovest che non avevano fatto parte della Confederazione, ma dove la gente sentiva sempre più come intollerabile il peso del potere centrale (e pure in non pochi Stati del Nord).
       Il culmine di tale ascesa politica e metapolitica è stato raggiunto quando sono stati pubblicati i primi libri sul fatto che il Sud avesse ragione (di cui una delle più brillanti espressioni è il libro di James Ronald e Walter Donald Kennedy, The South was right!, Pelican Publishing, Gretna (Louisiana), 1991, 431 pp.)  e che la sua fosse una più che legittima ribellione contro il potere centrale dello Stato federale che, con Lincoln, aveva reagito manu militari a quello che in realtà era il pieno diritto di qualsiasi Stato dell'Unione, quello di secedere e andarsene per la propria strada, se riteneva che i suoi diritti fossero conculcati e i suoi interessi fossero danneggiati da Washington.
       Nel momento cruciale di questa crescita metapolitica, scatta l'offensiva di chi la ritiene pericolosissima: fanno la loro ricomparsa, uscendo dal nulla in cui vegetavano, gruppi di suprematisti bianchi una volta di più inclini a comportarsi esattamente come atteso e voluto dai loro avversari: suprematisti che riscoprono le patetiche parafernalia del Klan, che si abbandonano a violenze contro i neri, che arrivano addirittura ad ammazzarne qualcuno, soddisfacendo in tal modo le più rosee aspettative dei loro avversari.
       A quel punto, parte la reazione: il semplice riferimento a simboli della Confederazione diventa un atto da reprimere immediatamente, anzi quei simboli vanno abbattuti come esternazione di "razzismo", e la Storia, ormai diventata Memoria, si rivitalizza nella politica e soprattutto nella cronaca, e scatta la più totale DEMONIZZAZIONE di tutto ciò che può riguardare la Confederazione, con la richiesta di vietarne i vessilli, di abbatterne i monumenti e presto anche di scrivere libri sulla medesima che non siano di piena e assoluta condanna della stessa.
       Non so assolutamente come andrà a finire questa fase, so però che - anche se momentaneamente conculcato - il fiume carsico della teoria che vede nella Confederazione la migliore e più fedele interprete dei diritti degli Stati contro il potere federale tornerà prima o poi a galla, non solo perché è l'unica e vera causa della Guerra Civile americana, ma anche perché è un problema di enorme attualità, che prima o poi dovrà essere risolto: i diritti degli Stati (e, con essi, i diritti dei cittadini che di tali Stati sono parte attiva) contro il ferreo e occulto controllo del potere centrale, di quello Stato federale e delle sue burocrazie su cui il cittadino medio non ha alcuna possibilità di contrasto e di cui deve sopportare tutte le prepotenze, anche quelle - e non sono poche - palesemente illegali.
      Lo scontro è aperto. In una certa misura, la stessa elezione di Trump alla presidenza ne ha costituito un segno. Poi Trump è stato in larga misura fagocitato dal potere centrale e dalle forze neppure troppo occulte che gli stanno dietro, ma fate un lungo giro per gli "Stati Uniti profondi", invece che andare nelle solite mete da turisti da selfie, e incontrerete realtà e voci estremamente interessanti. Lontani da Gotham City, vicini al "Paese reale". Quello è viaggio, non turismo, e tanto meno per caso...

                                         Piero Visani



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